Sapienza Antica 12 – Annie Besant

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Sapienza Antica 12

di Annie Besant

COMPENDIO DEGLI INSEGNAMENTI TEOSOFICI

DEDICATO
CON GRATITUDINE RIVERENZA ED AMORE
A
H. P. BLAVATSKY
CHE MI MOSTRÒ LA LUCE

Parte dodicesima

CAP. XI

ASCESA DELL’UOMO

Così meravigliosa è l’altezza già raggiunta da alcuni uomini e verso
la quale altri stanno ora salendo, che se con uno sforzo
dell’immaginazione cerchiamo di misurarla, indietreggiamo spaventati
alla sola prospettiva di un così lungo viaggio. Si confronti l’anima
embrionale del selvaggio più arretrato con la perfetta anima
spirituale, libera e trionfante dell’uomo divino: non pare quasi
credibile che l’una contenga in se stessa tutto quello che è espresso
nell’altra e che la differenza sia solo differenza nell’evoluzione,
che cioè l’uno sia solo al principio e l’altro al termine dell’ascesa
dell’uomo. Al disotto del primo si stende la lunga schiera di esseri
subumani: gli animali, i vegetali, i minerali, le essenze elementali;
al disopra dell’altro si stendono le infinite gradazioni di esseri
sovrumani: i Chohan, i Manu, i Buddha, i Costruttori, i Lipika. Chi
mai può nominare o numerare tutte le legioni di quei Potenti?
Considerati così come stadi di una vita ancora più ampia, i molti
gradini che costituiscono il regno umano si riducono ad una cerchia
assai ristretta, e appare chiaramente che l’ascesa dell’uomo non
rappresenta che un solo grado di evoluzione nella concatenazione di
vite, che partendo dall’essenza elementale sale fino al Dio
manifestato.

Abbiamo seguito l’ascesa dell’uomo dall’apparire in esso dell’anima
embrionale sino a quando è spiritualmente progredito, attraverso cioè
gli stadi di una coscienza che evolve dalla vita delle sensazioni alla
vita del pensiero. Lo abbiamo visto seguire ripetutamente il ciclo
della nascita e della morte nei tre mondi, in ognuno dei quali trovava
delle opportunità di progresso. Siamo ora in grado di seguirlo negli
stadi finali della sua evoluzione umana, stadi ancora molto lontani
per la grande massa dell’umanità, ma che i maggiori suoi figli già
superarono, e che un numero ristretto di uomini sta anche ai giorni
nostri attraversando.

Questi stadi sono stati divisi in due classi: quelli della prima
classe sono detti costituire il “Sentiero probatorio”, mentre gli
altri sono compresi nel “Sentiero propriamente detto”, o “Sentiero del
Discepolo” Noi li esamineremo nel loro ordine naturale.
A misura che la natura intellettuale, morale e spirituale dell’uomo si
sviluppa, egli diventa sempre più cosciente dello scopo della vita
umana e sempre più ansioso di realizzare tale scopo nella propria
persona.
La smania ripetuta di godimenti terreni seguita dal pieno possesso e
dalla conseguente stanchezza, gli ha gradatamente insegnato la natura
transitoria e manchevole dei più bei doni della terra; tanto spesso
lottò per ottenerli, li conquistò, ne godette, se ne saziò restandone
alla fine nauseato, che ora volge disgustato le spalle a quanto la
terra può offrire. “A che giova?” sospira l’anima stanca: “tutto è
vanità ed affanno. Centinaia, migliaia di volte ho posseduto ciò che
desideravo, ma infine ho trovato la disillusione anche nel possesso.
Queste gioie sono ingannevoli, sono come le bolle d’aria alla
superficie dell’acqua, belle e iridescenti, ma che scoppiano al solo
toccarle. Io sono assetata di realtà; di ombre ne ho avute abbastanza;
anelo all’eterno e al vero, anelo a liberarmi dalle limitazioni che mi
circondano, che mi tengono prigioniero fra queste mutevoli scene”.

Questo primo grido dell’anima per la liberazione indica che l’uomo si
è persuaso che, quand’anche la terra fosse quale l’hanno sognata i
poeti, quand’anche ogni male ed ogni dolore ne fossero banditi e le
sue gioie venissero intensificate, le bellezze aumentate ed ogni cosa
innalzata al punto della perfezione, egli se ne sentirebbe ancora
stanco e non provando più nessun desiderio se ne ritrarrebbe.

La terra è divenuta per lui una prigione sia quanto si voglia bella,
ed egli anela all’aria libera e sconfinata che sta fuori delle mura
che lo rinserrano. Né il cielo gli appare più attraente della terra:
di quello pure è stanco; le sue gioie hanno perduto il loro fascino,
le delizie intellettuali ed emozionali non appagano più. Anche quelle
“vanno e vengono; impermanenti”, come i contatti dei sensi; anche
quelle sono limitate, transitorie e non soddisfacenti. Egli è stanco
di cambiamenti e anela alla libertà.

A volte questa convinzione del nessun valore della terra e del cielo
non è sulle prime che un baleno nella coscienza; i mondi esterni
riaffermano tosto il loro impero, ed il fascino delle loro gioie
illusorie appaga l’anima un’altra volta. Possono passare perfino
alcune vite feconde di lavoro nobile e disinteressato, di pensieri
puri e di azioni sublimi, prima che questa persuasione della vanità di
tutto ciò che è fenomenico diventi l’attitudine permanente dell’anima;
ma presto o tardi l’anima ripudia per sempre la terra e il cielo
perché insufficienti a soddisfare il suo bisogno, e questo definitivo
distacco dal transitorio, questa deliberata volontà di raggiungere
l’eterno è la porta del Sentiero probatorio.

L’anima esce allora dalla via maestra dell’evoluzione per affrontare
la più ardua salita sul fianco del monte, risoluta a sfuggire la
schiavitù delle vite terrene e celesti, ed a librarsi in una più
libera atmosfera.

I1 lavoro che deve compiere chi entra nel Sentiero probatorio è
totalmente mentale e morale; egli deve venire al punto di essere degno
di “trovarsi faccia a faccia con il suo Maestro”; ma le stesse parole
“il suo Maestro” richiedono una spiegazione. Esistono certi grandi
Esseri appartenenti alla nostra umanità che hanno completato la Loro
evoluzione umana ed ai quali si è già fatto allusione dicendo che
costituiscono una Fratellanza e che guidano e spronano lo sviluppo
della razza. Questi Grandi, i Maestri, si incarnano volontariamente in
corpi umani al fine di formare l’anello di congiunzione fra gli esseri
umani ed i sovrumani e permettono a coloro che si sottopongono a certe
condizioni speciali di diventare Loro discepoli con lo scopo di
affrettare la propria evoluzione e rendersi così atti ad entrare nella
grande Fratellanza e cooperare al glorioso lavoro che essa compie a
beneficio dell’uomo.

I Maestri vegliano sempre sulla razza e notano chiunque per la pratica
della virtù, per il lavoro disinteressato, per gli sforzi
intellettuali e morali a pro’ dell’umanità, per devozione sincera, per
pietà e purezza emerga dalla massa dei suoi compagni e si renda capace
di ricevere una particolare assistenza spirituale, oltre quella che
viene data a tutta l’umanità in generale. Ma se un individuo deve
ricevere un aiuto speciale, deve da parte sua mostrare una speciale
ricettività, perché i Maestri sono i distributori delle energie
spirituali che aiutano l’evoluzione umana, e l’uso di queste energie
per un più rapido sviluppo di un’anima singola è permesso solo quando
quell’anima dimostri una capacità di rapido progresso e prometta
perciò di diventare presto un’aiutante della razza, restituendo a
questa l’aiuto che essa stessa ha ricevuto. Quando un uomo, coi suoi
propri sforzi e col perfetto uso dell’aiuto che ad ognuno procurano la
religione e la filosofia, è arrivato a mettersi sul fronte della
grande onda umana, e quando mostra una natura amorosa, disinteressata
e caritatevole, allora diventa oggetto di speciale attenzione da parte
dei vigili Guardiani della razza e sul suo cammino vengono messe delle
opportunità per provare la sua forza e stimolare la sua intuizione. In
proporzione del buon uso che egli ne fa, altro aiuto gli vien dato;
barlumi della vita reale sono proiettati nella sua coscienza, sino a
fargli percepire sempre più chiaramente la natura ingannevole e
irreale dell’esistenza terrestre. Da ciò risulta quella stanchezza già
ricordata, che gli fa desiderare la liberazione e lo conduce alla
porta del Sentiero probatorio.

Il suo ingresso nel Sentiero mette l’uomo nella posizione di un
discepolo, o chela, in prova; un Maestro lo prende sotto la Sua cura,
riconoscendolo come uno il quale è uscito dalla via ordinaria
dell’evoluzione e cerca Colui che guiderà i suoi passi nell’arduo e
stretto cammino che conduce alla liberazione. Quel Maestro lo sta
aspettando all’ingresso medesimo del Sentiero; e anche se il neofita
non lo conosce, il Maestro conosce lui, vede i suoi sforzi, dirige i
suoi passi, lo mette nelle condizioni che meglio favoriscono il suo
progresso, vegliando su di lui con la tenera sollecitudine di una
madre e con la sapienza che viene dalla perfetta visione. La via può
sembrare deserta e buia, ed il giovane discepolo può credersi
abbandonato, ma un “amico più attaccato di un fratello” gli è sempre
vicino, e l’aiuto negato ai sensi vien dato all’anima.

Quattro sono le “qualificazioni” definite che l’aspirante discepolo
deve disporsi ad acquisire, requisiti che dalla sapienza della grande
Fratellanza sono posti come condizioni per un vero discepolo. Non si
esige un perfetto possesso di esse, ma solo che coi propri sforzi se
ne sia ottenuto almeno un parziale possesso, prima che sia permessa
l’Iniziazione. Il primo di tali requisiti è il discernimento tra il
reale e l’irreale, discernimento che, già spuntato nella mente
dell’allievo, lo ha condotto ad entrare nel Sentiero. La distinzione
si va facendo nettamente definita nella sua mente, liberandolo a poco
a poco da una gran parte dei ceppi che lo avvincono; donde risulta che
al risveglio del discernimento si accompagna naturalmente la seconda
qualifica, cioé l’indifferenza per le cose esterne, delle quali la
percezione ora fattasi chiara dimostra il nessun valore. Egli impara
che la noia, che gli toglieva ogni gusto per la vita, era dovuto alle
disillusioni che costantemente seguono la ricerca delle soddisfazioni
in ciò che non è reale, mentre soltanto il reale può appagare l’anima;
impara che tutte le forme sono illusorie e prive di stabilità, mutando
continuamente sotto gli impulsi della vita, e che nulla esiste di
reale se non l’unica Vita, che noi inconsciamente cerchiamo ed amiamo
sotto i suoi molteplici veli.
Questo discernimento è assai stimolato dalle circostanze rapidamente
mutevoli, nelle quali vien posto di solito un discepolo con lo scopo
di imprimere fortemente in lui la convinzione della instabilità di
tutte le cose esterne. Le vite di un discepolo sono generalmente vite
di tempesta e di lotta, affinché le qualità, che normalmente si
acquisiscono in una lunga sequela di esistenze nei tre mondi, siano in
lui spinte ad uno sviluppo accelerato e portato presto alla
perfezione. Alternando rapidamente gioia e dolore, calma e tempesta,
riposo e lavoro, egli impara a vedere nei mutamenti le forme irreali
ed a sentire dentro di essi una vita perennemente immutabile. In tal
modo diviene indifferente alla presenza od alla assenza delle cose che
vanno e vengono, e sempre più fissa lo sguardo sulla realtà che non
cambia e che è sempre presente.

Mentre va così acquisendo penetrazione e fermezza, il discepolo lavora
anche allo sviluppo della terza qualifica, costituita dai sei
attributi mentali che si esigono da lui per ammetterlo al Sentiero
propriamente detto. Non è necessario che li possieda tutti alla
perfezione, basta che ciascuno di essi sia almeno parzialmente
presente in lui prima che gli sia concesso di passare oltre. Innanzi
tutto dovrà conquisire il dominio sui suoi pensieri, su questa
progenie della mente irrequieta e sregolata, difficile a domare come
il vento. (Bhagavad Gitâ, VI-34). Con l’esercizio giornaliero e
costante nella meditazione e nella concentrazione, aveva cominciato a
ridurre a dovere questa mente ribelle prima ancora di entrare nel
Sentiero probatorio, ed ora il discepolo lavora con energia
concentrata a completare il suo compito, sapendo che il grande aumento
nella potenza di pensiero che accompagnerà il suo rapido sviluppo sarà
un grave pericolo tanto per lui quanto per gli altri, se questa forza
non sarà completamente sotto il suo dominio. Meglio sarebbe far
trastullare un bimbo con la dinamite, che porre i poteri creatori del
pensiero nelle mani dell’egoista e dell’ambizioso.

I1 giovane chelâ deve in secondo luogo unire il dominio esterno di se
stesso a quello interno, e regolare le sue parole e le sue azioni
tanto rigidamente quanto i suoi pensieri; come la mente obbedisce
all’anima, così la natura inferiore deve obbedire alla mente.
L’utilità del discepolo nel mondo esterno dipende dall’esempio puro e
nobile della sua condotta, quanto la sua utilità nel mondo interiore
dipende dalla fermezza e dalla forza dei suoi pensieri. Spesso un
lavoro efficace è guastato dalla negligenza in questa parte interiore
dell’attività umana; perciò all’aspirante si raccomanda di tendere
verso un ideale perfetto sotto ogni rapporto, affinché più tardi,
allorquando si troverà sul Sentiero, non abbia a cadere nel suo
cammino con grande soddisfazione del nemico.

Come abbiamo già detto, in questo stadio non si esige la perfezione in
nulla; ma il discepolo savio si sforza sempre verso la perfezione,
persuaso che, anche facendo del suo meglio, è tuttavia lontano dal suo
ideale. Il terzo attributo che il candidato discepolo deve procurare
di sviluppare in se stesso è l’importantissima e sublime virtù della
tolleranza, la tranquilla accettazione di ogni uomo, di ogni forma di
esistenza, quale è, senza pretendere che sia fatta altrimenti e più
conforme al suo gusto. Quando comincia a persuadersi che la Vita Una
assume infinite limitazioni, ognuna adeguata al suo posto ed al suo
tempo, il candidato accetta ogni espressione limitata di quella Vita
senza desiderare di trasformarla in qualche altra cosa; ed impara a
riverire la sapienza che ideò questo mondo e che lo guida, e ad
osservare con più oculata serenità le parti imperfette nella lenta
elaborazione delle loro vite parziali. L’ubriacone che impara
l’alfabeto delle sofferenze causate dalla predominanza della natura
inferiore, fa un lavoro tanto utile nel proprio stadio, quanto il
santo il quale studia la sua ultima lezione nella scuola della terra;
e da nessuno dei due si può ragionevolmente pretendere più di quanto
sia capace di dare. L’uno è nello stadio dell’asilo infantile e sta
imparando per mezzo di lezioni oggettive, l’altro è sul punto di
laurearsi e di lasciare l’università; entrambi sono al giusto posto
per la loro posizione e per la loro età e dovrebbero essere aiutati e
compatiti al loro posto. Questa è una delle lezioni di ciò che si
intende in occultismo per tolleranza.

Il quarto attributo è la forza d’animo, quella virtù per cui l’uomo
sopporta tutto con animo lieto, di nulla si risente e va diritto ed
impavido alla meta. Niente può accadergli che la Legge non permetta, e
sa che la Legge è buona. Egli comprende che lo scabroso sentiero, che
su peril fianco della montagna conduce diritto alla vetta, non può
essere così comodo come la lunga strada maestra che sale lentamente
serpeggiando lungo il monte. Sente che in poche vite deve estinguere
tutti i debiti karmici accumulati nel passato e che quindi il
pagamento sarà necessariamente gravoso.

Le lotte stesse nelle quali si trova immerso sviluppano nel candidato
il quinto attributo: la fede, fede nel Maestro ed in se stesso, una
fiducia forte, serena, inconcussa. Egli impara a fidare nella
sapienza, nell’amore, nella potenza del Maestro, e comincia a sentire
realmente, non soltanto a dire di credervi, la Divinità nel proprio
cuore, che può sottomettere tutte le cose a Se stessa.

L’ultimo attributo mentale, l’equilibrio, si sviluppa sino ad un certo
punto senza sforzo cosciente dagli sforzi fatti per acquisire i cinque
attributi precedenti. Già la determinazione presa di seguire il
Sentiero è un segno che la natura superiore si schiude e che il mondo
esterno è relegato definitivamente in un posto più basso.

Gli sforzi continui per condurre la vita che conviene al discepolo
liberano l’anima da tutti i nodi che ancora potessero legarla al mondo
dei sensi, poiché il ritrarsi dell’attenzione dell’anima dagli oggetti
esterni ne esaurisce gradatamente la forza attrattiva. Essi “da un
uomo astinente si ritraggono” 1 e ben presto perdono ogni potere di
scuoterne l’equilibrio. Per tal modo egli impara a muoversi fra di
essi indisturbato, non cercandone né respingendone alcuno. Impara
inoltre a conservarsi equilibrato in mezzo a turbamenti mentali di
ogni genere, ad un alternarsi di gioie e di dolori mentali; ed a
consolidare questo equilibrio concorrono ancora i rapidi cambiamenti
già accennati, attraverso i quali la sua vita è guidata dalla sempre
vigile cura del suo Maestro.

Ottenuti in una certa misura questi sei attributi mentali, al neofito
non resta da acquisire che la quarta qualificazione, la quale consiste
nel profondo e intenso desiderio di liberazione, in quell’anelare
dell’anima verso l’unione con la Divinità, che è la promessa del suo
compimento. È questo l’ultimo tocco che lo rende pronto a diventare un
perfetto discepolo, poiché nulla mai riuscirà a sradicare quel
desiderio, una volta che si sia definitivamente affermato; e l’anima
che lo ha trovato non potrà mai più dissetarsi a fonti terrene, le cui
acque sembreranno insipide, ed andrà cercando con sempre crescente
avidità la vera acqua di vita.

A questo stadio egli è “l’uomo pronto per l’Iniziazione”, pronto ad
entrare definitivamente nella corrente che lo distaccherà per sempre
da tutti gli interessi della vita terrena, a meno che in quelli egli
possa servire il suo Maestro e aiutare l’evoluzione della razza. La
sua vita non sarà da qui innanzi una vita di segregazione, ma verrà da
lui offerta sull’altare dell’umanità come un lieto sacrificio di tutto
ciò che egli è, per essere utilizzato per il bene comune 1.
Durante gli anni passati nello sviluppare le quattro qualità
fondamentali, il chelâ avrà fatto dei progressi sotto parecchi altri
rapporti. Egli avrà ricevuto molti insegnamenti dal suo Maestro,
insegnamenti di solito impartiti durante il sonno profondo del corpo:
l’anima rivestita del suo corpo astrale bene organizzato, si sarà
abituata a servirsene come veicolo di coscienza, e avrà con quel mezzo
avvicinato il suo Maestro per riceverne istruzioni ed illuminazione
spirituale. Sarà stato inoltre educato alla meditazione, e questa
pratica efficace fuori del corpo fisico avrà risvegliato e resi attivi
molti dei poteri più alti; durante una tale meditazione si sarà
innalzato a regioni più elevate, imparando nuove lezioni intorno alla
vita del piano mentale. Gli sarà stato anche insegnato ad usare delle
sue facoltà accresciute per servire l’umanità, e durante molte delle
ore del sonno fisico avrà lavorato diligentemente nel piano astrale,
aiutando le anime che vi sono passate in seguito alla morte,
confortando le vittime di qualche accidente, insegnando a chi sa meno
di lui, dando in mille modi aiuto a chi ne ha bisogno, così da
partecipare modestamente al benefico lavoro dei Maestri, associato
quale umilissimo collaboratore alla Loro sublime Fratellanza.

Dopo la sua entrata nel Sentiero probatorio od anche più tardi, viene
offerto al chelâ il privilegio di compiere uno di quegli atti di
rinunzia che caratterizzano la più sollecita ascesa dell’uomo: gli si
permette di rinunciare al Devachan, ciò che vuol dire privarsi della
vita gloriosa nelle sfere celesti che lo aspetta alla sua liberazione
dal mondo fisico, vita che nel caso suo sarebbe trascorsa per la
maggior parte nel medio mondo arûpico, in compagnia dei Maestri e fra
tutte le sublimi gioie della più pura sapienza e dell’amore. Se
rinunzia a questo
frutto della sua vita nobile e devota, le forze spirituali che
sarebbero state spese nel suo Devachan vengono sviluppate a beneficio
del mondo in generale, ed egli stesso resta nella regione astrale in
attesa di una sollecita rinascita sulla terra. In questo caso il suo
Maestro sceglie e presiede alla sua reincarnazione, guidandolo a
nascere in quelle condizioni che più favoriranno la sua utilità nel
mondo e che meglio si adattano al suo ulteriore progresso ed al lavoro
che da lui si richiede.
Egli ha raggiunto quello stadio nel quale ogni interesse individuale è
subordinato al lavoro divino, nel quale la sua volontà è determinata a
servire in qualsiasi luogo ed in qualsiasi modo gli venga domandato.
Egli si abbandona perciò con animo lieto nelle fide mani del suo
Maestro, accettando con gioia il posto che gli viene assegnato nel
mondo, nel quale posto egli potrà meglio servire a disimpegnare la sua
parte di quel glorioso lavoro che consiste nell’aiutare l’evoluzione
dell’umanità. Fortunata la famiglia nella quale nasce un bambino
dotato di una tale anima, un’anima che porta con sé la benedizione del
Maestro, che è sempre sorvegliata e guidata con ogni possibile
assistenza perché riesca prontamente a dominare i suoi veicoli
inferiori.
Qualche volta, ma di rado, un discepolo può reincarnarsi in un corpo
che è già passato per i periodi dell’infanzia e dell’adolescenza come
tabernacolo di un Ego meno progredito; quando un Ego viene sulla terra
per un periodo di vita molto breve, per esempio per una quindicina o
una ventina di anni, egli lascerà il suo corpo al cominciare della
virilità, allorché questo, compiuta la prima educazione, è in grado di
diventare rapidamente un efficace veicolo per l’anima. Se un discepolo
in quel momento aspetta una reincarnazione adatta, e quel corpo è
veramente buono, esso sarà di frequente sorvegliato per tutto il tempo
in cui resta occupato dall’Ego per il quale in origine fu costruito, e
ciò con lo scopo di utilizzarlo quando questi non ne avrà più bisogno;
allorché il periodo vitale di quell’Ego è compiuto, ed egli lasciando
il corpo passa in Kamaloka diretto verso il Devachan, tale corpo
abbandonato sarà occupato dal discepolo in attesa: un nuovo abitatore
entrerà nella casa abbandonata e la forma, apparentemente morta,
rivivrà. Simili casi sono rari, ma non sconosciuti agli occultisti, e
se ne trova qualche accenno in libri occulti.
Sia normale l’incarnazione od anormale il progresso dell’anima, cioè
del discepolo stesso, continua fino a raggiungere il periodo già
accennato in cui egli è “pronto per l’Iniziazione”; e per la porta
dell’Iniziazione entra allora, quale discepolo definitivamente
accettato, nel Sentiero. Questo Sentiero consta di quattro stadi
distinti, il passaggio dall’uno all’altro dei quali è segnato da
un’Iniziazione.

Ogni Iniziazione è accompagnata da un’espansione della coscienza, che
dà ciò che vien detto “la chiave della conoscenza” appartenente allo
stadio al quale essa ammette, e codesta chiave è anche chiave di
potere, poiché in verità conoscenza è potere in tutti i regni della
Natura.

Quando il discepolo è entrato nel Sentiero, diventa “l’uomo senza
dimora” 1, poiché egli non considera più la terra come casa sua: non
ha più fissa dimora quaggiù e per lui sono bene accetti tutti i luoghi
dove può servire il suo Maestro. Mentre si trova in questo stadio del
Sentiero, egli deve sbarazzarsi di tre ostacoli al suo progresso, con
termine tecnico detti “catene”, ed ora, siccome ha da perfezionarsi
rapidamente, si esige da lui che sradichi per intero i difetti di
carattere ed esegua completamente i compiti che spettano alla sua
condizione.

Le tre catene da cui deve liberarsi prima di poter passare alla
seconda iniziazione sono: l’illusione del sé personale, il dubbio e la
superstizione. Egli deve sentire nella coscienza il sé personale come
un’illusione, la quale deve perdere per sempre il potere d’imporsi
all’anima come una realtà; deve sentirsi uno con tutti, tutti devono
vivere e respirare in lui ed egli in tutti.

Il dubbio deve essere distrutto, ma attraverso la conoscenza e non col
soffocarlo: deve riconoscere la reincarnazione, il karma e l’esistenza
dei Maestri quali fatti, non più accettandoli come intellettualmente
necessari, ma conoscendoli come fatti di natura personalmente
constatati, per modo che in proposito non abbia mai più a sorgere un
dubbio nella sua mente.

Dalla superstizione l’uomo si libera a misura che si eleva nella
conoscenza delle realtà e del vero posto dei riti e delle cerimonie
nell’economia della Natura; impara a servirsi di tutti i mezzi, senza
lasciarsi legare da alcuno.
Quando il discepolo si è liberato da queste catene (ciò occupa a volte
parecchie vite, a volte soltanto parte di una sola vita), gli si
schiude dinanzi la seconda Iniziazione con la sua nuova “chiave di
conoscenza” e col suo più ampio orizzonte. Egli vede ora davanti a sé
diminuire rapidamente il suo obbligo di vita sulla terra poiché, una
volta raggiunto questo stadio, deve passare per la terza e la quarta
Iniziazione nella vita presente o nella prossima

In questo stadio è suo compito rendere pienamente attive le facoltà
interiori, quelle appartenenti ai corpi sottili, perché ne abbisogna
per il suo servizio nelle regioni superiori

1 Gli indù chiamano questo lo stadio del Parivragiaka, del vagante; i
Buddisti lo chiamano lo stadio dello Srotâpatti, di colui che è
entrato nella corrente. Così viene designato il chelâ dopo la prima
Iniziazione e prima della seconda.

2 Il chelâ nel secondo stadio del Sentiero è per gli Indù il
Kuticiaka, l’uomo che si fabbrica una capanna; egli ha raggiunto il
luogo di pace. Per i Buddhisti è il Sakridâgâmin, l’uomo che non nasce
più che una volta sola.dell’essere. Se le ha già sviluppate
precedentemente, questo stadio potrà essere brevissimo; ma può passare
ancora una volta per la porta della morte, prima di essere pronto a
ricevere la terza Iniziazione, a diventare il “Cigno”, l’individuo che
si libra nell’Empireo, quel meraviglioso Uccello di Vita al quale
tante leggende si riferiscono 1. In questo terzo stadio del Sentiero
il discepolo fa getto della quarta e della quinta catena, quelle del
desiderio e dell’avversione; egli vede l’Unico Sé in tutti, e il velo
esteriore, sia bello o brutto, non può più accecarlo. Guarda tutte le
cose con occhio eguale; quella tolleranza, che germogliò e fu da lui
coltivata sul Sentiero probatorio, fiorisce ora nel pieno rigoglio di
un amore che teneramente abbraccia tutte le cose. È “l’amico di ogni
creatura”, “l’amante di tutto ciò che vive” in un mondo dove tutte le
cose vivono.
Quale incarnazione vivente dell’amore divino, sale rapido fino alla
quarta Iniziazione, che lo ammette all’ultimo stadio del Sentiero,
dove egli è “al di là dell’Individuo”, è il degno, il venerabile 2.
Quivi rimane quanto a lui piace, occupato a liberarsi dalle ultime
sottili catene, che per quanto fragili pur tuttavia lo legano ancora e
gli impediscono di raggiungere la liberazione. Egli distrugge ogni
attaccamento per la vita nella forma ed ogni aspirazione per la vita
senza forma; questi sono legami, ed egli non deve avere legami di
sorta; può muoversi nei tre mondi, ma senza che nulla di essi abbia
potere di trattenerlo; né gli splendori del “mondo senza forma” devono
sedurlo più di quello che non lo seducano i mondi nella forma

Indi, e questo è il sommo dei suoi lavori, egli rigetta l’ultima
catena della separatività, per la quale l’Io 4 sente se stesso
distinto dagli altri, poiché egli, nella sua coscienza di veglia,
dimora sempre nel piano dell’unità, nel piano buddhico dove il Sé di
tutti è conosciuto e constatato come uno solo. Questa facoltà, nata
con l’anima, è l’essenza dell’individualità e persiste finché viene
assimilato dalla Monade tutto ciò che in quella individualità ha un
valore; sulla soglia della liberazione essa può essere dimessa
lasciando alla Monade il suo inestimabile risultato, nel senso di
identità individuale così fine e puro da non offuscare minimamente la
coscienza dell’unità.

Allora si libera facilmente da tutto ciò che poteva rispondere a
contatti perturbanti, ed il chela si trova rivestito di quella
gloriosa veste di pace che nulla può macchiare. L’abbandono della
facoltà stessa di separatività dell’Io ha dissipato le ultime nubi che
ancora potevano
velare l’acuta portata della sua visione spirituale, e, nella
constatazione dell’unità, l’ignoranza 1, la limitazione che dà origine
ad ogni separatività, cade e l’uomo perfetto è libero.

È giunta la fine del Sentiero e la fine del Sentiero è la soglia del
Nirvàna. Nel passare per lo stadio finale del Sentiero di discepolo è
stato avvezzato a passare, fuori del corpo, in quel meraviglioso stato
di coscienza; ora, varcata la soglia, la coscienza nirvanica diventa
la sua coscienza normale, poiché il Nirvàna è la dimora del Sé
liberato 2. Egli ha compiuto l’ascesa dell’uomo, ha toccato il limite
dell’umanità; al di sopra di lui si distendono schiere di Esseri
possenti, ma sovrumani; la crocifissione nella carne è finita, l’ora
della liberazione è suonata, ed il trionfante “È finito!” esce dalle
labbra del conquistatore. Ecco! egli ha varcata la soglia, è svanito
nella luce del Nirvana; un altro figlio della terra ha conquistato la
morte. Quali misteri veli quella luce superba non sappiamo; solo
sentiamo vagamente che il Sé Supremo è trovato, che l’amante e l’
Amato sono una cosa sola. La lunga ricerca è finita, la sete del cuore
è estinta per sempre, egli è entrato nella gloria del suo Signore
.
Ma la terra ha perduto la sua creatura, l’umanità è privata del suo
figliuolo trionfante? No: uscito fuori dal seno della luce, Egli sta
nuovamente sulla soglia del Nirvàna e appare come l’incarnazione
stessa di quella luce, gloriosa al di là di ogni espressione: è un
figlio di Dio manifestato. Ma ora il Suo volto è rivolto alla terra, i
Suoi occhi mirano con la più divina compassione i figli derelitti
degli uomini, i suoi fratelli secondo la carne; non può lasciarli
senza un conforto, lasciarli dispersi ed erranti come gregge senza
pastore.
Rivestito della maestà di una sublime rinunzia, glorioso per la forza
di una sapienza perfetta e del “potere di una vita infinita”, Egli
ritorna alla terra per benedire e guidare l’umanità, sovrano Maestro
di sapienza, Uomo divino.

E ritornando così alla terra, il Maestro si dedica al servizio
dell’umanità disponendo di forze assai più potenti di quelle che aveva
quando seguiva il Sentiero del discepolo; Egli si è consacrato ad
aiutare l’uomo, ed impiega tutti i sublimi poteri che possiede a
sollecitare l’evoluzione del mondo. A coloro che si vanno avvicinando
al Sentiero paga il debito contratto quando era ancora discepolo,
guidandoli, aiutandoli, ammaestrandoli, come fu a suo tempo Egli
stesso guidato, aiutato, ammaestrato.

Tali sono gli stadi dell’ascesa dell’uomo, dalla più bassa condizione
del selvaggio fino all’Uomo divino. Tale è la meta verso la quale sale
l’umanità, tale la gloria che l’attende.

1 Avidyâ la prima illusione e l’ultima, quella che forma i mondi
separati, il primo dei Nidâna, e quella che scompare quando è
raggiunta la liberazione.

2 Il Givanmukta, la vita liberata degli Indù; l’Asekha, colui che non
ha più nulla da imparare, dei Buddhisti.

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