I segreti della gioia – Osho

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I segreti della gioia

di Osho

Bompiani Editore

La prima domanda: Un meditatore che sia vulnerabile, passivo, aperto e
ricettivo, a causa di queste caratteristiche ha la sensazione di
subire l’influenza delle vibrazioni di tensione, non-meditative e
negative che lo circondano. Per favore, spie­ga in che modo può
proteggere la sua psiche vulnerabile da ta­li vibrazioni nocive.

– Se sei davvero vulnerabile, per te non esiste nulla di ne­gativo,
perché la negatività è una tua interpretazione. Allo stesso modo, per
te non esiste nulla di nocivo, perché la no­cività è una tua
interpretazione. Se sei davvero aperto, nulla può farti del male o
sembrarti nocivo. Percepisci una cosa come negativa e nociva perché
fai resistenza, non l’accetti, ti opponi a essa. È qualcosa che va
compreso a fondo.

Il nemico esiste perché ti stai proteggendo da lui, perché non sei
aperto. Se lo fossi, l’intera esistenza ti sarebbe ami­ca, non
potrebbe essere altrimenti. In realtà, non la “senti­resti” amica:
“sarebbe” tua amica, semplicemente. Non puoi sentirla come amica,
perché tale sentimento può esi­stere solo in presenza del suo
contrario: l’ostilità.

Lasciami spiegare: se sei vulnerabile, vuol dire che sei pronto a
vivere nell’insicurezza, in profondità sei persino pronto a morire.
Non farai resistenza, non ti opporrai, non interferirai. Se la morte
arriva, non c’è resistenza. La lasce­rai venire, semplicemente.
Accetti l’esistenza nella sua tota­lità, a quel punto, come puoi
sentirla come morte?

Se neghi qualcosa, puoi avvertirlo come nemico, se non Io neghi, come
puoi considerarlo nemico? Il nemico viene creato dal tuo rifiuto. La
morte non può farti del male, perché il male è una tua
interpretazione. Nessuno può farti del male, è diventato impossibile.

Questo è il segreto dell’insegnamento taoista.

L’insegnamento fondamentale di Lao Tzu è questo: se accetti, l’intera
esistenza è con te, non può essere diversamente. Se rifiuti, crei il
nemico. Più rifiuti, più ti difendi e ti proteggi, più nemici crei. I
nemici sono una tua creazione, non sono all’esterno: esistono nella
tua interpretazione.

Una volta che riesci a comprendere tutto ciò, questa do­manda non
potrà più sorgere. Non potrai dire: “Sono meditativo, vulnerabile,
aperto. In che modo, adesso, mi posso difendere dalle vibrazioni
negative intorno a me?”. Adesso nulla può essere negativo. Cosa vuol
dire “negativo”?

“Negativo” indica ciò che vuoi negare, che non desideri ac­cettare,
che ritieni nocivo. In quel caso, non sei aperto, non sei in uno stato
meditativo.

Questa domanda è intellettuale, non è qualcosa che sen­ti dentro di
te. Non hai assaporato la meditazione, non l’hai conosciuta. Stai
semplicemente pensando e í tuoi pensieri non sono altro che
supposizioni. Ipotizzi: “Se medito e di­vento aperto, sarò insicuro.
Le vibrazioni negative entreranno in me e saranno nocive. Come mí
difenderò?”. Questa è una domanda ipotetica. Non farmi domande
ipotetiche: so­no futili, irrilevanti.

Medita, apriti, e non mi farai mai più una domanda si­mile, perché —
nel tuo stesso aprirti — il negativo sarà scom­parso. A quel punto,
nulla è negativo. E se pensi che una cosa sia negativa, non puoi
aprirti: la paura stessa del negativo ti chiuderà in te stesso. Sarai
chiuso, non potrai aprirti. La paura stessa che qualcosa possa farti
del male… come puoi diventare vulnerabile? Ecco perché insisto sul
fatto che, se la paura della morte non ti abbandona, non puoi
diventare vulnerabile e aperto: resterai chiuso nella tua mente, nella
tua prigione.

Puoi fare ipotesi all’infinito, ma tutto ciò che ipotizzerai sarà
sbagliato, perché la mente non può conoscere nulla del­la meditazione,
non è in grado di penetrare in quella dimensione: la meditazione
accade quando la mente si arresta completamente. Quindi, non puoi
ipotizzare niente, non puoi pensarci su. O lo sai o non lo sai: non
puoi ragionarci sopra.

Sii aperto e, nel tuo stesso aprirti, tutto ciò che è negati­vo
nell’esistenza scomparirà; a quel punto, neppure la morte sarà
negativa. La tua paura crea la negatività. Sotto sotto hai paura: a
causa di questa paura crei delle misure di sicu­rezza. E nemico esiste
contro quelle misure di sicurezza.

Osserva questo fatto: tu crei il nemico. L’esistenza non ti è nemica.
Come potrebbe esserlo? Tu appartieni all’esisten­za, ne sei parte, è
un’unità organica: come potrebbe esserti nemica? Tu sei l’esistenza.
Non siete separati, tra di voi non c’è distanza.

Quando senti che, se sarai aperto e privo di difese, l’esi­stenza ti
distruggerà con il negativo, la morte, i nemici, l’o­dio, pensi di
doverti difendere. Non solo: poiché la miglio­re difesa è l’attacco,
pensi di dover attaccare, non puoi limi­tarti a stare sulla difensiva.
Quando senti che devi difender­ti, attacchi, perché attaccare,
aggredire, è il modo migliore di difendersi.

La paura crea il nemico, íl nemico crea la difesa e la di­fesa crea
l’attacco. Diventi violento, stai costantemente in guardia, sei contro
tutti. Questo va compreso: sei hai paura, sei contro tutti. Le
gradazioni possono essere diverse, ma a quel punto sia l’amico che il
nemico sono avversari. L’amico, in misura leggermente minore: questo è
tutto. Anche tuo marito o tua moglie sono nemici. Avete fatto un
compro­messo, siete venuti a patti… oppure entrambi avete un ne­mico
comune e più grande, contro íl quale vi siete coalizza­ti, diventando
un partito unico, ma il nemico resta.

Se sei chiuso, l’esistenza intera ti è nemica. In realtà non è così.
Ti sembra che sia nemica. Quando sei aperto, tutta l’esistenza ti è
diventata amica. Adesso, poiché sei chiuso, persino l’amico è il
nemico, non può essere diversamente. Sotto sotto, hai paura anche
dell’amico.

Da qualche parte, Henry Thoreau, o qualcun altro, ha trascritto la sua
preghiera a Dio: “Io baderò ai miei nemici, ma tu bada ai miei amici.
Io combatterò i miei nemici, ma tu proteggimi dai miei amici”.

L’amicizia esiste solo in superficie, nel profondo c’è osti­lità.
L’amicizia potrebbe non essere altro che una facciata per nascondere
l’inimicizia. Se sei chiuso, puoi creare solo il nemico; infatti, solo
quando sei aperto, si rivela l’amico. Quando sei totalmente aperto a
qualcuno, l’amicizia è acca­duta. Non può succedere in altro modo.
Come puoi amare, quando sei chiuso? Tu vivi nella tua prigione, io
nella mia, e ogni volta che ci incontriamo, si incontrano solo i muri
del­la prigione, dietro i quali restiamo nascosti. Ci muoviamo nelle
nostre capsule: le capsule si toccano, i corpi si sfiorano, ma in
profondità restiamo isolati. Persino quando facciamo l’amore, quando i
nostri corpi sono entrati l’uno nell’altro, non ci incontriamo. Solo i
corpi si incontrano: tu resti nella tua capsula, nella tua cella. La
comunione è solo un’illusio­ne, non accade nemmeno nel sesso, che è la
comunione più profonda: non può accadere, perché sei chiuso. L’amore è
diventato impossibile. E questa è la ragione: hai paura.

Quindi, non fare queste domande, non sollevare interro­gativi
inesistenti. Se hai conosciuto cosa vuol dire essere aperti, non puoi
avere la sensazione che qualcosa ti stia fa­cendo del male. Adesso
nulla è nocivo. Ecco perché affermo che persino la morte è una
benedizione. Il tuo atteggiamen­to è cambiato: ora, ovunque tu volga
lo sguardo, guarderai con un cuore aperto, e un cuore così aperto
cambia la qua­lità di ogni cosa. Ma non puoi avere la sensazione che
qual­cosa ti farà del male; non puoi chiedere come difenderti: non è
necessario. Il bisogno sorge perché sei chiuso.

Tuttavia, puoi continuare a porre domande ipotetiche. La gente viene a
chiedermi: “Benissimo, se realizziamo Dio, cosa accadrà?”. Cominciano
dalla domanda: se…? Non c’è alcun “se”. Nell’esistenza non puoi
porre simili domande. Sono stupide, assurde, perché non sai cosa stai
dicendo. “Se realizzo Dio, che cosa accadrà?”

Quel “che cosa accadrà?” non si pone mai. Infatti, una volta ottenuta
la realizzazione, tu non sei più: solo Dio è. E dopo la realizzazione
non esiste futuro, c’è solo il presente. Né esistono preoccupazioni,
perché sei diventato una cosa sola con l’esistenza. Perciò la domanda:
“Che cosa acca­drà?” non si pone mai. Questa domanda sorge perché la
mente è sempre preoccupata, in conflitto, in pensiero per il futuro.

La seconda domanda: Quando divento più consapevole, la mia attenzione
aumenta e resta la sensazione di esistere, di essere presente e
consapevole. Per favore, spiega come questa sensazione può dissolversi
in uno stato di semplice consapevo­lezza, privo di ego.

Anche questa è una domanda ipotetica: Quando divento più consapevole,
la mia attenzione aumenta e resta la sensa­zione di esistere, di
essere presente e consapevole. Questo non accade mai, perché, quando
la consapevolezza aumenta, l'”io” diminuisce. Nella piena
consapevolezza tu sei, ma non c’è alcuna sensazione di “io sono”. Con
le parole, al massi­mo, puoi dire che avverti un sottile “sono”, ma
senza “io”.

Senti l’esistenza e la senti immensamente. È un istante di
appagamento, ma non c’è alcun io. Non puoi sentire “io esi­sto”, “sono
presente” o “sono consapevole”. Quell’io fa parte
dell’inconsapevolezza, della mancanza di attenzione, del tuo stato di
sonno. Non può esistere quando sei davve­ro all’erta, consapevole e
conscio.

Questo è il modo in cui possono sorgere domande ipo­tetiche. Ci pensi
su in continuazione, ma non si risolve nul­la. Se accade questo — cioè
se senti “io sono”, “io sono con­sapevole” — devi semplicemente
prendere nota di una cosa: non sei né all’erta né consapevole. Queste
sensazioni — “so­no consapevole, sono conscio, esisto” — sono
pensieri, cose che stai pensando. Non sono tue realizzazioni.

Puoi pensare: “Sono consapevole” e continuare a ripetertelo, ma non
funzionerà. La consapevolezza non è conti­nuare a ripetere questo. E
quando sei consapevole, non c’è bisogno di ripetere: “Sono
consapevole”. Semplicemente, sei consapevole: l’io non esiste più.

Prova la consapevolezza. Sii consapevole in questo stes­so istante.
Dov’è l’io? Tu sei — in realtà, sei più intensamen­te — ma dov’è l’io,
l’ego? In questa stessa intensità della co­scienza, l’io non esiste
più. Più tardi, quando perdi la con­sapevolezza e cominciano i
pensieri, puoi sentire “io sono”, ma nel momento di consapevolezza non
c’è io. Sperimentalo adesso. Sei qui in silenzio, puoi sentire la tua
presenza, ma dov’è l’io? L’io non sorge mai. Affiora solo quando pensi
re­trospettivamente. Quando perdi la consapevolezza, l’io sor­ge
immediatamente.

Se riesci a sperimentare la semplice consapevolezza an­che per un solo
istante, tu sei, e l’io non c’è più. Quando perdi consapevolezza,
quando il momento è sfumato, finito, e stai pensando, l’io torna
indietro immediatamente. Fa par­te del processo del pensiero. Il
concetto stesso dell’io è un pensiero, appartiene al pensiero. “Io
sono” è un pensiero.

Quando sei consapevole e non ci sono pensieri, come puoi sentire “io
sono”? È presente íl “sono”, ma non in forma di pensiero. È un fatto,
qualcosa di esistenziale. Tuttavia, puoi tramutare immediatamente il
fatto in un pensiero, pen­sando all’intervallo che esisteva quando non
c’era l’io.

Nell’istante in cui cominci a pensare, l’io è tornato indietro. Con il
pensiero subentra l’ego, il pensiero è l’ego. In assen­za di pensieri
l’ego non esiste.

Quindi, ogni volta che vuoi porre una domanda, prima rendila
esistenziale. Prima di sottopormi la domanda, esa­mina se ciò che stai
chiedendo è rilevante o no.

Queste domande, dal punto di vista verbale, sembrano rilevanti, ma in
realtà è come se chiedessi: “È stata accesa la luce, ma resta
l’oscurità. Quindi, cosa bisogna fare con l’o­scurità?”.

L’unica possibilità è che la luce sia ancora spenta, non sia stata
accesa, altrimenti, come potrebbe esserci l’oscurità? Se c’è
l’oscurità, non può esserci la luce e se c’è la luce, non può esserci
l’oscurità. Non possono coesistere.

La consapevolezza e l’ego non possono stare insieme. Se è arrivata la
consapevolezza, se è presente, l’ego è scompar‑

so. È un fenomeno simultaneo, non c’è nemmeno l’interval­lo di un
secondo. La luce è accesa e l’oscurità si è dissolta. Non scompare a
poco a poco, gradualmente, un passo dopo l’altro. Non puoi vederla
andarsene, non puoi affermare che ora l’oscurità se ne sta andando.

C’è la luce, e subito l’oscurità non c’è più. Non c’è un so­lo attimo
di interruzione, perché, se ci fosse, potresti vedere l’oscurità
andarsene. E se ci fosse un momento di interru­zione, non ci sarebbe
motivo per cui questa interruzione non possa essere di un’ora. Non c’è
intervallo, l’azione è si­multanea. In realtà, l’apparizione della
luce e la scomparsa dell’oscurità sono due aspetti dello stesso
fenomeno.

Lo stesso accade con la consapevolezza: quando sei con­sapevole, l’ego
non c’è. Ma l’ego può barare, affermando: “Sono consapevole”. L’ego
può dire: “Sono consapevole”, in questo modo ti prende in giro e a
quel punto sorge la do­manda. E l’ego vuole accumulare ogni cosa,
persino la con­sapevolezza. L’ego non desidera solo la ricchezza, il
potere e il prestigio, vuole anche la meditazione, il samadhi e
l’illu­minazione.

L’ego vuole tutto, deve possedere tutto ciò che è possibi­le. L’ego
vuole possedere ogni cosa, persino la meditazione, il samadhi, il
nirvana. Quindi, può dire: “Adesso ho rag­giunto la meditazione”, ma
poi sorgerà la domanda. La me­ditazione è stata raggiunta, la
consapevolezza è arrivata, ma l’ego rimane, l’infelicità continua.
L’intero peso del passato resta intatto, nulla è cambiato.

L’ego è un millantatore molto astuto. Siine consapevole, può
ingannarti. Può usare le parole, verbalizzare ogni cosa, può
verbalizzare tutto, persino il nirvana.

Ho sentito dire che una volta due farfalle stavano volan­do attraverso
le vie dí New York. Accanto all’Empire State Building la farfalla
maschio disse alla femmina: “Sai, se lo volessi, potrei far crollare
l’Empire State Building con un soffio”. Per caso, stava passando un
uomo saggio che, uden­do questa osservazione, chiamò la farfalla
maschio e gli chie­se: “Cosa stai dicendo? Sai benissimo che non puoi
far crol­lare l’Empire State Building con un soffio. Perché stai
di­cendo una cosa del genere?”.

La farfalla maschio rispose: “Mi scusi, signore, mi spiace molto.
Stavo solo tentando di far colpo sulla mia ragazza”.

Il saggio disse: “Non farlo! , e sí allontanò dalla farfalla.

La farfalla maschio tornò dalla sua ragazza. Naturalmente,
quest’ultima chiese: “Cosa ti stava dicendo quel sapientone?”.

Il maschio millantatore rispose: “Mi ha detto, imploran­te: ‘Non
farlo!’. Aveva paura, tremava ed era nervoso. Aveva sentito che stavo
per far crollare l’Empire State Building, per cui mi ha detto: ‘Non
farlo!”.

La stessa cosa accade continuamente. Le parole dette dal saggio
avevano un significato ben diverso. Egli voleva dire: “Non fare queste
cose”, ma l’ego ha sfruttato quell’espres­sione; può sfruttare ogni
cosa, è profondamente astuto e la sua astuzia è talmente antica — ha
un’esperienza di millenni — che non riesci nemmeno a riconoscere
quando comincia.

La gente viene a dirmi: “La meditazione è accaduta. Cosa faccio adesso
con le mie preoccupazioni?”. È così che l’ego imbroglia. Le persone
non sanno nemmeno cosa stanno di­cendo. “La meditazione è accaduta, la
kundalini si è innal­zata. E ora? Le preoccupazioni restano”.

La tua mente vuole credere alle cose. Non fai nulla, ma ti illudi, ti
inganni, credi a cose che non esistono. La realtà non cambia grazie
alle tue illusioni: le preoccupazioni rimango­no. Puoi ingannare te
stesso, ma non le preoccupazioni. Queste ultime non scompariranno solo
perché dici: “La me­ditazione è accaduta, la kundalini si è innalzata
e io sono en­trato nel quinto corpo”. Quelle preoccupazioni non
senti­ranno nemmeno ciò che stai dicendo. In realtà, se la meditazione
accade davvero, dove sono le preoccupazioni? Come possono esistere in
una mente meditativa?

Ricorda: quando sei consapevole, sei, ma non sei l’ego. Sei
illimitato, infinito, ma senza centro. Non esiste una sen­sazione
focalizzata sull’io, è presente solo un’esistenza senza messa a fuoco,
senza inizio né fine, come il cielo infinito. E quando scompare questo
io, scompare automaticamente il tu, perché può esistere solo in
relazione all’io. Io sono qui: per questo tu sei lì. Se da me scompare
questo io, tu non sei più li. Non puoi essere. Come puoi esistere?

Non voglio dire che non sarai presente, fisicamente. Ci sarai, ma, per
me, tu non puoi essere tu. Il “tu” ha significa­to in relazione al mio
“io”, il mio io crea il tu. Una parte si dissolve, l’altra scompare da
me, a quel punto resta la sem­plice esistenza: tutte le barriere si
sono annullate. Quando l’ego scompare, tutta l’esistenza diventa una
cosa sola. L’ego è l’elemento divisore ed esiste perché sei
disattento. Il fuoco della consapevolezza lo distruggerà.

Provaci sempre di più. D’acchito, diventa consapevole. Mentre cammini
per strada, fermati immediatamente, fa’ un respiro profondo, diventa
consapevole per un istante. E quando dico “consapevole”, voglio dire
consapevole di qualsiasi cosa stia succedendo: il rumore del traffico,
la gen­te che cammina e chiacchiera… tutto ciò che ti circonda.
Diventa semplicemente consapevole. In quel momento, tu non ci sei più:
c’è l’esistenza e la sua bellezza.

A quel punto, il rumore del traffico non sembra più ru­more, non
appare più come un disturbo, perché non c’è nes­suno che gli resista e
gli sí opponga. Arriva a te e se ne va, viene udito e non è più udito.
Va e viene. Non esiste barrie­ra contro cui possa urtare. Non può
ferirti, perché tutte le ferite si aprono nell’ego. Passerà. Non ci
sarà barriera con­tro cui urtare, non ci sarà né lotta né disturbo.

Ricorda: il rumore della strada non è il disturbo. Quando lotta contro
di te, quando hai il preconcetto che sia un disturbo, diventa tale.
Quando lo accetti, va e viene. E ne sei lavato, ne esci rinfrescato. A
quel punto, nulla ti stanca..L’unica cosa stancante, che continua a
dissipare la tua ener­gia, è questa resistenza che chiamiamo ego.

Però non consideriamo mai le cose da questo punto di vista. L’ego è
diventato la nostra vita, la sua stessa essenza. In realtà, non esiste
ego. Se dico a qualcuno… accade mol­to spesso. Se dico a qualcuno di
dissolvere questo ego, im­mediatamente mi guarda come chiedendosi: “Se
dissolvo l’ego, cosa resterà della vita? Non esisterei più”.

Mi hanno raccontato che una volta fu detto a un grande leader
politico, il capo di una nazione: “Lei deve essere mol­to stanco.
Tutto il giorno, ovunque vada, c’è una folla che le chiede
l’autografo”.

Quel politico rispose: “Quasi mi uccide. Ma questa è so­lo metà della
verità”. Deve essere stato un uomo molto raro, onesto. Disse: “Quasi
mi uccide, ma solo quasi. Se non ci fosse nessuno a chiedermi
l’autografo, questo mi uccidereb­be del tutto. La folla quasi mi
uccide, ma il contrario sareb­be più pericoloso. Se non ci fosse
nessuno a chiedermi l’au­tografo, la cosa mi ucciderebbe totalmente”.

Per quanto stancante e affaticante sia l’ego, senti ancora che è la
vita, se non ci fosse, avresti la sensazione che la vita scompaia
dalla tua mente. Non puoi immaginare che la vita continui a esistere
senza di te, senza il punto di riferimento dell’io. Da un certo punto
di vista è logico, perché non ab­biamo mai vissuto senza di esso.
Abbiamo vissuto attraver­so e intorno all’ego, conosciamo solo un tipo
di vita: quello basato sull’ego. Non ne conosciamo un altro!

E poiché abbiamo vissuto attraverso l’ego, non siamo stati capaci di
vivere davvero. Stiamo semplicemente lottan­do per vivere e la vita
non ci accade mai: si limita a passarci accanto. È sempre in vista,
prossima, sempre oggetto di spe­ranza… forse vivremo l’istante
successivo, domani. Ma non accade mai: resta sempre una speranza e un
sogno, e conti­nuiamo ad andare avanti. E poiché la vita non arriva,
ci muoviamo in fretta, velocemente. Anche questo è logico: se la vita
non ci sta accadendo, la mente può pensare solo una cosa: non stiamo
andando abbastanza veloci. Quindi, affret­tati, accelera.

Una volta accadde. Un grande scienziato, T.H. Huxley, doveva tenere
una conferenza da qualche parte a Londra. Arrivò alla stazione, una
stazione di periferia, ma il treno era in ritardo, quindi saltò su un
taxi e disse all’autista: “Di cor­sa! Vada a tutta birra!”.

Correvano velocissimi, quando improvvisamente Huxley si accorse di non
aver dato l’indirizzo. Ma si rese anche con­to di averlo dimenticato.
Quindi chiese al tassista: “Sa dove devo andare?”.

Egli rispose: “No, signore, ma sto andando il più veloce possibile!”.

È quello che sta succedendo. Tu stai andando il più ve­loce possibile,
ma dove? E perché? Qual è la destinazione? Speri che un giorno la vita
ti accadrà. Ma perché non sta ac­cadendo in questo momento? Perché il
nirvana è sempre nel futuro, domani? Perché non oggi? E il domani non
arriva mai, oppure, ogni volta che arriva, è sempre oggi, e lo
man­cherai ancora. Ma abbiamo vissuto solo in questo modo. Conosciamo
una sola dimensione della vita: la cosiddetta vi­ta che stiamo già
vivendo, morta, trascinata avanti in uno stato di semplice attesa.

Se c’è l’ego, la vita resterà sempre un’attesa, oltretutto priva di
speranza. Puoi correre, affrettarti, ma non arriverai mai da nessuna
parte: correndo non farai altro che dissipa­re energia e morirai. Ed è
quello che hai fatto tantissime vol­te. Hai sempre avuto fretta e
nella fretta dissipi energia: a quel punto arriva solo la morte,
nient’altro. Stai rincorrendo la vita, ma tutto ciò che arriva è la
morte. E la mente, poiché è abituata a un’unica dimensione, un’unica
via — che in realtà è tale solo in apparenza — si chiederà: “Se non
c’è l’e­go, dov’è la vita?”.

Tuttavia io ti dico: “Se esiste l’ego, la vita è impossibile”.

Esisteranno solo promesse. L’ego è bravissimo a fare pro­messe. Ti
promette continuamente cose e, poiché sei molto inconsapevole,
continui a crederci, nonostante nessuna di esse si sia mai realizzata.
Quando ti fa una nuova promessa,

ci credi di nuovo.

Guardati indietro! L’ego ti ha promesso molte cose, ma grazie a esso
non hai raggiunto nulla. Tutte le promesse so­no cadute nel vuoto.
Tuttavia, non ti guardi mai indietro, non fai mai paragoni. Quando eri
un bambino, la gioventù era piena di promesse: la vita sarebbe
cominciata più avan­ti. Lo dicevano tutti e anche tu speravi che,
diventando gio­vane, tutto ciò che sarebbe dovuto accadere sarebbe
acca­duto. Ora quei giorni sono passati, la promessa non è stata
mantenuta, ma te ne sei dimenticato. Hai scordato la pro­messa e la
delusione. È così doloroso ricordarsene che non lo fai mai.

Adesso, rivolgi le tue speranze alla vecchiaia. Nella vecchiaia la
ricerca del vero sboccerà e la meditazione ti acca­drà. Allora le
preoccupazioni cesseranno: i figli dovranno andare al college e tutto
sarà sistemato. Non avrai più re­sponsabilità e potrai metterti alla
ricerca del divino. E allo­ra, nella vecchiaia, che accadrà il
miracolo. Ma morirai inappagato.

Non accadrà, perché non accade mai nella speranza, con la speranza.
Non si verifica mai con la promessa dell’ego. Può succedere in questo
istante, solo in questo istante, ma è necessaria una consapevolezza
molto profonda; solo così puoi abbandonare tutte le promesse, le
speranze, i pro­grammi futuri e i sogni, guardando direttamente — qui
e ora

— a ciò che sei.

In questo ritorno a te stesso — la consapevolezza non si dirige
all’esterno ma torna a te stesso — diventi un circolo di
consapevolezza. Questo momento diventa eterno, sei all’er­ta e
consapevole. In quella vigilanza, in quella consapevo­lezza, non
esiste io: c’è solo l’essere, la semplice esistenza. E la semplicità
deriva da tale consapevolezza.La semplicità non è una vita vissuta in
povertà, non è difatta espressamente. Se dico: “Dio è all’esterno”,
nego: “Dio è all’interno”. Se affermo: “Per essere silenzioso, devi
anda­re dentro di te”, è implicito che, andando all’esterno, non sarai
mai silenzioso. Quindi, tutto ciò che viene detto nel linguaggio nega
sempre qualcosa.

Questo significa che il linguaggio non può mai coprire la totalità
della vita. Oppure, se cerchi di coprire la totalità del­la vita, il
linguaggio diventa illogico, irrazionale. Se dico: “Dio è all’interno
e all’esterno”, diventa un’affermazione priva di senso. Se dico:
“Tutto è Dio”, questo non ha signi­ficato. Se affermo: “Che tu vada
dentro o fuori, puoi rag­giungere ugualmente il silenzio”, non
comunico alcunché, perché sto dicendo entrambe le cose allo stesso
tempo. Le sto mettendo insieme, ma esse si negano a vicenda. In
que­sto modo non ho detto nulla.

Si è tentato. Molte volte si è cercato di coprire la totalità della
vita con un’espressione linguistica. Non ci si è mai riu­sciti, né
potrebbe essere altrimenti. Puoi farlo, ma in quel caso le tue
affermazioni sarebbero mistiche: non avrebbero alcun significato. La
logica ha dei requisiti e il linguaggio se­gue la logica. Se mi
chiedi: “Sei qui?”, e io rispondo: “Da un certo punto di vista sì, da
un altro, no” oppure: “Sì e no”, mi definiresti un mistico (se mi ami)
o un pazzo (se non mi ami). Infatti, entrambe le cose non possono
essere vere. O sono qui — e in tal caso devo rispondere di sì — oppure
devo dire di no. Ma se dico sì e no insieme, sto uscendo dalla lo­gica
del linguaggio.

Il linguaggio è sempre una scelta. Per questo, tutte le cul­ture, le
società e le civiltà diventano unilaterali, e una cultura non può
esistere senza il linguaggio. In realtà, il linguag­gio crea la
cultura. L’uomo è l’unico animale che usa il linguaggio, nessun altro
animale sviluppa culture, società o ci‑

viltà, solo l’uomo lo fa. E con il linguaggio, nasce la scelta e con
la scelta, lo squilibrio. Nessun animale è squilibrato, ricorda, solo
l’uomo lo è. Tutti gli animali sono in profondo equilibrio, e così gli
alberi, le rocce e tutto il resto. Ogni co­sa è equilibrata; solo
l’uomo è senza equilibrio. Qual è il problema? L’uomo vive attraverso
il linguaggio. Il linguag­gio crea la scelta.

Se dico a qualcuno che è una persona bellissima e brut­tissima, la
frase non ha significato. Bello e brutto al tempo stesso? Cosa vuol
dire? Se dico: “Sei bellissimo” oppure: “Sei bruttissimo”, ha senso.
Ma se dico: “Sei entrambe le cose. Sei stupido e intelligente”, ciò
non ha significato.

Tuttavia, la realtà è così. Di fatto, nessuno è soltanto bello o
brutto. Ovunque vi sia la bellezza, esiste la bruttezza, ovun­que ci
sia la bruttezza, è presente la bellezza. Sono parti di un unico
insieme. E ogni volta che esiste la saggezza, c’è la stupidità. Non
puoi trovare una persona saggia che non sia anche sciocca, né puoi
trovare uno stupido che non sia an­che saggio.

Forse ti è difficile immaginarlo, perché ogni volta che di­ci:
“Quest’uomo è uno sciocco”, hai smesso di cercare, ti sei chiuso, hai
sbarrato la porta. Se affermi: “Quest’uomo è uno sciocco”, non
cercherai più di scoprire la sua saggezza. Non ci faresti attenzione
nemmeno se quest’ultima ti si rivelasse. Ribatteresti: “Quest’uomo è
uno sciocco. Come può essere saggio? È impossibile; è successo
qualcosa di sbagliato. Avrà agito stoltamente ma, per puro caso, si
sono avute altre con­seguenze. Non può essere saggio”. Se decidi che
una perso­na è saggia e questa fa qualcosa di sciocco, non riesci a
cre­derci, oppure troverai una spiegazione: quella persona deve essere
intelligente, comunque.

La vita è entrambe le cose, ma il linguaggio divide. Il lin­guaggio è
una scelta. Per questo, ogni cultura compie le sue scelte. In Oriente
si sviluppò la tecnologia, la ricerca scien­tifica, tutto ciò che ora
esiste in Occidente, cinquemila anni fa si sviluppò ogni cosa, ma poi
se ne avvertì l’inutilità, co­me sta succedendo ora in Occidente.

Quando le persone sentirono che tutto ciò era inutile, si volsero
all’altro estremo. Dissero: “Adesso volgiamoci al­l’interno. Ogni cosa
esteriore è illusoria e non porta da nes­suna parte. Volgiamoci
all’interno”. A quel punto, la scien­za e la tecnologia si
arrestarono, e non solo: quando le persone si volsero all’interno,
cominciarono a condannare tut­to ciò che era esteriore. “Vivi dentro
di te e abbandona tut­to ciò che è esteriore!” Cominciarono a opporsi
al mondo, a negare la vita e tutto ciò che è materiale, per salvare
solo la dimensione spirituale, la spiritualità pura.

La vita è entrambe le cose. In realtà, sostenere che la vi­ta è
entrambe le cose non è esatto. La vita è una sola. Ciò che definiamo
materiale è solo un’espressione dello spiri­tuale, e ciò che definiamo
spirituale non è altro che un’e­spressione del materiale.

L’interiore e l’esteriore non sono due cose opposte, ma semplicemente
due poli di un’unica esistenza. Ogni volta che una società arriva
all’estremo di una scelta — perché una scelta è sempre estremista —
immediatamente sentirà la man­canza dell’altra parte, e tu avvertirai
molto di più ciò che ti manca: puoi scordare ciò che hai, ma senti
fortemente ciò che ti manca. Per questo l’Oriente, al culmine dello
svilup­po scientifico e tecnologico, ne avvertì l’assurdità: è
inutile, per suo tramite non puoi raggiungere il silenzio o la
beatitudine, quindi fu abbandonato, vi rinunciò dirigendosi ver­so il
mondo interiore. Ma questo movimento verso l’interiore si trasformò
immediatamente in una negazione dell’esteriore. È ciò che sta
accadendo in Occidente. Lo sviluppo tecnologico è arrivato a un
culmine: ora se ne avverte l’inu‑
tilità. Oggi l’India è caduta nell’abisso della povertà. Era
inevitabile, perché la mentalità indiana ha cominciato a vol­gersi
verso la dimensione interiore. Quando ti dirigi verso

l’interiore a scapito di tutto ciò che è esteriore, diventerai povero,
cadrai in schiavitù, ti ammalerai e soffrirai. È inevi­tabile.Adesso
l’India non è interessata alla meditazione, al mondo interiore, al
nirvana: è interessata alla tecnologia mo‑

derna. Gli studenti indiani si interessano di ingegneria, di medicina.
Il genio indiano sta andando in Occidente per apprendere il know-how,
capire l’energia atomica. E il genio occidentale vuole venire in
Oriente per conoscere cos’è la meditazione, come entrare nello spazio
interiore.

Eppure ci sono riusciti. Per la prima volta nella storia dell’uomo
sono riusciti a capire come viaggiare nello spazio esteriore. Hanno
raggiunto la luna, e la conseguenza dí quell’evento ha messo in luce
un’assurdità. Adesso gli occi­dentali si chiedono: “Cosa ne
ricaveremo? Anche se siamo andati sulla luna, cos’è cambiato? L’uomo
resta infelice co­me lo è sempre stato”. La luna non sarà di aiuto:
anche se tu ci trasferissi l’uomo, resterebbe tale e quale. Per cui,
viag­giare nello spazio esteriore sembra inutile, uno spreco di
energia. Come viaggiare nello spazio interiore?

Adesso gli occidentali si stanno volgendo verso l’Oriente, mentre
l’Oriente si sta volgendo verso l’Occidente: di nuo­vo, la scelta. Se
l’Occidente si volge completamente verso l’Oriente, nell’arco di due o
tre secoli diventerà povero. Guarda gli hippy: lo sono già. E se tutta
la nuova generazio­ne di occidentali diventa hippy, chi lavorerà per
la tecnolo­gia, l’industria, la civiltà raggiunte dall’Occidente? Ci
vo­gliono secoli per ottenere qualcosa, ma basta una generazio­ne per
perderla.

Se la generazione si oppone e afferma: “Non andremo al­l’università”,
cosa puoi farci? Quanto a lungo puoi tenere in vita la vecchia
generazione? Dopo vent’anni tutto potrà scomparire a causa di quel
rifiuto delle nuove generazioni: “Non andrò all’università”. E molti
stanno abbandonando gli studi, diventano fannulloni e dicono: “A cosa
serve una macchina di lusso, una villa, una tecnologia sviluppata, se
non c’è l’amore? Se non c’è la pace mentale, a che serve tan­ta
ricchezza? A che pro questo stile di vita agiato, se non c’è vita?
Abbandoniamolo!”.

Nell’arco di due secoli l’Occidente può sprofondare ne­gli abissi
della povertà. È successo in Oriente. All’epoca del Mahabharata, ín
Oriente si era sviluppata praticamente la stessa tecnologia; poi, si
scoprì che era inutile. Adesso, se la mentalità indiana si rivolge
alla tecnologia, nell’arco di due generazioni scomparirà la religione
— di fatto, è già scom­parsa — e la parola “meditazione” sembrerà
fuori moda. Se parlerai dell’interiorità, la gente penserà che sei
folle: “Che cosa intendi con interiorità? Non esiste alcuna dimensione
interiore”. Questo accade a causa del linguaggio. Il linguag­gio è una
scelta, e la mente va a un estremo. E quando va a un estremo, si perde
l’altra parte. E con quest’ultima, scom­paiono molte qualità, di cui
poi ti sentirai affamato. A quel punto, andrai di nuovo all’altro
estremo, perdendo qualco­s’altro.

Dunque, nessuna cultura globale è ancora nata, né può nascere se
l’uomo non impara a diventare silenzioso, se il silenzio non diventa
il centro stesso della sua mente. Non il

linguaggio, ma il silenzio; infatti, nel silenzio sei integro, mentre
nel linguaggio sei sempre parziale. A meno che l’umanità non impari a
vivere attraverso il silenzio — non attra­verso il linguaggio, la
mente, ma attraverso la totalità del­l’essere — non è possibile alcuna
cultura globale. Solo esseri umani totali possono creare una cultura
totale.

L’essere umano è parziale e frammentario. Ogni essere umano non è
altro che un frammento di ciò che potrebbe, che dovrebbe essere. È
solo un frammento del suo potenziale. Questi esseri umani frammentari
creano società fram­mentarie. Le società frammentarie sono sempre
esistite, ma ora sembra possibile diventare consapevoli dell’assurdità
di passare da un estremo all’altro. E se questa consapevolezza diventa
profonda e non ci muoviamo più da un opposto al­l’altro, ma cominciamo
a guardare al tutto…

Posso portare come esempio me stesso: io non sono né contro il
materiale né contro lo spirituale. Non sono a favore né dell’uno né
dell’altro. Sono favorevole a entrambi. Per me non esiste scelta tra
il materiale e lo spirituale, l’interio­re e l’esteriore. Sono a
favore di entrambi, perché, se li ac­cetti tutti e due, diventi totale
e integro. Ma questo è diffici­le da capire, da afferrare, a causa
dell’eredità culturale.

Ogni volta che vedi un uomo spirituale, cominci a chie­derti se sia
povero o no. Deve essere povero, deve vivere in una capanna, ridotto
alla fame. Come mai? Perché deve es­sere povero e ridotto alla fame?
Perché l’interiore va scelto a scapito dell’esteriore, questo ormai fa
parte dell’eredità.

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