Il piacere della musica “visto” dal cervello

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Il piacere della musica “visto” dal cervello

15 aprile 2013

Due nuovi studi indagano sugli aspetti cerebrali del piacere che si prova ascoltando musica. Il
primo rivela che un brano musicale suscita piacere anche quando lo si ascolta per la prima volta
grazie all’attivazione di alcune aree legate ai meccanismi di aspettativa e ricompensa. Il secondo
studio dimostra invece che al di là delle differenze individuali, l’ascolto della musica classica
evoca in tutti lo stesso schema di attivazione delle strutture cerebrali (red)

lescienze.it

La musica è presente in tutte le culture fin dalla preistoria, ma ancora non è chiaro quale sia
l’origine della gratificazione che proviamo ascoltandola. Due studi appena pubblicati contribuiscono
ora a far luce sui meccanismi cerebrali coinvolti nel piacere della musica.

Come si legge su “Science”, Valorie N. Salimpoor e colleghi del Montreal Neurological Institute
della McGill University hanno analizzato i processi neurali di volontari che ascoltavano per la
prima volta alcuni brani musicali. Per dare modo agli sperimentatori di valutare il grado di piacere
evocato dalla musica, i soggetti partecipavano a una sorta di asta in cui potevano fare un’offerta
per riascoltare un determinato brano.

“Visualizzando l’attività di una particolare area cerebrale, il nucleus accumbens, coinvolto nei
meccanismi di ricompensa, è stato possibile prevedere in modo affidabile se i soggetti avrebbero
offerto del denaro per riascoltare un certo brano”, spiega Salimpoor.

Il coinvolgimento del nucleus accumbens conferma recenti indicazioni de fatto che l’effetto emotivo
della musica attiverebbe meccanismi di aspettativa e di anticipazione di uno stimolo desiderabile,
mediati dal neurotrasmettitore dopamina: quando si tratta di un brano già familiare, il meccanismo
dell’aspettativa sarebbe evocato dall’anticipazione mentale dei passaggi più godibili. Nella ricerca
di Salimpoor colleghi, tuttavia, la musica non era conosciuta, ma la risonanza magnetica funzionale
ha mostrato che le aree attivate e la mediazione dopaminergica erano le stesse dei brani già noti.
La causa, secondo i ricercatori, è una “conoscenza implicita” della musica, ottenuta nel corso degli
anni interiorizzando la struttura della musica caratteristica di una certa cultura.

L’attività del nucleus accumbens, inoltre, non è isolata, ma coinvolge anche la corteccia uditiva,
che conserva le informazioni sui suoni e sulla musica: nel corso dei test, quanto più il pezzo era
gratificante, tanto più intensa era la comunicazione incrociata tra le diverse regioni cerebrali.
Questo risultato supporta l’idea secondo cui la capacità di apprezzare la musica faccia riferimento
non solo agli aspetti emotivi, ma anche a valutazioni di carattere cognitivo.

Sempre in tema di reazioni cerebrali alla musica, Vinod Menon e colleghi della Stanford University
School of Medicine, autori di un articolo pubblicato sullo “European Journal of Neuroscience”, hanno
dimostrato che l’ascolto della musica classica evoca un unico schema di attivazione delle aree del
cervello a dispetto delle differenze tra le persone.

Il team ha registrato l’attivazione di diverse aree cerebrali di volontari che ascoltavano brani di
William Boyce, un compositore inglese del XVIII secolo, oppure brani di “pseudo-musica”, cioè
successioni di stimoli uditivi ottenuti alterando i brani di Boyce con appositi algoritmi al
computer. E’ stata così identificata una rete distribuita di strutture cerebrali i cui livelli di
attività seguivano un andamento simile in tutti i soggetti durante l’ascolto dei brani musicali, ma
non durante quello della pseudo-musica.

“Con il nostro studio abbiamo dimostrato per la prima volta che, nonostante le differenze
individuali, la musica classica evoca in soggetti diversi un unico schema molto coerente di attività
in varie strutture della corteccia fronto-parietale, comprese quelle coinvolte nella pianificazione
del movimento, della memoria e dell’attenzione”, spiega Menon. Queste regioni, in particolare,
partecipavano ognuna con un proprio tasso di attivazione all’elaborazione di quanto veniva udito,
contribuendo a dare un senso, con il proprio specifico contributo, alla struttura complessiva dei
brani musicali.

Particolarmente curiosa appare l’attivazione preferenziale dei centri di pianificazione motoria in
risposta alla musica ma non alla pseudo-musica: secondo gli autori, si tratta di un “correlato
neurale” della tendenza spontanea ad accompagnare l’ascolto della musica con movimenti del corpo,
come nella danza, o semplicemente battendo le mani.

www.sciencemag.org/content/340/6129/216.abstract?sid=0b7f03fc-d55e-48e2-be35-c22f14153cd9

onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/ejn.12173/abstract

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