Testimonianze di pre-morte 1

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“Testimonianze di pre-morte” 1

di Lucia Pavesi

(prima parte)

Oltre la vita. Testimonianze di pre-morte. Testimonianze autentiche di esperienze reali di persone
dichiarate clinicamente morte e poi tornate alla vita-come si identifica la pre-morte: i nove
requisiti-statistiche interpretazioni scientifiche: psichiatriche, psicologiche, farmacologiche-come
cambia la vita dopo l’esperienza di pre-morte ecc.ecc. De Vecchi Editore. (prima parte)

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“‘E’ impazzito!’ pensai. ‘Perche’ dice che sono morto? Io sto benissimo, non mi sono fatto proprio
nulla. Non avverto nessun dolore, soltanto un grande senso di pace…’

In quell’istante mi sentii proiettare verso l’alto, verso il cielo, verso l’infinito… intorno a me
c’erano solo tenebre e vuoto… a un certo punto, il buio si dissolse, infranto da un chiarore, che
aumentava a mano a mano che io procedevo. D’un tratto mi bloccai davanti a un antico e alto
portale, che subito si apri’. Entrai in un paese fiabesco che…”

E come questa tante altre testimonianze in una narrazione stupefacente, con precisa memoria di un
viaggio in un ordine diverso da quello che tutti conosciamo, un ordine felice. I racconti sono
perfettamente coerenti, come potrete giudicare voi stessi. Un libro che sbalordisce, tante
testimonianze capaci di dare fiducia, di smuovere l’interesse e l’atteggiamento dei piu’ scettici,
di affascinare e, in molti casi, di entusiasmare. La vita e’ solo una parte della nostra esistenza!

Lucia Pavesi e’ sociologa esperta in psicologia. Studiosa di parapsicologia e affermata astrologa,
collabora con varie riviste e ha partecipato a numerose trasmissioni radiofoniche e televisive

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INTRODUZIONE

Quando mi proposero di scrivere un libro su questo argomento, accettai con entusiasmo per due motivi
specifici, il primo dei quali e’ costituito dalla mia personale e diretta esperienza di pre-morte
vissuta anni addietro, in seguito ad un incidente stradale. Fu proprio in conseguenza di
quell’evento che iniziai una ricerca per trovare la spiegazione di quanto mi era capitato di
“vivere”.

Dopo essermi doverosamente documentata su tutta la letteratura scientifica e non, esistente
sull’argomento, sentii il desiderio di condurre una mia indagine, ricercando altri “sopravvissuti”
con cui scambiare impressioni.

Essendo sociologa e non medico, ho svolto la mia inchiesta privilegiandone l’elemento umano,
rispetto a quello puramente clinico. Il maggiore problema emerso dalle testimonianze raccolte pone
con insistenza l’accento sull’emarginazione in cui si sentono relegati i “sopravvissuti” che
raccontano ad altri le proprie esperienze.

E’ indiscutibilmente difficile, soprattutto per noi occidentali, credere che siano possibili certe
straordinarie esperienze, per cui chi le ha vissute realmente finisce con il non parlarne per
evitare l’umiliazione di essere trattato da “squilibrato”. Fortunatamente, pero’, oggi sono sempre
piu’ numerosi gli studiosi di tutto il mondo che, liberatisi dai preconcetti scientisti del passato,
svolgono con serieta’ ricerche in questo campo. Da qui nasce il secondo motivo che mi ha convinta
alla stesura di questo libro, che vuole essere un piccolo sasso aggiunto alla montagna di quanti ,
anche nel nostro Paese, cominciano finalmente a interessarsi seriamente al fenomeno. Le
testimonianze raggruppate nella prima parte del volume sono state sono state selezionate tra le
altre per il contenuto particolarmente significativo ed esplicativo dell’esperienza di pre-morte.
Tengo a precisare che, per l’espresso desiderio degli interessati, nomi, date e luoghi sono stati
cambiati per evitare ogni possibile identificazione

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PARTE PRIMA DIECI TESTIMONIANZE

“LA STORIA DI SILVIA”

Nome: Silvia Bruschi

Nata: Milano il 23/4/1946 Stato civile : Nubile Professione: Fotomodella. Data dell’evento:
16/8/1975 Causa: Incidente stradale Localita’: Parma Conseguenze: Trauma cranico, ferite multiple al
volto, paresi arto superiore Professione attuale: Assistente sociale Stato civile attuale:
Coniugata, madre di due figli

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L’ovatta grigia che mi imbottiva la testa si andava assottigliando, mentre riprendevo lentamente
coscienza del mio corpo. Luci fredde e azzurrognole, come punte di spilli incandescenti, penetrando
attraverso le garze che mi coprivano le palpebre, mi ferivano in modo insopportabile gli occhi.
Odori sgradevoli e strani colpivano il mio olfatto non ancora del tutto risvegliato; mentre rumori
attutiti e sconosciuti si facevano largo nei miei poveri timpani.

Con curiosita’ crescente mi domandavo cosa stesse succedendo e quale incubo terribile stessi
vivendo. I dolori lancinanti che avvertivo in tutto il corpo, pero’, mi diedero presto la certezza
che questa era la realta’: ma, quale? Per non so quanto tempo cercai di riordinare le idee e trovare
la risposta giusta che mi spiegasse dove mi trovavo, cosa mi stesse succedendo e sopratutto chi
fossero le persone intorno a me.

A me? Ero davvero io quello strano ammasso dolorante e massacrato disteso in quel letto stretto e
freddo? Facendo appello alle poche risorse che mi restavano e attingendo a non so quali energie,
riuscii ad afferrare strani brandelli di conversazione:

…..Altro sangue, in fretta….. …..Controllo pressione, presto….. ..Suturare!…..
…..Respirazione alterata…pressione in calo…polso debolissimo…arresto cardiaco!…..

Non riuscii ad ascoltare altro, poiche’, improvvisamente, udii un unico rumore forte e acuto, del
tutto simile al fischio di un treno che si avvicinasse e mi trovai avvolta dal buio assoluto.

Mi sentivo risucchiare in un vortice di aria calda: non avevo paura; al contrario, avvertivo una
sensazione eccitante, molto simile a quella provata a otto anni, quando per la prima volta mio
fratello mi aveva accompagnata a visitare il “castello delle streghe” al luna park. Gradualmente, le
tenebre si diraradarono, lasciando il posto a una luce dorata e morbida, che mi avvolse facendomi
sentire sicura e protetta come nel grembo materno.

Non piu’ dolori, non piu’ stordimento e curiosita’; solo un grande senso di pace e d’amore: la parte
piu’ intima di me si era allontanata non sopportando piu’ lo strazio del mio corpo ferito. Mi
lasciai andare alla nuova piacevolissima sensazione; galleggiai nel vuoto di luce, osservando
dall’alto cio’ che accadeva in quella che seppi, in seguito, essere una sala di rianimazione.

Vedevo apparecchiature munite di tubi, tante luci rosse, blu e verdi e carrelli con medicinali e
disinfettanti, ma rimasi particolarmente colpita dal grande orologio bianco appeso sulla parete
davanti al mio letto: la lancetta piu’ corta segnava la tre e la piu lunga toccava il numero quattro
. Intorno a me potevo distinguere medici e infermieri dall’aria seria e preoccupata che, con
perizia, usavano i piu’ strani macchinari per tenere in vita un corpo che ormai in vita sembrava non
esserci piu’.

Li osservavo applicare, con provata abilita’, strani dischetti metallici sul petto; nel quale, il
cuore aveva cessato di battere. In quel momento ero particolarmente stranita, vedendo il mio corpo
sobbalzare in modo grottesco ogni volta che da quegli strani dischi uscivano scariche elettriche.
Altri medici si affannavano intorno alla mia povera testa, cercando di suturare e tamponare le
numerose ferite che deturpavano quello che era stato il mio viso.

Raccontandolo oggi, mi sembra un paradosso ammettere di essermi divertita osservando quanta cura
mettessero in quell’operazione; senza, pero’, aver individuato la vera fonte dell’emorragia che mi
stava uccidendo. Avrei voluto aiutarli e consigliare loro di tagliarmi gli abiti che indossavo
ancora e che nascondevano una profonda lacerazione dell’arteria omerale.

Tentai con tutte le mie forze di fare dei cenni, di entrare in ogni modo in comunicazione con loro,
provai ad allungare le mani per toccarli, ma ogni tentativo fu vano: non potevano, ne’ vedermi, ne’
sentirmi. Comunque, devo riconoscere di aver rinunciato molto presto a ogni tentativo: mi sentivo
talmente bene da non provare alcun desiderio di rientrare in quell’involucro strano e ormai
sconosciuto.

Non mi e’ possibile quantificare in modo preciso il tempo in cui rimasi a galleggiare nella stanza.
A un certo punto mi vidi scendere dal letto, camminare sul linoleum candido, aprire la porta a vetri
e uscire nel lungo corridoio, illuminato da un anonimo neon.

Vi erano due panche di freddo metallo appoggiate alla parete e una scrivania dietro la quale sedeva
un’infermiera dai capelli grigi. Raggiunta l’uscita dell’ospedale, mi sentii trascinata da una forza
sconosciuta lontano lontano: inizio’, cosi’, per me uno straordinario e incredibile viaggio.

In principio incontrai una folla di persone sconosciute e sorridenti. I loro volti erano soffusi di
serenita’ e, tenendosi per mano, camminavano su un bel prato fiorito. Avrei desiderato fermarmi a
parlare con loro, ma non mi fu concesso di arrestare il cammino. Poi, inaspettatamente , attraverso
una luce di nube piu’ intensa, vidi apparire il volto dolce e tanto caro di mia nonna.

Allora, percependo la mia completa liberta’, le corsi incontro felice, come facevo da piccola ogni
volta che veniva a trovarci. Anche se era morta da 10 anni, ritrovai in lei le stesse sembianze e lo
stesso amore di allora. L’abbracciai e le chiesi di tenermi con se’, per sempre: li’ mi sentivo in
pace, come non mi era mai capitato e non avevo alcuna intenzione di tornare a soffrire.

La nonna mi sorrise; ma, con affettuosa fermezza mi respinse, dicendo che non potevo rimanere con
lei. Il mio cammino non era ancora giunto al termine: precisi doveri mi attendevano e avevo nuovi
compiti da svolgere. Fui allora ricacciata indietro e il vortice caldo mi riporto’ al punto di
partenza.

Ero nuovamente sospesa a circa trenta centimetri dal mio corpo disteso e potevo avvertire tutto il
trambusto che avveniva intorno al mio letto. Medici e infermieri si scambiavano occhiate d’intesa,
scrollando la testa rassegnati. Uno di loro, in particolare, attiro’ la mia attenzione: era il piu’
giovane e con la sua corporatura eccezionale sovrastava gli altri. Inoltre, indossava un’orribile
cravatta a fiori gialli. In quell’istante percepii, inequivocabilmente, queste parole:

“…..inutile tentare ancora; la paziente e’ morta; staccate il respiratore!..”

Una disperazione infinita e una rabbia feroce mi sopraffecero: io ero ancora, volevo essere ancora!
Quel corpo massacrato e dolorante ora non mi era piu’ sconosciuto: ero io! Sapevo di non essere
morta, me lo aveva detto la nonna: adesso non provavo piu’ il desiderio di morire; al contrario, mi
sentivo disposta a sopportare tutto: ma che cosa potevo fare? Ormai si stavano allontanando tutti.

Solo il “mio dottore” si attardava ancora vicino a me. Non so come, trovai la forza di muovere
lentamente il mignolo della mano destra, poi precipitai nel vuoto assoluto. Come mi racconto’
successivamente mio padre, il mattino dello stesso giorno venni trasferita in un ospedale di Milano,
piu’ attrezzato per le cure necessarie alla gravita’ del mio stato. La’, fui sottoposta a numerosi e
delicatissimi interventi chirurgici per riparare i terribili danni riportati tanto al viso, quanto
al braccio.

Rimasi in coma per circa un mese e al mio risveglio mi trovai circondata da visi sconosciuti che mi
scrutavano con ansia e timore. Purtroppo, il grave trauma cranico mi aveva provocato un’amnesia
totale: non ricordavo chi fossi e non riuscivo a riconoscere i miei cari. Passarono per me lunghe
settimane di vuoto , prima che potessi comprendere di essere stata coinvolta in un grave incidente
stradale che mi era quasi costato la vita. Dai verbali della polizia seppi che alle ore 23,46 del 16
agosto la mia autovettura era stata tamponata da un TIR ed era uscita di strada.

Cercai faticosamente di rammentare come si fossero svolti i fatti, ma ogni sforzo mi causava
terribili emicranie che mi impedivano di continuare; eppure volevo sapere; in fondo alla mia mente
sconvolta avevo la sensazione di aver vissuto qualcosa di molto importante, ma che cosa? A poco a
poco, grazie alle cure appropriate, brandelli dell’accaduto si ricucirono nella mia mente. Rividi la
lunga e monotona strada grigia, battuta da un forte temporale, e comincia a risentire il terribile
rumore di metalli che cozzavano, tanto violento e presente da poterne riavvertire il sapore in fondo
alla gola. Ma, i miei ricordi si fermavano qui. La mia fu una convalescenza lunga e molto dolorosa;
pero’, non era la paura delle medicazioni a sconvolgere il mio sonno, ma l’incubo terribile e senza
volto di cui cadevo preda ogni notte, regolarmente alla stessa ora: le 3 e 20.

Per quanti tranquillanti e sonniferi ingurgitassi, a quell’ora mi svegliavo in un bagno di sudore,
con la netta sensazione di venire sepolta viva. Cercai di parlarne ai medici, ai parenti, chiesi
conforto agli amici, ma tutti mi rispondevano

: ..E’ solo una conseguenza dello shock che hai subito. Non pensarci piu’ e vedrai che con il tempo
scomparira’. tutto. Abbi pazienza e dimentica…

Accettai il consiglio, smisi di parlarne e tentai di non pensarci piu’. Stranamente mi sentivo
particolarmente remissiva e accondiscendente: davvero una bella differenza per chi mi aveva
conosciuta prima dell’incidente! Fino ad allora ero vissuta nella convinzione che mi bastasse
possedere una bella figura, un viso fotogenico e una buona cultura per avere in mano il mondo. Non
avevo mai faticato troppo per soddisfare i miei capricci: i miei genitori mi avevano amata molto e
altrettanto viziata, cercando di allontanare dalla mia strada ostacoli e pericoli: la fortuna aveva
fatto il resto.

In un istante la vita mi aveva presentato il conto, e questo era decisamente “salato”. Fu difficile
accettare il viso che lo specchio rifletteva. Ero cambiata tanto, ma non solo nei lineamenti: era
soprattutto l’espressione degli occhi a disorientarmi. In essi, oltre ai segni della sofferenza,
leggevo una serenita’ e una determinazione mai conosciute prima. Mi sentivo disorientata e incerta,
perche’ il mio stato fisico mi imponeva un diverso modo di vivere; ma, nello stesso tempo nasceva in
me una volonta= ‘ piu’ forte e matura. Gli eventi della vita cominciarono ad apparirmi in una luce
nuova e scoprii valori piu’ veri e concreti, lentamente, mutamenti profondie radicali incisero la
mia personalita’. Era giunto il tempo di chiudere con la mia vita sconclusionata, trascorsa
rifuggendo tutte le responsabilita’.

Decisi di ultimare gli studi abbandonati per capriccio e cominciai ad accarezzare il sogno di
sposarmi per avere una famiglia mia. Il mio nuovo modo di vivere lascio’ i miei amici piuttosto
sconcertati. Chiusi i rapporti con quasi tutte le sofisticate conoscenze del passato e iniziai a
frequentare persone che sapevano ridere, piangere e vivere senza bisogno di illusorie apparenze.

I miei genitori mi guardavano con una certa aria di sospetto e, pur apprezzandomi e volendomi bene,
faticarono molto ad adeguarsi al mio nuovo modo di pensare e di agire. Ero diversa, ero piu’ felice,
piu’ libera. Eppure continuavo a non sentirmi completamente tranquilla: in fondo a me stessa
avvertivo un’incertezza senza nome, qualcosa che continuava a mancarmi, una nota stonata che
rovinava l’armonia della mia nuova immagine, qualcosa di nascosto che dovevo finalmente ritrovare. I
miei incubi dovevano avere una spiegazione, le mie strane sensazioni dovevano aver un senso e decisi
di trovare il bandolo della matassa a dispetto di quanti volevano che, per il mio bene, smettessi di
tormentarmi. Ricomposi il “puzzle” circa un anno e mezza piu’ tardi.

Nel giugno del 1977 fui invitata da amici a trascorrere una vacanza nella loro fattoria sulle
colline du Fidenza.Una sera andammo a ballare in un elegante locale della zona. Mi sentivo
particolarmente bene e ero decisa a divertirmi, nonostate la permanente sensazione di incompletezza
che continuava a tormentarmi. A un certo punto della serata mi fu presentato un “tizio” dalla mole
veramente notevole e dall’aria vagamente familiare.

Fui travolta da una miriade di strane sensazioni: i battiti cardiaci accelerarono al massimo e nella
testa avvertii fastidiosi ronzii, simili a uno sciame d’api impazzito. Tralasciando ogni forma
d’educazione, monopolizzai l’attenzione di quel signore e iniziai a interrogarlo con insistenza. Mi
disse di essere un medico ortopedico e di lavorare presso l’ospedale di Parma. Per soddisfare le mie
incalzanti richieste, mi racconto’ alcuni episodi dolorosi a cui aveva assistito, particolarmente
durante il suo periodo di internamento presso il Pronto soccorso. Bevevo le sue parole, ma non
riuscivo a spiegarmi il vero motivo della sua curiosita’.

Mi sentivo sdoppiata: una parte di me aveva sete di quelle storie poco divertenti, mentre un’altra
cercava invano di limitare quel fuoco di domande, cosi’ poco opportune, per il momento e il luogo. A
un certo punto gli chiesi di portarmi a fare un giro in automobile. Non potro’ mai descrivere la sua
espressione stupita quando senti’ la mia richiesta che somigliava a un ordine. .. “Ti dispiace
accompagnarmi all’ospedale di Parma? Voglio andarci!..” Erano le due e mezza del mattino, il mio
stato di salute era perfetto, ma si lascio’ facilmente convincere.

“..Unicamente perche’ avevi la faccia stravolta…Non sembravi piu’ la stessa persona!..” – mi
confesso’ piu’ tardi.

Ed effettivamente ero diversa: mi sentivo invasa da una smania irrefrenabile e dalla netta
sensazione che finalmente avrei trovato la parte mancante dei miei ricordi, la parte mancante di me
stessa, la causa dei miei incubi. Scesa dalla macchina, entrai decisa nell’ospedale, che non
conoscevo e non potevo aver mai visto. Senza esitazione, percorsi il corridoio che conduceva alla
sala di rianimazione e improvvisamentte mi tornarono alla memoria tutti i particolari della tragica
notte del 16 agosto 1975. Davanti a quella porta a vetri chiusa mi girai verso il mio medico e gli
dissi: “..Quella notte di ogosto c’eri tu vicino a me, lo ricordo bene! Erano le tre e venti, mi
avevate dichiarata morta, ma io stavo solo facendo un bellissimo viaggio nella luce, da cui, come
vedi sono ritornata. Fisicamente non sei cambiato molto, ma noto con piacere che hai migliorato il
tuo gusto nel vestire! La cravatta di quella notte era davvero orribile!…”

Ci sedemmo su una panca e gli raccontai tutto quello che avevo visto, sentito e vissuto durante la
mia esperienza. Mi subisso’ di domande e mi fece ripetere mille volte tutti i singoli particolari.
Comprendevo facilmente come potesse pensare di avere davanti una mitomane ma, via via che enumeravo
i dettagli piu’ precisi e soprattutto quando gli descrissi nei minimi particolari: la disposizione
della sala di rianimazione, il colore del pavimento e il nome di alcuni farmaci che mi avevano
somministrato, comincio’ a guardarmi con altri occhi.

Aveva letto parecchie riviste mediche americane che riportavano testimonianze simili alla mia, ma
raccoglierne una personalmente era senz’altro piu’ avvincente. Ora era lui a bere le mie parole e,
piu’ che mai incuriosito, volle che gli illustrassi le mie sensazioni…

“Ma come hai potuto vedere e udire tutto cio’, proprio mentre tentavamo di riattivarti il cuore?..”

Gli spiegai che le mie non erano state visioni nel senso materiale della parola, ma percezioni
chiare della preoccupazione dei medici che mi circondavano. Senza ricorrere all’uso dei cinque
sensi, riuscivo a captare i loro pensieri, a udire le loro parole, a vedere i loro gesti. Nello
stato in cui mi trovavo non esisteva il concetto di tempo reale, ma tutto si svolgeva
contemporaneamente. Era come trovarsi a teatro e assistere a una rappresentazione in cui diverse
scene vengono recitate in varie parti del palcoscenico.

“..Quindi, non provavi nessun dolore, non avevi nessuna paura?.. ” – mi chiese sempre piu’
accalorato e incuriosito.

Sorridendo, lo rassicurai di essermi sentita immersa nella piu’ assoluta serenita’ e pace. L’unico
momento di autentico terrore lo avevo vissuto quando, costretta a rientrare nel mio corpo, avevo
avvertito affermare dai medici che, falliti i tentativi di rianimazione, per me era finita.

“..Quindi, come vedi, devo ringraziarti. Mi sei stato vicono il tempo sufficiente per dimostrare
che, dopo essermi allontanata, avevo ripreso possesso del mio corpo….”

Alla fine gli chiesi:

“..Scusa, ma l’infermiera con i capelli grigi che quella notte era seduta alla scrivania la’ in
fondo, lavora ancora in questo ospedale? Mi piacerebbe tanto salutarla…”

Mentre lasciavo liberamente correre i miei ricordi, mi sentivo invadere da una ritrovata
tranquillita’. Ora, avevo tutte le risposte.

Finalmente sapevo che l’incontro con la Luce, con quegli esseri sconosciuti e pieni d’amore, era
all’origine del radicale mutamento del mio modo di vivere e di pensare. Ero cosciente che il mio
ritorno era stato deciso dalla volonta’ superiore, che si era espressa attraverso mia nonna.

Da quel giorno di giugno del 1977 posso dormire tranquillamente senza piu’ timore di essere
svegliata da quel terribile incubo.

tratto da lista Sadhana >> it.groups.yahoo.com/group/lista_sadhana

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