Le esperienze spirituali, narrate da chi pratica l’Arte dei Mantra

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Le esperienze spirituali, narrate da chi pratica l’Arte dei Mantra

“Mantra”

di Swami Sivananda Radha –

ESPERIENZE CON I MANTRA

Nel corso degli anni i Mantra mi hanno dimostrato molte volte il loro potere. Ho raccolto qui alcune
di queste esperienze, in modo che si possa comprendere in che modo il Mantra possa aiutare una
persona, attraverso gli eventi della vita; ho anche incluso alcune esperienze vissute dai miei
allievi, al fine di mostrare come ci si possa avvicinare alla pratica del Mantra.

ESPERIENZE CON L’OM NAMAH SIVAYA

Una volta, quando ero a Montreal, sono andata a trovare una coppia che voleva organizzare un piccolo
gatsang, cioe’ un piccolo raduno di preghiera. All’improvviso, mentre stavamo cantando, il
campanello ha cominciato a suonare insistentemente, come se ci fosse stato un incendio. La coppia si
e’ molto allarmata e anch’io ho compreso che c’era qualcosa che non andava; quindi, ho cominciato a
coprire la porta con una cortina di Luce e a recitare l’Om Namah Sivaya.

Quando ha aperto la porta, la padrona di casa ha trovato sulla soglia un tizio grande e grosso,
ovviamente ubriaco, che ha detto: “Oh, state facendo una festa. Tornero’ in macchina a prendere
un’altra bottiglia.”

Quell’uomo aveva gia’ in mano due bottiglie di whisky, ma se n’e’ andato e non e’ tornato.

Il potere del Mantra aveva fatto il suo lavoro, e da quell’episodio io compresi come il Mantra
avesse un suo preciso potere.

In un’altra occasione, ho accettato un incontro con un gruppo di spiritualisti, durante il quale
hanno servito il te’ e il padrone di casa mi ha detto che sua moglie era una medium in grado di
invocare qualsiasi spirito con cui potessi desiderare di parlare.

Io ho sorseggiato il mio te’ con estrema lentezza e a ogni sorso ho ripetuto in silenzio “Om Namah
Sivaya”, con tutto il potere di concentrazione sul Mantra che potevo raccogliere.

Quell’uomo mi ha chiesto se volevo evocare Shakespeare, o uno dei grandi maestri spirituali, ed io
ho risposto che, dal momento che non mi veniva in mente nessuno che volessi evocare, avrei lasciato
la scelta a sua moglie.

Seduta in un angolo racchiuso da tende, su una poltrona comoda e con una luce sopra la testa, quella
donna ha tentato di evocare uno spirito, ma non e’ venuto nessuno. Pensando che forse la moglie non
fosse dell’umore giusto, il marito mi ha allora fatto ascoltare alcuni nastri da lei registrati per
dimostrarmi che poteva effettivamente evocare chiunque; poi, mi ha chiesto cosa ne pensavo.

Non volendo metterla in imbarazzo, ne’ urtare i suoi sentimenti, ho risposto che avrei dovuto
dormirci sopra e che poi gli avrei fatto sapere. Naturalmente non sono tornata nella loro casa, ma
in seguito quella coppia e’ venuta a trovarmi a Vancouver. L’uomo era molto infuriato e mi ha detto:
“Lei ha gettato un incantesimo su mia moglie, adesso non riesce piu’ a evocare nessuno dei maestri,
neppure Shakespeare.”

Accorgendomi che era sul punto di colpirmi, ho ribattuto:

“Ha mai pensato che sua moglie poteva essere pronta per qualcosa di piu’ elevato?”

A quel punto lui si e’ calmato e, dopo una lunga conversazione, abbiamo parlato di divinita’; poi,
se n’e’ andato soddisfatto. Da allora non ho piu’ avuto loro notizie, ma nella mia mente non ci sono
dubbi sul fatto che quando ho recitato l’Om Namah Sivaya cio’ che stava per essere evocato,
qualsiasi cosa fosse, non e’ potuto apparire a causa dell’intervento del Mantra.

Un’altra volta stavo viaggiando sull’autostrada insieme a uno dei giovani uomini dell’Ashram, che
aveva un’automobile molto vecchia, perche’ dava tutti i suoi guadagni per il sostentamento
dell’Ashram. All’improvviso lui ha detto: “Oh, guarda, c’e’ una macchina che ha perso una ruota.” Io
ho avvertito nello stomaco una sensazione molto sgradevole e ho cominciato a ripetere mentalmente:
“Om Namah Sivaya, Om Namah Sivaya, Om Namah Sivaya.” Poi ho sentito il giovane esclamare: “Oh, mio
Dio, e’ una ruota della nostra macchina!”

E’ comunque riuscito a fermare l’auto con estrema delicatezza, a recuperare la ruota e a rimetterla
a posto impiegando alcuni bulloni delle altre ruote. Quando ha finito ha commentato: “Siamo davvero
stati fortunati!” Io pero’ ho ribattuto: “L’Om Namah Sivaya ci ha protetti.”

UN ESPERIENZA CON L’OM TARA

C’e’ stato un momento della mia vita in cui volevo sapere di piu’ riguardo a Tara, ma non riuscivo
semplicemente a indurmi a recitare il suo Mantra, che e’ “Om Tara Tuttare Ture Soha”.

Ho quindi copiato da un poster un’immagine di Tara su un pezzo di stoffa e ho cominciato a
ricamarla, riflettendo al tempo stesso sull’immagine. Perche’ la sua aura era rossa? Il rosso non
era forse il colore dell’ira? No, non necessariamente, in quanto il rosso e’ anche il colore di una
passione intensa. Questo significava che mi dovevo avvicinare a Tara con grande passione.

Perche’ aveva sette occhi? Come simbolo di onniveggenza. Il Divino che ha creato l’occhio non ha
bisogno degli occhi fisici; ma, per noi l’onniveggenza doveva essere espressa tramite occhi fisici.
Per circa un anno ho ricamato ogni giorno per un paio d’ore, senza recitare il Mantra; ma
focalizzando la mia mente su Tara.

Poi una notte mi sono svegliata, sentendo la mia stessa voce ripetere: “Io sono Tara, io sono Radha.
Io sono Radha, io sono Tara.”

Questo fenomeno si e’ protratto anche in stato di veglia per un tempo molto lungo, rendendomi
estremamente difficile insegnare o fare qualsiasi altra cosa, perche’ su tutto gravavano sempre
queste parole: “Io sono Radha, io sono Tara. Io sono Tara, io sono Radha.”

In seguito mi sono chiesta a lungo in che modo comprovare quell’esperienza. So che la mente e’
un’ingannatrice molto abile e che puo’ fingere esperienze, attingendo anche ai desideri positivi,
senza che per questo siano necessariamente vere. Poi, alcuni miei studenti si sono recati in India
per incontrare alcune suore buddiste tibetane e vedere se potevano visitare il loro Ashram.

Con il permesso del Dalai Lama, che avevo gia’ conosciuto in passato, quelle suore hanno donato agli
studenti una delle ventuno statue di Tara che adoravano quotidianamente, perche’ me ne facessero
dono, e i miei studenti hanno scattato una fotografia della mensola su cui erano poste le effigi di
Tara per immortalare il posto vuoto.

Adesso quella statua si trova nell’Ashram. Le suore ci diedero anche abiti invernali per Tara, che
le vengono messi addosso quando comincia la stagione fredda, in una sorta di gesto di calore.

Tara e’ un grande potere spirituale, una dimensione della Madre Divina e non puo’ in realta’ essere
toccata; ma, sul piano umano e’ molto soddisfacente prendersi cura della sua immagine e proteggerla
dal freddo.

UN ESPERIENZA DEL KILAKA

Un tempo, quando avevo appena avviato l’Ashram, ho avuto una splendida esperienza con il potere del
kilaka. C’era molto lavoro da fare e i giovani che si trovavano nell’Ashram non approvavano sempre
il mio desiderio di rimanere sola per la pratica spirituale; o di dedicarmi ad essa invece di
aiutarli a pitturare o a costruire.

Un giorno, ero seduta nel giardino con il mio mala, intenta a pensare al loro dissenso, e ho
pensato: “Forse questo non e’ per me il momento giusto per dedicarmi alla pratica spirituale, forse
dovrei aspettare di essere piu’ vecchia e che qui ci siano piu’ giovani che si accollino il lavoro
fisico.”

Cosi’ ho aperto gli occhi e ho raccolto il mio mala. Quando ho sollevato lo sguardo sono rimasta
stupefatta nel vedere un cerchio di persone sedute intorno a me, tutte dedite a recitare i Mantra,
facendo scorrere le perle fra le dita e muovendo le labbra, guardandomi e sorridendomi con cenni
d’incoraggiamento.

A quel punto ho compreso di aver contattato altre anime che avevano attraversato la stessa
esperienza e che adesso mi stavano incoraggiando a continuare, perche’ erano sedute con me.

Quella visione mi ha dato l’impeto necessario per andare avanti, e spesso ho avuto la sensazione che
mi venisse concesso altro aiuto. Quella lotta per sapere in cosa risiedesse il mio dovere primario,
se nel lavoro fisico a beneficio dell’Ashram, o nella mia pratica spirituale, e’ stata simile al
conflitto che si potrebbe scatenare in una famiglia e quell’esperienza e’ stata la risposta
all’intenso travaglio interiore che il problema aveva causato.

ESPERIENZA DEL SIGNIFICATO DEL MANTRA

In India, i Mantra vengono spesso assegnati senza una spiegazione relativa al loro significato; ma,
se vengono cantati con perseveranza e con sincerita’, tale significato finisce per affiorare.

Swami Sivananda mi parlo’ una volta di un giovane austriaco che era venuto da lui perche’ il suo
Guru era morto senza rivelargli il significato del Mantra a cui era stato iniziato. Swami Sivananda
gli aveva detto: “Pratica il Mantra e metti per iscritto cio’ che provi fino a far emergere
un’immagine chiara.”

Tornato in Austria quel giovane aveva avuto un’esperienza del suo Mantra con il Signore Krishna;
ma, dubitava che si trattasse di un’evocazione operata dalla mente per soddisfare la sua curiosita’.
Di conseguenza aveva chiesto a uno dei suoi studenti di recitare quel Mantra e di fargli rapporto
non appena avessero avuto qualche esperienza.

Dopo sei settimane la ragazza a cui si era rivolto gli aveva comunicato di non avere nulla di
speciale da riferire, tranne di aver gradito la musica di flauto sentita dopo aver recitato il
Mantra. Stupefatto, il giovane si era reso conto che il suo Mantra era dedicato al Signore Krishna.

ESPERIENZE DELLA PRATICA DEL MANTRA

Ho chiesto ad alcuni dei miei discepoli di fornire un breve resoconto di alcune esperienze fatte
nella pratica dei rispettivi Mantra, sia all’inizio che nel corso degli anni. Le loro testimonianze
vi potranno aiutare ad avviare e a mantenere la vostra pratica e vi mostreranno come il rapporto di
ciascuna persona con il suo Mantra sia estremamente individuale.

“Douglas”

Il canto del Mantra mi ha attirato fin dall’inizio. Durante la prima seduta di yoga a cui ho
partecipato mi sono sentito affascinato e addirittura trasportato dal canto. Le parole e le melodie
mi hanno catturato e sono rimaste con me. Cantare era una liberazione e le parole, focalizzate
sull’Altissimo, mi elevavano spiritualmente.

Alle scuole superiori sono stato uno fra i parecchi studenti a cui e’ stato intimato severamente di
sedersi e di smetterla di cantare, rimprovero che mi ha portato a sentirmi inibito ogni volta che
tentavo di cimentarmi nel canto. Il canto del Mantra invece mi ha aiutato a superare la mia
inibizione e a cambiare anche la mia voce e il mio udito grazie alla pratica e alla ripetizione. Dal
momento che colgo con maggiore chiarezza le sfumature dei suoni, adesso posso anche vocalizzarli
meglio e quindi posso cantare, anche se non entrero’ mai in un coro.

Per perseverare nella pratica del Mantra per me e’ importante scegliere un momento della giornata e
un periodo prestabilito di tempo in cui cantare, cosi’ come e’ utile stabilire una durata periodica
della pratica: diciamo un mese o quaranta giorni. Dedicarmi ad essa indipendentemente dall’averne
voglia, o meno, mi ha consentito di superare quell’aspetto della mia personalita” che mi spinge a
fare quello che preferisco; la liberta’ da quest’aspetto della mia natura e’ di per se’ una
conquista meravigliosa e persistere nella pratica, a dispetto di quelle voci interiori che vi si
opponevano, ha generato alcune splendide sensazioni di intima connessione con il Mantra.

Nella pratica del Mantra devo tuttavia guardarmi dalle mie ambizioni, perche’ potrei cadere in uno
stato di euforica esaltazione quando riesco a raggiungere i risultati che desidero e di depressione
quando non ci riesco. In aggiunta a tutto questo devo continuamente superare la tendenza a ritenere
che non abbia importanza se trascuro le mie due ore di canto.

Il mio lavoro va nel modo migliore quando parto dal poco e procedo allungando il periodo di pratica,
o il numero di settimane o di mesi, o effettuando altri cambiamenti. Mi dedico al canto piu’ a lungo
o in modo piu’ intenso quando mi accorgo che le emozioni stanno per avere il sopravvento, per
affinare e incanalare le energie trasformando tali emozioni in devozione.

Il Mantra ha finito per diventare sempre piu’ una parte integrante della mia vita, come la pulizia
quotidiana dei denti – cioe’ come una sorta di pratica di igiene spirituale – e non soltanto un
qualcosa di aggiuntivo che devo fare. Come parte della mia struttura di pensiero, esso e’ diventato
una forza autorigenerante, un riflesso automatico che sposta la mia mente sul Mantra nei momenti di
bisogno, negli attimi di tranquillita’, o quando sto lavorando.

“Katherine”

Quando ho sentito parlare per la prima volta del Mantra, desideravo sapere molto in fretta di che
cosa si trattasse esattamente, prima di dedicare ad esso una grande quantita’ di tempo. Dopo la
riunione in cui sono stata introdotta ai Mantra, ho cantato ad alta voce per tre ore; il giorno
successivo, quando sono tornata al mio lavoro di insegnante, ho scoperto che il Mantra aveva in
effetti esercitato su di me il suo potere, perche’ nei due giorni successivi ho avuto la sensazione
di non avere piu’ alcun sistema di difesa: era come se tutti i miei meccanismi di protezione, buoni
e cattivi, mi fossero stati sottratti, mettendomi a nudo.

Sono stati due giorni di tormento, ma mi hanno convinta di aver trovato uno strumento potente. In
seguito ho scoperto che, tanto per cominciare, quindici minuti sono un periodo di canto piu’ che
sufficiente e che il sistema nervoso esce rafforzato da periodi brevi e regolari di pratica. Adesso
canto i Mantra ormai da molti anni ed essi mi hanno aiutata a liberarmi di gran parte della mia
negativita’ e a infrangere la morsa di potenti emozioni.

A volte sono rimasta seduta a cantare anche per due settimane di fila; nonostante un risentimento
non focalizzato, ma incombente, che non riuscivo a evitare, per quanto mi sforzassi. Con il tempo,
mi sono resa conto che questo rancore e’ un’espressione del materiale subconscio che il Mantra sta
portando alla superficie e che, se si prosegue nel canto, nonostante le difficolta’, ci si libera di
esso e si e’ in grado di andare avanti.

Nel corso degli anni la pratica del Mantra mi ha consentito di sviluppare un concetto personale
dell’Altissimo e di creare un rapporto altrettanto personale con il Divino, nella forma della Madre
Divina. Ritengo che Swami Radha abbia ragione quando afferma che il Mantra serve come una lente
mediante la quale focalizzare la mia attenzione e, a volte, come lente per focalizzare il potere del
Mantra che c’e’ intorno a me.

“Sandra”

Mi sento davvero benedetta per aver ricevuto il dono del Mantra nella mia vita. Sono stata
introdotta al canto del Mantra durante un corso di yoga a cui ho partecipato circa undici anni fa e
presto mi sono resa conto che aveva l’effetto di calmare e di elevare la mente. Dopo di allora mi
sono trovata entro breve tempo di fronte alla possibilita’ di morire a causa di un tumore, una
circostanza che mi ha messa in condizione di rendermi conto che non conoscevo effettivamente lo
scopo della mia vita e che ero davanti alla prospettiva di perderla.

Dinanzi alla morte la parte razionale della mia mente, su cui avevo sempre fatto affidamento, ha
avuto ben poco da offrire e in quel periodo estremamente difficile. Ho infine preso l’impegno di
usare nel modo migliore il resto della mia esistenza, dando tutto il supporto possibile al lavoro di
Swami Radha.

La mia insegnante di yoga e’ venuta ogni giorno a cantare il Mantra con me, per un periodo di sei
settimane; e alla fine sono guarita. Quell’esperienza ha costruito un profondo collegamento con il
Mantra, apportando maggiore chiarezza in merito allo scopo della mia vita. Una volta tornata al
lavoro, mi sono trovata presto coinvolta dagli impegni numerosi e spossanti della mia professione;
spesso avevo ben poco tempo, o scarsa energia, da dedicare al Mantra; ma, ho fatto quello che
potevo. Ogni giorno mi sistemavo in un angolo comodo e morbido del mio divano e cantavo per venti
minuti. La mia esigente mente razionale giudicava il mio impegno insufficiente, in quanto il periodo
che dedicavo al canto era troppo breve e mi sistemavo in una posizione troppo comoda, e di
conseguenza non riusciva a capire in che modo la mia pratica potesse produrre il genere di risultati
desiderato.

In quel periodo, pero’, tutto quello che avevo da offrire erano la mia sincerita’ e la mia fede. Poi
mi e’ stato concesso un sogno in cui ho visto un gong che, colpito al centro, emetteva un suono
delizioso; mentre, intorno, un gruppo di persone cantava “Cuore del mio cuore”. La mia impressione
e’ stata che quel sogno mi stesse dicendo che la mia offerta era stata accettata e che in qualche
modo, attraverso il Mantra, stavo entrando in contatto con il Divino, mediante il mio cuore
spirituale.

La mia vita ha assunto un significato diverso allorche’ ho capito che e’ il Divino a essere vita,
non il corpo e neppure la mente.

“Janice”

Ho instaurato un dialogo con il Mantra fin dalla prima volta che ne ho ascoltato uno, in un
seminario yoga di dieci giorni. Durante quel seminario l’Om Namah Sivaya mi ha persistentemente
incitata a riesaminare la mia vita e a indagare su di essa. Adesso, parecchi anni piu’ tardi, questo
Mantra continua a parlarmi e a pungolarmi, perche’ attinga ulteriori verita’ per perfezionare la mia
concezione di chi sono e di cosa posso fare.

Dopo molti mesi di pratica, una mattina d’inverno in cui stavo cantando mi e’ parso che il Mantra
formasse una sorta di rivestimento argenteo all’interno del mio ventre. Esso e’ ancora presente e mi
ha risanata e rafforzata di fronte alle reazioni emotive, sia mie che degli altri. Per me e’
importante continuare ad alimentarmi con il Mantra, essere nutrita dal suono e dalla vibrazione
senza mai perdere il collegamento con la fonte di forza e di chiarezza racchiusa in esso.

Un’immagine che spesso mi affiora nella mente assorbita dal canto del Mantra e’ quella di un
impianto di perforazione petrolifera che scende sempre piu’ in basso e porta alla superficie la
ricca sostanza scura racchiusa nelle profondita’ del mio mondo e al di la’ di esse. Il Mantra e’ il
mio collegamento con gli Insegnamenti, con il Guru, con il mio Io Superiore; e’ un vero amico e sono
profondamente grata di aver ricevuto questo tesoro che porto sempre con me.

“John”

Ho sperimentato per la prima volta il Mantra durante un corso di yoga in cui mi e’ stato spiegato
che mi avrebbe aiutato a eseguire alcune asana difficili dal punto di vista fisico Ho verificato in
effetti la sua utilita’ e in seguito, durante un seminario intensivo di dieci giorni, ho
sperimentato l’effetto autorigenerante del Mantra, come risultato di un canto di gruppo prolungato e
costante. Nessuna di queste due esperienze mi ha pero’ permesso di capire cosa fosse il Mantra.
Alcuni anni piu’ tardi, nel corso di un seminario sui Mantra tenuto nell’arco di un fine settimana,
ho conosciuto un diverso approccio al Mantra, proposto da un insegnante proveniente dall’Ashram
Yasodhara.

Sono andato a quel seminario senza sapere cosa aspettarmi e, anche se la prima sessione non e’ stata
per me molto significativa, mi sono sentito attirato dal canto e disposto a tentare. Abbiamo passato
tutto il giorno successivo a cantare e scrivere Mantra e al termine di quella giornata mi sono
sentito pronto a gettare la spugna.

Per quanto scettico, sono pero’ tornato per il giorno conclusivo del seminario e alla fine mi sono
sentito piu’ calmo e sollevato che fosse tutto finito! E’ stato soltanto il giorno successivo alla
conclusione del seminario, mentre ero in viaggio d’affari verso un’altra citta’, che ho cominciato a
sperimentare qualcosa di effettivamente diverso. Ricordo con estrema nitidezza il profondo calore
interiore e il senso di sicurezza che ho avvertito. Quello e’ stato l’inizio. Nel corso degli ultimi
quindici anni ho imparato a usare il Mantra come mezzo per controllare le emozioni e rimettere a
fuoco la mente.

A volte la mia pratica e’ stata ricca e manifestamente utile, altre volte mi e’ parsa arida e vuota;
spesso ho allentato la mia tensione emotiva, ritrovando un’altra dimensione del mio essere, qualcosa
che e’ presente ogni giorno, dovunque mi trovi. La portata di questo processo ha cominciato a
rivelarsi durante un periodo di isolamento di tre mesi, che ha compreso un’intensa pratica del
Mantra di quattro ore al giorno: due prima dell’alba, una prima di mezzogiorno e un’altra dopo
mezzogiorno.

E’ stato allora che ho scoperto il ruolo fondamentale che il Mantra svolge nelle profondita’
dell’intimo, ma ho appurato anche che esistono dei limiti. Quando ho deciso di estendere la pratica
a cinque ore al giorno i miei sogni mi hanno comunicato senza incertezze che la mia decisione era
pericolosa e tutt’altro che utile.

Come ogni altro strumento, il Mantra e’ una cosa che si puo’ usare, o di cui si puo’ abusare, come
ho avuto modo di sperimentare.

“Aileen”

Una delle maggiori difficolta’ che ho dovuto superare nella mia pratica del Mantra e’ stata quella
di passare da come pensavo che avrei dovuto praticarlo a scoprire cio’ che il Mantra significa per
me e a lasciarmi coinvolgere in esso. Quell'”avrei dovuto” si accentrava intorno alle tecniche
relative alla pratica, come avere la schiena eretta e sedere immobile; ma, il coinvolgimento
provocato dal Mantra ha cambiato radicalmente le cose. Lasciarsi coinvolgere vuol dire aprire il
cuore, mentre agire sulla base di un “avrei dovuto” significava operare tramite la mente razionale
ed escludere i sentimenti.

Le implicazioni derivate dal cambiare il punto focale nella pratica non sono immediatamente evidenti
e tuttavia proprio quel cambiamento ha richiesto che io modificassi il mio generale approccio alla
vita. Il problema si e’ presentato nella pratica del Mantra; ma, in effetti questo modo di operare
sulla base di quello che “dovevo” fare era presente in molte aree della mia vita quotidiana. Non
appena ho cominciato a esaminarmi, mi sono resa conto che questa dinamica del giusto-sbagliato,
buono-cattivo permeava la mia mente e in virtu’ dell’effetto che il Mantra stava esercitando su di
essa della sua capacita’ di elevarla al di sopra di quell’ottica rigida e limitata – ho potuto
vedere con estrema chiarezza che c’era qualcosa che doveva cambiare nel mio modo di affrontare la
vita, prima che potessi essere in grado di muovere il passo successivo sul sentiero dello spirito.

Ho dato avvio dunque a un processo che si e’ realizzato in modo fluido, a mano a mano che mi
lasciavo coinvolgere progressivamente dal Mantra e al tempo stesso operavo il cambiamento nella vita
quotidiana, lasciandomi effettivamente coinvolgere da tutto quello che facevo. Cio’ ha comportato la
necessita’ di imparare a essere ricettiva in tutte le aree della mia vita, in quanto esse si
influenzano reciprocamente.

“Jay”

Inizialmente, cantare il Mantra e’ stata per me un’esperienza molto positiva, a volte addirittura
esaltante,- ma il mio entusiasmo iniziale e i primi risultati non sono durati a lungo ed e’ passato
un certo tempo prima che io riuscissi a superare gli ostacoli che impedivano un’esperienza piu’
profonda e sostanziale. I progressi iniziali mi hanno tuttavia fornito un’indicazione del potenziale
racchiuso nelle sillabe sacre, tale da incoraggiarmi a continuare nel canto.

Con il tempo ho cominciato a vedere che gli impedimenti a una pratica piu’ profonda erano prodotti
del mio forte intelletto. L’orgoglio dell’intelletto era la forza che rifiutava di aprire la porta
al genere di esperienza che l’intelletto stesso aveva gia’ concettualizzato come irrazionale e
quindi indegna di fiducia. La presunzione intellettuale alimenta la convinzione che l’intelletto sia
superiore alla mente soggettiva e irrazionale, un’opinione che trovava naturalmente un notevole
sostegno nella mia educazione e nei processi di socializzazione di stampo occidentale.

Aggrapparmi a questa mia persuasione non serviva pero’ a risolvere i conflitti mentali/emotivi che
erano emersi durante i miei sforzi per portare avanti la pratica e alla fine ho dovuto riconoscere
che la fonte di quei conflitti era la mia paura che l’intelletto potesse perdere il controllo del
modo in cui io usavo la mia mente. Il fatto che un’intensa emozione – nella fattispecie la paura –
stesse controllando la mia mente mi ha alla fine dimostrato che non stavo ben impiegando
l’intelletto, in quanto non stavo utilizzando il potere intellettuale della logica e della ragione
per valutare in modo adeguato e trasporre in parole quello che stava accadendo alla mia mente.

La difficolta’ a cui mi sono trovato davanti (e che puo’ essere familiare a molti uomini) e’ stata
creata dal mio rifiuto di accettare il fatto, reso evidente nella pratica stessa, che il vero sapere
– il sapere dell’Io – e’ contenuto in una parte della mente che attinge a un tipo di intelligenza
molto diverso. Quando ho compreso questo fatto e ho in certa misura sperimentato le profondita’
della mia mente a cui potevo accedere attraverso il canto, mi sono reso conto che cio’ che in
precedenza chiamavo conoscenza consisteva in semplici informazioni.

Cantare il Mantra mi ha portato oltre una linea di confine e in un territorio che la mia mente ha
caratterizzato, mediante immagini e, a volte, tramite ricordi molto vecchi, che spesso portavano a
potenti emozioni e a sentimenti intensi. Il mio canto si concludeva pero’ sempre con un profondo
senso di pace e di benessere; credo perche’ lo dirigevo intenzionalmente verso un’immagine del
Divino – l’aspetto Radha – al fine di risvegliare la parte devota e intuitiva del mio essere: il
regno dei sentimenti piu’ elevati e della maggiore sensibilita’.

Di per se’, il solo intelletto non puo’ fornire una simile esperienza. Ho anche scoperto che
l’intento della pratica del Mantra e’ quello di entrare in comunione con il Divino e che la sua
durata non e’ importante quanto la sincerita’ dello sforzo compiuto. In altre parole, cio’ che conta
effettivamente e’ se posso focalizzare tutta la mia attenzione, concentrazione e disponibilita’ nel
canto, anche per pochi minuti appena, e se posso invocare una dose di umilta’ sufficiente a
contrastare l’orgoglio intellettuale, trasformando la pratica in un’offerta.

Ho scoperto che ero in grado di ascoltare con concentrazione il suono creato dalla mia voce e dal
mio respiro e che ascoltare calmava la mia mente irrequieta, dandomi modo di arrivare al cuore del
Mantra. Indirizzando la mia volonta’ all’ascolto, ho sperimentato un frammento dell’essenza del
Mantra e sono riuscito a instaurare con la stessa un rapporto privo di paura.

“Anne”

Nella mia pratica del Mantra ho scoperto di essere coinvolta in modi che andavano al di la’ della
semplice espressione vocale. Il fondamento della mia adorazione e’ il rituale, che si impone anche
con lo spazio in cui canto, allorche’ predispongo l’altare con le sue immagini. Per me e’ importante
disporre i fiori, scegliendo per l’altare soltanto i migliori e togliendo quelli avvizziti,
spolverare il tavolo dell’altare, accendere le candele, organizzare quello spazio in modo che sia
invitante per me e per il Divino.

L’invito rivolto al Divino deriva dalla meravigliosa fragranza e bellezza dei fiori, come anche
dalla cura e dalle attenzioni che ho per l’altare, tirato a lucido in ogni particolare. Esiste un
elemento di stabilita’, derivante dal mio interesse per i fiori, che comincia con il decidere quali
fiori coltivare, per poi curarli, sceglierli, disporli sull’altare fragranti e splendidi, e infine
rimuoverli per sostituirli con altri freschi, continuando il cerchio.

Una volta avevo sull’altare un’immagine di Tara e davanti a lei c’erano sempre sette ciotole
d’ottone che riempivo d’acqua ogni mattina e svuotavo ogni sera. Mentre riempivo e svuotavo le
ciotole, ripetevo il mio Mantra o quello della Madre Divina; un rito che e’ diventato per me molto
significativo, in quanto rendeva visibile il mio impegno nei confronti del Divino.

Se non avessi mantenuto questo impegno le ciotole sarebbero rimaste vuote, ricordandomi quello che
dovevo fare. Compiere questo gesto prima di cominciare il canto mi aiutava anche a entrare nella
pratica del Mantra; avevo inoltre un piccolo scialle che ero solita avvolgere intorno a Tara ogni
notte, in modo da concederle uno spazio privato in cui riposare, per poi svegliarla rimuovendo lo
scialle alla Luce del mattino.

In quei momenti le parlavo, chiedendo guida e aiuto, e aspettavo in silenzio che la parte di me che
rispondeva a tali suppliche si destasse, ascoltando con attenzione la mia voce interiore o i
messaggi che giungevano intorno a me. Nel cantare il Mantra mi servivo della mia voce per
trasmettere intenzionalita’ e disponibilita’, il mio desiderio e bisogno di essere con lei.

Ogni mattina e ogni sera mi chiedevo se le ciotole d’acqua fossero piene o vuote, se lo scialle
fosse al suo posto o meno, se i fiori fossero freschi e fragranti, la mia voce limpida nel suo
intento, la voce di Tara udibile nel silenzio. Quanto piu’ sono coinvolta nel rituale tanto piu’
forte diventa il mio impegno nell’adorazione e tanto piu’ ricca si fa la mia pratica.

“Carol”

Ho cominciato a praticare il Mantra come mezzo per controllare l’ira. Essa costituiva per me un vero
e proprio problema e per la maggior parte del tempo la dirigevo contro mio marito. Swami Radha mi ha
fatto capire quanto fosse importante liberarmi della mia collera, sottolineando che uno scoppio
d’ira consumava il risultato di molta pratica spirituale.

Riuscirci mi era molto difficile perche’ l’ira mi appariva fuori da ogni controllo: facevo ogni
sorta di piani e di patti con me stessa per non cedere ad essa, ma le mie buone intenzioni
risultavano sempre vane, parole ed emozioni scaturivano da me prima che mi rendessi conto di cosa
stavo facendo.

E’ stato mio marito a incoraggiarmi a sottoporre il problema all’influsso del Mantra e ho iniziato
con trenta minuti di pratica al giorno per quaranta giorni, scegliendo il Mantra Hari Om, in quanto
connesso con la guarigione.

Ho pregato il Divino perche’ mi aiutasse a cambiare e ho cominciato; in un primo tempo mi sono
sentita confortata dal canto, senza pero’ che ci fosse il minimo cambiamento nel mio modo di
comportarmi; ma, con il passare dei giorni ho cominciato a sentirmi piu’ contenta, piu’ appagata.

Dopo circa una ventina di giorni, mi sono resa conto di un sottile spostamento, o cambiamento,
dentro di me: l’ira ha iniziato a placarsi di sua iniziativa, un fatto che mi ha lasciata stupita e
mi ha indotta a chiedermi se quel fenomeno sarebbe continuato.

Alla fine dei quaranta giorni ho compreso che si era verificato un mutamento profondo e duraturo;
potevo avvertirlo e le mie reazioni lo dimostravano.

Quest’esperienza mi ha dato la comprensione del termine “trasformazione”, in quanto la mia collera,
o per meglio dire l’energia racchiusa in essa, era stata trasformata in un carattere controllato e
in sentimenti di compassione.

Adesso mi rendo conto che inizialmente ho impiegato il potere della volonta’ per cercare di
cambiare, e che non ha funzionato perche’ cio’ per cui era effettivamente necessario usare la
volonta’ era stabilire i ritmi della pratica, in modo che il Mantra potesse – come ha fatto –
compiere la sua opera.

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