Il Vangelo del Buddha 3

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Il Vangelo del Buddha 3

Paul Carus
IL VANGELO DEL BUDDHA

Estratto da INTERNET- www.sacred-texts.com/
A cura del CENTRO NIRVANA – Roma

“IL VANGELO” del BUDDHA
di Paul Carus (The Open Court Publishing Company, Chicago) [1894] (Tratto da INTERNET – www.sacred-texts.com/bud/index.htm)

LA VANITÀ DELLA MONDANITÀ

C’era un poeta che aveva acquisito il puro occhio della verità. Egli credeva
nella dottrina del Buddha, che gli dava la pace della mente e il conforto
nei momenti di afflizione. Accadde che un’epidemia spazzò via il paese dove
lui viveva, così che molti morirono, e tutte le persone erano terrorizzate.
Alcuni tremavano di paura, e temendo per il loro destino, erano tormentati
con tutti gli orrori della morte, prima ancora di morire, mentre altri
presero ad essere allegri, gridando rumorosamente, “Godiamoci l’oggi, perché
non sappiamo se domani vivremo”; tuttavia la loro allegria non era di una
genuina contentezza, ma una mera finzione e affettazione.

Durante la pestilenza, il poeta Buddista viveva come al solito,
imperturbabile e calmo, fra tutti questi uomini e donne mondani che
tremavano di ansia, aiutando dovunque poteva, confortando gli ammalati,
calmando i loro dolori con medicine e consolazione religiosa. Ed un uomo
venne da lui e disse:

“Il mio cuore è nervoso ed agitato, perché io vedo morire le persone. Io non
sono ansioso per gli altri, ma tremo per me. Aiutami; guariscimi dalla mia
paura.”

Il poeta rispose: “L’aiuto c’è per chi ha compassione per gli altri, ma non
c’è aiuto per te, finché tu sei così attaccato solo a te stesso. Duri
momenti aspettano gli esseri umani per insegnar loro rettitudine e carità.
Come puoi tu testimoniare queste tristi visioni intorno a te ed essere
ancora così pieno di egoismo? Come puoi vedere i tuoi fratelli, sorelle, ed
amici soffrire, e non dimenticare la piccola brama concupiscente del tuo
proprio cuore?” Cogliendo la disperazione nella mente dell’uomo che cercava
il suo piacere, il poeta Buddista compose questo canto e lo insegnò al
fratelli nel vihara:

“Finché non prenderete rifugio nel Buddha e non troverete la pace nel
Nirvana,
“La vostra vita non è nient’altro che vanità, vuota e desolata.
“Guardare al mondo è inutile, e godere della vita è vano.
“Il mondo, incluso l’uomo, è come un fantasma,
“E la speranza nel paradiso è come un miraggio.
“Il mondano cerca i piaceri, ingrassandosi come un uccello ingabbiato,
“Ma i santi Buddisti volano su nel sole come la selvatica gru.
“L’uccello nella stia ha cibo, ma sarà presto bollito nella pentola;
“Nessuno si interessa della selvatica gru, ma i cieli e la terra sono suoi.
“I tempi sono duri ed insegnano una lezione alla gente;
“Eppure, le persone ancora non ne tengono conto…!”
Il poeta così disse, e compose un altro poema sulla vanità della mondanità:
“È bene riformarsi, ed è bene esortare le persone a riformarsi.
“Le cose del mondo prima o dopo saranno tutte spazzate via.
“Lasciate che gli altri siano tutti occupati a seppellirsi con cura.
“La mia mente totalmente imperturbabile resterà sempre pura.
“Essi agognano i piaceri ma non trovano la soddisfazione;
“Desiderano le ricchezze e non possono averne mai abbastanza.
“Essi sono come dei burattini tenuti su da una cordicella.
“Quando la corda si rompe vengono giù con un gran botto.
“Nel dominio della morte, non vi è né grande né piccolo;
“Non ha valore né l’oro né l’argento, e nemmeno gioielli preziosi.
“Nessuna distinzione è fatta tra chi è il più alto e chi è il più basso.
“E ogni giorno, i morti sono seppelliti sotto le fragranti zolle erbose.
“Guarda il sole che scompare dietro alle colline occidentali.
“Anche tu dovrai giacere giù per restarvi, ma presto il gallo annuncerà il
mattino.
“Perciò, riformati oggi e non aspettare che sia troppo tardi
“Non dire che è presto, perché il tempo passa rapidamente.
“È bene riformarsi, ed è bene esortare le persone a riformarsi.
“È bene condurre una retta vita e prendere rifugio nel nome del Buddha.
“I tuoi meriti possono giungere fino al cielo, la ricchezza può essere
immensa –
“Ma tutto è invano, a meno che non raggiungerai la pace del Nirvana.”

SEGRETEZZA E PROPAGANDA

Il Buddha disse: “Tre cose, o discepoli, sono caratterizzate dalla
segretezza: le faccende amorose, la saggezza dei preti, e tutte le
aberrazioni dal sentiero della verità. O discepoli, le donne innamorate
cercano la segretezza ed evitano la pubblicità; O discepoli, i preti che
dichiarano di essere in possesso di rivelazioni speciali, cercano la
segretezza ed evitano la pubblicità; tutti quelli che deviano dal sentiero
della verità, o discepoli, cercano la segretezza ed evitano la pubblicità.
“Tre cose, o discepoli, sono quelle che splendono davanti al mondo e non
possono essere nascoste. Quali sono? La luna, o discepoli, illumina il mondo
e non può essere nascosta; il sole, o discepoli, illumina il mondo e non può
essere nascosto; e la verità proclamata dal Tathagata illumina il mondo e
non può essere nascosta. Queste tre cose, o discepoli, illuminano il mondo e
non possono essere nascoste. Riguardo ad esse, non può esservi segretezza”.

L’ANNIENTAMENTO DELLA SOFFERENZA

Disse il Buddha: “Cos’è, amici miei, che è male? Uccidere è male; rubare è
male; alimentare una passione sessuale è male; mentire è male; calunniare è
male; l’abuso è male; il pettegolezzo è male; l’invidia è male; l’odio è
male; aggrapparsi alle false dottrine è male; tutte queste cose, o miei
amici, sono il male.

“E qual’è, amici miei, la radice del male? Il desiderio è la radice del
male; l’odio è la radice del male; l’illusione è la radice del male; queste
tre cose sono la radice del male.

“E, tuttavia, cos’è bene? Astenersi dall’uccidere è bene; astenersi dal
furto è bene; astenersi dalla sensualità è bene; astenersi dalla falsità è
bene; astenersi dalle calunnie è bene; eliminare la scortesia è bene;
abbandonare il pettegolezzo è bene; sopprimere l’invidia è bene; eliminare l’odio
è bene; l’obbedienza alla verità è bene; tutte queste cose sono il bene.

“E qual’è, amici miei, la radice del bene? Libertà da desiderio è la radice
del bene; libertà dall’odio, e libertà dalla illusione; queste tre cose,
amici miei, sono la radice del bene.

“E, tuttavia, o fratelli, cos’è la sofferenza? Qual’ è l’origine della
sofferenza? Qual’è l’annientamento della sofferenza? La nascita è
sofferenza; la vecchiaia è sofferen-za; la malattia è sofferenza; la morte è
sofferenza; il dolore e l’angoscia sono sofferenza; l’afflizione e la
disperazione sono sofferenza; essere uniti con cose che non piacciono è
sofferenza; la perdita di ciò che noi amiamo ed il fallimento nel
raggiungere ciò che è bramato, è sofferenza; tutte queste cose, o fratelli,
sono sofferenza.

“E qual’è, o fratelli, l’origine della sofferenza? È la concupiscenza, la
passione, e la sete per l’esistenza, il desiderare ovunque il piacere che
conduce ad una rinascita continua dell’io, è la sensualità, il desiderio,
l’egoismo; tutte queste cose, o fratelli, sono l’origine della sofferenza.

“E qual’è l’annientamento della sofferenza? E’ il radicale e totale
annientamento di questa sete, e l’abbandono, il rilascio, la liberazione
dalle passioni che, o fratelli, è l’annientamento della sofferenza.

“E qual è, o fratelli, il sentiero che conduce all’annientamento della
sofferenza? È il santo Ottuplice Sentiero che conduce all’annientamento
della sofferenza, il quale consiste di corretta visione, corretta
intenzione, corretto parlare, corretta azione, corretto modo di vivere,
corretto pensiero, corretto sforzo, e corretta meditazione.

“E quindi, o amici, come un giovane nobile riconosce così la sofferenza e
l’origine della sofferenza, così egli riconosce l’annientamento della
sofferenza, e percorre il sentiero che conduce all’annientamento della
sofferenza, abbandonando in modo radicale la passione, soggiogando la
collera, annullando la vana presunzione di un “Io-sono”, eliminando
l’ignoranza, e raggiungendo l’Illuminazione, così egli farà anche finire
ogni sofferenza in questa vita.”

EVITARE I DIECI MALI

Il Buddha disse: “Evitando i dieci mali, tutte le azioni degli esseri
viventi diventano buone mentre, a causa dei dieci mali, esse diventano
malvagie. Ci sono tre azioni malvagie del corpo, quattro della parola e tre
della mente.

“Le azioni malvagie del corpo sono, assassinio, furto, e adulterio; quelle
della parola, menzogna, calunnia, insulti, e discorsi inutili; quelle della
mente, bramosia, odio, ed errore.

“Io vi esorto ad evitare i dieci mali:

1. non uccidere, ma abbiate riguardo per la vita.

2. non rubare; voi non dovete rubare, ma aiutare tutti ad essere padroni del
frutto del proprio lavoro.

3. astenersi dalla non-purezza, e condurre una vita nella castità.

4. non mentire, ma essere veritieri. Dite la verità con discrezione, senza
paura e con un cuore amorevole.

5. non parlate male degli altri, neanche voi. Non cavillate, ma cercate i
lati buoni dei vostri simili, così da poterli difendere con sincerità contro
i loro nemici.

6. non giurate a sproposito, ma parlate con decenza e dignità.

7. non sprecate il vostro tempo con pettegolezzi, ma parlate a proposito o
restate in silenzio.

8. non abbiate desideri, né invidia, ma siate lieti alle fortune di altre
persone.

9. purificate il vostro cuore dalla malevolenza e non intrattenete odio,
neanche contro i vostri nemici; ma abbracciate tutti gli esseri viventi con
gentilezza.

10. Liberate la vostra mente dall’ignoranza e siate ansiosi di imparare la
verità, specialmente nella sola cosa che è indispensabile affinché non
dobbiate precipitare in preda allo scetticismo o agli errori. Siate
indifferenti allo scetticismo agli ed errori, altrimenti essi vi condurranno
fuori strada, così che non troverete più il nobile sentiero che conduce
alla vita eterna”.

LA MISSIONE DEL PREDICATORE

Il Beato disse ai suoi discepoli: “Quando io sarò trapassato via e non potrò
più parlarvi né edificare le vostre menti con discorsi religiosi,
selezionate fra di voi gli uomini di buona famiglia e di istruzione per
predicare la verità al mio posto. E fate in modo che quegli uomini siano
investiti con gli abiti del Tathagata, permettete loro di entrare nella
dimora del Tathagata, ed occupare il pulpito del Tathagata.

“L’abito del Tathagata è sublime indulgenza e pazienza. La dimora del
Tathagata è la carità e l’amore per tutti gli esseri. Il pulpito del
Tathagata è la comprensione della buona legge nel suo significato astratto
così come nella sua particolare applicazione.

“Il predicatore deve proporre la verità con una mente impavida. Egli deve
avere il potere di persuasione radicato nella virtù e nella severa fedeltà
ai suoi voti. Il predicatore deve tenere un atteggiamento corretto e deve
essere stabile nel suo corso. Non deve adulare la sua vanità cercando la
compagnia dei potenti, né deve essere in società con persone frivole ed
immorali. Quando è sotto tentazione, egli dovrebbe continuamente pensare al
Buddha e così potrà vincerla. Il predicatore deve ricevere con benevolenza
tutti coloro che vengono a sentire la dottrina, ed il suo sermone deve
essere senza invidia o superbia. Il predicatore non deve essere incline a
criticare gli altri, o biasimare gli altri predicatori; non deve
scandalizzare, né propagare parole amare. Egli non deve menzionare per nome
gli altri discepoli per vituperarli o per rinfacciare il loro comportamento.

“Vestito con un abito decente, di colore morbido, con modi adatti, egli deve
salire il pulpito con una mente libera da biasimo ed in pace col mondo
intero. Lui non deve trovare piacere in dispute e contese né prendere parte
in controversie, come pure mostrare la superiorità del suo talento, ma deve
essere calmo e composto. Nessun sentimento ostile dovrà mai risiedere nel
suo cuore, ed egli non dovrà mai abbandonare la disposizione di carità verso
tutti gli esseri. Suo solo scopo deve essere che tutti gli esseri diventino
dei Buddha. Che il predicatore si applichi con zelo al suo lavoro, e i
Tathagata mostreranno a lui il corpo della santa legge nella sua gloria
trascendente. Egli dal Tathagata sarà onorato come un benedetto. Il
Tathagata benedirà il predicatore ed anche quelli che riverentemente lo
ascoltano e gioiosamente accettano la dottrina.

“Tutti quelli che ricevono la verità troveranno l’Illuminazione perfetta. E,
invero, il potere della dottrina è tale che anche con la lettura di una sola
stanza, o recitandola, copiandola, e ricordando una sola frase della buona
legge, le persone possono essere convertite alla verità e possono essere
introdotte nel sentiero della rettitudine che conduce alla liberazione dal
male. Le creature che sono scosse da impure passioni, quando ascoltano la
‘voce’, saranno purificate. Gli ignoranti che sono infatuati con le follie
del mondo, ponderando sulla profondità della dottrina, otterranno la
saggezza. Quelli che agiscono sotto l’impulso di odio ed ira, quando
prendono rifugio nel Buddha, saranno pieni di benevolenza ed amore.

“Un predicatore deve essere pieno di energia, e di gioiosa speranza, non
deve mai stancarsi e mai disperare del successo finale. Un predicatore deve
essere come un uomo alla ricerca di acqua che scava un pozzo in un
territorio arido. Finché vede che la sabbia è asciutta e bianca, lui sa che
l’acqua è ancora lontana. Ma che egli non si agiti né rinunci al suo
compito, come se fosse senza speranza. Il suo lavoro di rimuovere la sabbia
asciutta deve essere fatto, così che lui possa scavare ancor più in
profondità nel terreno. E spesso, più profondamente egli dovrà scavare, più
pura, più refrigerante e rinfrescante sarà l’acqua. Quando, dopo un po’ di
tempo che scava, egli vede che la sabbia diventa umida, lo prende come un
fatto che l’acqua è vicina. Così finché le persone non ascoltano le parole
della verità, il predicatore sa che deve scavare sempre più in profondità
nei loro cuori; ma quando cominceranno a tener conto delle sue parole, egli
capisce che esse rag-giungeranno presto l’Illuminazione.

“Nelle vostre mani, O uomini di buona famiglia ed istruzione che avete fatto
il voto di predicare le parole del Tathagata, il Beato trasferisce, infonde
e affida la buona legge della verità. Ricevete dunque la buona legge della
verità, mantenetela, leggetela e rileggetela, approfonditela, propagatela, e
predicatela a tutti gli esseri in tutti i quadranti dell’universo.

“Il Tathagata non è avido, né meschino, ed è disposto ad impartire la
conoscenza perfetta del Buddha a tutti coloro che sono pronti e disposti a
riceverla. Voi siete come Lui. Imitatelo e seguite il suo esempio
generosamente dando, mostrando, e offrendo la verità. Raggruppate intorno a
voi gli ascoltatori che amano ascoltare le benigne e confortanti parole
della legge; stimolate gli increduli ad accettare la verità e riempiteli di
delizia e gioia. Svegliateli, spronateli, ed elevateli sempre più in alto
affinché vedano davanti ad essi la verità in tutto il suo splendore e gloria
infinita.”

Quando il Beato ebbe così parlato, i discepoli dissero: “O Tu, che ci
allieti con la tua gentilezza, che ha la sua origine nella compassione, Tu,
la grande nuvola di buone qualità e di mente benevola, Tu che spegni il
fuoco che brucia gli esseri viventi, tu che ci inondi di nettare, la dolce
pioggia della legge! Noi, o Signore, faremo quello che il Tathagata comanda.
Noi compieremo il suo volere; il Signore, ci troverà obbedienti alle sue
parole.”

E questo voto dei discepoli echeggiò attraverso l’universo, e come un’eco
esso è ritornato da tutti i Bodhisattva che saranno e verranno a predicare
la buona legge della Verità alle generazioni future.

Ed il Beato disse: “Il Tathagata è simile ad un re potente che domina il suo
regno con rettitudine, ma essendo attaccato da nemici invidiosi va fuori ad
intraprendere la guerra contro i suoi nemici. Quando il re vede i suoi
soldati lottare, è entusiasta per il loro coraggio e darà loro doni di ogni
tipo. Voi siete i soldati del Tathagata, mentre Mara, il Maligno, è il
nemico che deve essere vinto. E perciò il Tathagata darà ai suoi soldati la
città del Nirvana, la grande capitale della buona legge. E quando il nemico
sarà vinto, il Dharma-raja, il grande re della verità, donerà a tutti i suoi
discepoli la corona più preziosa, con il gioiello che porta la perfetta
illuminazione, la suprema saggezza, e la pace imperturbabile”.

L’INSEGNANTE

Questo è il Dhammapada, il sentiero della religione perseguito da quelli che
sono i seguaci del Buddha: Esseri che derivano il loro carattere dalla
mente; essi sono menti-messe in ordine, menti-prodotte. La Mente è la fonte
sia della beatitudine che della corruzione. Il male è creato da se stessi; e
a causa di se stessi si soffre; da se stessi poi il male è non fatto; da se
stessi ci si purifica. La purezza e la non-purezza appartengono a sé stessi,
nessuno può purificare un altro. Voi stessi dovete fare lo sforzo. I
Tathagata sono soltanto predicatori. Il meditante che entra nella Via è
liberato dalla schiavitù di Mara. Colui che non si sveglia quando è ora di
alzarsi; Colui che, sebbene giovane e forte, è pieno di accidia; Colui la
cui volontà ed i pensieri sono deboli; questi esseri pigri ed inattivi non
troveranno mai la Via per l’Illuminazione.

Se un uomo ci tiene a se stesso, che si osservi attentamente; la verità
protegge chi protegge se stesso. Se un uomo fa su di sé ciò che lui insegna
agli altri, allora, essendosi sottomesso, lui può soggiogare gli altri; il
proprio ‘sé’ è davvero difficile da sottomettere. Se degli uomini
conquistano in battaglia mille volte mille uomini, e se un altro conquista
se stesso, quest’ultimo è il più grande dei conquistatori. E’ da sciocchi,
sia laici che membri del clero, pensare “Questo è fatto da me. Gli altri
possono essere soggetti a me. In questa o quell’operazione, una parte
preminente dovrebbe essere giocata da me”. Gli sciocchi non si curano del
dovere che deve essere compiuto o dello scopo a cui arrivare, ma pensano
solo a se stessi. Ogni cosa non è altro che un piedistallo per la loro
vanità.

E’ facile fare cattive azioni, ed atti che fanno male a noi stessi; ciò che
dà benefici e benessere, quello è molto difficile. Se una cosa dev’essere
fatta, lasciate che un uomo la faccia, che la attacchi con vigore! Fra non
molto, ahimè! questo corpo giacerà sulla terra, disprezzato, senza poter
capire, come un inutile tronco; eppure la nostra mente resisterà e sarà
ancora in grado di emettere pensieri, e produrrà azione. I pensieri buoni
produrranno buone azioni, e i pensieri cattivi produrranno le cattive
azioni.

La serietà è il sentiero dell’immortalità, l’avventatezza il sentiero della
morte. Quelli che sono seri e motivati non muoiono; quelli che sono
avventati sono come se fossero già morti. Quelli che immaginano di trovare
la verità nella falsità, e vedono la falsità nella verità, non arriveranno
mai alla verità, ma seguiranno i loro vani desideri. Coloro che conoscono la
verità come verità, e la falsità come falsità, arriveranno alla verità, e
seguiranno i loro desideri veri e puri. Come la pioggia che penetra
attraverso il tetto di paglia di una casa malandata, tutte le passioni
penetreranno in una mente non-riflessiva. Come la pioggia che non penetra in
una casa ben coperta, così le passioni non penetreranno in una mente che sa
ben riflettere. Lasciate scorrere l’acqua ovunque a lei piaccia; gli arcieri
scoccano le frecce; gli spaccalegna spezzano i tronchi d’albero; le persone
sagge forgiano se stesse; i saggi non esitano tra biasimo ed encomio. Avendo
ascoltato la legge, essi divengono sereni, come un lago profondo, liscio, e
però immobile.

Se un uomo parla o agisce con un cattivo pensiero, il dolore lo segue,
proprio come la ruota segue l’orma del bue che trascina il carro. Una
cattiva azione è meglio non farla, perché dopo un uomo si pentirà di essa; è
meglio fare una buona azione, perché avendola fatta non ci si pentirà. Se un
uomo commette il male non gli si permetta di farlo ancora; non lo si faccia
deliziare del suo male; poiché la conseguenza del male è il dolore. Se un
uomo fa quello che è bene, gli si permetta di farlo di nuovo; gli si
permetta di dilettarsi in esso; poiché la felicità è la conseguenza del
bene.

Nessun uomo pensi mai che il male non sia grave, dicendo in cuor suo, “a me
non me ne verrà nulla”. Come dalla continua caduta di goccie d’acqua alla
fine una pentola è riempita, così lo sciocco diventa ripieno di male, anche
se lo raggruppa poco a poco. E che nessun uomo pensi in modo leggero al
bene, dicendo in cuor suo, “a me, non ne verrà nulla”. Come dalla continua
caduta di gocce d’acqua alla fine una pentola è riempita, così il saggio
diventa pieno di bene, anche se egli lo raggruppa poco a poco.

Colui che vive solamente per il piacere, con i suoi sensi incontrollati,
smodato nel suo cibo, debole nei suoi ozi, certamente Mara il tentatore
vorrà abbatterlo, come il vento getta giù un debole albero. Colui che vive
senza cercare piaceri, con i suoi sensi ben controllati, moderato nel cibo,
fedele e forte, certamente lui Mara non potrà abbatterlo, come il vento che
tenta di gettar giù una montagna rocciosa.

Lo stolto che è consapevole della sua stoltezza, è almeno un pò saggio. Ma
lo stolto che si pensa saggio, lui sì è davvero uno stolto. A colui che fa
il male, il male sembra dolce come il miele; costui lo reputa così piacevole
finchè non ne sopporta il frutto; ma quando il frutto arriva a maturazione,
allora lui lo reputa come male. E così l’uomo buono reputa la bontà del
Dharma come un peso ed un male finché non ne ricava il frutto; ma quando il
frutto arriva a maturarsi, allora lui può vederne la bontà.

Una persona che odia può fare un gran danno a chi odia, o un nemico ad un
altro nemico; ma una mente diretta verso il male farà il più gran danno a se
stessa. Una madre, un padre, o qualunque altro parente potrà fare molto
bene; ma una mente diretta verso il bene farà il miglior bene a se stessa.
Colui la cui malvagità è assai grande precipita in quello stato in cui il
suo nemico gli augura di essere. Egli è il nemico più grande di se stesso.
Come un serpente che distrugge la vita di un albero su cui trova appoggio.

Non dirigete i vostri pensieri su ciò che sembra dar piacere, affinchè
quando state bruciando non dobbiate poi gridare, “Che dolore!”. Il malvagio
brucia a causa dei suoi propri atti, come se fosse bruciato dal fuoco. I
piaceri distruggono gli stolti; lo stolto per la sua sete di piaceri si
distrugge come se lui stesso fosse il suo proprio nemico. I campi sono
danneggiati da uragani ed erbacce; l’umanità è danneggiata dalle passioni,
dall’odio, dalla vanità e dalla concupiscenza. Che mai nessun uomo prenda in
considerazione se una cosa è piacevole o sgradevole. Amore del piacere
genera dolore e il timore del dolore causa la paura; colui che è libero
dall’amore per il piacere e dal timore per il dolore non conoscerà né il
dolore né la paura.

Colui che si dà alla vanità, e non si dà alla meditazione, dimenticando il
vero scopo della vita ed attaccandosi ai piaceri, in futuro invidierà chi si
è applicato alla meditazione. Le colpe degli altri sono facilmente notate,
ma quelle proprie sono difficili da percepire. Un uomo considera le colpe
del suo vicino di casa come una cosa seria, ma nasconde la sua propria
colpa, come un baro nasconde l’inganno con il dado falso. Se un uomo guarda
alle colpe degli altri, ed è sempre incline a sentirsi offeso, le sue
proprie passioni cresceranno, e sarà ben lontano dalla distruzione delle sue
passioni. Non sulle malvagità altrui, non sui loro peccati di commissione od
omissione, ma solo sui suoi propri misfatti e negligenze, che un saggio
dovrebbe essere preoccupato. Le buone persone risplendono da lontano, come
le montagne piene di neve; invece, le persone malvagie sono celate, come le
frecce scagliate di notte.

Se un uomo provocando il dolore ad altri, si augura di ottenere piacere per
sé – lui imprigionato nei vincoli dell’egoismo, non sarà mai libero dall’odio.
Che ogni uomo superi la rabbia con l’amore, che vinca il male con il bene;
che si liberi dall’avidità con la generosità, dalla menzogna con la verità!
Perché l’odio non cessa mai con altro odio; l’odio cessa solo con il
non-odio, questa è una vecchia regola.

Dite sempre la verità, non create irritazione; donate, se vi viene chiesto;
con questi tre passaggi diventerete divini. Che il saggio si sbarazzi da
solo delle sue stesse impurità, come un fabbro che spazza via le impurezze
dell’argento, una alla volta, poco per volta.

Guidate gli altri, non con violenza ma con rettitudine ed equità. Colui che
possiede la virtù e l’intelligenza, che è giusto, dice la verità, e fa ciò
di cui si interessa, sarà tenuto in considerazione dal mondo. Come l’ape che
raccoglie il nettare e se ne va senza distruggere il fiore, o il suo colore
o l’odore, così un saggio dimora nella comunità.

Se un viaggiatore non incontra qualcuno che è migliore di sé, o almeno suo
uguale, è fermamente meglio che faccia il suo viaggio da solo; la compagnia
con gli stolti non è consigliata. Lunga è la notte per colui che rimane
sveglio; lungo è un miglio per colui che è stanco; lunga è la vita per lo
stolto che non conosce la vera religione. E’ meglio un sol giorno di vita di
un uomo che vede la suprema verità, che vivere cento anni senza vedere la
verità suprema.

Alcuni formano il loro Dharma in modo arbitrario e lo fabbricano
artificialmente; essi avanzano speculazioni complesse ed immaginano che l’esito
sia raggiungibile solo dall’accettazione delle loro teorie; eppure la verità
non è che una sola; non ci sono verità diverse nel mondo. Avendo riflettuto
sulle varie teorie, ci siamo messi a giocare con chi ha eliminato ogni
peccato. Ma saremo noi in grado di procedere insieme con lui?

Il migliore dei metodi è l’Ottuplice Sentiero. Questo è il sentiero. Non ce
n’è un altro che conduca alla purificazione dell’intelligenza. Seguite
questo sentiero! Ogni altra cosa è la falsità di Mara, il tentatore. Se voi
seguite questo sentiero, farete cessare il vostro dolore! Dice il Tathagata,
“Il sentiero fu da me predicato, quando io ho compreso la rimozione della
spina che c’era nella carne”.

“Non solo dall’erudizione, non solo da voti e disciplina, io ho ottenuto la
felicità della liberazione, che nessun mondano può conoscere. O Bhikkhu, non
siate così fiduciosi finché non avrete raggiunto l’estinzione della sete.
L’estinzione dei cattivi desideri è la suprema e più alta religione.

Il dono della religione sopravanza tutti i doni; la dolcezza della religione
supera ogni dolcezza; la delizia che si prova nella religione non ha pari di
tutte le delizie; l’estinzione della sete supera ogni dolore. Pochi sono gli
uomini che attraversano il fiume e giungono alla meta nell’aldilà. Le grandi
moltitudini camminano in su ed in giù sulla riva; ma non c’è più sofferenza
solo per chi ha finito il suo viaggio.

Come il giglio che cresce pieno di dolce profumo e si diletta anche su un
mucchio di spazzatura, così il discepolo del Buddha veramente illuminato
risplende per la sua saggezza fra coloro che sono come spazzatura, fra le
persone che camminano nell’oscurità. Poi, possiamo pure vivere felicemente,
non odiando più quelli che ci odiano! Dimoriamo in mezzo agli uomini che ci
odiano, restando liberi dall’odio!

Allora, che si viva pure felicemente, liberi da ogni afflizione in mezzo
agli afflitti! Che si dimori pure tra gli uomini che sono addolorati, liberi
dal dolore! Allora, che si viva pure felicemente, liberi dall’avidità fra
gli avidi! Che si dimori tra gli uomini che sono avidi, restando liberi
dall’avidità!
Il sole brilla di giorno, la luna risplende di notte, il guerriero è
scintillante nella sua armatura, i pensatori sono luminosi nella loro
meditazione; ma fra tutti, il più splendente, con il suo risplendere di
giorno e di notte, è il Buddha, il Risvegliato, il Santo Benedetto e Beato.

I DUE BRAHMANI

Una volta, il Beato stava viaggiando attraverso il Kosala, quando arrivò al
villaggio Brahmano che si chiamava Manasakata. Ivi giunto, egli stette in un
boschetto di mango. E due giovani Brahmani di scuole diverse vennero da lui.
Uno si chiamava Vasettha e l’altro Bharadvaja. E Vasettha disse al Beato:

“Noi stiamo disputando circa il vero sentiero. Io dico che il giusto
sentiero che conduce all’unione con Brahma è quello che è stato annunciato
dal Brahmano Pokkharasati, mentre il mio amico dice che il giusto sentiero
(che conduce all’unione con Brahma) è quello che è stato annunciato dal
Brahmano Tarukkha. Ora, o Samana, poiché tu hai un’alta reputazione, e
sapendo che tu sei chiamato l’Illuminato, il Maestro di uomini e dèi, il
Buddha Beato, noi siamo venuti da te a chiedere, ma questi sentieri vanno
tutti verso la salvezza? Tutt’intorno al nostro villaggio vi sono molte
strade, ed ognuna porta a Manasakata. È così anche coi Sentieri dei saggi?
Tutti i Sentieri vanno verso la salvezza, e tutti loro conducono all’unione
con Brahma?”

Allora il Beato propose queste domande ai due Brahmani: “Voi pensate che
tutti i Sentieri siano corretti?”. Entrambi risposero: “Sì, Gotama, noi
pensiamo di sì”.
“Ma ditemi”, continuò il Buddha, “qualcuno dei Brahmani, versato nei Veda,
ha mai visto Brahma faccia a faccia?” “No, signore!” fu la replica.

“Ma, allora”, disse il Beato, “nessun insegnante dei Brahmani, versato nei
Veda, ha mai visto Brahma faccia a faccia?”. I due Brahmani dissero: “No,
signore”.
“Ma, allora”, disse il Beato, “qualcuno degli autori dei Veda ha mai visto
Brahma faccia a faccia?”. Di nuovo i due Brahmani risposero di no ed
esclamarono: “Come potrebbe qualcuno vedere o comprendere il Brahman (l’Assoluto),
se i mortali non possono comprendere l’immortale!”. Ed il Beato allora
propose un’illustrazione, dicendo:

“È come se un uomo, per salire su un castello, volesse fare una scalinata
nel punto in cui si incontrano quattro strade. E se le persone dovessero
chiedergli: ‘O amico, dov’è questo castello su cui devi salire, per cui stai
facendo questa scala? Sai tu se esso è ad est, o a sud, o ad ovest, o a
nord? Se è alto, o basso, o di media taglia?’ E se, così interrogato, egli
dovesse rispondere, ‘Io non lo so!’. E le persone dovessero ancora dire a
lui, ‘Ma, allora, mio buon amico, perché tu fai una scala per salire in un
qualche cosa – prendendola per un castello – che tu non conosci e che
nessuno ha visto?’. E se, così interrogato, egli dovesse rispondere, ‘Questo
è precisamente ciò che faccio; anzi, io so che non posso saperlo!’. Cosa
pensereste di lui? Non direste che il discorso di quell’uomo sarebbe un
discorso da stolti?”

“In verità, Gotama, è un discorso da sciocchi!” dissero i due Brahmani. Il
Beato continuò: “Allora i Brahmani dovrebbero dire, ‘Noi ti mostriamo il
metodo per l’unione con ciò che non sappiamo e con ciò che non abbiamo mai
visto’. Essendo questa la sostanza del Brahman, non ne consegue che il
vostro scopo è vano?”
“Si, ne consegue!”, rispose Bharadvaja.

Disse il Beato: “Quindi è impossibile che Brahmani versati nei tre Veda
dovrebbero essere capaci di mostrare il metodo verso uno stato di unione con
quello che loro né sanno e né hanno mai visto. Proprio come quando una fila
di uomini ciechi si attacca uno all’altro. Non vede il primo, né possono
vedere quelli nel mezzo, e né gli ultimi possono vedere. Eppure, mi pare che
il discorso dei Brahmani versati nei tre Veda non sia che un cieco discorso;
è ridicolo, consiste di mere parole, ed è una vana e vuota cosa”. Il Beato
continuò: “Ora supponete che un uomo dovesse venire qui alla riva del fiume
e, avendo un po’ di affari sull’altro lato, dovesse volerlo attraversare.
Supponete che egli pregando invochi che l’altra riva del fiume possa venire
da lui su questo lato, la riva verrebbe grazie al suo pregare?”
“Certamente no, Gotama.”

“Eppure questo è il metodo dei Brahmani. Essi omettono la pratica di quelle
qualità che realmente fanno di un uomo un Brahmano, e dicono, ‘Indra, noi
facciamo appello a te; Soma, noi facciamo appello a te; Varuna, noi facciamo
appello a te; Brahma, noi facciamo appello a te!’. Invero, non è possibile
che questi Brahmani, grazie alle loro invocazioni, preghiere, e richieste,
dopo la loro morte siano uniti con il Brahman!”.

“Ora, ditemi”, continuò il Buddha, “cosa dicono i Brahmani di Brahma? E’ la
sua mente piena di concupiscenza?” E quando i Brahmani negarono questo, il
Buddha chiese: “E’ la mente di Brahma piena di malevolenza, accidia, o
orgoglio?”

“No, signore!” fu la replica. “Egli è l’opposto di tutto questo!”

Ed il Buddha proseguì: “Ma i Brahmani sono liberi da questi vizi?” “No,
signore!” disse Vasettha. Allora il Santo disse: “I Brahmani si aggrappano
alle cinque cose che portano alla mondanità e producono le tentazioni dei
sensi; essi sono impi-gliati nei cinque ostacoli, concupiscenza,
malevolenza, accidia, orgoglio, e dubbio. Come possono essere uniti a ciò
che è totalmente diverso dalla loro natura? Perciò la triplice saggezza dei
Brahmani è come un deserto senza acqua, una giungla inesplorata, ed una
desolazione senza speranza.”

Quando il Buddha ebbe così parlato, uno dei Brahmani disse: “Noi abbiamo
detto, Gotama, che il Sakyamuni conosce il sentiero per l’unione con il
Brahman”.
Ed il Beato disse: “Cosa pensate, O Brahmani, di un uomo nato e cresciuto in
Manasakata? Avrebbe dubbi sulla via più diretta da questo bosco a
Manasakata?”
“Certamente no, Gotama.”

“Cosìppure”, rispose il Buddha, “il Tathagata conosce il giusto sentiero che
porta all’unione con il Brahman. Egli lo sa, come uno che sia nato nel mondo
di Brahma o che vi sia entrato. Non può esservi alcun dubbio nel Tathagata.”

Disse il più giovane dei due Brahmani: “Se tu conosci la Via, mostrala a
noi.”

E il Buddha disse: “Il Tathagata vede faccia a faccia l’universo e comprende
la sua natura. Egli proclama la verità sia nella lettera che nello spirito,
e la sua dottrina è gloriosa nella sua origine, gloriosa nel suo progresso,
gloriosa nel suo completa-mento. Il Tathagata rivela la suprema vita nella
sua purezza e perfezione. Egli può mostrarvi il metodo a ciò che è contrario
ai cinque grandi ostacoli. Il Tathagata fa sì che la sua mente pervada i
quattro angoli del mondo con pensieri di amore. E così l’intero e vasto
mondo, sopra, sotto, intorno, e dappertutto, continuerà ad essere riempito
con amore di vasta portata, maturo, grande, ed oltre misura. Proprio come un
possente trombettiere si fa sentire –e ciò senza difficoltà–in tutti i
quattro angoli della terra; cosippure è la venuta del Tathagata: non c’è
nessuna creatura vivente che il Tathagata lasci da parte, ma egli con mente
libera ne ha riguardo e per tutti sente un amore profondo.

“Questo è il segno che un uomo segue il sentiero giusto: la sua delizia è l’onestà,
e vede il pericolo in tutte quelle cose che dovrebbe evitare. Egli si
addestra agli ordini della moralità, si circonda di santità in azioni e
parole; sostiene la sua vita con mezzi abbastanza puri; la sua condotta è
buona, ed è guardingo nella porta dei suoi sensi; attento e calmo, egli è
comunque felice. Colui che cammina con ferma determinazione nell’Ottuplice
nobile sentiero è sicuro di arrivare al Nirvana. Il Tathagata protegge con
ansia i suoi bambini e con amorosa cura li aiuta a vedere la luce.

“Quando una gallina ha adeguatamente covato otto o dieci o dodici uova, nel
suo cuore sorge l’augurio, ‘Oh, che i miei piccoli pulcini possano rompere
ed aprire il guscio dell’uovo coi loro artigli, o coi loro becchi, e venire
alla luce in sicurezza!’. Eppure, quei pulcini sono sicuri di rompere il
guscio dell’uovo- e venire alla luce in perfetta sicurezza. Cosippure, un
fratello che con ferma determinazione percorre il nobile Sentiero è altresì
sicuro di arrivare alla luce, è sicuro di ottenere la suprema saggezza,
sicuro di raggiungere la suprema beatitudine dell’Illuminazione.”

PROTEGGERE I SEI QUADRANTI DEL MONDO

Una volta, mentre il Beato si trovava nel boschetto di bambù vicino
Rajagraha, incontrò sulla sua strada Sigala, un capofamiglia che, giungendo
le sue mani, si rivolse ai quattro lati del mondo, allo zenit di sopra, e al
nadir di sotto. Il Beato, sapendo che ciò veniva fatto secondo la
tradizionale superstizione religiosa per distogliere il male, chiese a
Sigala: “Perché fai queste strane cerimonie?”

E Sigala in replica disse: “Perché pensi che sia strano che io protegga la
mia casa contro le influenze dei demoni? O Gotama Sakyamuni, che le persone
chiamano il Tathagata ed il Buddha Beato, io so che saresti felice di dirmi
che gli incantesimi non sono di alcun profitto e non possiedono il potere di
salvarmi. Ma ascoltami e sappi, che nel compiere questo rito, io onoro,
riverisco, e mantengo sacra fede alle parole di mio padre.”

Allora il Tathagata disse: “Tu fai bene, O Sigala, a onorare, riverire, e
tenere sacre le parole di tuo padre; ed è tuo dovere di proteggere la tua
casa, tua moglie, i tuoi bambini, ed i bambini dei tuoi bambini contro le
malefiche influenze degli spiriti maligni. Io non vedo difetti nel fare il
rito di tuo padre. Ma trovo che tu non hai capito la cerimonia. Lascia che
il Tathagata ti parli come un padre spirituale, perché egli ti ama non meno
di quanto lo facessero i tuoi genitori, e ti spieghi il significato delle
sei direzioni”.

“Proteggere la tua casa con strane cerimonie non è sufficiente; devi
proteggerla con buone azioni. Rivolgiti ad Est per i tuoi genitori, a Sud
per i tuoi insegnanti, ad Ovest per tua moglie e i tuoi figli, a Nord per i
tuoi amici e regola lo Zenit sopra di te per le tue relazioni religiose, ed
il Nadir sotto di te per i tuoi servitori. Questa è la religione che tuo
padre voleva che tu avessi, e fare così la cerimonia ti ricorderà i tuoi
doveri”.

E Sigala guardò il Beato con riverenza, come suo padre, e disse: “Davvero, o
Gotama, tu sei il Buddha, il Beato, il Santo Maestro. Io non sapevo ciò che
stavo facendo, ma ora lo so, grazie a te. Tu mi hai rivelato la verità che
mi era rimasta nascosta, come uno che porta una lampada nell’oscurità. Io
prendo il mio rifugio nell’Insegnante Illuminato, nella verità che illumina,
e nella comunità di fratelli a cui è stata insegnata la verità!”.

LA DOMANDA DI SIMHA RIGUARDO ALL’ANNIENTAMENTO

A quel tempo, molti distinti cittadini erano seduti in assemblea nella sala
del municipio e parlavano in molti modi encomiando il Buddha, il Dharma e il
Sangha. Il generale-in-capo Simha, discepolo della setta di Niggantha, era
seduto fra loro. E Simha pensò: “Invero, il Beato deve essere il Buddha, il
Santo. Voglio andare a trovarlo!”

Quindi, il generale Simha si recò nel luogo dove stava il capo dei
Niggantha, Nataputta; e essendosi avvicinato, gli disse: “Signore, desidero
visitare il samana Gotama”. Nataputta disse: “Perché tu, Simha, che credi
nel risultato delle azioni secondo il loro merito morale, dovresti andare a
trovare il samana Gotama che nega il risultato delle azioni? Il samana
Gotama, O Simha, nega il risultato delle azioni; lui insegna la dottrina
della non-azione; ed in questa dottrina lui addestra i suoi discepoli.”

Allora il desiderio di andare a visitare il Beato, che era sorto in Simha il
generale, diminuì. Però, sentendo ancora l’encomio del Buddha, del Dharma e
del Sangha, Simha una seconda volta chiese al capo dei Niggantha; e di nuovo
Nataputta lo persuase a non andare.

Quando una terza volta il generale sentì alcuni distinti uomini celebrare i
meriti del Buddha, Dharma, e Sangha, Simha pensò: “Veramente il samana
Gotama deve essere il Santo Buddha. E chi sono i Niggantha per me, se non mi
danno il loro beneplacito? Io senza chiedere il loro permesso andrò a
trovare il Beato, il Buddha Santo.”

Così Simha, il generale, andò dal Beato e gli disse: “Io ho sentito,
Signore, che il samana Gotama nega il risultato delle azioni; lui insegna la
dottrina di non-azione, dicendo che le azioni degli esseri senzienti non
ricevono la loro ricompensa, dato che lui insegna l’annientamento e la
vacuità di tutte le cose; ed in questa dottrina lui addestra i suoi
discepoli. Tu insegni l’eliminazione dell’anima e la distruzione dell’essere
umano, forse? Prego, dimmi, Signore, se quelli che dicono ciò dicono la
verità, o testimoniano il falso contro il Beato, facendo passare un Dharma
impuro come il tuo Dharma?”

Il Beato disse “C’è un modo, Simha, in cui chi dice così, sta davvero
parlando di me; d’altra parte, Simha, c’è un modo in cui anche chi dice
l’opposto sta davvero parlando di me. Ascoltami, e te lo dirò: Io insegno,
Simha, il non-fare di tali azioni quando sono ingiuste, o in atti, o in
parole, o con pensieri; Io insegno il non-causare tutte quelle condizioni di
cuore che sono malvagie e non buone. Pur-tuttavia, Simha, io insegno a fare
quelle azioni quando sono rette, in atti, in parole e in pensieri; Io
insegno il causare tutte quelle condizioni di cuore che sono buone e non
malvagie. Io insegno, Simha, che tutte le condizioni di cuore che sono male
e non bene, le azioni ingiuste con atti, parole e pensieri, devono essere
eliminate. Colui che si è liberato, Simha, da tutte quelle condizioni di
cuore che sono male e non bene, colui che le ha distrutte come un albero di
palma che è stato sradicato, così che non possa crescere di nuovo, un tale
uomo ha realizzato lo sradicamento del ‘sé’.

“Io proclamo, Simha, l’annientamento dell’egoismo, della concupiscenza,
della malevolenza, dell’illusione. Però, io non proclamo l’annientamento
dell’indulgenza, dell’amore, della carità e della verità. Io ritengo
spregevoli, Simha, le azioni non giuste, sia che siano compiute per mezzo di
atti, parole, o pensieri; ma io ritengo lodevoli le virtù e la rettitudine.”

Simha disse: “Nella mia mente si cela ancora un dubbio, che concerne la
dottrina del Beato. Il Beato acconsentirà a far piazza pulita di questa
nuvola, così che io possa capire il Dharma come il Beato l’insegna?”

Il Tathagata dette il suo beneplacito, e Simha continuò: “Io sono un
soldato, o Beato, e sono stato nominato dal re per rafforzare le sue leggi
ed intraprendere le sue guerre. Il Tathagata, che insegna la gentilezza
senza fine e la compassione verso tutti i sofferenti, permette la punizione
dei criminali? e inoltre, il Tathagata dichiara forse che è sbagliato per
andare in guerra per la protezione delle nostre case, le nostre mogli, i
nostri bambini, e la nostra proprietà? Il Tathagata insegna la dottrina di
un’ auto-resa completa, quindi io dovrei soffrire per il male di chi fa
quello che gli pare e sottomettermi a chi minaccia di prendere con violenza
ciò che è di mia proprietà? Non è che il Tathagata sostiene che ogni
conflitto, inclusa una guerra intrapresa per una causa giusta, dovrebbe
essere impedito?”

Il Buddha rispose: “Colui che merita punizione deve essere punito, e colui
che è degno di favori deve essere favorito. Però, al tempo stesso, si
insegna a non fare danno ad alcun essere vivente, ma essere pieni di amore e
gentilezza. Queste ingiunzioni non sono contraddittorie, perché chiunque
debba essere punito per i crimini che ha commesso, soffre del suo danno non
attraverso la malevolenza del giudice, ma in base al suo malfatto. I suoi
propri atti hanno portato su di lui il danno che l’esecutore della legge
infligge. Quando un magistrato punisce, non lo faccia con odio, portato nel
suo cuore, però un assassino quand’è messo a morte, dovrebbe considerare che
questo è il frutto delle sue proprie azioni. Appena lui capirà che la
punizione purificherà la sua anima, lui non si lamenterà più del suo fato,
ma si allieterà per questo”.

Il Beato continuò: “Il Tathagata insegna che ogni guerra in cui un uomo
tenta di uccidere un suo fratello è lamentevole, ma non insegna che coloro
che vanno in guerra per una giusta causa, dopo aver esaurito tutti i mezzi
per preservare la pace, siano biasimevoli. Si deve biasimare chi è la causa
della guerra. Il Tathagata insegna una completa resa di sé, ma lui non
insegna alcuna resa verso quei poteri che sono malvagi, siano essi umani, o
dèi, o elementi della natura. Deve esservi lotta, perché ogni vita è una
lotta di qualche tipo. Ma, colui che lotta dovrebbe star attento affinché
egli non lotti nell’interesse di se-stesso, contro la verità e la
rettitudine.

“Colui che lotta nel suo proprio interesse, così che lui stesso possa essere
grande e potente, o ricco e famoso, non avrà una ricompensa, ma colui che
lotta per la rettitudine e la verità, avrà una grande ricompensa, perché
perfino la sua sconfitta sarà una vittoria. Il ‘sé’ non è un vaso
appropriato per ricevere nessun grande successo; esso è piccolo e fragile,
ed i suoi contenuti saranno presto riversati per il beneficio, e forse anche
per la maledizione, di altri. La verità, invece, è grande abbastanza per
ricevere i desideri e le aspirazioni di tutti i ‘sé’ e quando questi
scoppiano come bolle di sapone, i loro contenuti saranno preservati, e nella
verità essi condurranno ad una vita eterna.

“Colui che va in battaglia, O Simha, anche se è per una giusta causa, deve
essere preparato ad essere ucciso dai suoi nemici, perché quello è il
destino dei guerrieri; e se il suo fato dovesse raggiungerlo, lui non ha
alcuna ragione di lagnarsi. Ma colui che ne esce vittorioso dovrebbe
ricordare l’impermanenza delle cose terrene. Il suo successo può essere
grande, ma mai esso è così grande che la ruota della fortuna non possa
ancora girare e abbatterlo nella polvere. Tuttavia, se egli si modera e,
estinguendo ogni odio nel suo cuore, rialza il suo avversario caduto giù e
gli dice, ‘Vieni, ora, facciamo pace e sentiamo di essere fratelli’, egli
otterrà una vittoria che non sarà solo un successo transitorio, perché i
suoi frutti rimarranno per sempre. Grande è il successo totale, O Simha, ma
colui che ha conquistato se-stesso è il più grande vincitore.

“La dottrina della conquista di sé, O Simha, non è insegnata per distruggere
le anime degli uomini, ma per preservarli. Colui che ha conquistato
se-stesso è più preparato per vivere, per avere successo, e ottenere le
vittorie, che non colui che è schiavo di se-stesso. Colui la cui mente è
libera dall’illusione del ‘sé’, resterà in piedi e non cadrà, in quella
battaglia che è la vita. Colui le cui intenzioni sono la rettitudine e la
giustizia, non troverà il fallimento, ma avrà successo nelle sue imprese ed
il suo successo durerà a lungo. Colui che nel suo cuore genera amore per la
verità vivrà e non morirà, perché avrà bevuto l’acqua dell’immortalità.
Perciò, o generale, lotta pure con coraggio; e combatti con vigore la tua
lotta, ma sii un soldato della verità ed il Tathagata ti benedirà!”.

Quando il Beato ebbe così parlato, Simha, il generale, disse: “O Signore
glorioso, glorioso Signore! Tu mi hai rivelato la verità. Grande è la
dottrina del Beato. Tu, davvero, sei il Buddha, il Tathagata, il Santo. Tu
sei il Maestro dell’umanità. Tu ci mostri la strada della salvezza, perché
questa è davvero la vera liberazione. Colui che ti segue non fallirà di
trovare la luce per illuminare il suo sentiero. Egli troverà beatitudine e
pace. Io prendo rifugio, Signore, nel Beato e nella sua dottrina, e nella
sua confraternita. Possa il Beato ricevermi da questo giorno in avanti
finché dura la mia vita come un discepolo che ha preso rifugio in lui.”

Il Beato disse: “O Simha, prima considera ciò che fai. Sarebbe bene che
persone di rango come te non facessero niente senza la dovuta
considerazione.”
La fede di Simha nel Beato aumentò, e quindi rispose: “Signore, vi furono
altri insegnanti che vollero farmi loro discepolo, essi avrebbero portato le
loro bandiere attraverso l’intera città di Vesali gridando: ‘Simha il
generale è diventato nostro discepolo!’. Per la seconda volta, Signore, io
prendo il mio rifugio nel Beato, e nel Dharma, e nel Sangha; possa il Beato
ricevermi da questo giorno in avanti mentre dura la mia vita come un
discepolo che ha preso il suo rifugio in lui!”.

Il Beato disse: “Per molto tempo, Simha, in casa tua sono state date offerte
ai Niggantha. Tu dovresti quindi anche in futuro ritenere giusto di dar loro
del cibo allorchè essi vengono da te ad elemosinare in pellegrinaggio”. Ed
il cuore di Simha fu riempito di gioia. Lui disse: “O Signore, io ho sentito
dire: ‘Il samana Gotama dice: Solo a me ed a nessun altro siano fatte
offerte. Dovrebbe ricevere offerte solo chi è devoto a me, e non i devoti di
nessun altro!’ Ma ora il Beato mi esorta a dare anche ai Niggantha. Bene,
Signore, abbiamo visto chi ha ragione. Perciò, o Signore, per la terza
volta, io prendo il mio rifugio nel Beato, e nel suo Dharma, e nella sua
fraternità-sangha.”

OGNI ESISTENZA È SPIRITUALE

C’era fra il seguito di Simha un ufficiale che aveva sentito i discorsi del
Beato, e che aveva ancora qualche dubbio nel suo cuore. Quest’uomo andò dal
Beato e disse: “Si dice, Signore, che il samana Gotama neghi l’esistenza
dell’anima. Quelli che parlano così dicono la verità, o dicono il falso
contro il Beato?”

Ed il Beato disse: “Da un lato quelli che dicono così stanno veramente
parlando di me; d’altro canto, quelli che parlano così non dicono davvero
ciò che io dico. Il Tathagata insegna che non c’è alcun ‘sé’. Colui che dice
che l’anima è il suo ‘sé’ e che il ‘sé’ è il pensatore dei nostri pensieri e
l’attore dei nostri atti, insegna una dottrina sbagliata che conduce a
confusione e oscurità. D’altra parte il Tathagata insegna che esiste la
mente. Colui che comprende la mente al posto dell’anima, e dice che quella
mente esiste, insegna la verità che conduce alla chiarezza ed alla
Illuminazione”.

Disse l’ufficiale: “Allora il Tathagata sostiene che due cose esistono? ciò
che noi percepiamo coi nostri sensi e ciò che è mentale?”
Il Beato disse: “Io ti dico che la tua mente è spirituale, ma anche la
percezione dei sensi non è priva di spiritualità. La bodhi (Illuminazione) è
eterna e domina ogni esistenza come la buona legge che guida tutti gli
esseri nella loro ricerca per la verità. Essa cambia la natura bruta in
mente, e non c’è nessun essere che non possa essere trasformato in un
contenitore della verità.”

IDENTITÀ E NON-IDENTITÀ

Kutadanta, il capo dei Brahmani nel villaggio di Danamati, essendosi
avvicinato rispettosamente al Beato, lo salutò e disse: “Io ho sentito, o
Samana, che tu sei il Buddha, il Santo, l’Onnisciente, il Signore del mondo.
Ma se tu fossi il Buddha, non dovresti entrare come un Re, in tutta la tua
gloria e potere?”. Il Beato disse: “I tuoi occhi sono aperti. Se l’occhio
della tua mente non fosse offuscato tu saresti in grado di vedere la gloria
ed il potere della verità.”

Kutadanta disse: “Mostrami la verità ed io la vedrò. Però la tua dottrina è
senza consistenza. Starebbe in piedi se fosse stabile; ma siccome non lo è,
passerà via.” Il Beato rispose: “La verità non passerà mai via!”

Kutadanta disse: “Io ho sentito che tu insegni la Legge, eppure rifiuti la
religione. I tuoi discepoli disprezzano i riti e si rifiutano di immolare
vittime, ma il riverire gli dèi può essere mostrato solamente con i
sacrifici. La vera natura della religione consiste in adorazione e
sacrifici”. Il Buddha disse: “Ancor più dell’immolazione di giovenche è il
sacrificio di se-stessi. Colui che offre agli dèi i suoi cattivi desideri
vedrà l’inutilità di macellare animali sull’altare. Il sangue non ha alcun
potere purificante, solo lo sradicamento della concupiscenza renderà il
cuore puro. Ancor più che adorare gli dèi, è migliore l’obbedienza alle
leggi della rettitudine.”
Kutadanta, essendo di disposizione religiosa e preoccupato per il suo
destino dopo la morte, aveva sacrificato innumerevoli vittime. Ora egli capì
la follia di riparare con il sangue. Tuttavia, non ancora soddisfatto dagli
insegnamenti del Tathagata, Kutadanta continuò: “Tu, Maestro, credi che gli
esseri rinascano; che essi vadano da un corpo all’altro nell’evolversi delle
vite; e che soggetti alla legge del karma tutti noi dobbiamo raccogliere ciò
che seminiamo. E tuttavia tu insegni la non-esistenza dell’anima! I tuoi
discepoli lodano l’assoluta auto-estinzione come la più alta beatitudine del
Nirvana. Se io sono soltanto una combinazione dei sankhara (le tendenze), la
mia esistenza cesserà quando io muoio. Se io sono soltanto un composto, dove
posso andare alla risoluzione del corpo, delle sensazioni e idee, e dei
desideri?”

Il Beato disse: “O Brahmano, tu sei serio e religioso. Tu sei seriamente
interessato alla tua anima. Eppure il tuo operare è vano perché ti manca la
sola cosa che è indispensabile. C’è la rinascita del carattere, ma nessuna
trasmigrazione di un sé. Le tue forme-pensiero riappaiono, ma non c’è alcuna
ego-entità che si trasferisca. La strofa emessa da un insegnante rinasce nel
discepolo che ne ripete le parole.

“Solo a causa di ignoranza ed illusione gli uomini indulgono nel sogno che
le loro anime siano entità separate ed auto-esistenti. Il tuo cuore, o
Brahmano, è tuttora attaccato al sé; tu sei preoccupato per il Cielo, però
in cielo cerchi i piaceri del ‘sé’, e così non puoi vedere la beatitudine e
l’immortalità della verità.

“Io dico a te: Il Beato non è venuto ad insegnare la morte, ma a insegnare
la vita, e tu non discerni la natura del vivere e morire. Questo corpo verrà
dissolto e nessun sacrificio potrà salvarlo. Perciò, cerca tu la vita che è
della mente. Dove c’è il ‘sé’, non può esserci la verità; anzi, se arriva la
verità, il ‘sé’ scomparirà. Perciò, lascia che la tua mente resti nella
verità; propaga la verità, mettici tutta la tua volontà, e falla espandere.
Nella verità tu vivrai per sempre. Il ‘sé’ è la morte e la verità è la vita.
Attaccarsi al ‘sé’ è un perpetuo morire, mentre muoversi verso la verità
significa sperimentare il Nirvana, che è la vita eterna”.

Allora Kutadanta disse: “O venerabile Maestro, dov’è il Nirvana?” “Il
Nirvana è ovunque sono rispettati i precetti! ” rispose il Beato.

“Se ti capisco bene” ribatté il Brahmano, “il Nirvana non è un luogo, e l’essere
in nessun luogo è senza realtà? ” “Tu non mi hai capito correttamente”,
disse il Beato, “Ora ascoltami e rispondi a queste domande: Dove dimora il
vento?”

“In nessun luogo”, fu la replica.

Il Buddha ribatté: “Allora, signore, forse che il vento non esiste?”
Kutadanta non replicò; ed il Beato chiese di nuovo: “Rispondimi, O Brahmano,
dove dimora la saggezza? La saggezza è forse una località?”

“La saggezza non ha nessun luogo assegnato come dimora” rispose Kutadanta.
Disse il Beato: “Allora tu vorresti dire che non esiste la saggezza, né
illuminazione, né rettitudine, e nessuna salvezza, perché il Nirvana non è
una località? Come un forte e potente vento che passa sul mondo nel calore
del giorno, così il Tathagata viene a soffiare sulle menti dell’umanità con
l’alito del suo amore, così fresco, così dolce, così calmo, così delicato; e
quelli tormentati dalla febbre alleviano la loro sofferenza e si allietano
con la rinfrescante brezza.”

Kutadanta disse: “O Signore, sento che tu stai proclamando una grande
dottrina, ma io non posso capirla. Permettimi di chiederti ancora: Dimmi,
Signore, se non c’è l’atman [l’anima], come ci può essere immortalità?
L’attività della mente passa, ed i nostri pensieri sono andati, dopo che noi
abbiamo pensato”.
Il Buddha rispose: “Il nostro pensare è andato, ma i nostri pensieri
continuano. Il ragionamento cessa, ma la conoscenza resta”.

Kutadanta disse: “Come? Ragionamento e conoscenza non sono la stessa cosa?”

Il Beato spiegò la distinzione con una illustrazione: “È come quando un
uomo, durante la notte, vuole spedire una lettera e, dopo aver chiamato il
suo domestico per farsi accendere una lampada, scrive la lettera. Poi,
quando ciò è stato fatto, lui spegne la lampada. Ma benché abbia finito di
scrivere e la luce sia stata spenta la lettera è ancora là. Così il
ragionamento cessa ma la conoscenza rimane; e allo stesso modo l’attività
mentale cessa, ma l’esperienza, la saggezza, e tutti i frutti delle nostre
azioni continuano.”

Kutadanta continuò: “O Signore, ti prego di dirmi, se i sankhara sono
dissolti, dov’è l’identità di me stesso (cioè, del mio sé)? Se i miei
pensieri sono propagati, e se il mio spirito emigra, i miei pensieri cessano
di essere i miei pensieri e il mio spirito cessa di essere la mia anima. Ti
prego, o Signore, illustrami, dimmi, dove è l’identità del mio sé?”

Il Beato disse: “Supponi che un uomo accenda una lampada; essa arderebbe
durante la notte?” “Sì, è probabile che sia così”, fu la replica.

“Allora, la fiamma che brucia nel primo quarto della notte è la stessa del
secondo quarto?” Kutadanta esitò. Lui pensava che la fiamma fosse la stessa,
ma temendo le complicazioni di un ignoto significato, e cercando di essere
più esatto, rispose: “No, non è la stessa”.

“Allora”, continuò il Beato, “ci sono due fiamme, una nel primo quarto e
l’altra nel secondo quarto.” “No, signore”, disse Kutadanta. “In un senso
non è la stessa fiamma, ma in un altro senso è la stessa fiamma. Brucia lo
stesso tipo di petrolio, emette lo stesso tipo di luce, e serve allo stesso
scopo.”

“Molto bene” disse il Buddha, “e tu chiameresti quelle fiamme come la stessa
che aveva bruciato ieri e che ora sta bruciando nella stessa lampada,
riempita con lo stesso tipo di petrolio, mentre illumina la stessa stanza?”
“Esse potrebbero essersi estinte durante il giorno”, suggerì Kutadanta.

Disse il Beato: “Supponi che la fiamma del primo quarto si sia estinta
durante il secondo quarto, la chiameresti la stessa se ardesse di nuovo nel
terzo quarto?”

Kutadanta rispose: “In un senso essa è una fiamma diversa, in un altro non
lo è”.

Il Tathagata chiese di nuovo: “Il tempo che è passato durante l’estinzione
della fiamma ha qualcosa a che fare con la sua identità o non-identità?”
“No, signore”, disse il Brahmano, “non ha niente a che fare. Vi è una
differenza ed una identità, sia se passassero molti anni o soltanto un
secondo, ed anche se nel frattempo la lampada è stata estinta o no”.

“Bene, allora noi siamo d’accordo che la fiamma di oggi è in un certo senso
la stessa della fiamma di ieri, e in un altro senso essa è diversa ad ogni
momento.

Inoltre, le fiamme dello stesso tipo, illuminando con uguale potere lo
stesso tipo di stanze, sono in un certo senso le stesse.” “Sì, signore”,
rispose Kutadanta.
Il Beato continuò: “Ora, supponi che vi sia un uomo che sente come
te-stesso, pensa come te-stesso, ed agisce come te-stesso, è o no lo stesso
uomo, cioè te?”

“No, signore”, replicò Kutadanta.

Il Buddha disse: “Allora tu neghi che la stessa logica che va bene per
te-stesso, vada bene anche per le cose del mondo?”. Kutadanta si concentrò e
lentamente aggiunse: “No, non lo nego. Le stessa logica va bene per tutto;
ma c’è una particolarità circa il mio ‘sé’ che lo rende insieme diverso da
ogni altra cosa ed anche dagli altri ‘sé’. Potrà pur esservi un altro uomo
che può sentire precisamente come me, pensare come me, e comportarsi come
me; anche se avesse il mio stesso nome e lo stesso tipo di proprietà, egli
non sarebbe mai me-stesso”.

“Vero, Kutadanta” rispose il Buddha, “lui non sarebbe mai te-stesso. Ora,
dimmi, la persona che va a scuola, è la stessa persona quando ha finito la
sua istruzione o è un altra? E quando uno commette un crimine, è lui che
viene punito con il tagli di mani e piedi o è un altro?” “No, sono gli
stessi!” fu la replica.

“Allora l’identità è costituita soltanto dalla continuità?” chiese il
Tathagata. “Non solo dalla continuità” disse Kutadanta, “ma anche e
principalmente dalla identità del carattere.”

“Molto bene” concluse il Buddha, “allora concordi che le persone possono
essere le stesse, nello stesso modo come due fiamme dello stesso tipo sono
considerate le stesse; e tu devi riconoscere che, in questo senso, un altro
uomo con lo stesso carattere e prodotto dallo stesso karma è lo stesso come
sei tu”. “Si, è così”, disse il Brahmano.

Il Buddha continuò: “E solo in questo stesso senso, tu sei lo stesso oggi
come ieri. La tua natura non è costituita dalla materia di cui consiste il
tuo corpo, ma dai tuoi sankhara (semi causali), le forme del corpo,
sensazioni, e pensieri. La persona è la combinazione di questi sankhara.
Ovunque essi sono, ci sei tu. Dovunque essi vadano, tu sarai. Così tu in un
certo senso potrai riconoscervi un’identità di te-stesso, ed in un altro
senso una differenza. Ma colui che non riconosce l’identità dovrebbe negare
ogni identità, e dovrebbe dire che l’interrogante non è più la stessa
persona che un minuto dopo riceve la risposta. Ora prova a considerare la
continuazione della tua personalità che è preservata nel tuo karma. La
chiamerai morte e annientamento, o vita e continuazione della vita?”

“Io la chiamo vita e continuazione di vita” aggiunse Kutadanta, “perché essa
è la continuazione della mia esistenza, ma io non mi preoccupo troppo per
questo tipo di continuazione. Tutto ciò di cui mi preoccupo è la
continuazione del ‘sé’ nell’altro senso, che fa di ogni uomo, identico a me
o no, una persona totalmente diversa.”

“Bene” disse il Buddha. “Questo è ciò che tu desideri e questo è l’attaccamento
al ‘sé’. Questo è il tuo errore. Tutte le cose composte sono transitorie:
esse crescono e poi decadono. Tutte le cose composte sono soggette al
dolore: tutti saranno prima o poi separati da ciò che amano e uniti a ciò
che aborriscono. Tutte le cose composte sono prive di un ‘sé’, un atman, un
ego”.

“Come mai è così?” chiese Kutadanta. “Allora, dov’è il tuo ‘sé’?” chiese il
Buddha. E poiché Kutadanta non replicò, egli continuò: “Il tuo ‘sé’ a cui tu
sei attaccato è un mutamento continuo. Anni fa tu eri un piccolo bambino;
poi, tu divenisti un ragazzo; poi un giovane, ed ora, tu sei un uomo. C’è
una qualche identità del bambino nell’uomo? C’è un’identità solo in un certo
senso. Invero, c’è più identità tra le fiamme della lampada del primo e
terzo quarto della notte, perfino se la lampada si fosse spenta durante il
secondo quarto. Ora qual’ è il tuo vero ‘sé’, quello di ieri, quello di
oggi, o quello di domani, per la cui preservazione tu reclami tanto?”
Kutadanta fu sconcertato. “O Signore del mondo” lui disse, “ora io vedo il
mio errore, ma io sono ancora confuso.”

Il Tathagata continuò: “È da un processo di evoluzione che i sankhara
(tendenze) vengono ad essere. Non c’è nessun sankhara che sia venuto in
essere senza un graduale divenire. I tuoi sankhara sono il prodotto dei tuoi
atti nelle precedenti esistenze. La combinazione dei tuoi sankhara è il tuo
‘sé’. Ovunque essi sono stati impressi, là il tuo ‘sé’ emigra. Tu continui a
vivere nei tuoi sankhara e raccoglierai nelle esistenze future il raccolto
seminato ora e in passato.”

“Veramente, O Signore” aggiunse Kutadanta, “questa non è un’ equa
retribuzione. Io non posso conoscere la giustezza che altri dopo me
raccoglieranno quello che io sto seminando ora”.

Il Beato aspettò un momento e poi rispose: “Allora ogni insegnamento è
invano? Tu non capisci che quegli altri sono te, il tuo ‘sé’. Tu, te-stesso
raccoglierai ciò che tu hai seminato, e non altri. Pensa ad un uomo che è
maleducato e bisognoso, e soffre la disgrazia della sua condizione. Da
ragazzo lui era accidioso ed indolente, e crescendo non aveva imparato
un’arte per guadagnarsi la vita. Vorresti dire che il suo disagio non è il
prodotto della sua propria azione, perché l’adulto non è più la stessa
persona che era il ragazzo?”

“Io ti dico: Non nei cieli, non in mezzo al mare, nemmeno se tu ti nascondi
nelle fenditure delle montagne, tu troverai un luogo ove poter evadere il
frutto delle tue cattive azioni. Allo stesso tempo, tu sarai sicuro di
ricevere le benedizioni delle tue buone azioni. All’uomo che sta viaggiando
da molto tempo e che ritorna a casa in sicurezza, lo attendono il benvenuto
del parentado, amici e conoscenti. E così, i frutti delle sue buone opere
offriranno il benvenuto per chi ha percorso il sentiero della rettitudine,
quando lui passerà dalla vita presente a quella futura.”

Kutadanta disse: “Io ho fede nella gloria e nell’eccellenza della tua
dottrina. Il mio occhio non può ancora sopportarne la luce; ma io ora
capisco che non c’è alcun ‘sé’, e la verità comincia ad albeggiare su di me.
I sacrifici non possono salvare, e le invocazioni sono inutili chiacchiere.
Ma come troverò il sentiero alla vita eterna? Io conosco tutti i Veda a
memoria e non vi ho trovato la verità.”

Il Buddha disse: “Istruirsi è buona cosa; ma non serve molto. La vera
saggezza può essere acquisita solamente con la pratica. Pratica la verità
che tuo fratello è lo stesso che te. Percorri il nobile sentiero della
rettitudine e capirai che mentre nel ‘sé’ c’è la morte, nella verità c’è l’immortalità!”
Kutadanta disse: “Voglio prendere il mio rifugio nel Beato, nel Dharma e
nella fratellanza del Sangha. Accettami dunque come tuo discepolo e fammi
partecipare della beatitudine dell’immortalità.”

IL BUDDHA ONNIPRESENT E

Ed il Beato così si rivolse ai confratelli: “Solamente quelli che non
credono, mi chiamano Gotama, ma voi chiamatemi il Buddha, il Beato, il
Maestro. Ciò è giusto, perché io in questa vita sono entrato nel Nirvana,
mentre la vita di Gotama è stata estinta. Il ‘sé’ è scomparso e la verità ha
preso la sua dimora in me. Questo mio corpo è il corpo di Gotama e a tempo
debito sarà dissolto, e dopo la sua soluzione nessuno, né Dio, né uomo,
vedrà ancora di nuovo Gotama. Ma la verità rimane e il Buddha non morirà; il
Buddha continuerà vivere nel corpo santo della Legge.

“L’estinzione del Beato sarà il suo passar via, in cui non resta nulla che
potrebbe tendere alla formazione di un altro ‘sé’. E neppure sarà possibile
indicare il Beato dicendo che egli è qui o là. Ma sarà come una fiamma in un
grande corpo di fuoco ardente. Quella fiamma si è spenta; è svanita e non si
può dire che sia qui o là. Nel corpo del Dharma, tuttavia il Beato potrà
essere indicato; perché il Dharma è stato predicato dal Beato.

“Voi siete i miei figli, io sono vostro padre; tramite me siete stati
liberati dalle vostre sofferenze. Io stesso, avendo raggiunto l’altra
sponda, aiuto gli altri ad attraversare la corrente; Io stesso, avendo
ottenuto la salvezza, per gli altri sono un Redentore; essendo stato
confortato, io conforto gli altri e li guido nel luogo del rifugio. Io
riempirò di gioia tutti gli esseri che languono; darò la felicità a tutti
quelli che stanno morendo d’angoscia; Io estenderò a loro soccorso e
liberazione.
“Io nacqui nel mondo come il Re della Verità per la salvezza del mondo. La
verità è il soggetto su cui io medito. La pratica a cui io mi dedico è la
verità. Il tema dei miei discorsi è la verità. I miei pensieri sono sempre
nella verità. Ecco perché il mio ‘sé’ è diventato la verità. Chiunque
comprende la verità vedrà il Beato, perché la verità è stata predicata dal
Beato.

UN’UNICA ESSENZA, UN’UNICA LEGGE, UN SOLO SCOPO

Il Tathagata si rivolse poi al venerabile Kassapa, per disperdere
l’incertezza e il dubbio dalla sua mente e gli disse: “Tutte le cose sono
fatte di un’unica essenza, eppure le cose sono differenti a seconda delle
forme che esse assumono sotto diverse impressioni. Nel modo come si formano,
così esse agiscono, e come loro agiscono così esse sono. Kassapa, è come se
un vasaio facesse vasi diversi dalla stessa creta. Alcuni di questi vasi
servono per contenere zucchero, altri il riso, altri la cagliata e il latte;
altri ancora sono contenitori di impurità. Non c’è diversità nella creta
usata; la diversità dei vasi è solamente a causa della foggia data dal
vasaio che li plasma per i vari usi che le circostanze possono richiedere.

“E poiché tutte le cose originano da un’unica essenza, così esse si
sviluppano secondo un’unica legge e sono destinate ad un unico scopo che è
il Nirvana. Il Nirvana ti giungerà, Kassapa, quando tu lo avrai
completamente capito, e quando vivrai secondo la tua comprensione, che tutte
le cose sono di un’unica essenza e che non c’è che una sola legge. Quindi,
non c’è che un unico Nirvana, come pure non c’è che un’unica verità, e non
due o tre.

“Ed il Tathagata è lo stesso per tutti gli esseri, differente nel suo
atteggiamento solamente perché tutti gli esseri sono diversi. Il Tathagata
allieta il mondo intero come una nuvola che versa la sua pioggia senza
distinzione. Egli ha gli stessi sentimenti per il grande come per il
piccolo, per il saggio come per l’ignorante, per il nobile come per
l’immorale. La grande nuvola piena di pioggia giunge sopra questo vasto
universo ricoprendo tutti i paesi e gli oceani per versar ovunque giù la sua
pioggia, su tutte le foreste, alberi di varia specie, famiglie di piante ed
erbe con diversi nomi, che crescono sulla terra, sulle colline, sulle
montagne o nelle valli. Allora, Kassapa, le foreste, gli arbusti, le erbe, e
gli alberi selvatici suggono l’acqua emessa da quella grande nuvola che è
tutta di un’unica essenza ed è stata versata giù in abbondanza; e tutti
questi, secondo la loro natura, acquisiranno un proporzionato sviluppo,
crescendo, fiorendo e producendo i loro frutti di stagione. Radicati nello
stesso terreno, tutte quelle famiglie di piante e germinazioni si sono
animate grazie all’acqua composta della stessa essenza.
“Tuttavia, O Kassapa, il Tathagata conosce la legge la cui essenza è la
salvezza, e il cui scopo è la pace del Nirvana. Egli è lo stesso per tutti,
tuttavia conoscendo i requisiti di ogni singolo essere, egli non si rivela a
tutti nello stesso modo. Egli non impartisce subito la pienezza dell’onniscienza
a loro, ma è attento alla disposizione dei vari esseri.”

LA LEZIONE DATA A RAHULA

Prima che Rahula, il figlio di Gotama Siddhartha e Yasodhara, giungesse alla
Illu-minazione della vera saggezza, la sua condotta non era sempre
contrassegnata da un amore per la verità, perciò il Beato lo spedì ad un
lontano vihara al fine di governare la sua mente e frenare la sua lingua.
Dopo un po’ di tempo il Beato si recò nel luogo, e Rahula fu riempito di
gioia.

Il Beato ordinò al ragazzo di portargli un bacino di acqua e lavare i suoi
piedi, e Rahula obbedì. Quando Rahula ebbe lavato i piedi del Tathagata, il
Beato chiese: “Ora l’acqua è appropriata per essere bevuta?”

“No, mio Signore” rispose il ragazzo, “l’acqua è contaminata”. Allora il
Beato disse: “Ora considera il tuo caso. Anche se tu sei mio figlio, ed il
nipote di un re, anche se tu sei un samana che ha volontariamente
abbandonato tutto, tu sei incapace di proteggere la tua lingua dalla
falsità, e così tu contamini la tua mente”. E quando l’acqua fu gettata via,
il Beato chiese di nuovo: “Questo vaso è ora appropriato per contenere acqua
da bere? “

“No, mio Signore” rispose Rahula, “anche il vaso è diventato sporco”. Ed il
Beato disse: “Ora considera il tuo caso. Anche se tu indossi il vestito
giallo, tu sei adatto per qualche alto scopo se poi sei diventato sporco
come questo vaso?” Allora il Beato, sollevando la bacinella vuota e
facendola girare chiese: “Non hai paura che questa cada e si rompa?” “No,
mio Signore” rispose Rahula, “è un oggetto di poco valore, la sua perdita
non ammonterà a molto.”

“Ora considera il tuo caso”, disse il Beato. “Anche tu stai girando in
infiniti gorghi di trasmigrazione, e poiché il tuo corpo è fatto della
stessa sostanza come le altre cose materiali che si sbricioleranno in
polvere, non c’è alcuna perdita se si rompe. Colui che si è dato alle
falsità verbali è un oggetto di disprezzo per i saggi”.

Rahula fu pieno di vergogna, ed il Beato si rivolse a lui ancora una volta:
“Ascolta, e io ti dirò una parabola: C’era un re che aveva un elefante molto
potente, capace di affrontare cinquecento elefanti normali. Andando in
guerra, l’elefante fu armato con acute spade sulle zanne, con falci sulle
spalle, lance sulle gambe, ed una palla di ferro sulla sua coda. Il padrone
dell’elefante era contento nel vedere la creatura nobile così ben
equipaggiata e, sapendo però che una leggera ferita di freccia nel tronco
sarebbe stata fatale, aveva insegnato all’elefante di tenere ben protetto il
suo tronco. Ma durante la battaglia, l’elefante tirò in avanti il tronco per
afferrare una spada. Il suo padrone si spaventò e si consultò col re, ed
essi decisero che l’elefante non era più adatto per essere usato in
battaglia”.

“O Rahula! se gli uomini solo frenassero le loro lingue tutto andrebbe bene!
Sii come l’elefante da guerra che si protegge il tronco contro la freccia
che potrebbe colpirlo nel centro. Per amore della verità l’uomo sincero
rifugge dall’iniquità. Come l’elefante ben soggiogato e quieto che permette
al re di montare sul suo dorso, così l’uomo che rispetta la rettitudine
dimorerà fedelmente per tutta la sua vita”.

Rahula sentendo queste parole fu riempito di profondo dolore; mai più egli
diede altre occasioni per far lamentare suo padre, e da quel momento
santificò la sua vita con seri e sinceri esercizi.

IL SERMONE SULL’ INGIURIA

Il Beato osservava i modi della società e aveva notato quanto disagio
venisse dalla malignità e dalle sciocche offese fatte soltanto per
gratificare la vanità e l’orgoglio egoista. E il Buddha disse: “Se un uomo
stupidamente mi fa del male, io lo dovrò ricambiare con la protezione del
mio amore generoso; più male mi tratta, più bene io gli vorrò; a me verrà
sempre la fragranza della bontà, e l’aria dannosa del male andrà da lui”.

Uno sciocco venendo a sapere che il Buddha osservava il principio del grande
amore che ricambia il male con il bene, venne e lo ingiuriò. Il Buddha
rimase in silenzio, compatendo la sua follia. Quando l’uomo ebbe finito di
ingiuriarlo, il Buddha gli chiese, dicendo: “Figlio, se un uomo declinasse
di accettare un dono fatto a lui, a chi apparterrebbe questo dono?” E lo
sciocco rispose: “In quel caso apparterrebbe all’uomo che glielo aveva
offerto”.

“Figlio mio” disse il Buddha, “tu hai inveito contro di me, ma io declino d’accettare
le tue ingiurie, e ti chiedo di tenertele per te-stesso. Per te non sarà una
fonte di disagio? Come l’eco appartiene al suono, e l’ombra alla sostanza,
così il disagio raggiungerà inevitabilmente chi fa il male “

Lo stolto non replicò, e il Buddha continuò: “Un uomo malvagio che
rimprovera un virtuoso è come uno che guarda in su e sputa al cielo; lo
sputo non sporca il cielo, ma ritorna giù e insudicia la sua propria
persona. Il calunniatore è come uno che lancia cenere ad un altro quando il
vento è contrario; la cenere non fa che tornare su colui che la gettò. Gli
uomini virtuosi non possono essere danneggiati ed il disagio che gli altri
vorrebbero infliggergli ritorna su di essi”.
Lo stolto ingiuriatore se ne andò via vergognoso, ma poi ritornò e prese
rifugio nel Buddha, Dharma, e Sangha.

IL BUDDHA REPLICA AL DEVA

In un certo giorno, allorché il Beato dimorava nel giardino di
Anathapindika, a Jetavana, un deva celeste giunse a lui nella forma di un
Brahmano, avendo una espressione luminosa e con indumenti bianchi come la
neve. Il deva fece delle domande alle quali il Beato rispose.

Il deva disse: “Quale è la spada più aguzza? Quale è il veleno più mortale?
Quale è il fuoco più ardente? Quale è la notte più scura?”. Il Beato
rispose: “Una parola detta in collera è la spada più aguzza; la bramosia è
il veleno più mortale; la passione è il fuoco più ardente; l’ignoranza è la
notte più scura.”

Il deva disse: “Chi ottiene il più grande beneficio? Chi perde di più? Quale
è l’armatura più invulnerabile? Quale è la migliore arma?”. Il Beato
rispose: “Ottiene il più grande beneficio chi dona agli altri, e perde di
più chi avidamente riceve senza gratitudine. La pazienza è l’armatura
invulnerabile; la saggezza è la migliore arma.”

Il deva disse: “Chi è il ladro più pericoloso? Quale è il tesoro più
prezioso? Chi ha più successo nel portare via con violenza non solo sulla
terra, ma anche in cielo? Quale è il tesoro più sicuro da trovare?”. Il
Beato rispose: “Il pensar male è il ladro più pericoloso; la virtù è il
tesoro più prezioso. La mente prende possesso di tutto non solo sulla terra,
ma anche in cielo, e l’immortalità è il tesoro più sicuro da trovare!”

Il deva disse: “Cos’è più attraente? Cosa più disgustoso? Quale è il dolore
più orribile? Quale è il più grande godimento?”. Il Beato rispose: “Il bene
è attraente; il male è disgustoso. Una cattiva coscienza è il dolore che dà
più tormento; e la liberazione è l’estasi della beatitudine.”

Il deva chiese: “Cosa provoca la rovina nel mondo? Cosa distrugge le
amicizie? Quale è la febbre più violenta? Chi è il più buon medico?”. Il
Beato rispose: “La ignoranza provoca rovina nel mondo. L’invidia e l’egoismo
distruggono le amicizie. L’odio, è la febbre più violenta, ed il Buddha è il
più buon medico.”
Il deva allora disse: “Ora io ho solamente un dubbio da risolvere; ti prego,
chiari-scimelo via: Cos’è quella cosa che né il fuoco può bruciare, né
l’umidità corrodere, né il vento spazzar via, ma è in grado di riformare il
mondo intero?”. Il Beato rispose: “La Benedizione! Né il fuoco, né l’acqua,
né il vento possono distruggere la benedizione di un buon atto, e le
benedizioni riformano il mondo intero.”

Il deva, avendo ascoltato le parole del Beato, fu eccitato e colmo di gioia.
Così, unendo le sue mani, si prostrò di fronte a lui in atto di riverenza, e
all’improvviso scomparve dalla presenza del Buddha.

PAROLE DI ISTRUZIONE

I bhikkhu (monaci) vennero dal Beato, e avendolo salutato con mani giunte,
loro dissero: “O Maestro, tu sei onnivedente, noi tutti desideriamo
imparare; le nostre orecchie sono pronte per ascoltare, tu sei
incomparabile, sei il nostro insegnante. Elimina i nostri dubbi, istruiscici
sul sacro Dharma, O tu di grande comprensione; parla in mezzo a noi, O tu
vedi tutto, come il Signore degli dèi dai mille occhi. Noi chiederemo al
Muni di grande comprensione, che ha attraversato il flusso ed è andato
all’altra sponda, che è Beato e con mente ferma: Come può un bhikkhu andare
rettamente per il mondo, dopo aver abbandonato la sua casa ed eliminato il
desiderio?”

Il Buddha disse: “Che il bhikkhu soggioghi la sua passione per i piaceri
umani e celestiali poi, avendo vinto l’esistenza, egli sarà padrone del
Dharma. Uno così andrà rettamente per il mondo. Colui che ha eliminato la
concupiscenza e che è libero dall’orgoglio, costui ha superato tutti i modi
della passione, è soggiogato, perfettamente felice, e con mente ferma. Uno
così andrà rettamente per il mondo. Pieno di fede è colui che è in possesso
di conoscenza, e vede la via che conduce al Nirvana; colui che non è di
parte; che è puro e virtuoso, e ha rimosso il velo dai suoi occhi. Uno così
andrà rettamente per il mondo.”

I bhikkhu dissero: “Certamente, O Bhagavan, è così: qualunque bhikkhu che
viva in questo modo, assoggettato ed avendo superato tutti gli obblighi, uno
così andrà rettamente per il mondo.”

Il Beato disse: “Tutto ciò che sarà fatto da colui chi aspira a ottenere la
tranquillità del Nirvana lo renderà capace e retto, coscienzioso e gentile,
e non orgoglioso. Che il piacere di un uomo sia il Dharma, che si diletti
nel Dharma, che stia sempre nel Dharma, che faccia sempre domande sul
Dharma, che non sollevi nessuna disputa che possa inquinare il Dharma, e che
passi tutto il suo tempo ponderando sulle benedette verità del Dharma”.

“Un tesoro gettato in una buca profonda non porta alcun profitto e può
essere facilmente perso. Il vero tesoro che è riposto tramite la carità e la
compassione, la temperanza, l’autocontrollo, gli atti meritori, è nascosto
al sicuro e non può essere perso. Esso non è mai guadagnato derubando o
offendendo gli altri, e nessun ladro potrà mai rubarlo. Un uomo, quando
muore, deve abbandonare la ricchezza fugace del mondo, ma questo tesoro di
atti virtuosi egli li porta con sé. Perciò, che il saggio faccia le buoni
azioni; queste sì, sono un tesoro che non può essere mai perso”.

Allora i bhikkhu lodarono la saggezza del Tathagata: “Tu sei andato oltre il
dolore; tu sei santo, O Illuminato, noi ti consideriamo uno che ha distrutto
le sue passioni. Tu sei glorioso, ragionevole, e di grande comprensione. O
tu che hai eliminato il dolore, tu ci hai fatto oltrepassare il nostro
dubbio. Poiché tu hai veduto la nostra brama e ci hai portato fuori dal
dubbio, Noi ti adoriamo, o Muni, che hai ottenuto il più alto bene nelle vie
della saggezza. I dubbi che noi avevamo prima, tu li hai eliminati, O tu che
vedi tutto chiaramente; tu pensi in grande e sei perfettamente illuminato,
per te non c’è alcun ostacolo. Tutti i tuoi problemi sono stati dispersi ed
eliminati; tu sei calmo, assoggettato, fermo, veritiero.

Noi ti veneriamo, O nobile saggio, noi ti adoriamo, O migliore tra gli
esseri; nel mondo di uomini e dèi non vi è nessuno uguale a te. Tu sei il
Buddha, tu sei il Maestro, tu sei il Muni che ha conquistato Mara; dopo aver
eliminato il desiderio tu hai attraversato il flusso e porterai questa
generazione all’altra sponda.”

AMITABHA, LA LUCE SCONFINATA

Uno dei discepoli si avvicinò al Beato con un cuore tremante e la mente
piena di dubbi. Egli chiese al Beato: “O Buddha, nostro Signore e Maestro,
in che modo possiamo rinunciare ai piaceri del mondo, se tu ci hai proibito
di operare miracoli e ottenere il soprannaturale? Amitabha non è forse l’infinita
luce della rivelazione, sorgente di innumerevoli miracoli?”

Ed il Beato, vedendo l’ansia di una mente che cerca la verità, disse: “O
Savaka, tu sei novizio fra i novizi, e stai nuotando sulla superficie del
samsara. Quanto tempo ti ci vorrà per capire la verità? Tu non hai capito le
parole del Tathagata. La legge del karma è infrangibile, e le suppliche non
hanno effetto, perché esse sono vuote parole.”

Il discepolo disse: “Allora tu dici che non ci sono cose miracolose e
meravigliose?”

Il Beato rispose: “Non è un cosa meravigliosa, misteriosa e miracolosa al
mondo, che un uomo che commette il male possa divenire un santo raggiungendo
la vera Illuminazione in cui lui troverà il sentiero della verità ed
abbandonerà la cattiva strada dell’egoismo? Il bhikkhu che rinuncia ai
piaceri transitori del mondo per la beatitudine eterna della santità, compie
l’unico miracolo che può veramente essere chiamato un miracolo. Un uomo
santo cambia la maledizione del karma in benedizione. Ma il desiderio di
compiere i miracoli sorge o dalla bramosia o dalla vanità. Il mendicante non
pensa: “Le persone dovrebbero salutarmi”; chi, sebbene disprezzato dal
mondo, non cerca che nessuno sia malevolente verso di lui. Per quel
mendicante auspici, meteore, sogni, segni e miracoli sono cose senza valore;
egli è libero da ogni loro malanno. Amitabha, la luce sconfinata, è la fonte
della virtù, della saggezza, della Buddhità. Gli atti di maghi e
creatori-di-miracoli sono frodi, e cosa c’è di più meraviglioso, più
misterioso, più miracoloso di Amitabha?”

“Ma, Maestro” continuò il savaka “la promessa della terra felice è un
discorso vano ed un mito?”

“Cos’è questa promessa?” chiese il Buddha; ed il discepolo rispose: “C’è
nell’ovest un paradiso chiamato la ‘Terra Pura’, squisitamente adornata con
oro, argento e gemme preziose. Vi sono puri ruscelli con sabbie dorate,
circondati da passeggiate piacevoli e coperti con grandi fiori di loto. Vi
si sente musica gioiosa, e una pioggia di fiori cade giù tre volte al
giorno. Là vi sono uccelli che cantano, le cui note armoniose proclamano
lodi alla religione, e nelle menti di coloro che ascoltano i loro dolci
suoni, sorge il ricordo del Buddha, del Dharma e del Sangha. Nessuna cattiva
nascita è possibile là, ed anche il nome dell’inferno è ignoto. Tutti coloro
che ferventemente e con una mente pia ripeteranno le parole ‘Amitabha Buddha’
saranno trasportati alla regione felice di questa Terra Pura, e quando la
morte passerà da vicino, il Buddha, in compagnia di santi seguaci, sarà di
fronte a loro, e vi sarà una perfetta tranquillità.”

“In verità” disse il Buddha, “tale paradiso felice c’è. Ma il luogo è
spirituale ed è accessibile soltanto per coloro che sono spirituali. Tu
dicesti che si trova ad ovest. Cioè, che lo si cerca dove risiede colui che
illumina il mondo. Il sole sprofonderà e ci lascerà in assoluta oscurità, le
ombre della notte scenderanno su di noi, e Mara, il maligno, seppellirà i
nostri corpi nella tomba. Ciononostante, il tramonto non è l’estinzione, e
dove noi immaginiamo di vedere l’estinzione, vi è una luce illimitata e una
vita inesauribile.”

“Ora capisco” disse il savaka, “che la storia del Paradiso Occidentale non è
vera letteralmente.”

“La tua descrizione del paradiso” continuò il Buddha, “è bella; però è
insufficiente e rende poca giustizia alla gloria della Terra Pura. I mondani
possono parlare di essa soltanto in un modo mondano; essi usano similitudini
e parole mondane. Ma la Terra Pura, in cui la vita è pura, è più bella di
quanto tu possa immaginare o dire. Comunque, la ripetizione del nome
‘Amitabha Buddha’ è meritorio solo per chi lo ripeta con una devota
attitudine mentale, che possa purificare il suo cuore e possa intonarlo nel
farlo operare in rettitudine. Egli soltanto può raggiungere la terra felice,
in cui lo spirito è riempito con l’infinita luce della verità. Egli soltanto
può vivere e inspirare l’atmosfera spirituale del Paradiso Occidentale,
colui che ha raggiunto l’Illuminazione. Io però ti dico che il Tathagata
vive nella terra pura dell’ eterna beatitudine perfino ora, mentre è ancora
nel corpo. Il Tathagata predica la legge del Dharma a te ed al mondo intero,
così che tu e i tuoi fratelli possiate raggiungere la stessa pace, la stessa
felicità.”

Il discepolo disse: “O Signore, insegnami le meditazioni a cui devo
dedicarmi per far sì che la mia mente entri nel paradiso della Terra Pura”.

Disse il Buddha: “Ci sono cinque meditazioni. La prima è la meditazione di
amore in cui devi accordare il tuo cuore così che tu possa desiderare il
benessere di tutti gli esseri, inclusa la felicità dei tuoi nemici.

“La seconda è la meditazione di compassione in cui tu pensi a tutti gli
esseri che sono in angoscia, vividamente rappresentandoti con l’immaginazione
i loro dolori e ansie, come pure risvegliando una profonda compassione per
essi nel tuo cuore.

“La terza è la meditazione della gioia in cui tu desideri la prosperità
degli altri e gioisci per la loro felicità.

“La quarta è la meditazione sull’impurità in cui tu consideri le cattive
conseguenze della corruzione, gli effetti del male e degli errori. Come è
spesso banale il piacere del momento e come sono fatali le sue conseguenze!

“La quinta è la meditazione sulla serenità in cui ti poni aldisopra di amore
e odio, tirannia e schiavitù, ricchezza e povertà, e consideri il tuo
proprio fato con calma imparziale e perfetta tranquillità.

“Un vero seguace del Tathagata non basa la sua fede su austerità o rituali,
ma rinunciando all’idea del ‘sé’ si affida con tutto il cuore ad Amitabha,
che è la luce sconfinata della verità.”

Il Beato dopo avere spiegato la sua dottrina di Amitabha, l’incommensurabile
luce che rende un Buddha chi la riceve, guardò nel cuore del suo discepolo e
ancora vi vide dei dubbi ed ansie. E il Beato disse: “Chiedimi, figlio mio,
le domande che pesano sul tuo animo”.

Il discepolo disse: “Può un umile monaco, santificando se-stesso, acquisire
il talento della saggezza sovrannaturale chiamata ‘Abhina’ ed i poteri
sovrannaturali chiamati Siddhi? Mostrami il Siddhi-pada, il sentiero alla
suprema saggezza. Aprimi il Jhana che è il mezzo per acquisire il samadhi,
la fissità di mente che rapisce l’animo. Ed il Beato disse: “Quali sono gli
Abhina?”

Il discepolo rispose: “Ci sono sei Abhina: L’occhio celestiale; l’orecchio
celestiale; il corpo di volontà o il potere di trasformazione; la conoscenza
del destino delle precedenti incarnazioni, come pure il conoscere i
precedenti stati di esistenza; la facoltà di leggere i pensieri degli altri;
e la conoscenza di comprendere la finalità del flusso della vita.”

Ed il Beato replicò: “Queste sono cose meravigliose; ma invero, ogni uomo
può ottenerle. Considera le potenzialità della tua propria mente; tu sei
nato a circa duecento leghe da qui, eppure col tuo pensiero, con un viaggio
immediato al tuo luogo natio, tu puoi ricordare i dettagli della casa di tuo
padre. Forse che tu, con l’occhio della tua mente, non puoi vedere le radici
di quell’albero che è scosso dal vento, senza che esso venga sradicato? Il
raccoglitore di erbe, quando vuole, non vede forse con la sua visione
mentale qualunque pianta con le sue radici, il suo gambo, i suoi frutti,
foglie ed anche gli usi a cui può essere applicata? Un uomo che capisce le
lingue non ricorda forse ogni volta nella sua mente ogni parola che gli
serve, sapendo il suo esatto significato ed importanza? E ancor più il
Tathagata capisce la natura delle cose; poiché egli guarda nei cuori degli
uomini, legge i loro pensieri, conosce l’evoluzione degli esseri e prevede
le loro fini”.
Il discepolo disse: “Allora il Tathagata insegna che gli uomini per mezzo
del Jhana possono ottenere la beatitudine di Abhina”. Ed il Beato, in
replica, chiese: “Quali sono i Jhana attraverso cui un uomo giunge ad
Abhina?”

Il discepolo rispose: “Ci sono quattro Jhana. Il primo Jhana è l’isolamento
in cui deve liberare la sua mente dalla sensualità; il secondo Jhana è una
tranquillità di mente piena di gioia e contentezza; il terzo Jhana è
prendere piacere nelle cose spirituali; il quarto Jhana è un stato di
perfetta purezza e pace in cui la mente è aldisopra di felicità e dolore.”

“Bene, figlio mio” aggiunse il Beato. “Sii sobrio ed abbandona le pratiche
sbagliate che servono solamente a vanificare la mente.” Il discepolo disse:
“Abbi pazienza con me, O Beato, perché io ho fede, ma non capisco e sto
cercando la verità. O Benedetto, O Tathagata, mio Signore e Maestro,
insegnami il Siddhipada!”
Il Beato disse: “Ci sono quattro modi con cui si acquisiscono i Siddhi: 1)
Impedire alle cattive qualità di sorgere. 2) Eliminare le cattive qualità
che sono già sorte. 3) Produrre la bontà che ancora non esiste. 4) Aumentare
la bontà che già esiste. – Cerca con sincerità, e persevera nella ricerca.
Alla fine tu troverai la verità!”

L’INSEGNANTE INCOGNITO

Il Beato disse ad Ananda: “Ci sono vari tipi di assemblee, O Ananda;
assemblee di nobili, di Brahmani di laici-capifamiglia, di bhikkhu e di
altri esseri. Quando io ero solito entrare in una assemblea, prima di
sedermi, cercavo sempre di essere in sintonia con i colori del mio uditorio,
e con un tono di voce simile al loro. Parlavo nella loro lingua e poi con
discorsi religiosi io li istruivo, li stimolavo e li allietavo.

“La mia dottrina è come l’oceano, poiché ha le stesse otto meravigliose
qualità. Sia l’oceano che la mia dottrina diventano gradualmente più
profondi. Entrambi conservano la loro identità in mezzo a tutti i
cambiamenti. Entrambi riversano cadaveri sulla riva asciutta. Come i grandi
fiumi, quando entrano nel grande mare principale, perdono i loro nomi e da
allora sono considerati come oceano, così gli individui di qualunque casta,
avendo rinunciato al proprio lignaggio ed essendo entrati nel Sangha,
diventano fratelli e sono tutti considerati figli di Sakyamuni. L’oceano è
la mèta di tutti i fiumi e della pioggia che cade dalle nubi, eppure esso
non è mai tracimato e mai svuotato: così il Dharma è abbracciato da molti
milioni di persone, ma non aumenta né decresce. Come il grande oceano ha
solamente un unico gusto, il gusto di sale, così la mia dottrina ha
solamente un unico sapore, il sapore dell’emancipazione. Sia l’oceano che il
Dharma, sono pieni di gemme e perle, e gioielli, ed entrambi si dimostrano
un luogo di dimora per potenti esseri. Queste sono le otto qualità
meravigliose per cui ho detto che la mia dottrina assomiglia all’oceano.

“La mia dottrina è pura e non fa discriminazione fra nobile ed ignobile,
ricco e povero. La mia dottrina è come l’acqua che ripulisce tutti senza
distinzione. La mia dottrina è come un fuoco che consuma tutte le cose che
esistono tra cielo e terra, grandi e piccole. La mia dottrina è come il
vasto Cielo, perché in essa c’è spazio, un’ampia stanza per il ricevimento
di tutti, uomini e donne, ragazzi e ragazze, per i potenti ed i modesti.
“Ma quando io parlai, essi non mi riconobbero e dissero, ‘Chi può mai essere
costui che parla così, un uomo o un dio?’. Poi, avendoli istruiti,
stimolati, e allietati con discorsi religiosi, io potrei svanire via. Ma
loro non mi riconoscerebbero, anche quando io fossi svanito via!”.

PARABOLE E STORIE

Il Beato pensò: “Io ho insegnato la verità che è eccellente all’inizio,
eccellente nel mezzo, ed eccellente alla fine; è gloriosa nello spirito e
gloriosa nella lettera. Ma per quanto sia semplice, le persone non possono
capirla. Io devo parlar loro nel loro proprio linguaggio. Io devo adattare i
miei pensieri ai loro pensieri. Loro sono come bambini, ed amano sentir
storie. Perciò, io racconterò storie per spiegare la gloria del Dharma. Se
essi non possono comprendere la verità negli argomenti astratti ai quali io
sono arrivato, ciononostante essi possono arrivare a capirla, se viene loro
illustrata con parabole”.

IL SOLDINO DELLA VEDOVA, ED I TRE MERCANTI

C’era una volta una vedova sola che era molto bisognosa, ed essendo andata
su in montagna lei vide degli eremiti che tenevano una riunione religiosa.
Allora la donna si riempì di gioia, e recitando preghiere, disse: “Bene,
bravi, santi preti! ma mentre altri offrono cose preziose, come i prodotti
delle profondità dell’oceano, io non ho niente da dare!” Avendo così parlato
e avendo invano cercato essa stessa qualcosa da offrire, ella si ricordò che
tempo prima aveva trovato due monete in una discarica, così le prese e
subito le offrì come regalo di carità ai preti.

Il superiore dei preti, un santo che poteva leggere nel cuore degli uomini,
mentre snobbava i ricchi regali degli altri, vide però la profonda fede nel
cuore di questa povera vedova, e desiderando giustamente valorizzare il suo
merito religioso, le rivolse un canto a voce piena. Egli sollevò la sua mano
destra e disse, “Reverendi preti aspettate!”, dopodiché procedette:

“I poveri soldini di questa vedova sono più preziosi per ogni scopo,
“Più di tutti i tesori degli oceani e della ricchezza della vasta terra.
“Come un atto di pura devozione, ella ha fatto un atto davvero pio;
“Lei ha raggiunto la salvezza, essendo libera dall’avidità egoista.”

La donna fu potentemente fortificata nella sua mente da questo pensiero, e
disse, “E’ proprio come dice l’Insegnante: ciò che ho fatto io è come se un
uomo ricco avesse abbandonato tutta la sua ricchezza.”

E l’Insegnante disse: “Fare buone azioni è come accumulare tesori”, e poi
espose questa verità in una parabola: “Tre mercanti si misero in viaggio,
ognuno con le sue ricchezze; uno di loro guadagnò molto avendo venduto tutta
la sua ricchezza, il secondo ritornò con la tutta sua ricchezza intatta, ed
il terzo ritornò a casa dopo avere perso tutta la sua ricchezza. Ciò che
accade nella vita ordinaria si applica anche alla religione”.

“La ricchezza è lo stato al quale un uomo è giunto, il guadagno è il
Paradiso; la perdita della ricchezza significa che un uomo rinascerà in uno
stato inferiore, come abitante degli inferni o come animale. Queste sono le
strade che si aprono al peccatore.

“Colui che ritorna con la sua ricchezza, è come uno che rinasce di nuovo
come un uomo. Coloro che grazie all’esercizio delle varie virtù diventano
dei pii capifamiglia rinasceranno di nuovo come uomini, perché tutti gli
esseri raccoglieranno il frutto delle loro azioni. Ma colui che aumenterà la
sua ricchezza è come uno che pratica le virtù più eminenti. Il virtuoso,
uomo eccellente, arrivato in Cielo raggiunge il glorioso stato degli dèi.”

L’UOMO NATO CIECO
C’era un uomo nato cieco, che diceva: “Io non credo in un mondo di luce e di
apparenze. Non ci sono colori brillanti né oscurità. Non c’è nessun sole,
nessuna luna, niente stelle. Nessuno ha mai testimoniato a me queste cose”.
I suoi amici lo contestavano, ma lui restava aggrappato alla sua opinione:
“Ciò che voi dite di vedere” obiettava, “sono solo illusioni. Se i colori
esistessero davvero io dovrei essere in grado di toccarli. Essi non hanno
sostanza e quindi non sono veri. Tutto ciò che è vero ha un peso, ma io non
sento peso dove voi vedete i colori.”

Fu chiamato un medico per visitare l’uomo cieco. Egli mescolò quattro
elementi, e quando li applicò sulla cataratta dell’uomo cieco la patina
grigia si sciolse, ed i suoi occhi riacquistarono la facoltà della vista.

Allo stesso modo, il Tathagata è il medico, la cataratta è l’illusione del
pensiero “io sono”, ed i quattro elementi sono le Quattro Nobili Verità.

IL FIGLIO PERDUTO

C’era il figlio di un capofamiglia che andò via in una lontana contrada, e
mentre il padre accumulò una ricchezza incommensurabile, il figlio diventò
miserevolmente povero. E mentre il figlio girava cercando cibo e vestiario,
gli accadde di ripassare per il paese dove viveva suo padre. Il padre vide
il figlio nella sua miseria, poiché si era abbrutito a causa della povertà,
e ordinò che i suoi servitori lo chiamassero. Quando il figlio vide il luogo
in cui fu condotto, pensò, “Io ho dovuto mettere in sospetto un uomo
potente, e lui mi getterà in prigione”. Pieno di apprensione, egli fuggì
prima di aver visto suo padre.

Allora il padre mandò dei messaggeri, dopodiché suo figlio fu ripreso e
riportato da lui, nonostante i suoi lamenti. Quindi il padre ordinò che i
suoi servi trattassero dolcemente suo figlio, e nominò un operatore del
rango ed istruzione di suo figlio per assumere il giovane come aiutante in
una tenuta. Ed il figlio fu felice della sua nuova situazione. Dalla
finestra del palazzo il padre guardava il suo ragazzo, e quando vide che lui
era onesto ed industrioso, lo promosse sempre più in alto.
Dopo un po’ di tempo, egli fece chiamare suo figlio e insieme tutti i suoi
servitori, e rese noto ad essi il segreto. Allora l’uomo povero fu molto
contento e pieno di gioia nell’incontrare suo padre.

Solo così, poco a poco, le menti degli uomini devono essere addestrate per
le verità più alte.

IL PESCE STORDITO

C’era un bhikkhu che aveva grande difficoltà nel tenere sotto controllo i
suoi sensi e le passioni; quindi, avendo deciso di lasciare l’Ordine, andò
dal Beato per chiedergli lo scioglimento dai voti. Il Beato allora disse al
bhikkhu: “Fai attenzione, figlio mio, affinché tu non cada preda alle
passioni del tuo cuore fuorviato. Perché io vedo che nelle precedenti
esistenze, tu hai molto sofferto per le cattive conse-guenze della
concupiscenza, ed a meno che tu non impari a sottomettere il tuo desiderio
sensuale, in questa vita tu sarai rovinato a causa della tua follia”.

“Ascolta la storia di un’altra tua esistenza, come pesce. Si poteva vedere
il pesce nuotare nel fiume, mentre giocava bramoso con una pesciolina, sua
moglie. Lei, muovendosi davanti, all’improvviso percepì le maglie di una
rete, e scivolandole intorno scampò il pericolo; ma lui, accecato dall’amore,
si avventò con impazienza su di lei e precipitò diritto nella bocca della
rete. Il pescatore tirò su la rete, ed il pesce che si lamentava amaramente
del suo triste fato dicendo, ‘questo è davvero l’amaro frutto della mia
follia’, sarebbe certamente morto se non fosse passato di lì un Bodhisattva
che, capendo la lingua del pesce, ebbe pietà di lui. Egli comprò la povera
creatura e gli disse: ‘O mio buon pesce, se oggi non ti avessi visto, tu
avresti perso la tua vita. Io ti salverò, ma d’ora innanzi evita la
concupiscenza.’ Con queste parole, lui gettò il pesce nell’acqua.”

“Fai del tuo meglio per la grazia del tempo che ti è concesso in questa
esistenza presente, e temi il dardo della passione poiché, se tu non
proteggi i tuoi sensi, ti condurrà alla distruzione.”

LA CRUDELE GRU BEFFATA

Un sarto che normalmente cuciva le vesti ai confratelli era solito ingannare
i suoi clienti, e così si gloriava di essere più intelligente degli altri
uomini. Ma una volta, nel trattare un’importante affare con un estraneo,
trovò uno più bravo di lui nel modo di ingannare, e soffrì di una pesante
perdita.

Il Beato disse: “Questo non è un incidente isolato nel destino del sarto
avido; in altre incarnazioni egli soffrì di perdite simili, e alla fine
tentando di imbrogliare gli altri, si rovinò. Questa stessa avida persona
visse molte generazioni fa come gru vicino ad uno stagno, e quando arrivò la
stagione asciutta disse ai pesci con una voce gentile: ‘Non siete
preoccupati per il vostro futuro? In questo stagno ora c’è poca acqua ed
ancor meno cibo. Cosa farete quando con questa siccità tutto lo stagno
dovrebbe diventare asciutto?’ ‘Sì, davvero’ dissero i pesci ‘cosa dovremmo
fare?’ La gru rispose: ‘Io conosco un grande e vasto lago che non diventa
mai asciutto. Non volete che vi porti là, con me, nel mio becco?’. Dato che
i pesci cominciavano a diffidare dell’onestà della gru, essa propose di
portare uno di loro al lago per vederlo; ed una grande carpa alla fine
nell’interesse degli altri decise di correre il rischio, e la gru la portò
ad un bel lago, e la riportò indietro in sicurezza. Allora ogni dubbio
svanì, ed i pesci ebbero fiducia nella gru, ed ora la gru li prese uno alla
volta dallo stagno e li divorò posandosi su un grande albero.

Nello stagno c’era anche un’aragosta, e quando la gru volle mangiare anche
lei, le disse: ‘Io ho portato via tutti i pesci e li ho messi in un grande e
vasto lago. Vieni, dunque, ti ci porterò anche a te!’ ‘Ma per portarmi, come
puoi tenermi tanto a lungo?’ chiese l’aragosta. ‘Io ti terrò stretta col mio
becco’, disse la gru. ‘Se mi porti in quel modo tu potresti lasciarmi
precipitare. Io non verrò con te!’ rispose l’aragosta. ‘Non avere paura’
aggiunse la gru, ‘Io, dal principio alla fine, ti terrò ben stretta’.

“Allora l’aragosta pensò: ‘Se questa gru una volta tenne stretto un pesce,
di sicuro mai gli permise di arrivare al lago! Ora se davvero dovesse
portarmi al lago ciò sarebbe splendido; ma se non lo fa, allora io taglierò
la sua gola e la ucciderò!’ Così disse alla gru: ‘Guarda qui, amico, tu non
sarai capace di tenermi abbastanza stretto; ma noi aragoste abbiamo una
presa famosa. Se tu mi lasci prendere te sul tuo collo rotondo coi miei
artigli, io sarò contento di venire con te.’

“La gru non capì che l’aragosta stava cercando di superarla in astuzia, e
accettò. Quindi l’aragosta fece presa sul suo collo, coi suoi artigli sicuri
come un paio di pinze da fabbro ferraio, e gridò: ‘Pronti, via!’. La gru si
alzò e le mostrò il lago, e poi si diresse verso il grande albero. ‘Ehi!’
urlò l’aragosta, “Il lago stà lì, ma perché tu mi porti in quest’altro
luogo?’. La gru rispose: ‘Cosa pensi’? Suppongo che tu pensi che io sono il
tuo schiavo, che ti deve portare dove ti piace di più! Ora tira fuori i tuoi
occhi e guarda quel mucchio di lische di pesce alla base di quell’albero.
Proprio come ho mangiato quei pesci, uno alla volta, proprio così ora io
divorerò anche te!’

“‘Ah! quei pesci furono mangiati a causa della loro stupidità’, rispose
l’aragosta, ‘ma io non lascerò che tu mi uccida. Al contrario, sei tu che io
distruggerò. Perché tu, nella tua follia, non hai capito che io ti ho
beffato. Se io muoio, noi moriremo insieme; perchè io ti taglierò la testa e
la farò precipitare in terra!’. Così dicendo, l’aragosta coi suoi artigli
diede un pizzicotto sul collo della gru come avvertimento.

“Allora, ansimando, con lacrime che venivan giù dai suoi occhi, e tremando
per la paura di morire, la gru implorò l’aragosta, dicendo: ‘Mio Signore!
Effettivamente io non intendevo mangiarti. Salva la mia vita!’ ‘Molto bene!
scendi giù e mettimi nel lago’ rispose l’aragosta. E la gru tornò indietro e
scese giù verso il lago, mettendo l’aragosta sulla sua riva. Poi l’aragosta
tagliò il collo della gru cosi bene, come uno taglierebbe un gambo di loto
con un coltello, e poi entrò in acqua!”
Quando il Maestro ebbe finito questo racconto, aggiunse: “E non soltanto ora
quest’uomo fu beffato in questo modo, ma anche in altre esistenze, dai suoi
stessi intrighi!”

QUATTRO TIPI DI MERITO

C’era un uomo ricco che era solito invitare a casa sua tutti i Brahmani del
circon-dario e, dando loro ricchi regali, offriva grandi sacrifici agli dèi.

Ma il Beato disse: “Se un uomo ogni mese ripete mille sacrifici e fà
infinite offerte, non è uguale a colui che, anche solo per un momento, fissa
la sua mente sulla verità”. Il Buddha continuò: “Ci sono quattro tipi di
offerte: primo, quando i regali sono grandi ed il merito è piccolo; in
secondo luogo, quando i regali sono piccoli ed il merito piccolo; in terzo
luogo, quando i regali sono piccoli ed il merito è grande; e infine, quando
i regali sono grandi ed anche il merito è grande.

“Il primo è il caso dell’uomo illuso che toglie la vita allo scopo di far
sacrifici agli dei, accompagnandoli con gozzoviglie e banchetti. Qui i
regali sono grandi, ma il merito è davvero piccolo. Poi, i regali sono
piccoli ed anche il merito è piccolo, quando per bramosia e un cuore perfido
un uomo si tiene una parte di ciò che lui intendeva offrire.

“Il merito è grande mentre il regalo è piccolo, invece, quando un uomo fa la
sua offerta con amore e con un desiderio di svilupparsi in saggezza ed in
gentilezza. Ed infine, il regalo è grande ed il merito è grande, quando un
uomo ricco, con un spirito altruista e con la saggezza di un Buddha, fà
donazioni e fonda istituzioni per il bene dell’umanità e per illuminare le
menti dei suoi simili ed amministrare le loro necessità.”

LA LUCE DEL MONDO

C’era un certo Brahmano in Kosambi, ben versato nei Veda ma attaccabrighe.
Poiché non trovava nessuno che gli fosse pari nei dibattiti, lui portava una
torcia accesa in mano, e quando chiedevano la ragione di questa sua strana
condotta, lui rispondeva: “Il mondo è così oscuro che io porto questa torcia
per illuminarlo, più distante che posso”. Un samana che sedeva nella piazza
del mercato sentì queste parole e disse: “Amico mio, se i tuoi occhi sono
ciechi alla vista della luce onnipresente del giorno, non chiamare buio il
mondo. La tua torcia non aggiunge niente alla gloria del sole e la tua
intenzione di illuminare le menti degli altri è tanto futile quanto
arrogante”. Ed allora il Brahmano chiese: “Dove è il sole di cui stai
parlando?” Ed il samana rispose: “La saggezza del Tathagata è il sole della
mente. La sua luminosità è gloriosa giorno e notte, e colui la cui fede è
forte non sarà mai privo di luce sul sentiero per il Nirvana, in cui otterrà
beatitudine eterna!”

VIVERE NEL LUSSO
Mentre il Buddha stava predicando la sua dottrina per la conversione del
mondo nelle vicinanze di Savatthi, un uomo assai ricco che soffriva di molte
indisposizioni venne da lui con mani giunte e disse: “O Buddha, onorato dal
Mondo, perdonami per la mia mancanza di rispetto nel non salutarti come
dovrei (cioè inchinandomi a terra) ma io patisco di forte obesità, eccessiva
sonnolenza, e altri dolori, così che non posso muovermi senza sentire
sofferenza”.

Il Tathagata, vedendo i lussi con cui l’uomo era circondato, gli chiese:
“Non hai tu un desiderio di sapere la causa delle tue indisposizioni?” E
quando il ricco uomo espresse la sua volontà di voler sapere, il Beato
disse: “Ci sono cinque cose che producono le condizioni di cui tu ti
lamenti: opulente cene, amore per il sonno, brama per il piacere, assenza di
riflessione, e di una virtuosa e sana occupazione. Esercita dunque l’autocontrollo
sui tuoi pasti, e applicati ad attività che possano utilizzare la tua
abilità e renderti utile ai tuoi simili. Seguendo questi miei consigli tu
potrai prolungare la tua vita”.

Il ricco uomo ricordò le parole del Buddha e, avendo recuperato dopo qualche
tempo la leggerezza del suo corpo e la giovanile agilità, ritornò dall’onorato
nel Mondo, arrivando a piedi senza cavalli né attendenti, gli disse:
“Maestro, tu hai guarito le mie indisposizioni fisiche; ora io vengo a
richiedere l’Illuminazione della mia mente.”

Ed il Beato disse: “Il mondano nutre il suo corpo, ma l’uomo saggio nutre la
sua mente. Colui che indulge nella soddisfazione dei suoi appetiti attiva la
sua propria distruzione; ma colui che procede nel sentiero avrà sia la
salvezza dal male e sia un prolungamento della vita.”

LA COMUNICAZIONE DELLA BEATITUDINE

Annabhara, lo schiavo di Sumana, avendo appena tagliato l’erba nel prato,
vide un samana con la sua ciotola che elemosinava il cibo. Posando a terra
il suo fascio di fieno, egli corse verso la casa e ritornò con del riso che
era stato offerto a lui come suo proprio cibo. Il samana mangiò il riso e lo
allietò con parole di conforto religioso.

La figlia di Sumana che da una finestra aveva osservato la scena esclamò:
“Bene! Annabhara! Molto bene!” Sumana, che aveva udito queste parole, le
chiese che cosa volesse dire, e venendo informato sulla devozione di
Annabhara e le parole di conforto che lui aveva ricevuto dal samana, andò
dal suo schiavo e gli offrì del denaro per dividere la beatitudine della sua
offerta. Annabhara gli disse: “O mio signore, prima permettetemi di
chiederlo al venerabile uomo”. Ed avvicinandosi al samana, gli disse: “Il
mio padrone mi ha chiesto di dividere con lui la beatitudine dell’offerta di
riso che io feci a te. È corretto che io dovrei dividerla con lui?”
Il samana rispose con una parabola. Egli disse: “In un villaggio di cento
case una sola luce era accesa. Poi, arrivò un vicino con la sua lampada e da
quella l’accese; e allo stesso modo la luce fu propagata da casa in casa e
la luminosità di tutto il villaggio fu incrementata. Così anche la luce del
Dharma può essere diffusa senza deprimere chi la propaga. Fai che anche la
beatitudine della tua offerta sia diffusa. Condividila”.

Annabhara allora ritornò alla casa del suo padrone e gli disse: “Io ti
offro, o mio signore, una condivisione della beatitudine della mia offerta.
Degnati dunque di accettarla”. Sumana l’accettò ed offrì una somma di denaro
al suo schiavo, ma Annabhara rispose: “No, mio signore; così sembrerebbe
come se io ti vendessi la mia azione, se io accetto il tuo denaro. La
beatitudine non può essere venduta; Io imploro che tu possa accettarla come
un dono”. Il padrone rispose: “Fratello Annabhara, da oggi in poi tu sei
libero. Vivrai con me come mio amico ed accetta questo presente come un
pegno del mio rispetto.”

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