LO SVILUPPO DEL POTENZIALE UMANO – 12

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LO SVILUPPO DEL POTENZIALE UMANO – 12

da “Enciclopedia olistica”

di Nitamo Federico Montecucco ed Enrico Cheli

RIAPPROPRIAZIONE E AUTOREALIZZAZIONE:

BREVE GUIDA ALL’ESPLORAZIONE DEL CYBERSPAZIO INTERIORE

Le quattro vie verso il divino

George Gurdijeff, il famoso maestro russo che visse e operò nella prima metà del nostro secolo,
divideva gli esseri umani e le religioni in quattro grandi categorie.

L’uomo numero uno, identificato e condizionato dal suo corpo fisico, necessita di una forma di
religione di prima via in cui prevale lo sforzo fisico, la mortificazione della carne, le tecniche
di digiuno e di privazione sensoriale, la rinuncia al mondo e alla sessualità, come avviene nei
monasteri o nelle grotte himalayane.

L’uomo numero due, identificato e orientato alle emozioni, necessita di utilizzare questa sua
caratteristica, trasformandola in emozioni superiori. Nascono le pratiche di seconda via: la
devozione, i canti corali, la preghiera, le varie forme di venerazione di dei, immagini e simboli
sacri.

L’uomo numero tre è orientato e identificato con la sua mente, la sua forma di pratica spirituale è
la terza via che comporterà tecniche intellettuali e psichiche come lo studio dei testi, la
visualizzazione di immagini di dei, le varie forme di concentrazione mentale e di contemplazione.

La quarta via è una prerogativa dell’essere umano completo e integrato, che avendo in equilibrio il
corpo fisico, le emozioni e la psiche, può utilizzare tutti i tre tipi di tecniche in modo
sintetico. La quarta via è “la via dell’uomo scaltro” in cui l’uso della consapevolezza diventa
primario ed essenziale sopra ogni altro aspetto o tecnica di realizzazione.

In ogni religione si ritrovano tecniche delle prime tre vie, esempi della prima via sono lo Yoga
fisico o Hata Yoga, parti dello Shivaismo e le varie pratiche monastiche di rinuncia. La seconda via
è tipica delle tre religioni mediorientali: ebraica, cristiana e mussulmana e del Bhakti Yoga, la
terza via è rappresentata dal Raja Yoga, dal Brahmanesimo, dall’Advaita Vedanta e dal Buddhismo. La
quarta via è particolarmente ben rappresentata dal Taoismo, dallo Zen, e dal Tantra nelle sue
differenti ibridazioni con lo Yoga, lo Shivaismo e il Buddhismo.

Tecniche di evoluzione

La nostra attuale situazione culturale ci sollecita ad una visione globale e integrata dell’essere
umano e della sua evoluzione. Per questa ragione riteniamo opportuno offrire alcuni brevi esempi di
tecniche di evoluzione che riteniamo particolarmente utili in questo preciso momento storico.

Tecniche di prima via: il digiuno, l’Hata Yoga, le esperienze in vasche di isolamento sensoriale,
smettere di fumare, smettere di mangiare carne, zuccheri bianchi e cibi raffinati, smettere di bere
alcolici e di assumere sostanze narcotiche o stupefacenti, contenere gli eccessi di sessualità.

Tecniche di seconda via: danzare ad occhi chiusi per lungo tempo, cantare con il cuore ogni sorta di
mantra o canto devozionale, amarsi incondizionatamente così come si è, non uccidere (piante,
insetti, animali, galline, mucche, maiali, ecc.). Ritrovarsi con altri devoti o ricercatori
spirituali e praticare la compassione (comprensione spirituale) verso ogni essere umano.

Tecniche di terza via: imparare a concentrarsi su di un unico punto, soggetto, argomento o attività.
Evitare le distrazioni e gli sprechi di tempo. Meditare un’ora al giorno, leggere libri sacri di
ogni tradizione, osservare il respiro (Vipassana).

Tecniche di quarta via: essere se stessi, ricordarsi di sé, dire sempre la propria verità, sentirsi
totali in ogni momento della vita (lavoro, gioco ecc). Imparare l’arte dell’osservazione senza
pensieri (da cui nasce il distacco). Sentirsi un’unità integrata, accettarsi come si è, prendersi la
responsabilità di ogni evento che ci accade, vivere come se tutto fosse una prova da superare o un
messaggio da comprendere. Ricordarsi che si deve morire e che non c’è tempo.

Vipassana Cybernetica

L’olismo si identifica nel concetto di quarta via. In questa visione ogni atto evolutivo diventa
strumento per una salute globale. Essendo corpo, emozioni, mente e coscienza differenti aspetti di
un’unità organica, ogni atto di equilibrio si estende sulla totalità portando aumento di
consapevolezza e di benessere psicofisico. Proviamo ora ad esplorare in modo più scientifico il
“campo soggettivo di informazioni” – che chiamiamo il “nostro corpo” – utilizzando una classica
tecnica di pura osservazione di sé attraverso il respiro – Vipassana – ed un linguaggio cibernetico.

Il corpo fisico o materiale

Quando diciamo “il nostro corpo”, cosa vogliamo veramente dire? Cosa sono la sensazione fisica e il
senso di esistere? La nostra cultura quotidiana ci nasconde delle realtà evidenti quando dice che il
“corpo” è fatto di materia fisica: una massa bruta, pesante e misurabile come un qualsiasi altro
oggetto. Nella comune accezione del termine, il corpo viene ritenuto un qualcosa di complesso ma
stupido, come un automa, una macchina biologica con istinti e desideri, che ogni tanto si rompe e
che i medici aggiustano. Ora cercheremo di modificare questa comune visione delle cose. Già se
applichiamo i dati scientifici della fisica e della chimica, il quadro inizia a cambiare
radicalmente: vediamo come.

Il complesso corpo quantistico

Io, come ogni altro essere vivente, sono un’unità complessa formata da particelle subatomiche, che
si muovono a velocità prossime a quelle della luce, su orbite di grande stabilità ed equilibrio
formando atomi e molecole. “Fantastiliardi” di fotoni vibrano su infinite frequenze
elettromagnetiche e si muovono alla velocità della luce tra questi atomi, scambiando infiniti
messaggi e legando il tutto in una lucente rete di comunicazione elettromagnetica. Miliardi di atomi
che si autoorganizzano in geometrie di rara struttura, ardite ingegnerie genetiche in costante
mutazione che formano le cellule. Il nostro corpo è formato da centinaia di miliardi di queste unità
cellulari in continuo interscambio di energia e informazione tra loro. Una rete di relazioni di
altissima sinergia e complessità, una vera sinfonia di frequenze, vibrazioni, voci e melodie si
fondono in un’unica armonia che chiamiamo “il nostro corpo”.

Il corpo cibernetico o cosciente

Ma anche questa visione più corretta del corpo è parziale. In realtà la scienza ci nasconde qualcosa
di basilare importanza sul corpo: ci nasconde la sua coscienza, la sua intelligenza viva, sensibile
e pulsante, la sua esperienza archetipica e sacra. Ci nasconde che ogni atomo è una piccola unità
cosciente e intelligente dalla cui fusione, in unità sempre più grandi come le molecole e le
cellule, viene ad esistere la nostra stessa vita, l’unità cosciente e intelligente che chiamiamo
“io”, il frutto dell’armonica fusione di infinite piccole intelligenze, che cooperano, che si
scambiano informazioni ed energia per poter coesistere e creare questo mio “corpo”, un tempio
vivente in onore dell’evoluzione dell’intelligenza del Tutto che si manifesta attraverso ognuno di
noi.

Il corpo sacro: tecniche di viaggio nella coscienza vivente

Sacro è tutto ciò che esiste quando io sono in uno stato di coscienza silenziosa: quando io stesso
mi sento sacro. Allora tutto diventa divino, perfetto così com’è perché lo vivo come parte
integrante dell’intelligenza del Tutto. Quando iniziamo a comprendere ogni unità dell’esistenza in
termini di Cyber, ossia come campi di coscienza vivi e pulsanti in cui l’energia e l’informazione
sono costantemente in comunicazione e movimento, allora il mondo che ci circonda cambia
completamente. Il corpo diventa parte del flusso di una realtà viva e sensibile, diventa il centro
di una infinita rete di informazioni che dall’universo arrivano, qui e ora, a me. Il corpo vive nel
presente e continua ininterrottamente a percepire l’esistenza nel presente.

Quando sono realmente in contatto col corpo, il tempo si arresta e sperimento un continuum di
esperienze, in un flusso di informazioni senza sosta, come un’onda inarrestabile dell’oceano. Ma se
voglio veramente conoscere chi sono, mi sperimento: mi sistemo in una posizione confortevole, con la
colonna vertebrale eretta e rilassata, le mani appoggiate alle ginocchia, il capo in equilibrio sul
collo e chiudo gli occhi. Entro dentro di me… fermo i pensieri e pongo tutta la mia attenzione
consapevole sulle sensazioni dell’istante presente, sento tutto il corpo come una cosa unica, che
pulsa e respira. Questa antica tecnica buddhista chiamata Vipassana è il metodo più semplice,
innocuo ed enormemente utile per conoscere se stessi ed evolvere, e che tutti possono facilmente
sperimentare anche da soli.

La testa

All’inizio mi sento quasi sempre molto “nella testa”, a volte i pensieri sembrano un programma radio
inarrestabile… ma pian piano, senza sforzo, io riporto l’attenzione al mio corpo e respiro e mi
sento presente a me stesso… fino a che la mente tace. Questa sensazione di esserci, di essere
consapevole di esistere, si può facilmente sperimentare anche ad occhi aperti ed è una delle
caratteristiche fondamentali di ogni tecnica di ricerca e di evoluzione; viene chiamata da
Gurdjieff: “ricordarsi di sé”. Da questo spazio di consapevolezza inizio l’esplorazione, sento il
mio corpo respirare… senza minimamente alterarne il ritmo o i tempi e godo di questa sensazione…
come di un flusso di cibo gassoso di cui il corpo è tremendamente ghiotto (e basta restare alcuni
istanti senza respirare per accorgersene). Quando anche questa sensazione è raggiunta e
stabilizzata, allora inizio la tecnica della discesa dalla testa al cuore, alla pancia. Inizio a
sentire il respiro appena fuori dalle narici e, molto lentamente, lo sento salire dalle narici,
senza fretta; quando giunge alla radice del naso, mi fermo parecchi minuti perchè entro in una
situazione di particolare benessere e centratura. Poi dalla radice del naso il flusso d’aria si
muove indietro e verso il basso. Lo sento espandersi a tutta la fronte e alla testa fin dietro alla
nuca e al collo, altre volte scende più decisamente lungo la gola e il collo. A volte nella testa vi
sono aree che non percepisco affatto, come aree buie, spente.. lì mi soffermo finché non ritorno a
sentirle ben vive e unite al resto di me. Spesso percepisco forti tensioni anche nel collo, sento
che in questa zona ci sono molte sensazioni trattenute, respirandoci dentro e muovendomi dolcemente
le libero e sento il collo che si espande meglio.

Il cuore

Poi il respiro scende al torace e la mia attenzione entra con questo flusso nella parte centrale del
mio corpo. È un particolare piacere sentire il torace espandersi e riempirsi d’aria ossigenata e,
senza posa, svuotarsi ed eliminare residui gassosi di carbonio… godo quando, a volte, percepisco
il centro del petto, il cuore pulsante… il vero centro. Emozioni di tristezza e di gioia si celano
in quel punto magico e quando le prime sono in eccesso, quando cioè il dolore del nostro vivere è
troppo pesante, non sento più il cuore, come se fosse coperto da un velo, da una nube grigia, o come
se al suo posto ci fosse solo un buco vuoto. In questi casi piango e lascio uscire l’angoscia o la
malinconia che inconsciamente ho trattenuto nel mio cuore. La sensazione di cuore libero per me è
come la sensazione di quando da bambini finiva la scuola e ci si ritrovava soli, in un pomeriggio di
giugno sotto un grande albero del parco o in un angolo verde, senza nulla da fare, liberi di essere
senza meta e quindi presenti a se stessi e al momento magico e silenzioso, mentre lo sguardo si
sentiva rapito dal sole che passava tra le foglie diventando luce verde e dorata… come il cuore
che gioiva di esistere.

Quando il cuore è aperto, sento un’onda di piacere silenziosa e lenta che si espande al petto, alle
spalle fino a scendere alle braccia e a scaldarmi le mani.

La pancia

E dal petto l’attenzione segue il flusso del respiro che, superando il valico del diaframma, giunge
alla pancia. Se il diaframma è troppo teso, l’addome rimane zona morta o appena percepita, allora
bisogna lavorare col massimo di consapevolezza possibile per cogliere le minime sensazioni e
iniziare il lavoro di riconnessione e di risensibilizzazione. La pancia è uno spazio sacro… quando
il respiro vi fluisce liberamente si sperimenta una porzione del nostro essere di grande profondità
e silenzio, densa di sensazioni lente e piacevoli. La pancia è il centro del nostro corpo connesso
con la vita più primitiva animale e vegetale. Quando la sensazione del respiro si è stabilizzata,
noi siamo ad un livello di onde cerebrali lentissimo, siamo come un vegetale, come una quercia con
le nostre gambe/radici verso il suolo, la nostra colonna/tronco eretta, le nostre braccia/rami in
fuori con le mani/foglie rilassate, e con il capo/bocciolo aperto verso il cielo.

Il tutto

La sensazione di quando sono centrato nella pancia è di totale unità e pace… solo lì sperimento la
totalità del mio corpo come un tutto vivo, non sento a volte più nemmeno i suoi limiti, come se la
pelle si fosse trasformata in qualche cosa di evanescente, come una nuvola, un’aura che si espande
molto al di là dei miei confini fisici. A questo punto dal coccige, la “radice” dell’albero della
coscienza/corpo seduta sulla madre terra, sento l’intera colonna, come una luce fluida e stabile
connessa con la sommità della testa… con il “fiore” aperto sul Cosmo e mi sento vasto e.. stando
in quello stato di grande e sottile piacere di esistere perdo il mio “io”… il respiro si rallenta
e si arresta… dimentico il mio centro e sperimento l’infinita dimensione del vasto nulla
cosciente… l’oceano dell’esistenza in cui tutti esistiamo… il divino corpo del Tutto.

PARTE SESTA – ESPERIENZE TRANSPERSONALI PER UNA NUOVA CULTURA

Il richiamo tribale
Di Antonio Bondì

In ogni contesto culturale e sociale, si è sempre scelto uno spazio in cui la tribù o il gruppo si
potessero aggrgare. Vi invito a pensare semplicemente alla piazza, allo spiazzo davanti alla chiesa,
all’aia e, comunque, a qualsiasi situazione circolare dove, come possiamo vedere in alcune tribù
“primitive”, ci si possa sedere in cerchio. L’interno di questo spazio, luogo di aggregazione, è
raggiungibile attraverso varie forme di comunicazione, attraverso la parola, (pensiamo ai comizi),
attraverso il ballo, per la festa del patrono del paese, per tutto ciò che è legato ad un contesto
di questo genere, le ferie, i mercati, il venditore di prodotti miracolosi, eccetera. La piazza è
anche luogo d’incontro. Ad esempio, da noi a Rimini sempre più stanno riproponendo i burattini nella
piazza centrale; pensiamo anche ai pupi siciliani, ai cantastorie, agli stornelli. In un contesto di
spazio-spiazzo c’è comunque la comunicazione per potere sempre più sentirsi, appartenere ad un
contesto, verificare più spesso o abbastanza spesso di avere una origine, un unico ceppo da cui poi
è possibile differenziarsi. È anche vero che sempre più assistiamo alla disgregazione di questi
spazi; non mi sembra che esistano più luoghi di aggregazione così come li ho presentati, se non
delimitati in un qualcosa di topologico che esiste perché costruito tanto tempo fa: le piazze
rimangono, le aree frontali alle chiese rimangono, ma tutto ciò è stato fatto molto ma molto tempo
fa. È vero che esistono luoghi, come certi ipermercati, che possono ricordare un po’ la forma a
semicerchio e quindi il tentativo di creare uno spazio, ma è anche vero che poi lo spazio è occupato
dal parcheggio. In questa trasformazione non posso non rilevare il cambiamento del vissuto del
tempo. Siamo in un contesto sociale in cui il tempo viene occupato, siamo in un’organizzazione
sotterranea che porta ad occupare il tempo per dare senso al tempo, non c’è sicuramente il vissuto
del tempo. Ricordo sempre con piacere l’espressione veneziana del “faso tardi”. Non preoccuparsi di
occupare, di dare un senso a livello economico, monetario, e riuscire a vivere il tempo e a farsi
vivere dal tempo, richiede intelligenza ed esperienza. E’ molto ma molto difficile riuscire a
sdraiarsi, calmarsi cinque minuti, mettersi in una situazione di rilassamento e svuotamento; ci si
dimentica che è anche l’unico mezzo per poter fare affiorare alla coscienza, alla mente leggibile,
traducibile, quello che è dentro di noi e ha bisogno di uscire per poter darci a sua volta un
insegnamento.

Anche in questi giorni, bene o male, in buona o in mala fede, noi cerchiamo di organizzarci per
occupare il tempo. Un workshop, ad esempio è qualcosa di organizzato che porta a farci vivere nel
tempo, ma in un contesto in gran parte precostituito. Nel privato riuscire a fermarsi è difficile;
facciamo l’esempio più semplice del non ritrovare le chiavi di casa, tutti noi sappiamo per
esperienza che è molto più facile fermarsi un attimo con la sensazione di sciupare del tempo, ma
questo porta a ritrovare le chiavi nel risalire all’ultima volta che ricordiamo di averle avute
ancora in mano. Non è un discorso da poco, il tempo vissuto è uno degli ostacoli più difficili da
far superare alla gente, a tutti noi. Si pensi ad altri spazi come quello della scuola: anch’essa è
abbastanza handicappata, ritardataria, eterna occupazione di potenziali disoccupati se non di fatto
disoccupati. Ci sono di sicuro altri spazi, anche alla moda, pensate alle palestre, se ne aprono
sempre più ma non è in funzione di ritrovare il benessere, di curare lo spirito o il fisico;
l’ambiente della palestra è sempre abbastanza anoressico. Per quanto riguarda il sesso femminile,
viene vissuto in funzione di mantenere la linea, secondo misure falsamente canoniche o un peso
falsamente canonico; per quanto riguarda il sesso maschile, nella direzione di diventare un
bellimbusto, anche qui rispondendo a canoni che sono validi oggi, forse domani, sicuramente diversi
da quelli del passato. Non c’è un approccio naturale, puro, che permette di vivere l’ambiente
comunitario e far stare bene il fisico.

L’altro spazio che voglio trattare, dando degli input, è quello delle discoteche. Vengo da Rimini,
una zona in cui la percentuale delle discoteche sul territorio è enorme, mi sembra che ce ne siano
28 o 32, poi ci sono anche le discoteche alla moda in tutta Italia. Anche la discoteca ha la pista
da ballo rotonda, spesso nel centro del locale; è “un luogo di perdizione”, così viene definita.
Questa etichetta risponde, evidentemente, alla necessità dei più, dei benpensanti, di trovare sempre
un capro espiatorio. La discoteca è un po’ il ricettacolo del male ed è anche zona di contagio e
diffusione di questo male. Vorrei cominciare a dire per tutti voi che in discoteca generalmente si
va dopo aver risposto al rito della cucina, almeno una pizza la si è consumata, allungata con
abbondante beveraggio, di solito birra, corretta con qualche alcolico e perfezionata sempre più
spesso con le droghe più varie. Anche qui si segue un po’ la moda, quello che dicono i giornali, che
però sono sempre un po’ ritardatari sui tempi. Attraverso il lavoro terapeutico sono aggiornato in
anticipo, prima che la cosa si diffonda; oggi si parla di ecstasy, è vero, se ne consuma, ma è già
qualche anno che è la coca la vera droga di grande consumo; è anche vero che per il suo costo è
consumata dagli ultra-ventitreenni, venticinquenni. Tuttavia, se prima era riservata ai benestanti,
adesso è sicuramente diffusa a tappeto e non risponde nemmeno più ad un consumo collettivo; il
gruppo è molto ristretto, bastano due persone. Lo stesso discorso vale per l’ecstasy che serve
semplicemente per trovare la forza di essere quello che non si sa cosa si è nell’ambito della
discoteca. Non è il problema della droga che voglio affrontare, vorrei sottolineare che il bere, il
mangiare, il fumo, la musica, la droga sono una caratteristica di qualsiasi contesto festivo,
commemorativo, di cultura occidentale, orientale, civilizzata, primitiva, antica, presente e
sicuramente futura. Non è di certo questo l’aspetto che deve fare discutere come inutilmente sta
facendo discutere, come troppo si scrive, sempre si scrive, e secondo me in modo del tutto
sbagliato: non può essere un problema quello che l’uomo ha sempre fatto, fa e farà. Il vero problema
nell’ambito della discoteca riguarda il suo maggior fruitore, l’adolescente, colui che appartiene
alla della tribù dell’adolescenza e all’epoca pre-sessuale. Quando parlo di “epoca pre-sessuale” non
intendo un’età in senso anagrafico o una condizione di verginità, ma un modo non tranquillo,
insicuro, di rapportarsi al sesso. Io vedo nel fruitore della discoteca una persona bisognosa che,
di solito, entra nel gruppo con delle aspettative ma, per il contesto in cui si trova, trova
impedita la comunicazione; perciò una volta uscito, magari dopo l’alba, ritrova nuovamente la
solitudine con la frustrazione di aver perso un’altra occasione. Casomai, se estasi è anche
esaltazione, io parlerei di esaltazione di fuga (fuga dalla realtà) e questo rituale si ripete una
volta alla settimana o anche, se le possibilità economiche lo permettono, con frequenza
plurisettimanale.

Angeli senza ali: fantasie e speranze del mondo psichico
Di Giovanna di Marco e Rolando Paterniti

Perché angli senza ali?

L’angelo “aptero”, cioè senza ali, si trova in varie rappresentazioni iconografiche ed è stato
ipotizzato che l’aspetto antropomorfico sia legato al contesto terreno degli episodi raffigurati.
Quando si manifesta agli uomini, l’angelo ne assume le sembianze per essere riconosciuto. Ma non è
sufficiente il suo aspetto: occorre che anche noi, per riconoscerlo, siamo disposti e disponibili a
vederlo.

Quando si manifesta con maggiore intensità? Che cosa ci occorre per riconoscere l’angelo? Chi o che
cosa riconosciamo in lui? Queste sono le domande che ci poniamo non solo in questo intervento, ma
ogni volta che l’angelo ci diventa necessario.

L’angelo arriva ogni volta che il dolore ci stringe e la paura di non farcela ci fa sentire
naufraghi a noi stessi. E’ la salvezza, la possibilità di fermarsi e di sostare sull’orlo della
catastrofe. L’angelo compare a fermare la mano di Abramo che, nella disperazione per non aver saputo
ascoltare al di là delle parole, si dispone ad uccidere il figlio Isacco; o compare ad annunciare la
nascita di un figlio impossibile, come nell’Annunciazione.

Trasformare la morsa stringente e mortale del dolore in un abbraccio, significa apprendere l’arte di
stare nel dolore: è solo così che possiamo calmarlo e guardarlo, così spaventoso com’è e guardare
noi, trasformati ed imbruttiti dalla sofferenza.

L’angelo rende possibile questo sguardo e questo abbraccio, quasi a significare che anche lì nel
baratro dell’angoscia ci può essere lui, l’angelo, una traccia di bellezza.

Ma non è sempre possibile riconoscere l’angelo: occorre una sorta di disponibilità dell’animo, un
inizio di sapienza.

L’angelo non appare annunciato da segni sfolgoranti e riconoscibili: la sua forma umana, anche se di
rara bellezza, appare con discrezione e con discrezione sosta accanto a noi, ferma la nostra mano,
ci può fecondare. La dimensione della discrezione, dello stare, del permanere, del non invadere dice
che è con discrezione che l’incontro con il mondo psichico nostro o dell’altro deve avvenire.

Questo mondo psichico: è come un forziere di cose preziose che sentono la necessità di essere
ricucite, rammendate, ri-illuminate, che aspettano un nuovo senso e una nuova speranza.

La discrezione, quindi anche la difficoltà all’immediato riconoscimento del bello, della salvezza,
ci porta ad un’altra dimensione necessaria per trovare o semplicemente riconoscere l’angelo: la
dimensione della pazienza.

È la trasformazione del vedere in arte del vedere, di osservare con infinita pazienza gli aspetti
più diversi della realtà per trarne le forme invisibili e ancora trasformare il vedere in sentire e
abbandonare il mestiere tanto deprecato di essere usurai del sentimento e rivolgersi alla vita
psichica e levarla di prigione.

E poi ancora la capacità di non dare risposte immediate, quelle che il fatto, l’attimo ci
suggeriscono, ciò a cui ci spinge l’urgenza del fare. Non dare risposte al mondo psichico è saper
stare nella sopportazione del vuoto, di quell’estrema solitudine che ci fa avvicinare e ci apre
all’infinito e al silenzio dell’universo.

Le risposte sono il tratto di strada che ci siamo lasciati alle spalle: solo una domanda può andare
oltre e trasformare il dolore e consentire al mondo psichico di ampliarsi e di essere fecondo.

E’ lo stare nel tempo e nella trasformazione che ci permette di raggiungere i risultati, come
l’albero che sa attendere fiducioso nella tempesta di primavera, senza l’ansia che dopo possa non
arrivare l’estate. L’estate giunge, ma solo per chi è paziente e vive come se l’eternità gli stesse
innanzi.

Stare nel vuoto, sostare nella domanda non significa però rimanere in un’attesa passiva, in un
distruttivo abbandono di noi e delle nostre speranze. Saper stare nel vuoto significa saper
costruire anche lì, proprio lì. Così come sa fare Shahrazad, la principessa delle “Mille e una
notte” che, pur condannata a morte, ha la segreta speranza di salvarsi.

Sharazad continua a narrare rimanendo nella sua solitudine e tollerando l’idea angosciosa di morte
che sempre la sovrasta: ogni storia per mille e una notte, senza fretta, con fantasia e pazienza,
trascendendo la realtà. Salvando sé, salva anche il sultano, suo persecutore, e si proietta
all’infinito con la prole. Shahrazad, nel vuoto della disperazione, riesce a tollerare l’angoscia
che l’idea di morte incombente le procura e crea la speranza con il progetto (il figlio) e con la
memoria (la narrazione).

Ma dove ci conduce l’angelo? Ci può condurre alla trascendenza, in quello spazio tra le cose che mai
più saranno e il non- ancora: è l’angelo che trasforma lo stesso sguardo in uno sguardo del non-dove
e ci conduce così ad una maggiore conoscenza di noi stessi, perché ci apre a possibilità
sconosciute, a percorsi non immaginati e, a volte, insoliti anche a noi stessi.

È questo che ci piace vedere nell’angelo: è colui che, come dice il Talmud ebraico, sta fra “quelli
di sopra” e “quelli di sotto”, che ci permette di coniugare i gesti della quotidianità con la
divinità o, come dicono alla scuola d’arte, di mettere un po’ di cielo nella terra e un po’ di terra
nel cielo.

È questa attenzione al mondo psichico che ci fa incontrare l’imprevedibile con un nuova disposizione
ad incontrare lo sconosciuto e a cercare d’intenderlo. E’ la conchiglia, è il sasso, è il pezzetto
di latta, sono i gesti e i silenzi quotidiani e consueti che vengono visti con occhi nuovi e
ascoltati più che sentiti ci possono portare lontano, possono dare il giusto tono alla nostra
giornata.

È trascendere il quotidiano, è il conservare la memoria del divino in noi, il non rimanere
impigliati, come dice Lalla Romano, in ricordi trasformati in pettegolezzi, inutili orpelli in
questo andare verso l’universo.

Questo percorso è impossibile se non riconosciamo nell’angelo la possibilità del coraggio e la sfida
della fiducia.

L’affidarsi all’angelo nella sua paradossale non rassicurante protenzione significa per il mondo
psichico permettersi la possibilità di incontri imprevedibili e, a tratti, al limite
dell’inimmaginabile, nel senso di oltrepassare il concreto per ritrovare quella frontiera scomparsa
che, come dice Sepúlveda, non compariva in nessuna mappa ma introduceva ai terreni della felicità.

È la storia di salvezza, sempre narrata dallo scrittore cileno, tra la gabbiana e il gatto:

“Promettimi che non mangerai l’uovo”, stridette aprendo gli occhi,

“Ti prometto che non mangerò l’uovo” ripeté il gatto Zorba.

“Promettimi che ne avrai cura finché non sarà nato il piccolo”.

“Prometto che avrò cura dell’uovo finché non sarà nato il piccolo”.

“Promettimi che gli insegnerai a volare” stridette guardando fisso negli occhi il gatto.

Allora Zorba, il gatto, si rese conto che quella sfortunata gabbiana non solo delirava ma era
completamente pazza.

“Prometto che gli insegnerò a volare”.

La gabbiana e il gatto si affidano reciprocamente la speranza, la responsabilità di volare. Può
sembrare delirio, pazzia al gatto Zorba: ma la follia non è solo nella proposta impossibile e
fiduciosa della gabbiana morente. La follia è anche il sì del gatto Zorba che accetta e, nel suo
essere terreno, cerca di farsi delle domande. Come si fa a volare? Come insegnare all’altro a
volare? Come aiutarlo a seguire la sua vocazione, il suo progetto esistenziale, anche se il suo
progetto lo condurrà lontano da noi, in un volo che noi non potremmo seguire?

Il gatto Diderot, nella sua razionalità enciclopedica, ci direbbe che è impossibile che un gatto si
prenda cura di una gabbianella e le insegni a volare; ci vorrebbe qualcuno che sappia cogliere
l’essenza del volo, al di là della tecnica operativa: infatti saranno le parole del poeta a
suggerire ai gatti che il significato del volo è “di entrare nel cielo per immergersi in quella
pioggia sciocca, che quasi sempre porta il vento, che quasi sempre porta il sole”.

Infine, l’incoerente vocazione dell’angelo, questo suo stare tra la terra e il cielo, ci porta alle
nostre ali possibili, alla domanda che ci può tenere in vita, all’angoscia del sostare nella
bellezza del progetto, all’immortalità del narrare contro la morte dell’affermazione dogmatica e
senza appello.

Diamo all’angelo l’opportunità di creare un nuovo spazio, una nuova atmosfera alla nostra esistenza.

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