LO SVILUPPO DEL POTENZIALE UMANO – 10

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LO SVILUPPO DEL POTENZIALE UMANO – 10

da “Enciclopedia olistica”

di Nitamo Federico Montecucco ed Enrico Cheli

Padre de Giuseppe de Gennaro

Questo pomeriggio è ricchissimo di spunti. Vorrei riprendere il discorso di Betti; quanto ci hai
detto mi ha trovato particolarmente interessato perché è un discorso legato alla cura della malattia
mentale e degli stati di infermità attraverso lo studio degli stati mistici. È interessante questo
discorso sullo spazio/tempo, sugli schemi gestaltici che hai originalmente trovato nel pensiero
tedesco. Inoltre hai fatto alcune proposte originali che andrebbero approfondite. Tenendo presenti i
comportamenti dei più vivaci degli esseri umani possiamo mettere ordine nei comportamenti dei più
disordinati. E’ proprio in questi estremi che tocchiamo l’evidenza. Nell’estrema rottura troviamo
l’evidenza dell’estrema cura, ma non parlo in astratto: nell’estremamente sano noi troviamo il modo
di curare chi è estremamente rotto. Questo ci riporta ai curanderos, perché il discorso del
curandero non è “logocentrico”. Huarache dice che in Occidente pensiamo molto e, se ho ben capito il
discorso Quechua, pensare in Occidente significa irrigidire i processi di conoscenza e ridurli alla
concettualizzazione. A mio avviso non è vero che il domandare molto fa male, semmai il domandare
male fa male e ci ammala il non domandare; noi dobbiamo domandare bene. In concreto chiedo a Betti
di riprendere qusti concetti e di ricollegarlo con quanto detto sul logocentrismo.

Mario Betti

Sono contento di questo riscontro e credo che questi concetti meriterebbero di essere sviluppati. Mi
sono riallacciato ad alcuni autori di impostazione Gestalt-analitica e fenomenologica, come Claus
Konrad ed Henry Ey, perché sono dei riferimenti importanti nella cultura psichiatrica. Certamente
l’approccio fenomenologico si presta ad entrare in contatto con varie realtà, a comprendere vari
modi di essere.

Tuttavia la psicopatologia fenomenologica, come è stata sviluppata da noi, è troppo logocentrica; si
basa su una serie di neologismi, di circonlocuzioni, di paroloni costruiti con tanti trattini,
(essere-nel-mondo, con-esserci, ecc.), è troppo filosofica, concettuale e categoriale. Ci vuol
ricondurre all’analisi del vissuto utilizzando argomenti concettuali e concettuosi, che ci tengono
legati ad uno stato di coscienza discorsivo e digitalico. Credo che ci vorrebbe, invece, la
semplicità suggerita da Huarache, che ho apprezzato per il modo spontaneo, schietto e lineare con
cui ci ha illustrato le tecniche della sua tradizione. Credo che le tecniche di meditazione, l’uso
di musica e di medicine naturali, usate cercando l’analogia con il vissuto del paziente, permettono
di offrire alla fenomenologia la possibilità di un’applicazione operativa. Con i trattamenti
transpersonali è possibile stabilire un contatto non verbale immediato e penetrante. Fa molto di più
una musica che suscita uno stato d’animo, fa molto di più una meditazione che risuona in maniera
sottile, che non un’elaborazione concettuale che porta a ridefinire le stesse cose in mille maniere

Dato che sto sperimentando queste tecniche nella pratica clinica, personalmente sono molto
interessato ad un confronto e ad un approfondimento.

Congressista

Vorrei sapere dal dott. Betti se e in che modo ritiene che il contesto ambientale e la cultura
dominante influenzino l’insorgenza e il decorso delle malattie mentali.

Mario Betti

Sono d’accordo sull’influenza patoplastica della cultura che ormai è un dato acquisito. Ma c’è di
più. Spesso vengono confezionate malattie apposta per smerciare meglio i farmaci. Ad esempio il
“disturbo da attacchi di panico”, una volta conosciuto come crisi di ansia acuta, è stato
propagandato come un’entità nosografica nuova per poter commercializzare meglio certi farmaci. Va
tenuta presente questa opera subdola, svolta dalle grandi aziende economiche, dalle multinazionali
del farmaco, che tendono a condizionare le classificazioni nosografiche attraverso la reificazione
di certi sintomi anziché di altri. Diventa perciò arbitrario stabilire se gli attacchi di panico
siano una realtà oggettiva o una costruzione mentale e nosologica finalizzata alla vendita di un
prodotto.

Alfredo Ancora

Ho il piacere di leggervi una lettera che la Segreteria scientifica, raccogliendo l’invito di Padre
De Gennaro, vorrebbe sottoporre all’assemblea plenaria. Questa breve lettera è indirizzata al
Ministro dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica e, per conoscenza, alla Direzione
Generale Insegnamenti Universitari – Ufficio per l’autonomia, e al Consiglio Universitario
Nazionale, Piazzale Kennedy 20, Roma.

“L’assemblea plenaria del Primo Congresso di Psichiatria Transpersonale, constatata l’attualità e
l’importanza della ricerca svolta dalla disciplina, intitolata “Letteratura mistica spagnola”, a
statuto dell’Università dell’Aquila, e rilevato l’apporto interdisciplinare dei suddetti studi, con
riferimento alla cultura della salute globale, chiede che detta disciplina, in base ai provvedimenti
di legge ritenuti necessari, possa essere insegnata nell’attualità e per il futuro. E questo in
sostegno della documentazione inoltrata a codesto spettabile Dicastero, Rettore dell’Università
dell’Aquila, in data 17 marzo 1998. Bagni di Lucca, 15 maggio 1998″.

Mario Betti

L’appello di Ancora sottolinea l’importanza di questo incontro come momento di incontro e confronto
culturale ed interdisciplinare.

Mi rivolgo adesso agli psichiatri presenti: stiamo iniziando a raccogliere le firme per la creazione
di una sezione di Psichiatria transpersonale all’interno della Società Italiana di Psichiatria.
Questo ci permetterà di portare avanti un discorso di apertura verso altre prospettive culturali e
terapeutiche in un ambito che è ufficiale ed istituzionale. E’ importante che certi tipi di
trattamento non siano tenuti al di fuori della scienza ufficiale, come fossero cultura di serie B,
che alcune tecniche efficaci e potenti non siano più lasciate all’improvvisazione e
all’approssimazione di persone non qualificate.

PARTE QUARTA – STATI MISTICI E MEDITAZIONE

Il cammino di Santa Teresa
Di Padre Piergiorgio Terenzi

Vi sarete accorti che il titolo previsto dal programma, cioè “Il cammino di Santa Teresa”, è troppo
generico. I titoli generici da una parte sembrano presuntuosi, nel senso che si dovrebbe dire tutto,
dall’altra sono comodi perché, qualsiasi cosa si dica, non si va fuori tema. Per evitare questo
piccolo inconveniente il titolo vero e proprio della relazione lo prenderei da un’espressione della
stessa Santa Teresa: “Solo Dios basta”. Questa frase è tratta da una specie di poesia o di canto
della santa che è preceduto da queste parole (le riferisco non tanto come citazione, ma perché
riassumono e sintetizzano quello che sto per dirvi): “Niente ti turbi né ti sgomenti, tutto dilegua,
Dio non si muta, con la pazienza si ottiene tutto”, cioè indipendentemente dal cammino spirituale,
“con Dio nel cuore non manca nulla, Dio solo basta” – “solo Dios basta”, appunto. Precisato il tema,
vale la pena spendere qualche minuto per puntare i fari sul soggetto che abbiamo come tema della
riflessione, cioè Teresa de Aumada, meglio conosciuta come Teresa d’Avila, Teresa la grande e anche
Teresa di Gesù. C’è un libro edito dalla Congregazione Generale dei Carmelitani Scalzi di Roma che
raccoglie tutte le sue opere e in cui l’autrice è indicata col nome di “Santa Teresa di Gesù”.

Teresa de Aumada o Teresa d’Avila è nata ad Avila in Castiglia il 28 marzo 1515, ed è morta ad Alba
de Tormes il 4 ottobre 1582 all’età di 67 anni. Se fosse vissuta ai tempi del nazifascismo, la
ricorderemmo come ricordiamo Anna Frank, perché Teresa da parte paterna era ebrea. Suo nonno Juan
Sanchez de Toledo era un ricco commerciante appunto di Toledo, che nel 1480 si era convertito al
Cristianesimo. Da bravo commerciante ebreo aveva fatto bene le cose, anche questo cambiamento. Si
era sposato con una nobildonna spagnola, aveva posto ai figli il cognome della madre in modo da
stornare qualsiasi sospetto, aveva cambiato città, recandosi da Toledo ad Avila e si era comprato
con i soldi il titolo nobiliare “da Hidalgo”, titolo che valeva non solo per sé ma anche per gli
eredi. In questa operazione di auto-pulizia etnica praticamente aveva messo in piedi una nuova
realtà. Gli Spagnoli a quel tempo chiamavano marrani i neoconvertiti, neoconvertiti non solo
dall’Ebraismo ma anche dall’islam; marrano in spagnolo vuol dire maiale, porco: era il “benvenuto”
nella comunità!

La struttura psichica, spirituale e culturale di Teresa ha delle radici abbastanza precise anche
nella cultura ebraica oltre che nella cultura cristiana. Teresa è Dottore della Chiesa; questo
titolo non è facilmente e gratuitamente concesso ed è tanto più importante se teniamo conto che è
attribuito ad una donna, la quale non avrebbe potuto frequentare l’Università Teologica di
Salamanca, anche se l’avesse desiderato. Teresa è stata la donna che ha scritto la prima pagina
femminista, o meglio di difesa delle donne, nella storia del costume europeo. Nella storia della sua
vita, aveva scritto sedici pagine contro l’idea di allora, secondo cui gli uomini dovevano studiare,
mentre le donne si potevano accontentare, per la loro vita spirituale, del Padre Nostro, dell’Ave
Maria, del Gloria e del Credo. Lei dimostra che Gesù si è comportato con le donne in maniera
completamente diversa, non solo ha parlato approfonditamente con la samaritana al pozzo, ha accolto
Maria come sua discepola e quindi non ha mai fatto delle preclusioni od esclusioni, che pure erano
normali nella cultura ebraica del tempo. Il censore di Teresa ha cancellato queste pagine, non
perché non le condividesse, ma per la presenza della Santa Romana Inquisizione. Esse potevano creare
dei rischi per lei e per l’opera di rinnovamento che ella aveva avviato. Il censore cancellò le
parole di Teresa con il suo inchiostro, ma l’inchiostro di lei è rimasto mentre quello del censore è
evaporato; quindi adesso possiamo leggere tranquillamente quel che c’era scritto. Teresa si è fatta
monaca per vocazione, non perché non aveva trovato un pretendente. Era ricca e di famiglia agiata ed
era un bella donna non solo fisicamente; era capace di rapporti buoni ed intelligenti e sapeva anche
prendersi in giro. Dopo che le hanno fatto un ritratto, eseguito a Siviglia nel 1576, su commissione
del Padre Gratian che era il suo confessore, Teresa si rivolge all’autore Fra’ Juan de la Miseria,
con questo apprezzamento: “Dio ti perdoni, Frà Juan, che mi hai fatto brutta e cisposa”, nel senso
che non era molto contenta del ritratto ma ci sapeva anche ridere. Teresa è Dottore della Chiesa.

Teresa ha cominciato il suo cammino spirituale serio a 41 anni. Usando un termine non certo mistico,
potremmo definirla una “tardona”, soprattutto se la paragoniamo ad un’italiana come Santa Caterina
da Siena, che a 6 anni già aveva visto il Signore, a 7 già aveva fatto il fidanzamento spirituale
con il Signore, a 12 aveva avuto la visione di Gesù crocifisso e insanguinato. Indipendentemente
dalle considerazioni di ordine cronologico, Teresa non ha una struttura personologica che tende al
misticismo. È un tipo pratico, che guarda alla concretezza e allora si capisce una cosa: ella non
arriva al percorso mistico perché quello è il suo obiettivo, il suo obiettivo fondamentale è di
essere fedele alla volontà di Dio. Così scrive nel “Libro della Vita” e c’è una citazione analoga
nelle “Mansioni”: “In ciò consiste tutta la maggior perfezione a cui si possa giungere nel cammino
spirituale, la strada per conseguire la vera unione consiste nell’uniformare la nostra volontà a
quella di Dio.” L’esperienza le ha mostrato che l’unione con Dio è tanto più perfetta tanto più la
volontà è totalmente trasformata in quella di Dio, questo ne “Le relazioni spirituali”. I gradi
dell’unione si misurano in base alla perfezione di tale trasformazione, cioè l’obiettivo principale
di Teresa non è quello di avere esperienze mistiche, anzi consiglia alle sue consorelle e alle
persone che parlavano con lei di non cercarle, ma di rifuggirle; il suo obiettivo è l’impegnarsi
seriamente in un cammino di adeguamento in un certo senso alla volontà di Dio. Entriamo più nel
dettaglio del cammino specifico di Teresa.

Non scrive un trattato di mistica per dire cosa bisogna fare in generale, ma racconta. Scrive per
comunicare il suo cammino personale, pur consapevole che non tutti devono passare attraverso quella
strada e che ci sono possibilità diverse, ma la sua saggezza è sempre legata alla sua esperienza.
Sia la sua biografia che le altre opere come “La fondazione”, richiamano “Le confessioni” di
Sant’Agostino o di altri autori che hanno parlato di sé non solo come biografia storica ma anche
come biografia del cammino spirituale. In questo senso la lettura di Teresa è “facile”, certo non è
sempre facile, ma lo è psicologicamente, perché è la comunicazione di una persona ad altre persone e
supporta sempre le sue affermazioni con le esperienze che essa stessa ha vissuto. Il primo punto
fermo nella sua coscienza spirituale, che aveva sin da bambina ed ha avuto fino ai primi anni nel
monastero, è quello della trascendenza di Dio. Per Teresa Dio non è attingibile dall’uomo se non
dopo la morte. Questo senso della grandezza e della trascendenza di Dio le rimane anche quando vive
esperienze molto profonde di intimità. Quando tratta familiarmente con Dio, rimane sempre fortemente
compenetrata del senso della sua trascendenza e della sua grandezza. Una citazione: “O Signore, voi
che siete la potenza suprema, la bontà infinita, la sapienza stessa, voi che non avete né principio
né fine, le cui opere non hanno limite, infinite come sono e incomprensibili; voi che siete un
oceano senza fondo di meraviglie, una bellezza che racchiude in sé ogni bellezza, voi la forza
stessa, Signore di fronte al quale tremano gli angeli”, insomma di fronte a questa presenza del
Signore, nonostante la sua vicinanza, Teresa si sente rizzare i capelli in testa. Questo lo
ritroviamo nel libro delle Mansioni. Dopo questa prima fase in cui è consapevole della distanza fra
Dio e la creatura, sopravviene un cambiamento progressivo. Teresa comincia a prendere coscienza non
solo della trascendenza di Dio, ma anche della sua vicinanza: Dio si fa prossimo a Teresa.
L’intervento di Dio, pur restando indeterminato, diventa sempre più forte; Egli le si manifesterà
come presenza personale vicinissima che ascolta e risponde ai richiami del suo cuore. Dice così in
una citazione: “Sembra di trovare subito con chi parlare, e di capire di essere ascoltati per gli
effetti spirituali che proviamo, di ardente amore, di fede e di altre risoluzioni piene di
tenerezza”, è il Libro della Vita al capitolo 27.

Ci sarà un giorno in cui la presenza di Dio in Teresa si impone all’anima come una certezza; alla
fine della sua vita è un tipo di presenza che rimane quasi costante: “Mi accadeva all’improvviso di
essere invasa da un così vivo sentimento della presenza di Dio, da non poter dubitare in alcun modo
che egli fosse in me ed io tutta rapita in lui” (Libro della Vita, capitolo 10). Mentre cresce
l’intimità con Dio, prende coscienza in modo simultaneo anche dell’interiorità della sua anima che
Dio sembra dilatare in un modo spirituale per renderla capace di riceverlo. Scrive nel Libro
Spirituale al capitolo 28: “Io non vedo nulla a cui paragonare la grande bellezza di un’anima e la
sua immensa capacità”, “In questo castello dell’anima” – questo è il Libro del castello interiore o
delle “Mansioni” – “scopriamo allora molte dimore (le mansioni), una in alto, altre in basso ed
altre ai lati. Nel centro in mezzo a tutte si trova la principale che è quella dove si svolgono tra
Dio e l’anima le cose di maggior segretezza” – il famoso talamo che ci è stato ricordato ieri. “È
un’esplorazione che la condurrà alla stessa sorgente del proprio essere e della vita soprannaturale,
nell’intimo dell’anima sua, nel punto più profondo e più intimo dell’anima, cioè là dove Dio dimora
e soggiorna”. La coscienza della trascendenza di Dio rimarrà sempre presente in lei, accanto a
quella della vicinanza di Dio, ma in questa vicinanza e abitazione di Dio dentro di sé, scopre
contemporaneamente la propria dimensione spirituale, la profondità della propria anima.

A questo punto viene fatto un passo in avanti: abbiamo l’incontro con l’umanità di Gesù Cristo e
con la Trinità. L’esperienza della presenza di Dio, uno, intimo e trascendente, andrà
approfondendosi fino a diventare conoscenza mistica della Trinità. E’ un arricchimento progressivo
che si realizza attraverso un contatto vivo con la persona di Cristo, la cui umanità le si rende
presente dapprima in modo invisibile. Così esprime questa esperienza: “Mentre un giorno ero in
orazione per la festa del glorioso San Pietro, vidi, o per meglio dire sentii, perché né con gli
occhi del corpo, né con quelli dell’anima vidi nulla, sentii vicino a me Gesù Cristo. Mi sembrava
molto vicino, e capivo, così almeno mi pareva, che era proprio lui a parlarmi. Mi sembrava che Gesù
Cristo mi camminasse sempre a fianco, e poiché non era una visione immaginaria, non vedevo in che
forma ma sentivo ben chiaramente che stava al mio fianco destro e che era testimone di tutto quello
che io facevo”. Si tratta di un tipo di visione che si chiama intellettuale ed è descritto nelle
“Mansioni” al capitolo 8. In seguito le visioni immaginarie e quelle intellettuali si alterneranno
continuamente nella vita di Teresa e, alla fine, prevarranno le visione intellettuali. Avrà, allora,
un senso della presenza di Dio constante e continuo.

Teresa resta colpita soprattutto dalla incomparabile bellezza del Signore, dalla sua impressionante
maestà e allo stesso tempo accessibilità: “Mi rendevo conto che, pur essendo Dio, Egli è anche uomo
e come tale non si meraviglia delle debolezze umane, conoscendo la nostra miseria naturale soggetta
a molte cadute a causa del primo peccato che Egli è venuto a riscattare”. È però in se stessa,
nell’intimo dell’anima, che abitualmente avverte la presenza di Cristo; questo è scritto nel “Libro
della Vita”, capitolo 40, verso la fine. La presenza di Cristo inoltre non ha soltanto l’effetto di
far crescere in Teresa un amore tenerissimo, ma anche quello di aprirle l’accesso al mistero della
Trinità. Entriamo più in dettaglio nel discorso della presenza della Trinità. Di fatto è il figlio
che conduce Teresa al Padre: “Vidi l’umanità sacratissima di Cristo in così smisurata gloria, come
mai mi si offrì alla vista in modo chiaro e ammirabile, nel seno del Padre” (Libro della Vita,
capitolo 38). “Benché non ignori che nessuno può andare al Padre se non per mezzo del Figlio”, ha la
grazia di verificare sperimentalmente tale verità: “Una volta, dopo la Comunione, mi fu dato da
intendere come lo stesso Padre ricevesse il Figlio dentro di me”. Più volte le viene ugualmente
concesso di capire come avesse preso carne umana la persona del Figlio e non tutte le altre persone
della Trinità.

Questo cammino in cui sembra che il rapporto di Teresa con Dio sia un rapporto facile, con una
presenza molto accessibile, non deve far dimenticare l’esperienza molto drammatica dell’assenza di
Dio. Quello che San Giovanni della Croce, che era in un certo senso suo compagno, perché
contemporaneo e carmelitano come lei, chiama “la notte oscura dei sensi e la notte oscura dello
spirito”. Per Teresa questa assenza viene sperimentata come assenza di amore, un’assenza di amore
che quasi la conduce vicino alla morte. In questo senso penso che il cammino di Teresa non sia
incentrato nell’esperienza mistica, ma nella fedeltà alla volontà di Dio. Ella pone l’amore come
centro fondamentale di tutta l’esistenza, un amore che va espresso sia nei momenti belli, ma anche
nella fedeltà nei momenti difficili, nei momenti di apparente delusione o di apparente aridità; in
questo senso ci si può avvicinare a Teresa per un cammino mistico, sicuri che non ci condurrà in un
terreno pericoloso, perché ha una base teologica molto profonda che evita di prendere degli abbagli.

Discussione ed esperienze a confronto

Padre Giuseppe de Gennaro

Padre Terenzi ha sintetizzato, in maniera magistrale e semplice, uno dei percorsi più travagliati,
di questa “tardona” che, ad oltre 40 anni, inizia un’esperienza interiore. La sua personalità
concreta richiama alla mente quella del suo connazionale Ignazio di Loyola, anch’egli di ascendenza
ebraica. A mio avviso, sarebbe interessante sviluppare il discorso dell’esperienza contemporanea che
Teresa fa della trascendenza e della spiritualità della propria anima. Credo che questo punto esiga
un approfondimento, perché riguarda la conoscenza della sostanza dell’anima. Montecucco dovrebbe
tendere le orecchie dal punto di vista della neuro-fisiologia e tutti quelli che parrlano di
teologia dovrebbero cedere un po’ le armi, perché qui non si tratta di concettualizzare né di
intelletto concettualizzabile, ma della sostanza dell’anima. Bisogna cominciare a parlare dello
spirito in termini propri, prendendo le mosse dalla teologia mistica.

Su questo spirito, cioè su questa stanza interiore, bisognerebbe sviluppare il discorso, anche per
capirne la semplicità. Non si può parlare di concentrazione senza sapere cos’è il centro, chi sta al
centro, che cosa ci si fa e che cosa si produce al centro. Questo è il mistero che dobbiamo
scandagliare.

Bruno Callieri

Vorrei chiedere a Padre Terenzi se può dirci qualcosa su quello che è il pati divina, lo stato
teopatico che in Teresa non vedo molto presente rispetto ai mistici fiamminghi.

Padre Thomas Mathus

Ringrazio don Terenzi soprattutto per il ricordo della personalità di Teresa e delle sue radici
ebraiche. Una donna di lingua italiana mi ha detto che l’espressione “tardona” è un po’
peggiorativa, di un uomo si direbbe che “è entrato nella fase mistica in età matura”.

Voglio segnalare questo: ho osservato nei miei studi sui mistici, cristiani e non, una grande
varietà in questo cammino, che io considero iniziatico. Noto la differenza che lei, Padre Terenzi,
ha sottolineato tra Santa Caterina e Santa Teresa relativamente all’età in cui è iniziato il loro
percorso interiore. Ci sono anche mistici che non hanno avuto esperienze ripetute. Plotino, ad
esmpio, ne ha avute due. Altri, come la grande mistica del ‘300 in Inghilterra Giuliana di Norge, ha
avuto una serie di visioni concentrate nella sua adolescenza e di lì è partita per un cammino
spirituale senza le visioni, senza le esperienze mistiche classiche, ossia l’audizione, la visione
immaginaria, intellettuale e via di seguito. Volevo sapere se e come possiamo trovare una concezione
di base della mistica che non dipenda da questa enorme varietà: i mistici che vedono Gesù a 6 anni,
altri che lo vedono a 41, altri che non lo vedono affatto o che lo vedono più volte o una sola
volta.

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