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La prova scientifica dell’esistenza di Dio – 2f

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La prova scientifica dell’esistenza di Dio – 2f

di Craig Hamilton

Craig Hamilton: Quindi esistono persone che stanno corroborando la sua idea?

Amit Goswami: Esistono persone che stanno uscendo allo scoperto riconoscendo la stessa cosa, cioè
che questo punto di vista è il modo corretto di spiegare la fisica quantica e anche di sviluppare la
scienza in futuro. In altre parole, la scienza attuale non solo ha portato a dei paradossi quantici,
ma si è anche rivelata inadeguata a spiegare fenomeni paradossali e anomali come la parapsicologia,
il paranormale e – perfino – la creatività. Anche problemi tradizionali come la percezione o
l’evoluzione biologica contengono diversi punti oscuri che queste teorie materialiste non spiegano.
Per darle un esempio, nella biologia esiste quella che viene chiamata la teoria degli equilibri
punteggiati. Ciò vuol dire che l’evoluzione non è solo lenta, come pensava Darwin, ma che esistono
delle epoche in cui essa è veloce, definite “segni di punteggiatura”. Tuttavia, la biologia
tradizionale non ha alcuna spiegazione per ciò.

Se invece fondiamo la scienza sulla base della consapevolezza, sul primato della consapevolezza,
possiamo scorgere in questo fenomeno la creatività, l’autentica creatività della consapevolezza. In
altre parole, possiamo vedere davvero che la consapevolezza sta operando creativamente perfino nella
biologia, nell’evoluzione delle specie. E quindi, ora possiamo riempire con idee essenzialmente
spirituali (tipo la consapevolezza come creatrice del mondo) questi spazi vuoti che la biologia
convenzionale non riesce a colmare.

Craig Hamilton: Questo riporta alla mente il sottotitolo del suo libro, Come la consapevolezza crea
il mondo materiale. Si tratta, ovviamente, di un’idea piuttosto radicale. Potrebbe spiegare un po’
più concretamente in che modo ciò avviene davvero, secondo lei?

Amit Goswami: In realtà, è la cosa più facile da spiegare, perché nella fisica quantica, come ho
detto prima, gli oggetti non sono considerati entità definite, secondo la nostra abitudine. Newton
ci ha insegnato che gli oggetti sono entità definite, visibili in ogni istante e in movimento lungo
traiettorie definite. La fisica quantica non dipinge affatto gli oggetti in questo modo. Nella
fisica quantica gli oggetti sono visti come potenzialità, onde di possibilità. Giusto? Quindi sorge
la domanda: cosa trasforma la possibilità in attualità? Infatti, quando vediamo, vediamo solo eventi
in atto. Essi cominciano con noi. Quando vedi una sedia, vedi una sedia in atto, non in potenza.

Craig Hamilton: Giusto… Almeno lo spero.

Amit Goswami: Tutti lo speriamo. Ebbene, questo si chiama il “paradosso della misurazione quantica”.
È un paradosso, perché chi siamo noi per operare questa trasformazione? Dopo tutto, nel paradigma
materialista, non abbiamo alcun potere causale. Non siamo altro che il cervello, composto di atomi e
particelle elementari. Quindi, come fa un cervello composto di atomi e particelle elementari a
tramutare un’onda potenziale, se lui stesso è un’onda potenziale? Lui stesso è composto delle onde
potenziali degli atomi e delle particelle elementari, quindi non può trasformare la propria onda
potenziale in qualcosa di attuale. Questo viene definito un paradosso. Ora, nella nuova concezione,
la consapevolezza è il fondamento dell’essere. Quindi, chi converte ciò che è potenziale in attuale?
La consapevolezza, perché essa non ubbidisce alla fisica quantica. La consapevolezza non è fatta di
materia; è trascendente. Vede il mutamento di paradigma, qui? Il modo in cui è possibile affermare
che la consapevolezza crea il mondo materiale? Il mondo materiale della fisica quantica è solo una
possibilità. È la consapevolezza, grazie alla conversione della possibilità in attualità, a creare
ciò che vediamo manifesto. In altre parole, la consapevolezza crea il mondo manifesto.

Craig Hamilton: A essere sinceri, la prima volta che ho letto il sottotitolo del suo libro pensavo
che si trattasse di una metafora. Ma dopo aver letto il libro, e discutendone ora, mi sto
convincendo che lei lo intende in modo molto più letterale di quanto credevo. Un passaggio del suo
libro che mi ha lasciato letteralmente interdetto è dove afferma che, secondo la sua
interpretazione, l’intero universo fisico è esistito sotto forma di infinite potenzialità in
evoluzione fino a quando, a un certo punto, è emersa la possibilità di un essere senziente conscio;
in quel momento, istantaneamente, tutto l’universo conosciuto è venuto alla luce, inclusi i quindici
miliardi di anni che hanno portato a tale istante. Vuole dire davvero questo?

Amit Goswami: È quello che intendo, alla lettera. Questo è ciò che la fisica quantica richiede. In
realtà, nella fisica quantica questa viene chiamata “scelta ritardata”. E io ho aggiunto a tale
concetto quello dell’«autoreferenza». Di fatto, il concetto della scelta ritardata è molto antico.
Si deve a un fisico famosissimo di nome John Wheeler. Ma secondo me Wheeler non considerò
correttamente l’insieme della questione. Lasciò da parte l’autoreferenza. Sorge sempre la domanda:
«Si pensa che l’universo esista da quindici miliardi di anni, ma se è necessaria la consapevolezza
per convertire la possibilità in attualità, come è possibile che l’universo sia esistito tanto a
lungo?». Infatti, in quella primitiva sfera incandescente che si suppone abbia creato l’universo –
il big bang – non esistevano né la consapevolezza né gli esseri senzienti, biologici, a base di
carbonio. Ma questo nuovo modo di considerare le cose afferma che l’universo è rimasto in potenza
fino alla misurazione quantica autorefenziale. Questo è il nuovo concetto. Lo sguardo di un
osservatore è essenziale per manifestare la possibilità in attualità, e quindi solo quando un
osservatore guarda, ogni cosa diventa manifesta, incluso il tempo. Per cui l’intero passato, da
questo punto di vista, diventa manifesto nell’istante stesso in cui il primo essere senziente
guarda.

Si scopre che questa idea, in modo molto ingegnoso e sottile, è esistita in astrologia e in
cosmologia sotto forma del principio definito “antropico”. Cioè, tra gli astronomi (ma anche tra i
cosmologi) si è fatta strada l’idea che l’universo abbia un fine. Esso sembra così orientato verso
un fine, esistono talmente tante coincidenze, che sembra molto probabile che stia facendo qualcosa
intenzionalmente, cioè si stia sviluppando in modo tale da far nascere, a un certo punto, un essere
senziente.
Craig Hamilton: Dunque, lei ha la sensazione che esista una certa intenzionalità nel modo in cui
l’universo si sta evolvendo; cioè che, in un certo senso, arriva a compimento in noi, esseri umani?

Amit Goswami: Beh, gli esseri umani possono non esserne il fine, ma certamente ne sono il primo
risultato, perché qui è presente la possibilità della creatività manifesta, la creatività
nell’essere senziente stesso. Gli animali sono certamente senzienti, ma non creativi nel senso in
cui lo siamo noi. Quindi, gli esseri umani in questo momento sembrano certamente un’epitome, anche
se potrebbe non trattarsi dell’epitome finale. Penso che abbiamo una lunga strada da fare e che
molta evoluzione debba ancora accadere.

Craig Hamilton: Nel suo libro si spinge fino a suggerire che il cosmo sia stato creato per il nostro
bene.

Amit Goswami: Assolutamente. Ma ciò è riferito agli esseri senzienti, al bene di tutti gli esseri
senzienti. L’universo siamo noi: questo è chiarissimo. L’universo è autoconsapevole, ma lo è
attraverso di noi. Siamo il significato dell’universo. Non siamo il suo centro geografico –
Copernico aveva ragione su questo – ma siamo il centro di significato dell’universo.

Craig Hamilton: Attraverso di noi l’universo trova il suo significato?

Amit Goswami: Attraverso gli esseri senzienti. E non occorre essere antropocentrici, nel senso di
limitarsi agli abitanti del pianeta Terra. Possono esistere esseri senzienti su altri pianeti, in
altre stelle – in realtà, sono convinto che sia così – e ciò è in totale accordo con questa teoria.

Craig Hamilton: Questo atteggiamento “umanocentrico” – o centrato sugli esseri senzienti – sembra
piuttosto radicale in un’epoca in cui gran parte del moderno pensiero progressista (che comprende
discipline come l’ecologia, il femminismo e la teoria dei sistemi) si sta volgendo nella direzione
opposta. Tale direzione punta più verso l’interconnessione o l’interrelazione, in cui il significato
di ogni parte del tutto – inclusa una specie, come quella umana – viene ridimensionato. Il punto di
vista che lei mi sta esponendo sembra richiamarsi a una concezione più tradizionale, quasi biblica.
Cosa risponderebbe ai fautori del diffuso paradigma “non gerarchico”?

Amit Goswami: È la differenza tra la filosofia perenne di cui stiamo parlando, l’idealismo monista,
e ciò che può definirsi una sorta di panteismo. Cioè, queste concezioni – che definisco “ecologiche”
e che Ken Wilber chiama allo stesso modo – di fatto denigrano Dio immaginandolo limitato alla realtà
immanente. A prima vista sembra una bella cosa, perché tutto diventa divino: le rocce, gli alberi,
ogni ente fino agli esseri umani. Ogni cosa è uguale ed è la divinità. Sembra bello, ma certamente
non corrisponde a ciò che gli insegnanti spirituali conoscevano. Nella Bhagavad Gita, Krishna dice
ad Arjuna: «Tutte queste cose sono in me, ma io non sono in esse». Cosa vuol dire? Questo: «Io non
sono esclusivamente in esse».

Quindi, in altre parole, nella realtà manifesta esiste l’evoluzione. L’evoluzione accade. Ciò vuol
dire che l’ameba è, ovviamente, una manifestazione della consapevolezza, e altrettanto l’essere
umano. Ma non si trovano allo stesso livello. Evolutivamente, sì, siamo davanti all’ameba. E i
fautori di queste teorie “ecologiche” non se ne rendono conto. Non comprendono correttamente
l’evoluzione, perché stanno ignorando la dimensione trascendente, l’intenzionalità dell’universo, il
gioco creativo. Ken Wilber spiega benissimo tutto ciò nel suo libro Sex, Ecology, Spirituality.

Craig Hamilton: Quindi, lei direbbe che essi scorgono una parte del quadro, ma non questo altro
aspetto che lei sta introducendo, e che quindi il loro punto di vista è molto…

Amit Goswami: …È molto limitato. Ecco perché il panteismo è molto limitato. Quando gli occidentali
cominciarono ad andare in India, pensarono che quel Paese fosse panteista, perché ha moltissimi dei.
La filosofia indiana tende a vedere Dio nella natura, in molte cose – in certi casi, gli indiani
adorano le rocce – quindi gli occidentali pensarono che l’India fosse panteista. Solo in seguito si
accorsero che esiste una dimensione trascendente. In realtà, tale dimensione trascendente è
sviluppata benissimo nella filosofia indiana, mentre in occidente resta celata in pochissimi sistemi
esoterici, come lo gnosticismo, e in pochi grandi maestri, come Meister Eckhart. Negli insegnamenti
di Gesù, è rinvenibile nel vangelo secondo Tommaso. Ma occorre scavare davvero in profondità per
trovare questo filone in occidente. In India, nelle Upanishad, nel Vedanta e nella Bhagavad Gita è
quanto mai esplicita. Ora, “panteismo” suona molto bene, ma non è tutto. È un buon modo di essere
religiosi, di portare la spiritualità nella vita quotidiana, perché è giusto riconoscere che in ogni
cosa esiste lo spirito. Ma se ci limitiamo a vedere la diversità, a scorgere il Dio in ogni cosa,
senza vedere il Dio al di là degli oggetti particolari, non stiamo realizzando il nostro potenziale,
il nostro sé. E dunque, in realtà, l’autorealizzazione richiede di vedere questo aspetto panteista
della realtà, ma anche il suo lato trascendente.

Craig Hamilton: Oltre a essere uno scienziato, lei è anche un praticante spirituale. Potrebbe dire
qualcosa su ciò che l’ha spinta verso la spiritualità?

Amit Goswami: Beh, ho paura che si tratti di un caso piuttosto comune, quasi classico. Il caso
classico ideale, naturalmente, è quello del Buddha, che all’età di ventinove anni riconobbe che
tutti i suoi piaceri di principe erano in realtà uno spreco di tempo, perché nel mondo esiste il
dolore. Per me non fu altrettanto drastico, ma intorno all’età di trentasette anni il mondo cominciò
a crollarmi addosso. Avevo perso la borsa di studio, venivo da un divorzio e mi sentivo molto solo.
Inoltre, il piacere professionale che mi dava la scrittura di articoli scientifici smise di essere
un piacere.

Ricordo che una volta mi trovavo a una conferenza e andai in giro tutto il giorno a farmi conoscere
e discutere con gli altri. Poi, la sera, quando tutti se n’erano andati, mi sentii molto solo. Mi
accorsi di avere un bruciore allo stomaco, e avevo già finito un’intera boccetta di pasticche, ma il
dolore non diminuiva. Scoprii la sofferenza; scoprii letteralmente la sofferenza. E fu tale scoperta
che mi condusse alla spiritualità, perché non riuscivo a pensare a null’altro, sebbene avessi
completamente abbandonato l’idea di Dio e fossi un fisico materialista da molto tempo. Di fatto,
quando i miei bambini mi chiedevano: «Sei un ateo?», rispondevo qualcosa come: «Sì». E se
domandavano: «Dio esiste?», dicevo: «No, non credo in Dio». Era abbastanza frequente che dicessi
cose del genere. Ma in quel periodo, intorno ai trentasette anni, quel particolare mondo – in cui
Dio non esisteva e il significato della vita era dato semplicemente dalla ricerca della gloria in
una professione – non mi soddisfaceva né mi rendeva felice. In realtà, era pieno di sofferenza.
Quindi, arrivai alla meditazione. Volevo vedere se esisteva un modo di trovare sollievo, se non
addirittura la felicità. E alla fine, grazie alla meditazione, arrivò una grande gioia, ma ci volle
del tempo. Devo anche menzionare che mi sposai e che la sfida dell’amore fu fondamentale. In altre
parole, dopo essermi sposato per la seconda volta, scoprii prestissimo che l’amore è molto diverso
da ciò che pensavo. Insieme a mia moglie scoprii il significato dell’amore, e questo contribuii
molto anche alla mia spiritualità.

Craig Hamilton: È interessante il fatto che, nonostante lei si sia rivolto alla spiritualità perché
la scienza non appagava fino in fondo la sua ricerca della verità, sia rimasto sempre uno
scienziato.

Amit Goswami: È vero. È solo che cambiò il mio modo di essere uno scienziato. Ciò che mi successe,
il motivo per cui mi disamorai dalla scienza, fu che ne avevo fatto un trip professionale. Avevo
smarrito il modo ideale di essere uno scienziato, cioè avevo perso lo spirito della scoperta, la
curiosità, la volontà di conoscere la verità. Poiché non stavo più cercando la verità attraverso la
scienza, dovetti scoprire la meditazione, dove mi misi di nuovo alla ricerca della verità, della
verità della realtà. Qual è la natura della realtà, dopo tutto? Vede, la prima tentazione fu il
nichilismo: nulla esiste. Ero completamente disperato. Ma la meditazione mi rivelò molto presto che
no, le cose non erano così disperate. Vissi un’esperienza: ebbi un bagliore in cui vidi che la
realtà esisteva davvero. Non sapevo cosa fosse, ma qualcosa esisteva. Ciò mi permise di tornare alla
scienza e vedere se ora riuscivo a fare quel mestiere con energie e direzioni nuove, alla ricerca
della verità invece che della gloria professionale.

Craig Hamilton: In che modo questo rinnovato interesse per la verità, questo centro spirituale della
sua vita, ha modellato la sua pratica scientifica?

Amit Goswami: Ciò che avvenne fu che le mie ricerche scientifiche non erano più volte alla
pubblicazione di articoli. Non affrontavo più problemi che mi avrebbero consentito di pubblicare
articoli e ricevere borse di studio. Al contrario, stavo affrontando le questioni davvero
importanti. E le questioni più importanti di oggi sono molto paradossali e anomale. Non sto dicendo
che gli scienziati tradizionali non affrontano questioni importanti; anche essi ne hanno. Ma una
delle questioni che scoprii quasi subito e che intuii mi avrebbe portato al problema della realtà
stessa, fu quella della misurazione quantica.

Vede, il problema della misurazione quantica è tale che si dice che allontani per sempre la gente da
qualsiasi traguardo professionale, perché è difficilissimo. È stato studiato per decenni, senza che
si arrivasse a una soluzione. Ma io pensavo: «Non ho nulla da perdere e voglio cercare solo la
verità. Perché non provarci?». La fisica quantica era qualcosa che conoscevo molto bene; l’avevo
studiata per tutta la vita, quindi perché non affrontare il problema della misurazione quantica? Fu
così che arrivai a formulare questa domanda: «Quale forza tramuta la possibilità in attualità?». E
mi ci vollero tutti gli anni dal 1975 al 1985 perché arrivassi a capirlo, grazie a una catarsi
spirituale.

Craig Hamilton: Può descrivere tale catarsi?

Amit Goswami: Sì, con piacere. È un ricordo molto vivido nella mia mente. Vede, l’opinione generale
dell’epoca – rinvenibile in ogni sorta di libro, dal Tao della fisica a The Dancing Wu Li Masters,
passando per Taking the Quantum Leap di Fred Alan Wolf e altre opere ancora – era che la
consapevolezza doveva essere un fenomeno emergente del cervello. E nonostante il fatto che alcune di
queste persone, a loro onore, stessero riconoscendo alla coscienza un potere causale, nessuna
riusciva a spiegare in che modo ciò avveniva. Questo era il mistero, perché se la consapevolezza,
dopo tutto, era un fenomeno emergente del cervello, qualsiasi potere causale deve in ultima analisi
provenire dalle particelle materiali elementari. Questo era un rebus, per me e per tutti. E non
riuscivo a trovare alcun modo per risolverlo. David Bohm aveva parlato di “variabili nascoste”,
quindi mi trastullai con le sue idee di un ordine esplicito e di uno implicito, e cose del genere.
Ma tutto ciò non mi soddisfaceva, perché nella teoria di Bohm, di nuovo, non esiste potere causale
assegnato alla consapevolezza. È tutta una teoria realista. In altre parole, è una teoria nella
quale ogni cosa può venire spiegata per mezzo di equazioni matematiche. Ovvero, nella realtà non
esiste libertà di scelta. Allora mi impegnai nella ricerca con tutti i mezzi, perché ero convinto
che la libertà di scelta esisteva.

Poi, un giorno – e fu qui che avvenne la catarsi – io e mia moglie eravamo a Ventura, in California.
Un amico mistico, Joel Moewood, arrivò da Los Angeles e andammo tutti ad ascoltare Krishnamurti. E
Krishnamurti, naturalmente, è una persona impressionante, un mistico notevolissimo. Lo ascoltammo e
tornammo a casa. Nel corso della cena, cominciai a fare una tiritera a Joel sulle mie ultime idee a
proposito della teoria quantica della consapevolezza, e Joel mi lanciò una sfida. Disse: «È
possibile spiegare la consapevolezza?». Cercai di trarmi d’impaccio con qualche contorcimento
verbale, ma lui non mi ascoltò. Disse: «Ti stai mettendo dei paraocchi scientifici. Non comprendi
che la consapevolezza è il fondamento di tutto l’essere». Non usò questa espressione particolare, ma
disse qualcosa di simile a: «Non esiste altro che Dio». Dentro di me scattò qualcosa che non riesco
a spiegare bene. Ciò che ebbi in quel momento fu un’intuizione fondamentale. La mia psiche fece un
dietro front completo e compresi che la consapevolezza è il fondamento di tutto l’essere. Ricordo
che quella notte rimasi in piedi a guardare il cielo; intuivo in modo mistico cosa fosse il mondo ed
ero perfettamente convinto che questa era la realtà, e che era possibile fare lo scienziato. Vede,
la nozione prevalente – anche tra persone come David Bohm – era: «Come puoi pensare di studiare la
scienza senza assumere che esista la realtà, la materia e tutto questo? Come puoi essere uno
scienziato se lasci che la consapevolezza faccia cose “arbitrarie”?». Però mi convinsi completamente
– non c’è stato il minimo dubbio, da allora – che è possibile fare lo scienziato su queste basi. Non
solo, è anche possibile risolvere i problemi della scienza odierna. E questo è ciò che sta venendo
fuori. Naturalmente, quella notte non si risolsero tutti i problemi; essa fu solo l’inizio di un
nuovo modo di affrontare la scienza.

Craig Hamilton: Interessante. Dunque, quella notte, il suo approccio mutò completamente. E dopo di
allora tutto fu diverso?

Amit Goswami: Tutto fu diverso.

Craig Hamilton: E quindi, quando si trattò di definire nei dettagli cosa significasse essere uno
scienziato in questo contesto, ha scoperto che il suo pensiero scientifico era più profondo o che in
qualche modo era stato trasformato da tale esperienza?

Amit Goswami: Sì, esattamente. Quello che accade fu molto interessante. Prima, come ho detto, ero
bloccato in questa domanda: «In che modo la consapevolezza può avere un potere causale?». Ma ora che
riconoscevo che la consapevolezza era il fondamento dell’essere, in pochi mesi il problema, il
paradosso della misurazione quantica scomparve. Scrissi il mio primo articolo, che venne pubblicato
nel 1989, ma era solo un tentativo di chiarire le idee e definire i dettagli. Un’altra cosa che
avvenne fu che la creatività, che in quella notte del 1985 riprese fiato, impiegò quasi altri tre
anni prima che cominciasse a esprimersi completamente. Ma da allora ho avuto la fortuna di avere
un’intuizione dietro l’altra, e molti problemi si sono risolti: quello della cognizione, della
percezione, dell’evoluzione biologica, della guarigione del corpo-mente. Il mio ultimo libro si
chiama Physics of the Soul. È una teoria della reincarnazione, elaborata fin nei dettagli. È stata
un’avventura splendida e creativa.

Craig Hamilton: Sembra evidente che l’interesse per la dimensione spirituale, nel suo caso, ha avuto
un notevole effetto sulle sue qualità di scienziato. All’inverso, come direbbe che la scienza ha
influenzato la sua evoluzione spirituale?

Amit Goswami: Beh, ho cessato di considerarle due sfere separate. Quindi, questa identificazione,
questa totalità, l’integrazione tra la dimensione spirituale e quella scientifica, è stata molto
importante per me. I mistici spesso mettono in guardia la gente: «Attento, non dividere la tua vita
in questo e quello». Per me è successo spontaneamente, perché ho scoperto un nuovo modo di fare lo
scienziato quando ho scoperto lo spirito. Lo spirito era la base naturale del mio essere: quindi, da
allora, qualunque cosa faccia, non separo più molto queste due sfere.

Craig Hamilton: Ha parlato di nuove motivazioni nel suo lavoro di scienziato, ovvero di come ciò che
sosteneva la sua attività a un certo punto cominciò a mutare. Quali sono le vere motivazioni della
scienza? E in cosa si differenziano da quelle delle ricerca spirituale? In particolare, ci sono
pensatori come E. F. Schumacher o Huston Smith, per esempio, secondo le quali sin dalla rivoluzione
scientifica, quando le idee di Cartesio e Newton presero piede, l’approccio della scienza è sempre
stato quello di cercare di dominare e controllare la natura o il mondo. Questi critici si chiedono
se la scienza possa mai essere un veicolo idoneo a scoprire le verità più profonde, perché secondo
loro, essa è radicata in un desiderio di conoscenza cha ha ragioni sbagliate. Lei, ovviamente, è
immerso nel mondo scientifico: conosce molti scienziati, segue conferenze, è circondato da tutte
queste cose e forse lotta dentro se stesso contro quelle ragioni. Potrebbe dirci ancora qualcosa
sulla sua esperienza di tutto ciò?

Amit Goswami: Sì, questa è un’ottima domanda; dobbiamo capirla molto profondamente. Il problema è
che in questa ricerca, questa forma particolare della ricerca scientifica – inclusi i libri che
abbiamo menzionato prima, Il Tao della fisica e The Dancing Wu Li Masters – anche quando la
spiritualità viene riconosciuta all’interno della visione materialista del mondo, Dio è visto solo
nell’aspetto immanente della divinità. Ciò vuol dire questo: hai detto che esiste solo una realtà,
quella materiale. Affermando ciò, anche quando imbevi la materia di spiritualità, stai ignorando il
livello trascendentale, perché hai sempre a che fare con un solo livello. Quindi, si sta ascoltando
un lato solo della campana, ignorando l’altro. Ken Wilber spiega benissimo questo punto. Ciò che va
fatto – ed è qui che sparisce lo stigma della scienza – è, naturalmente, includere l’altra metà
nella scienza. Ebbene, penso che prima del mio lavoro le modalità di questa inclusione fossero
piuttosto oscure. Anche se persone come Teilhard de Chardin, Aurobindo o Madame Blavatsky (la
fondatrice del movimento teosofico) riconobbero che una tale scienza sarebbe potuta nascere,
pochissimi riuscirono davvero a concepirla.

Dunque, ciò che io ho fatto è fornire un aspetto concreto a tutte queste visioni dell’inizio del
secolo scorso. E facendo questo, riconoscendo che la scienza può basarsi sul primato della
consapevolezza, tale deficienza non esiste più. In altre parole, lo stigma secondo cui la scienza è
solo separazione sparisce. La scienza materialista è una scienza separatista. Ma la nuova scienza
afferma che la parte materiale del mondo esiste davvero, che anche il movimento separatorio è parte
della realtà, ma non è la sola. Esiste la separazione ed esiste l’integrazione. Nel mio libro The
Self-Aware Universe parlo del viaggio del protagonista nella storia della scienza. Racconto che
quattrocento anni fa, con Galileo, Copernico, Newton e altri, abbiamo cominciato il viaggio
separatista, che però è solo la prima parte del percorso del protagonista. Dopo le sue scoperte,
egli torna indietro. È il ritorno del protagonista ciò che stiamo osservando ora, attraverso questo
nuovo paradigma.

articolo pubblicato su Innernet

Copyright originale “What is Enlightenment” magazine www.wie.org
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini per www.innernet.it

Copyright per la traduzione italiana: Innernet

da www.innernet.it

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