La legge dei miracoli – 2

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La legge dei miracoli – 2

di Annalisa e Giampiero Cara

Opere di un Dio separato dalla creazione che, nella migliore delle ipotesi,
si serve dell’uomo come mero strumento del Suo potere? Non piu’ soltanto
questo. Nella “nuova era” i “miracoli”, ossia i fenomeni che vanno al di la’
di quelle che vengono considerate “le leggi del mondo”, si rivelano frutto
di un possibile quanto auspicabile ampliamento della troppo limitata
percezione ordinaria.

In un’isola deserta vivevano tre vecchi eremiti, tanto semplici ed ingenui
che l’unica preghiera che rivolgevano ogni giorno a Dio era questa: “Siamo
tre, Tu sei tre, abbi pieta’ di noi”. Il vescovo del luogo, venuto a sapere
della loro inammissibile preghiera, ando’ a trovarli per spiegargli che la
loro supplica al Cielo non era dignitosa e per convincerli ad imparare le
“vere” preghiere. Umili e devoti, i tre eremiti accondiscesero di buon grado
e il vescovo riparti’ soddisfatto sul suo battello.

Durante la traversata, pero’, si accorse che l’imbarcazione era seguita da
una luce radiosa. Mentre la luce si avvicinava sempre di più, il vescovo
riusci’ a distinguere la figura dei tre eremiti che, tenendosi per mano,
correvano sulle onde gridandogli: “Abbiamo dimenticato le preghiere che ci
hai insegnato e ti siamo corsi dietro perche’ tu ce le ripeta”. Allora il
vescovo, pieno di reverente stupore, scosse il capo e rispose: “Non importa,
miei cari, continuate pure con la vostra vecchia preghiera”.

Questa deliziosa leggenda, narrata da Lev Tolstoi, offre uno spunto per
riflettere sulla natura dei miracoli. Il fatto che avvenissero quando i tre
eremiti pregavano a modo loro, e non quando il vescovo pregava secondo le
regole, significa forse che Dio preferisce la religiosita’ spontanea a
quella canonizzata? Ma soprattutto, era Dio a compiere i miracoli, oppure erano
proprio i tre eremiti, pensando che fosse Dio? E in che modo?

Insomma, chi ha il potere di compiere i miracoli? Dio? L’uomo? Tutti e due?
E’ la stessa cosa? Prima di tentare di rispondere a queste domande —
rifacendoci, tra l’altro, alle tradizioni religiose d’Oriente e
d’Occidente — vediamo cosa s’intende per miracolo.

*Padre Pio e gli “stigmatizzati”*

Secondo il nuovo dizionario Zingarelli, si tratta di un “fenomeno
straordinario che avviene al di fuori delle normali leggi della natura e che
puo’ verificarsi in oggetti naturali o in persone”. Il fatto che non segua
le “normali” leggi della natura non significa che non possa seguirne altre.
Sono leggi divine inaccessibili agli esseri umani?

In Occidente, secondo il Cristianesimo nelle sue varie forme, la risposta e’
affermativa: i “miracoli” sono un dono (o un premio) che Dio concede, ogni
tanto, a chi ha fede in Lui. L’uomo puo’ soltanto riceverli, oppure, se
sembra che sia lui a farli, in realta’ non e’ che uno strumento passivo
nella mani di Dio. E’ il caso di numerosi santi cristiani che, sin dai tempi
antichi, sono apparsi capaci di prodigi.

Basti pensare, per esempio, alle varie centinaia di “stigmatizzati”. La
Chiesa cattolica li considera degli eletti da Dio e ne ha santificati una
sessantina. Il primo, nel XIII secolo, fu San Francesco d’Assisi, e
attualmente se ne contano 154 in tutta Europa, di cui 33 soltanto in Italia.

Le stigmate vengono a buon diritto considerate miracolose perche’ presentano
gia’, di per se’, delle caratteristiche in netto contrasto con le “normali”
leggi naturali. Sono lacerazioni dei tessuti senza causa apparente, che non
s’infettano, non impediscono a chi le ha di muoversi normalmente, si
cicatrizzano periodicamente seguendo il calendario religioso e spesso, dopo
un certo periodo, scompaiono misteriosamente come sono venute, senza
lasciare alcun segno. Ma, come se non bastasse, ad esse si accompagnano
costantemente fenomeni “miracolosi” come veggenza, profezia, levitazione e
simili.

In tempi recenti, uno degli esponenti piu’ significativi della categoria
degli “stigmatizzati” e’ stato il celebre Padre Pio da Pietrelcina,
ultimamente “beatificato” dalla stessa Chiesa cattolica che tanto lo
avverso’ da vivo, la cui vita appare davvero costellata da miracoli.

Innanzitutto, nel 1918, all’eta’ di 31 anni, mentre era raccolto in
preghiera, ricevette le stigmate, che rimasero aperte e sanguinanti per
cinquant’anni esatti (come pare che Gesù stesso, apparsogli in una visione,
gli avesse predetto), e sparirono misteriosamente due giorni prima della sua
morte, avvenuta nel 1968.

Poi, si dimostro’ capace di trovarsi contemporaneamente in due posti
diversi, dando vita a numerosi episodi di “bilocazione”. Il piu’ clamoroso e’ forse
quello riferito dal generale Cadorna, il quale disse che un giorno, mentre
meditava di uccidersi dopo la storica disfatta di Caporetto, gli era apparso
Padre Pio in carne ed ossa per dissuaderlo dal suo proposito suicida. “Voi
non farete questa sciocchezza, andreste all’inferno”, gli avrebbe detto con
veemenza il frate, che contemporaneamente si trovava da tutt’altra parte.

Inoltre, Padre Pio aveva la capacità di guarire chi gli chiedeva di farlo,
anche a distanza, oltre che di prevedere fatti ed eventi che puntualmente
poi si verificavano. Un unico episodio illustra entrambe queste sue
capacita’. Karol Wojtyla, allora vescovo di Cracovia, fece recapitare a
Padre Pio una lettera in cui gli chiedeva di pregare per una sua conoscente,
affetta da un tumore alla gola. “Angelino”, disse Padre Pio ad un suo
collaboratore, “a questo non gli si puo’ dire di no, perche’ un giorno
diventera’ importante…” Pochi giorni dopo, giunse da Cracovia un’altra
lettera, stavolta di ringraziamento: la donna era stata sottoposta ad
ulteriori analisi, ma del cancro non c’era più traccia.

*La natura della fede*

Inutile dire che questi e tanti altri miracoli (tra cui vari fenomeni di
levitazione, quando il frate si sollevava da terra di fronte a migliaia di
pellegrini) attirarono su Padre Pio l’ammirazione e la devozione di una
moltitudine di fedeli, ma lui si scherniva o addirittura s’arrabbiava quando
qualcuno gliene attribuiva il merito, poiche’ si considerava soltanto un
mezzo attraverso cui Dio aveva la benevolenza di agire.

Ma siamo sicuri che, nel caso di Padre Pio, come in tanti altri, le cose
stiano proprio cosi’? Lo stesso Gesù Cristo, che il Cristianesimo considera
figlio unigenito di Dio, quando faceva i miracoli era solito dire a chi li
“riceveva”: “Va’, la tua fede ti ha salvato”. Cosa significa questo? Dipende
da cosa s’intende per “fede”.

Secondo il Cristianesimo, la fede e’ “l’assenso della ragione e l’adesione
della volontà, mossa da Dio a mezzo della grazia, alle verita’ rivelate da
Dio che devono essere accettate per l’autorita’ che le rivela”. Ma fede, nel
linguaggio comune, significa soprattutto fiducia, e non necessariamente in
un’autorità esterna.

Lo stesso Gesù, nel Vangelo secondo Marco, afferma testualmente: “In verita’
vi dico: se uno dice a questo monte ‘Levati e gettati nel mare’, senza
dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avverra’, cio’ gli sara’
accordato”. Non raccomanda di chiedere a Dio di far spostare il monte, dice
di credere che cio’ possa avvenire e basta. Nel proprio cuore, e non perche’
lo dice qualcun altro.

Queste parole di Gesu’ esprimono un’idea davvero rivoluzionaria: chiunque
puo’ fare i miracoli, basta che creda profondamente di poterli fare. Sulle prime,
una cosa del genere puo’ apparire assurda a chi e’ stato educato al
cattolicesimo. Ma secondo altre tradizioni religiose di cui parleremo piu’
avanti (e anche, come vedremo, secondo una particolare visione del
Cristianesimo), non lo e’ affatto.

Per il momento, basti pensare a Gesu’ stesso: lui era in grado di fare
miracoli. Il Cristianesimo spiega tutto dicendo che era Dio. Ma molti — tra
cui tutte le altre religioni — sostengono che era “soltanto” un Uomo. Un
Uomo molto particolare, questo si’, un illuminato, un profeta, ma pur sempre
un uomo. Se cosi’ stanno le cose, allora gli uomini possono fare miracoli, e
l’affermazione secondo cui “Dio creo’ l’uomo a sua immagine e somiglianza”
significa che l’uomo non e’ diverso da Dio, e quindi e’ dotato di poteri
analoghi.

*Sathia Sai Baba, i rishi e l'”Uomo-Dio”*

Una conclusione del genere, che alla maggioranza degli occidentali puo’
apparire blasfema, sembrerebbe invece del tutto normale ad un saggio
indiano. Anzi, per lui il problema se sia l’uomo o Dio a fare i miracoli non
si porrebbe neppure, perche’, secondo le religioni orientali, Dio non e’
qualcosa di esterno a noi: e’ dentro di noi. Anzi, siamo noi stessi.

E’ quel che sostiene un altro “autore di miracoli”, stavolta orientale:
Swami Sathia Sai Baba, celebre per la sua capacità di materializzare dal
nulla una “cenere sacra”, la vibhuti, e vari oggetti preziosi (gioielli, per
esempio), oltre che per i suoi poteri taumaturgici. “Sia io sia voi siamo
Dio”, afferma Sai Baba. “L’unica differenza e’ che io so di esserlo e voi
no”.

Ma cosa vuol dire esattamente non sapere di essere Dio? E perche’ non lo
sappiamo? E come facciamo a saperlo? Per capirlo dobbiamo, prima di tutto,
fare un lungo passo indietro nel tempo, per risalire alle radici della
filosofia religiosa orientale. Esse affondano nella tradizione dei Rishi
(veggenti) indiani, gli autori dei primi Veda (o verita’ rivelata, il più
antico testo religioso dell’induismo), come il Rig Veda, anteriore di
migliaia di anni alle piramidi egiziane.

Anticipando le scoperte di Albert Einstein e della fisica moderna, questi
primi grandi illuminati affermavano che ogni cosa esistente nell’universo fa
parte di un unico, infinito campo di energia a cui noi, che ne siamo
particolari concentrazioni, diamo forma attraverso il nostro modo di
percepirlo.

Quindi, poiche’ i sensi attraverso cui percepiamo il mondo non sono che
estensioni del cervello, tutto, secondo i rishi, ha origine nella nostra
mente che, per usare un’immagine moderna, proietta il mondo come se fosse un
film.

*Deepak Chopra e i poteri della mente*

Si tratta di una visione assurda per chi, come i fautori di un tipo di
scienza deterministica ormai superato, crede in una realta’ oggettiva
esistente indipendentemente da chi la percepisce. Ma ormai gli scienziati
all’avanguardia non condividono piu’ quest’interpretazione della realtà.

Uno di loro, l’endocrinologo indiano (ma ormai statunitense d’adozione)
Deepak Chopra, uno dei piu’ celebri autori New Age, ha riconosciuto la
validita’ scientifica della visione dei rishi.

“Gli scienziati”, scrive Chopra nel suo splendido libro “La vita senza
condizioni” (Sperling & Kupfer), “difendono i fatti oggettivi dicendo:
‘Questa cosa posso vederla e toccarla; ha dimensioni misurabili; segue leggi
oggettive che la matematica puo’ descrivere fino all’ennesima potenza’.
Questo tipo di ragionamento non prova molto. Se vado al cinema, posso
avvicinarmi allo schermo e contare i punti sugli abiti degli attori. Se li
guardo con occhio diagnostico, posso trovare nel loro aspetto i segni della
malattia e, con un microscopio adatto, potrei probabilmente esaminare anche
le cellule epiteliali sull’immagine di celluloide. Ma niente di tutto cio’
da’ realta’ all’immagine. I nostri corpi occupano tre dimensioni invece delle
due occupate da un film, il che significa che posso andare piu’ a fondo
dell’immagine che vedo e tocco, ma nemmeno cio’ la rende più reale”.

Secondo Deepak Chopra, cio’ che fa sembrare un corpo materiale piu’ “vero”
di un film e’ la forza di persuasione di quella che gli indiani chiamano sin
dall’antichita’ “maya”. In sanscrito, questa parola significa anche “magia”,
ed indica l’illusione di stare vedendo la realta’ quando, in realta’, cio’ che
si vede e’ solo una patina di effetti truccati sovrapposti alla vera realta’.

E qual’ e’ la vera realta’? Probabilmente proprio quella che ha scoperto la
scienza, grazie alla fisica quantistica. Secondo questa innovativa
disciplina, le cui rivoluzionarie conclusioni non sono state ancora
assimilate dal pensiero occidentale, le cose “materiali” che vediamo e
tocchiamo, apparentemente composte di materia solida, suddivisibile in
molecole ed atomi, sono fatte, in realta’, soprattutto di vuoto, poiche’ si
e’ osservato che ogni atomo e’ composto per il 99,9999% di spazio vuoto e che
le particelle subatomiche, che in questo spazio si muovono alla velocita’ della
luce, sono “soltanto” fasci di energia vibrante.

Si tratta, pero’, di un “vuoto” che reca misteriosamente impressa
un’infinita’ di informazioni e che pulsa di un’intelligenza invisibile, condivisa da
tutto cio’ che esiste. Quest’intelligenza, infinitamente creativa, e’ la
stessa dei nostri pensieri. Per questo i nostri pensieri sono creativi: cio’
che vediamo e’ quella che noi pensiamo sia la realtà.

Questa realta’, dunque, e’ nata da limiti che ci siamo autoimposti, forse
perche’ spaventati dall’infinita liberta’ di scelta a nostra disposizione
(questo puo’ essere il significato della “caduta” del genere umano,
simbolicamente espressa, tra l’altro, nel mito di Adamo ed Eva), e quindi
non e’ che una delle infinite realta’ possibili.

Per cambiarla, basta cambiare la nostra percezione. Se un’idea del genere
appare pazzesca e’ perche’ ci sentiamo intrappolati in una realtà “esterna”
(proiettata dal cosiddetto inconscio collettivo) che, per quanto ci
sforziamo, ci sembra di non riuscire neppure a scalfire, se non nei sogni.

“Chi sogna”, scrive Chopra, “e’ in grado di volare perche’ sfidare la
gravita’ in sogno e’ solo questione di modificare le strutture delle onde cerebrali;
tutto cio’ che accade in sogno, per quanto strano sia, e’ completamente
autogenerato. Eppure la stessa cosa vale per lo stato di veglia, con una
differenza. Mentre me ne sto seduto sulla mia sedia posso pensare ‘Voglio
volare’ e non accadrà niente. Mi manca il potere di un sognatore, o cosi’
pare, e la ragione, mi dico, e’ che certe leggi di natura sono state
sottratte al mio controllo, e la gravità ne e’ l’esempio piu’otevole. Ma i
rishi ribatterebbero che anche questo allontanamento e’n atto umano. Cio’
e mi trattiene sulla terra non e’l fatto che la gravita’ia una legge di
natura, e’a scelta delle leggi che sono in vigore. Quando una persona ha
raggiunto uno stato più elevato di coscienza, si rende conto che tali scelte
vengono sempre fatte e che possono quindi anche essere disfatte”.

*Meditazione e trascendenza*

Insomma, per ogni legge naturale che ci tiene legati alla sedia, ne esiste
un’altra, ancora addormentata nel campo delle nostre infinite possibilita’
di scelta, che ci permetterebbe di volare. Conseguire questa liberta’ di scelta
significa ottenere quella che l’induismo chiama la siddhi (potere in
sanscrito), ovvero la capacità di controllare la natura, caratteristica di
chi compie i miracoli. I rishi dicono “Purnam adah, purnam idah”, che
significa: “Questo e’ pieno, quello e’ pieno”.

“Questo” e’ la realtà manifesta che vediamo intorno a noi, “quello” e’ il
mondo invisibile della trascendenza, il mondo dell’Energia, dell’Essere,
delle infinite possibilita’. Entrambi i mondi sono pieni, cioe’ infiniti, e,
se non ci piacciono le leggi naturali che ci intrappolano in questa
dimensione, possiamo trovare delle alternative. Non e’ necessario sfidare
l’insieme di leggi che creano la realta’ che vediamo, basta “svegliarne” un
altro dentro di noi.

Cio’ significa che, quando si e’ raggiunto uno stato di trascendenza o
illuminazione, la dimensione “normale” della realta’ puo’ tranquillamente
coesistere con quella “miracolosa”. E’ per questo, per esempio, che Gesu’
pote’ usare l’acqua sia nella sua dimensione “normale”, per farsi battezzare
nel fiume Giordano, sia in quella “miracolosa”, per camminarci sopra. Gesu’
poteva scegliere come voleva che fosse l’acqua. Ecco il miracolo.

E’ in questo senso che i rishi dichiaravano che “la natura e’ perfetta”:
perche’ contiene tutte le possibilita’. Basta saper scegliere…

Ma come si puo’ passare dal nostro stato di consapevolezza ordinaria alla
dimensione in cui tutto e’ possibile, persino i miracoli? Secondo i rishi,
una chiave d’accesso alla trascendenza e’ rappresentata dalla meditazione.

Infatti, la pratica della meditazione, prescritta da tutte le religioni del
mondo, consente di entrare in un quarto stato di coscienza (turiya) che va
oltre i tre “normali” (il sonno, il sogno e la veglia), dove scompaiono i
confini creati dall’intelletto e ci si sente in pace con se stessi ed in
comunione con il Tutto.

Chiunque, secondo i rishi, puo’ raggiungere questo “quarto stato”, basta che
lo desideri realmente.

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