Sul ring del nostro destino

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Sul ring del nostro destino

di Maurizio Baiata

Scelto da Zret

La frase “A New World if You Can Take It” sarebbe stata percepita dal colonnello Philip Corso
durante un suo scambio telepatico con una Entità Biologica Extraterrestre. Non entro nel merito
delle circostanze (Corso era di stanza a White Sands e il suo curriculum lo conferma), né della
autenticità del fatto, riportato dal colonnello nel suo diario “Dawn of a New Age”, “L’Alba di Una
Nuova Era”, in quanto personalmente non ho mai avuto ragione di dubitare della sua sincerità.

Entro nel merito del particolare contenuto narrativo. Sembra uscito dallo slang americano, laddove
la frase “if you can take it” è tipica degli ambienti sportivi, soprattutto della boxe e significa
“se riesci a reggere il colpo”, un gancio, un diretto, un montante, persino un jab, solitamente al
mento, ovvero un colpo da KO che ti mette fuori combattimento.

Un ulteriore significato di “Take it” può essere: “Resistere ad una dura punizione, o un abuso” e,
ancora, “resistere ad un lavoro duro, ad un compito improbo”. Se tale analisi fosse giusta, ci
troveremmo di fronte a un militare che interpreta secondo il proprio stile, piuttosto ruvido, una
comunicazione diretta di un essere non di questo mondo che risponde a una domanda appena postagli
(ancora telepaticamente) dall’uomo che ha di fronte.
La EBE, infatti, poco prima avrebbe chiesto a Corso di “spegnere”, o disinserire per alcuni minuti i
radar della postazione da lui comandata, in modo da consentire il decollo indisturbato dell’oggetto
volante atterrato in una distesa desertica nella zona di White Sands.

Corso aveva il potere di ordinare il blocco del dispositivo per quel tanto che avrebbe consentito al
velivolo ET di rialzarsi e prendere il volo, evitando di essere “tracciato” ed eventualmente finire
sotto il tiro delle batterie missilistiche. Strano timore, che presagirebbe che i dischi volanti non
siano invulnerabili, almeno a distanza ravvicinata.

E alla richiesta della EBE, Corso rispose di getto: “E io cosa ci guadagno?” (se spengo i radar).
Nell’edizione italiana del libro di Corso la nostra traduzione della successiva risposta
dell’essere, “A New World If You Can take It” è stata: “Un nuovo mondo se ne sarei capace”, ancora
oggi a mio avviso soddisfacente sul piano di un’interpretazione sufficientemente consona
all’originale, ma non altrettanto efficace come impatto. Il vero senso della risposta della EBE,
come prima accennato, è scarno e immediato, brutale quasi. Osservando la questione in un’ottica
esopolitica, è l’alieno a porre l’accento più potente: “Se saprai dimostrarti giusto nei nostri
confronti, lasciandoci andare, ti sarai guadagnato il diritto di appartenere ad un nuovo mondo”. Ma
te lo devi sudare, questo diritto, compiendo un iniziale atto di umiltà e di rinuncia, spegnere le
macchine, non ricorrere alla forza.

Chissà se le cose andarono davvero così. Fu quello il momento della “conversione” di Corso? La mente
e il suo cuore si aprirono, da una visione esclusivamente militare del problema Contatto Alieno –
pur considerando la presenza di un potenziale nemico, ignoto e/o invisibile – all’idea che un
eventuale incontro con una civiltà altra si sarebbe potuto trasformare per un buon numero di
terrestri (per lo più Americani) in una chance di cambiamento positivo del nostro pianeta? Tutto
questo, nel cervello limitato e nel piccolo involucro biologico di un Philip Corso chiamato a
prendere la decisione di “lasciarli andare”? Forse, Corso acconsentì, non secondo una logica
militare portata a risolvere un “conflitto” solo con le armi, ma decidendo in coscienza che fosse la
cosa giusta da fare. Come di regola, Corso mantenne il silenzio assoluto su questo episodio,
risolvendosi a menzionarlo sul suo diario in un paio di passaggi, fra l’altro tra loro slegati.

Penso che centinaia di migliaia di persone oggi nel mondo, probabilmente diversi milioni di
individui abbiano raggiunto un livello di coscienza tale da rifiutare il concetto di una reazione
aggressiva al manifestarsi di una “aviazione elettromagnetica (definizione coniata dal console
Alberto Perego), ma il fatto è che il potere è nelle mani di anziani codardi, le cui cellule
cerebrali si sono consunte nel tentativo perenne di conservare quanto da loro conquistato a scapito
degli altri, guardinghe contro qualunque cosa porti al rinnovamento. Ovvio, cercano di sopravvivere
e di giungere alla fine dei loro giorni in santa pace, come fanno gli scienziati e gli ufologi
asserviti al sistema, timorosi di una nuova generazione che si fa avanti, che propone alternative.
Il teorema della paura, in Ufologia, da decenni domina su quello del dialogo.

Un teorema che viene sorretto da tutta l’impalcatura dei servizi di intelligence mondiali – USA,
Israele, Vaticano, Russia, Paesi del Medio Oriente – un reticolo di mosse e contromosse, atte ad
inficiare in primis il sorgere di una nuova cultura planetaria che accetti la presenza di civiltà
estranee alla Terra e il cui meccanismo di comunicazione con noi – scelti uno ad uno – sfugge al
loro controllo. Sono emissari di civiltà la cui etica non conosciamo. Hanno percorso e percorrono
distanze interstellari alla velocità della luce o superandone la barriera – per ragioni ancora
imperscrutabili – giungendo sin qui.

Si può fare, sostiene il fisico Michio Kaku, partendo dal presupposto che civiltà aliene possano
aver imbrigliato l’ energia delle galassie e viaggiare nell’ Universo attraverso i wormholes.
Intanto, non solo volano nei nostri cieli, ma comunicano con noi. E chiunque abbia sentito questo
richiamo ora capisce che ciò che lo attende è un nuovo mondo, se sarà capace di reggere il confronto
con una tremenda evidenza: sono “loro” che ci lasciano andare, verso il destino che ci attende e non
interverranno per modificarlo in alcun modo. Non è il loro compito. È il nostro.

www.dnamagazine.it/destino.html

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