Passi dal ‘Commento alla Bhagavad Gita’ 15 – Yogananda

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Passi dal ‘Commento alla Bhagavad Gita’ 15

di Paramahansa Yogananda

LA BHAGAVAD-GITA

(CON IL COMMENTO DI PARAMAHANSA YOGANANDA)

(Parte quindicesima)

Verso 5°

Arjuna disse: “Sarebbe perfino meglio vivere mendicando piuttosto che uccidere i miei venerandi
maestri. Uccidendoli, anche in quest’esistenza mondana tutte le mie gioiose esperienze di brame e
ricchezze si macchierebbero del sangue delle cattive vibrazioni”.

Interpretazione Spirituale

Durante la manifestazione dell’autocontrollo in meditazione, il devoto percepì il seguente stato
psicologico. Questo è il significato delle parole pronunciate da Arjuna: “Mi sentirei molto meglio
se dovessi vivere elemosinando piuttosto che uccidere i miei venerandi maestri di ego ed istinti
prenatali. Se annientassi questi abitanti principali del mio regno mentale, allora tutte le mie
ricchezze delle consolazioni dei sensi e il desiderio di essi si macchierebbero del sangue di un
crimine psicologice e spirituale contro la mia anima”.

Interpretazione Spirituale Elaborata

L’anima è pura riflessione dello Spirito, e perciò è pura. Quando l’anima s’identifica col corpo,
essa si converte in ego. Nell’uomo del mondo l’ego è il principio guida di tutti suoi pensieri,
sentimenti ed aspirazioni. Identificandosi col corpo, l’ego forma i suoi desideri ed ambizioni
secondo le abitudini del corpo. Le abitudini del corpo e dell’ego sono i principi guida o i maestri
di tutte le discriminazioni, le inclinazioni sensuali e i desideri umani.

L’adepto impara ad uccidere l’ego con la spada della saggezza. Questo può essere fatto distinguendo
tra desideri fisici e desideri dell’anima. L’anima pura ama lo Spirito- Saggezza-Beatitudine di cui
si fa esperienza nell’unione con l’Uno assoluto, onnipresente ed onnisciente. L’ego ama il nome, la
famiglia, l’orgoglio, la cupidigia, l’attaccamento al corpo, e tutte le qualità deperibili. Quando
l’ego riesce a fare amare alla mente tutti i deperibili piaceri del corpo, allora la mente diventa
miope, spiritualmente cieca e di fatto detesta i piaceri superiori ed indeperibili dell’anima che
riposa nell’onnipresenza.

Non appena il devoto novizio, da poco tempo iniziato nel sentiero principale della spiritualità,
cerca d’allontanare la sua mente dall’influenza dominante dell’ego e delle cattive abitudini, un
senso di scoraggiamento invade la sua mente. L’iniziato si chiede perfino se non stia uccidendo i
suoi stessi maestri, che sono stati a lungo le guide che hanno influenzato la sua vita, la sua mente
e i suoi sensi. In questo novizio il pensiero di dover rinunciare ai piaceri dei sensi è ripugnante,
al punto che non vuole distruggere l’ego e le abitudini dei sensi, che sono gli stimolatori, i
maestri e i consiglieri delle sue tendenze mentali.

In questo caso l’ego ha la vista corta, poiché rifiuta di perdere dei piaceri evanescenti pur
sapendo che potrebbe guadagnare i superiori e durevoli piaceri dell’anima. Quando la mente del
devoto contatta Krishna, o lo Spirito, o l’immagine perfetta dell’anima, allora riceve
intuitivamente l’ordine di distruggere l’ego e le tendenze mentali. Ed è a questo punto, prima che
la mente del devoto abbia sperimentato a sufficienza i superiori piaceri supercoscienti per essere
sicura di se stessa, che essa comincia a gemere e a lamentarsi: “Sarebbe meglio vivere elemosinando
i piaceri dei sensi piuttosto che distruggere i maestri che ho avuto per tutta la vita: l’ego e le
abitudini, che hanno guidato e forgiato il mio destino per tutta la vita”. In questa fase il devoto
pensa che anche un’anima vittoriosa non potrebbe essere felice macchiandosi del sangue dei sensi.

L’uomo abituato ai piaceri derivati dal male non può immaginare la felicità superiore e raffinata
dell’anima. Per questo piange il suo fato se deve abbandonare dei piaceri di breve durata per
guadagnare i durevoli, ma incerti piaceri dell’anima.

Verso 6°

“A malapena posso dire che cosa sarebbe meglio, che essi ci conquistassero, o che noi li
conquistassimo. Di fronte a noi si trovano ora gli stessi figli di Dhritarashtra, dopo aver ucciso i
quali non dovremo più desiderare vivere”.

Interpretazione Spirituale

Nel conflitto psico-metafisico la mente è piena d’indecisione, e pensa: ‘Non so che cosa sarebbe
giusto e gradito di bene per la mia anima: essere conquistata dai sensi o conquistare i desideri dei
sensi con la discriminazione’. il devoto pensa che l’uccisione dei figli-desideri della mente non
gli lascerebbe niente per cui vivere.

Interpretazione Spirituale Elaborata

Molti novizi sul sentiero spirituale si chiedono se la felicità stia nell’alquanto difficile ed
arida rinuncia, o nell’abbandonarsi ai naturali desideri dei sensi. Le persone del mondo screditano
la rinuncia come un metodo di tortura dei sensi, ma appagare i sensi al posto della felicità
dell’anima è male. Compiacere l’anima disciplinando i sensi è bene. I sensi sono i servi dell’anima,
e come tali devono essere sempre educati a compiacerla. Ma quando la saggezza dell’anima è governata
dai capricci dei sensi accecati dalle abitudini e diretti dagli istinti, allora il risultato è la
sofferenza. I sensi gridano all’unisono: ‘Appaga noi e non ti curare dell’anima’.

Una persona che soccombe alle lusinghe dei desideri dei sensi si scopre incapace di soddisfare le
richieste sempre crescenti ed insaziabili dei sensi, e nello stesso tempo non riesce a soddisfare le
richieste legittime dell’anima. La felicità dei sensi del gusto, del tatto, dell’odorato, dell’udito
e della vista si sviluppa prima, e quindi è facile essere influenzati dalle richieste dei sensi.
Dietro il clamore dei sensi si nasconde l’anima eterna che chiede la legge è che: più grande è la
falsa felicità dei sensi, più debole è la felicità dell’anima.

L’energia che scende lungo i nervi fino ai cinque sensi di gusto, tatto, odorato, udito e vista, fa
amare all’anima gli oggetti dei sensi; e quando al devoto viene detto di ritirare la mente e
l’energia dei dai sensi per indulgere soltanto nelle più sottili e raffinate gioie dell’anima,
allora tutto appare impossibile e bizzarro alla mente indigente incline ai sensi. Il novizio
spirituale assapora gli incerti e sottili silenzi dell’anima, e non riesce a prendere la decisione
di rinunciare alle gioie sottili ed universali dell’anima.

La felicità dell’anima appare esotica al novizio, mentre la felicità dei sensi gli sembra familiare
ed innata. In questo stato la mente del devoto è piena di dubbi ed egli non riesce a stabilire se
dovrebbe acconsentire alle richieste dell’anima e bandire la felicità dei sensi, o fare il
contrario. E quindi la mente si lamenta dicendo: ‘A che serve vivere, se deve rinunciare alle ben
note e tangibili gioie dei sensi?’.

Mangiare con moderazione, disciplinare la vita sessuale, astenersi dalle bevande forti e dal
mangiare per compiacere i sensi: queste cose appaiono come metodi di tortura alle persone schiave
dei sensi. Ma l’uomo d’autocontrollo è colui che conosce la differenza tra la vera felicità
dell’anima e gli effimeri piaceri dei sensi.

I sensi disprezzano la felicità dell’anima e cercano di essere felici facendo soffrire l’anima. Con
la disciplina, l’anima non vuole torturare i sensi, ma cerca solo di fare sviluppare in loro il
gusto per la vera e durevole felicità.

La persona schiava dei sensi mangia per soddisfare il suo palato ed infine si ritrova vittima
dell’indigestione e degli attacchi di bile. Con la disciplina, l’anima può disciplinare il palato
inquietandolo per un po’, ma se il alato ascolta la voce dell’anima non crea problemi e nello stesso
tempo impara a ritenersi soddisfatto mangiando con moderazione del cibo sano. Una persona schiava
dei sensi, nel processo di rinuncia pensa: ‘A che serve vivere, se devo portare la pesante croce
della vita senza alcun piacere dei sensi?’.

I desideri dei sensi terminano inevitabilmente nell’infelicità, mentre la disciplina spirituale, se
praticata per un lungo periodo, porta alla felicità infinita sia all’interno che all’esterno.

Verso 7°

“Con la mia natura interiore offuscata dalla debolezza della simpatia e della pietà, e con la mente
confusa circa il dovere, io T’imploro di dirmi qual è per me la via migliore da seguire. Io sono Tuo
discepolo. Istruisci me, che ho preso rifugio in Te”.

Interpretazione Spirituale

Come posso vivere, uccidendo i miei sensi-parenti? Questi deboli pensieri di commiserazione hanno
sopraffatto la mia vera natura spirituale autocontrollata, ed io non so più se il mio dovere sta nel
condurre un’esistenza autocontrollata distruggendo i miei sensi-congiunti, oppure nel rendere felici
i sensi. Io imploro lo Spirito dentro di me, pregandolo di dire chiaramente a me, che sono confuso
circa il dovere, qual è il mio bene supremo. Io sono Tuo discepolo, perché ho preso rifugio in Te,
perciò Ti prego d’istruirmi.

Interpretazione Spirituale Elaborata

Dopo aver parlato egoisticamente in difesa dei sensi, come abbiamo visto nelle stanze precedenti,
alla fine il devoto è pieno di rimorso, di dubbio e d’indecisione, e si getta prono davanti al suo
Sé interiore o davanti al suo Guru, se ne ha uno. Il devoto sente che malgrado sia naturalmente
attratto dai suoi sensi-parenti, e si preoccupa del loro benessere, tuttavia intuitivamente egli
ricerca i barlumi di pace dell’anima che ha percepito durante la meditazione profonda.

E così, attaccandosi a volte al ricordo dei piaceri dei sensi ed altre volte tendendo verso le gioie
dell’anima, egli diviene ulteriormente in questo stato, il devoto dev’essere un discepolo veramente
ubbidiente al suo Sé Interiore e alla sua guida spirituale sulla terra. Ascoltando l’invisibile
istruttore interiore (la saggezza intuitiva dell’anima) e seguendo i consigli verbali del
precettore, il novizio spirituale può tirarsi fuori dalla confusione mentale e dai dubbi che
l’assillano.

Nello stadio iniziale della meditazione, la voce del Silenzio Interiore manca di chiarezza, e quindi
è necessario il consiglio di un esperto spirituale. E’ facile fraintendere la voce interiore o agire
contro di essa, ma è più difficile non prestare attenzione agli ammonimenti precisi di un grande
precettore.

Molti novizi spirituali che vivono in eremitaggi sono tormentati dalla debolezza interiore e dai
dubbi mentali. Essi sottostanno a una specie di tiro alla fune psicologico tra il bene e il male. A
questi studenti spirituali dall’animo turbato il male sembra allettante, mentre il bene appare arido
e poco attraente. A questo punto lo studente tormentato dal dubbio si getta ai piedi del suo
precettore e dice: “Maestro, io non conosco la strada. Voi che la conoscete dovete istruire me,
vostro sincero discepolo”.

Il discepolo continua: “Maestro, sono pieno di pietà per i miei parenti mentali dei sensi. La mia
saggezza s’è eclissata e non riesco a comprendere qual è il mio vero dovere nella vita. Vi prego
d’istruirmi e darmi forza affinchè possa seguire la giusta via”.

Il devoto avanzato deve avere un’attitudine pentita, di completo abbandono verso il Silenzio
Infinito, che allora gradualmente l’avvicina, se egli medita profondamente e costantemente.

Fino a quando nel devoto ci sarà dell’egotismo ed egli penserà: ‘Conquisterò il Cielo ed
assoggetterò Dio con la meditazione’, fino ad allora la massima realizzazione spirituale non verrà.

Solo nella valle dell’umiltà interiore e dell’attitudine mentale ricettiva possono scorrere e
raccogliersi le acque della misericordia divina.

Inoltre è vero che ogni discepolo dubbioso deve pronunciare mentalmente le verità di questa stanza,
quand’è vicino al suo Guru, e cercare d’apprendere da lui le profonde verità del progresso
spirituale.

In India i maestri istruiscono soltanto i discepoli estremamente volenterosi che s’abbandonano
completamente. In Occidente i ministri del culto rovinano i fedeli delle loro chiese con maniere
troppo blande e mancando d’applicare la disciplina quando questa è necessaria. Il maestro orientale
non dipende dalla ricchezza dei suoi discepoli e perciò parla liberamente per il loro bene, non
temendo che essi lo lascino se vengono ammoniti. In Occidente il ministro del culto ha di solito
paura d’ammonire un fedele, anche quando necessario, per timore di perdere un sostenitore.

In questo stato, il devoto immerso nel dubbio non vuole sottostare alla piccola perdita della
felicità dei sensi per avere la beatitudine infinita in Dio. Perciò alla fine, pieno di confusione,
egli prende rifugio nel Sé Interiore e nel suo guru-precettore per dipanare la sua mente irretita
nel dubbio.

Verso 8°

“Io non vedo nulla che possa rimuovere l’angoscia interiore che colpisce i miei sensi, neppure se
ricevessi un prosperoso ed ineguagliabile regno su questa terra e diventassi signore e maestro delle
divinità astrali”.

Interpretazione Spirituale

Nella mia visione spirituale non vedo nulla tramite cui possa rimuovere quest’ossessionante angoscia
mentale fatta dai miei sentimenti di commiserazione verso i parenti trascurati: i piaceri dei sensi.
Sento che anche se ottenessi il dominio sulla terra e su tutte le sottili entità astrali, non potrei
liberarmi da questo martellante dolore rovinoso causato dall’abbandono degli attaccamenti dei sensi.

Interpretazione Spirituale Elaborata

E’ naturale per tutti sentire l’ossessionante influenza delle abitudini dei sensi. Non importa
quanto brutta sia un’abitudine, è difficile liberarsene. Quando una persona cerca sinceramente e
ripetutamente di liberarsi di una cattiva abitudine, e non ci riesce, è naturale che si perda
d’animo e rifugga dai pensieri di coraggio.

I cattivi pensieri paralizzano quasi la volontà e rendono l’individuo indifeso. Egli si ripete: ‘A
che serve provare? Non si può fare’. Tutte le cattive abitudini sono molto audaci, ed agiscono in
maniera monopolizzante, confinante e limitante con gli esseri umani. Le persone malvagie, sempre più
prese dalle conseguenze schiavizzanti dei piaceri dei sensi, pensano: ‘A che serve cercare d’avere
dell’autocontrollo? Quando non riesco ad esercitare l’autocontrollo, sono talmente immerso nei sensi
che non mi permetto neppure di pensare d’allentare la loro presa su di me’.

In questo stato schiavo dei sensi, l’individuo è così dominato dall’influenza dei sensi che comincia
a pensare: ‘Anche se diventassi signore e maestro di questa terra e di tutte le sottili forze
astrali, tuttavia non riuscirei a fare a meno dei piaceri dei sensi’.

Alcune persone pensano di non poter rinunciare nemmeno ad un po’ di sonno per la gioia superiore
della meditazione. Altre pensano che non potrebbero rinunciare a vivere sul piano sessuale, neppure
se ricevessero la gioia sempre-nuova dell’eterno Dio. Altre ancora non rinuncerebbero mi a famiglia,
amici, forma o notorietà, o a una parte di successo materiale, per guadagnare la gioia più durevole
di Dio.

La schiavitù mentale a un’abitudine dei sensi è il risultato della ripetizione quotidiano quotidiana
di un atto specifico che dà vita a un’abitudine particolare. Pensando attentamente a qualcosa ogni
giorno, quella cosa diventa parte della coscienza dell’individuo. Quando un’abitudine diventa parte
del proprio pensiero, diventa una ‘seconda natura’. Questa ‘seconda natura’, fatta d’abitudini, è
molto potente e convince l’individuo che non potrà mai liberarsi della propria natura, neanche se
ricevesse in cambio l’intero mondo dei piaceri superiori. Questo stato è chiamato dai metafisici
‘stato d’identificazione con l’abitudine’ o ‘stato d’identificazione col corpo’.

L’anima non deve, per un falso senso di simpatia, dispiacersi per i piaceri corporei con cui s’è
identificata. I piaceri dei sensi vengono percepiti in maniera piacevole solo nell’immaginazione.
L’anima può essere felice solamente con la propria natura fatta di beatitudine, intuizione,
saggezza, e così via. Essa non potrà mai essere contenta immaginandosi felice quando i sensi sono
felici.

Durante una carestia in una città assediata, una madre può per alcune volte allontanare la
sensazione della fame digiunando e dicendo: ‘Sono felice se mio figlio affamato mangia’. E per
alcune volte la madre può realmente sentire la sua fame placata percependo la soddisfazione del
figlio, ma se continuasse a non mangiare scoprirebbe che la sua fame era soddisfatta solo
nell’immaginazione e non in realtà.

Similmente, l’identificazione coi sensi è estremamente illusoria, in quanto fa credere all’anima
d’essere contenta soltanto con le indulgenze dei sensi nella mente e nell’immaginazione. A suo
tempo, quando svanisce l’identificazione dell’anima con un certo piacere dei sensi, essa non è più
affascinata da questo pseudo-piacere e cerca di trovare piacere in qualcos’altro. In questo modo
l’anima è ingannata a spinta a cercare il fuoco fatuo di molti piaceri dei sensi, pensando che siano
tutti suoi piaceri.

Così, perdendo un piacere dopo l’altro, l’anima comincia a realizzare che ha cercato d’essere felice
appagando gli insaziabili sensi. Una volta scoperto questo, l’anima cercherà di trovare i veri
piaceri nella meditazione, nel silenzio, nella saggezza, nel servizio, nel contentamente e
nell’autocontrollo; e non nell’incessante ricerca dei desideri, delle azioni turbolente, del
comportamento ignorante, e nella schiavitù dei sensi. Quando l’anima scopre che la felicità dei
sensi non è la propria felicità, allora desidera veramente liberarsi dei suoi parassitici, presunti
parenti dei sensi, che dimostrano molto affetto e tuttavia praticano continuamente l’inganno.

I sensi tengono l’anima così assorta in loro che le riesce difficile distinguere tra i propri
piaceri e gli pseudo-piaceri dei sensi, scambiando spesso i piaceri dei sensi per quelli dell’anima.
Questo è un peccato, perché molte persone pensano che il piacere dei sensi appartiene a loro, e
quindi non possono separare i piaceri dei sensi da quelli dell’anima. Queste persone continuano a
provvedere alle richieste dei sensi, causandosi in tal modo un’insoddisfazione sempre crescente,
illusione, e un dolore acuto e soffocante.

Inoltre il devoto incline ai piaceri dei sensi pensa che anche se dovesse ricevere un corpo libero
dai tre tipi di male, egli non potrebbe rinunciare al suo attaccamento ai piaceri dei sensi. I tre
tipi di male sono:

1) – le influenze delle azioni (karma) passate e prenatali. Fino a quando i semi delle azioni
alloggiati nel cervello non vengono bruciati dal fuoco della saggezza è è difficile raccogliere i
frutti delle azioni cominciate da poco; ad esempio, se uno ha una tendenza alla debolezza fisica,
portata con sé da una vita passata, e in questa vita cerca di diventare molto forte, egli non potrà
ottenere dei risultati apprezzabili dai suoi sforzi appena cominciati per avere salute, finchè non
distruggerà i semi prenatali delle tendenze alla cattiva salute alloggiati nel cervello.

2) – Le cattive tendenze, o l’attaccamento ai sensi che riempie l’anima con un desiderio insaziabile
e torturante, ma mai soddisfatto. Tutti gli attaccamenti ai sensi danno al senso coinvolto una
soddisfazione temporanea, al costo di una sofferenza indicibile per l’anima.

3) – I danni e i disturbi fisici dovuti ai problemi di cuore, di respirazione, alle malattie
pancreatiche, e ai raffreddori.

Quando il corpo è libero da questi tre tipi di disturbi, allora si dice che è libero dai nemici.
Questo stato del corpo, libero dai tre tifi di nemici interiori, si può ottenere solo praticando
l’ottuplice sentiero dello Yoga fatto di posizione, controllo del respiro o pranayama,
autodisciplina, meditazione, estasi, e così via. Quando, per mezzo dello Yoga, il corpo diventa
pieno di saggezza e potere spirituale, ed invulnerabile alle malattie fisiche, allora questo è lo
stato che si vuol designare con ‘guadagnare la prosperità spirituale sulla terra’.

La ‘terra’ sta a indicare il corpo deperibile, e la sua prosperità significa la sua libertà dai tre
tipi di disturbi sunnominati. Questa stanza descrive la profondità dell’attaccamento materiale, per
cui il devoto preferisce persino rifiutare l’idea di un corpo senza malattie e il controllo sulle
vibrazioni atomiche che si può ottenere sapendo come contattare la Vibrazione Cosmica ‘Aum’ in
meditazione.

Nello stato di depravazione mentale, il devoto preferisce mantenere il suo amore per i piaceri dei
sensi ed è pronto ad aborrire perfino l’idea della realizzazione della beatitudine divina. Se questo
stato non viene rimosso velocemente con una meditazione più profonda, il devoto è certo di cadere
dalla grazia perdendosi nei terreni paludosi dell’illusione. Quando s’abborisce una cosa buona e si
desidera mentalmente una cosa cattiva, allora l’individuo che ha questi pensieri si trova in uno
stato pericoloso, perché è assai probabile che precipiti nelle indulgenze materiali e diventi
ulteriormente immemore delle aspirazioni spirituali.

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