LO SVILUPPO DEL POTENZIALE UMANO – 7

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LO SVILUPPO DEL POTENZIALE UMANO – 7

da “Enciclopedia olistica”

di Nitamo Federico Montecucco ed Enrico Cheli

Fenomenica e psicopatologia delle condizioni estatiche
Di Bruno Callieri

Col termine “estasi” si comprendono e si indicano tutti quei fenomeni caratterizzati dalla perdita,
più o meno prolungata, delle normali funzioni della coscienza e dei sensi, da un’alterata reazione
agli stimoli esterni e da una specifica forma di esperienza percettiva, esterna ed interna.

Nei più svariati contesti culturali lo stato di estasi viene inteso come avente una peculiare
rilevanza religiosa, come momento di contatto diretto e personale col mondo sovrasensibile e con le
sue potenze spirituali, prescindendo da quella che oggi domina incontrastata la scena delle scienze
e che chiamiamo la mente neuronale. In molti sistemi religiosi, l’estasi si presenta e viene
considerata come una delle forme più elevate di esperienza religiosa, come momento nodale del
rapporto immediato dell’uomo con il divino, come momento ineffabile della sua unione con l’assoluto
(unio mystica), di pienezza spirituale, di acme del Sé. E’ lo stato teopatico, come diceva lo pseudo
Dionigi.

È proprio questo legame intimo con la dimensione più profonda dell’esperienza del singolo a segnare
i limiti per un’indagine oggettiva sull’estasi. Ogni osservatore esterno può raccogliere molti
aspetti espressivi, ricercarne il senso o le connessioni culturali e storiche, ma non potrà
penetrare nel nucleo profondo dell’esperienza soggettiva dell’estasi; tanto più che non è facile
distinguere questi fenomeni da quelli che vanno sotto il nome di trance, possessione, ebbrezza o
entusiasmo (religioso). I Greci dicevano “entusiasmo” per indicare l’invasamento da parte del dio.

Secondo alcuni autori, l’estasi sembra caratterizzata da solitudine, silenzio, meditazione,
concentrazione fino alla contemplazione, mentre gli stati di trance sembrano invece connessi con
situazioni di sovrastimolazione sensoriale, avvengono in situazioni pubbliche e sono provocati da
forti stimoli iterativi, quali la musica, la danza (si pensi ai Dervisci), il canto ripetitivo,
l’eccitazione emotiva, comportando ciò spesso uno svuotamento coscienziale che lascia completa
amnesia. In questo senso la trance si avvicina maggiormente alla possessione, stato in cui
l’individuo si crede posseduto da un’entità spirituale, che si impadronisce del suo corpo o ne fa
uno strumento per comunicare con gli esseri umani, occupando in toto il corpo del posseduto.

Sembra a me preferibile usare il termine stati alterati di coscienza, più neutro, che comprenderebbe
tutti i vari fenomeni in cui risulterebbero alterate le facoltà di sensazione, di percezione, di
cognizione, di emozione (Bourguignon). Si sottolinea qui l’importanza dei diversi significati
culturali in specifici contesti antropologici e storico-religiosi (Tseng e Streltzer, 1997; Spoetti,
1968; Leuner, 1968; Eliade, 1956) ed anche psicopatologici (Weithbrecht, 1948,1968; Zolla, 1992).
Molti autori, seguendo Eliade, tendono a caratterizzare i fenomeni sciamanici come propriamente
legati al fenomeno dell’estasi.

Bisogna ricordare che tutte le distinzioni che facciamo tra possessione, estasi, stati alterati di
coscienza, trance, sono sempre provvisorie, relative, imprecise, e ricordare anche che il temine
estasi è strettamente legato a quella regione vaga e poco esplorabile che costituisce l’aspetto
mistico delle diverse tradizioni religiose: da quelle misteriche dell’antichità a quelle
tardo-antiche neoplatoniche; da quelle dei mistici renani, sorgente inesauribile di nozioni, quali
Tauler, Meister Eckart, Suso (nome italianizzato di Seuse, mistico domenicano), a quelle di Teresa
d’Avila e Giovanni della Croce, fino ad Angela da Foligno (che per me costituisce una nux
contradditionis tra la psicopatologia da un lato e l’estasi più elevata dall’altro); dai viaggi
degli sciamani e dei mitriasti egizi (che si collegano nella decadenza dell’Impero Romano al dio
Mitra) attraverso le tecniche ascetiche dello yoga, alla mistica indù e all’illuminazione buddica;
dallo Zen al Sufismo e ai Dervisci. Tutte queste disparate vie dell’estasi, pur culturalmente
diverse, rivelano una certa somiglianza, permettendo di scorgere alcuni meccanismi comuni, alcune
analogie sorprendenti e, forse, perfino inquietanti.

Fenomenica dell’estasi.

Parliamo ora della “fenomenica dell’estasi”. Preferisco dire “fenomenica” invece che
“fenomenologia”, perché quest’ultimo un termine oggi usato in modo improprio: la fenomenologia è una
dottrina filosofica che fa capo ad Husserl ed è lo studio delle essenze categoriali, mentre la
fenomenica è la parte descrittiva. Affronteremo da un lato la fenomenica dell’estasi e dall’altro la
psicopatologia dell’estasi.

Questa fenomenica è complessa; va dalla rigidità e immobilità quasi catalettica all’insensibilità
per gli stimoli sensoriali o, viceversa, alle ipersensibilità più impressionanti. L’estatico – e io
ne ho visti parecchi tra gli psicopatici – mostra spesso un’espressione del volto trasfigurata,
celestialmente illuminata (non per nulla nei decenni addietro si è parlato di fotismo, dal greco
fos, luce, per indicare questa questa luminescenza) oppure impregnata di dolore o di passione. Può
presentare espressioni di pianto (ne ho visti parecchi piangere con torrenti di lacrime), può
riferire esperienze di infuocamento interiore (sensazione di sentirsi invaso da un calore che brucia
più di un fuoco), di levitazione (fino ad aspetti grotteschi ma comunque carichi di metaforicità),
di sdoppiamento e bilocazione, di “escursioni astrali” (altra espressione che ci lascia
profondamente attoniti, ma che spesso ricorre) di irruzioni fantastiche (con o senza l’uso di
allucinogeni). D’altra parte parte Aldous Huxley in “The doors of the perception” (Le porte della
percezione) ce ne aveva dato contezza. Ma soprattutto, per quello che riguarda la mia esperienza,
c’è la visionarietà che guida alla trasmutazione interiore. Tutto questo, va sottolineato, avviene
nel frequente e doloroso dubbio, di cui abbiamo testimonianze meravigliose nella letteratura del
‘600, se le loro visioni ed esperienze psichiche vengano da Dio o dal diavolo.

Quali sono i criteri per stabilire l’aspetto di realtà di queste esperienze vissute? E’ difficile
rispondere a questo interrogativo. Sulla base della mia esperienza personale, ritengo che potrebbero
essere ridotti a tre:

l’evidenza soggettiva e il grado di certezza che coinvolge l’interessato;
la possibilità di coglierne l’aspetto storico, cioè il lucido e progressivo svolgersi in una storia
interiore di vita, che tende verso la realizzazione di un obiettivo spirituale;
il persistere di una personalità pressoché intatta, perché nelle estasi pseudo-mistiche degli
psicotici assistiamo quasi sempre al disgregarsi della personalità.
Psicopatologia dell’estasi.

Per quanto riguarda gli aspetti psicopatologici dell’estasi, sono ampiamente riconosciuti
l’accantonamento dello stato lucido di coscienza, la presenza di uno stato di ebbrezza, il defluire
dei limiti dell’Io verso la Trascendenza. Su questo punto è stato ed è tuttora fondamentale il
contributo di un grande psichiatra di Berna, Theodore Spoerri. Il suo libro “I contributi
all’estasi” è tuttora a mio parere insuperato. In particolare validi sono i suoi studi sulla
scomparsa dei limiti fra soggetto e oggetto, sulla pienezza dell’esperire congiunta con quella
drammatica del vuoto interiore, sull’esaltazione che coesiste con la quiete emotiva,
sull’autosuggestione consapevole e l’ipnosi subita. Questa polarità contraddittoria contraddistingue
la coscienza estatica e la pone come stato intermedio tra l’obnubilazione profonda e la vigilanza
più tesa. Poco fa ne ha parlato, riferendosi anche all’organodinamismo di Henry Ey, il collega Mario
Betti. L’io è recettivo-passivo e, al contempo, portatore di un’acuta visione interiore, con
transizioni e passaggi da uno stato all’altro, con interferenze che consentono una vera e propria
“scala di Erlebnisse” (graduazione di vissuti). Si va dall’estasi arcaica, iponoica-ipobulica
(Langen, 1963), relativamente uniforme nelle diverse culture ed epoche, (e qui vanno forse
considerate le semi-estasi psicotiche e quelle dei “paradisi artificiali”) alla estasi-cultura,
guidata e controllata, che fa riferimento ad un ordinamento valoritario: farmacologico,
psicoterapeutico, mistico-meditativo.

Lo stato di coscienza immersa nell’estasi è “lontano dal corpo” (Körperfern); l’io può essere
vissuto come oggetto ed anche gli oggetti reali possono caricarsi di intensità e profondità diverse
dalle usuali. Mircea Eliade ha introdotto il termine en-stasis e sono grato a padre Thomas Mathus
per avere sottolineato che la dimensione dell’en-stasis è insopprimibile accanto a quella
dell’ekstasis.. Questa condizione di estasi/enstasi può essere ottenuta con esercizi di meditazione
diversi nelle varie culture, che portano al raggiungimento del satori (Zen) o del samadhi (Yoga).

Le categorie psicologiche tipiche dell’estasi riguardano: 1. Il campo di coscienza, 2. Il rapporto
interno-esterno, 3. La dimensione dinamica riempimento-svuotamento, 4. Il contenuto dell’estasi.

Per quanto concerne il campo di coscienza si possono registrare: modificazioni protopatiche,
sdifferenziazione dei gradi epicritici superiori, stato di vigilanza “dissociato”, cioè con
obnubilamento di base e puntuali emergenze di “ipervigilanza” (la Ueberwachheit di H. Leuner). I
legami fra la regressione al protopatico e le estasi-cultura costituiscono un problema ancora
aperto, specie in rapporto alla meditazione e alla coscienza estatica.
Il rapporto interno-esterno nell’estasi-cultura resta sempre possibile.
La dimensione dinamica riempimento-svuotamento appartiene categoricamente all’uomo; è la dinamica
del polso, la sistole e la diastole. Questa dimensione è legata al diverso essere-diretti a uno
scopo, diverso notevolmente tra estasi primitiva ed estasi-cultura.
Il contenuto dell’esperienza estatica muta in rapporto ai vari aspetti religiosi e alle diverse
“visioni del mondo” che determinano e guidano l’esperire trascendente della persona estatica. Si
pensi allo Zen e ai Pentecostali, fino alla glossolalia ed a certe esperienze maniacali e,
soprattutto, epilettiche.
Anche le pratiche sciamaniche potrebbero essere paragonabili a fenomeni desumibili dalla
psicopatologia. L’insorgenza della “malattia iniziatica” ” come momento determinante nella vita di
uno sciamano era, ed è, essenziale per fare di costui un individuo con tendenza spiccata a
distaccarsi da questa realtà, a provare agitazioni emotive profonde ed esperienze percettive
abnormi, con o senza depersonalizzazione. Ciò non è di per sé indizio di personalità deviante o di
chiara psicopatologia; dimostra soltanto come il diverso ambiente culturale permetta di interpretare
in modo diverso queste esperienze psichiche, ri-assumendole nell’alveo di una diversità non
emarginata. Si pensi, per esempio, alla Meditazione Trascendentale della medicina Ayur-Veda con i
problemi ad essa collegati (A. Flanagin, 1991).

Oggi, comunque, anche accettando le note interpretazioni neurobiologiche e quelle psicoanalitiche
dell’estasi, si è compresa la necessità di evitare la prospettiva radicalmente eurocentrica, dove la
definizione di “anormale” viene desunta dalla pratica clinica della psicopatologia occidentale, per
la quale lo sciamano della Jakutia non sfugge alla patologizzazione. La posizione critica
dell’attuale Psichiatria transculturale è ben nota.

Nell’ambito della psicopatologia restano invece la maggior parte delle estasi tossiche e di quelle
schizofreniche ed epilettiche.

Come psichiatra clinico vorrei mettere l’accento sugli stati di estasi legati all’epilessia
temporale. Ne ritroviamo brillanti descrizioni nella letteratura russa, per esempio in Dostoevskij.
Questi scrittori ci aiutano a capire, molto più che gli psichiatri, che cosa significa lo
smarrimento, la punta, l’acmé estatica nell’epilettico temporale. La crisi comiziale del lobo
temporale per pochi minuti ti dà la depersonalizzazione, raggiungi un culmine che è assolutamente
irriferibile. E’ il dramma interiore di queste personalità che vedono e toccano cose che non sono
esprimibili

Voglio anche ricordare le estasi tossiche, le Peak Experiences da farmaci psichedelici, che oggi
sono molto più diffuse di quanto non si veda dall’esterno. Frequenti sono le turbolente semiestasi
psicotiche da sovradosaggi di psichedelici in giovani tossicodipendenti. Ben noto da tempo è l’uso
del peyotl, della psilocibina, dell’amanita muscaria nelle regioni subartiche, della josciamina,
della cannabis, dell’LSD-25. A questo proposito voglio raccontarvi qualcosa in merito al modo in cui
mi sono avvicinato a queste tematiche. Cominciai con la somministrazione della dietilamide
dell’acido lisergico a pazienti volontari e questo fu l’argomento della tesi di laurea del mio
migliore discepolo di allora, il dott. Ravetta, sulla “Fenomenologia estatica da intossicazione di
acido lisergico”, nel 1954.

Un ruolo particolare spetta alle esperienze cosmico-mistiche (i “paradisi artificiali” di
Beaudelaire e di Aldous Huxley), che danno il vertice dell’annullamento dell’io, l’illusione del
superamento dei limiti dell’io. Queste esperienze sono peraltro ben note a chi ha pratica clinica
con i mondi schizofrenici, con il sentimento oceanico della felicità (Rümke) e del rapimento,
dell’illuminazione estatica e del panenteismo (enstasi). Si tratta di stati psichici d’eccezione ai
quali bisogna aggiungere il senso della chiaroveggenza, anche se questo non è verificabile: il
paziente in realtà è travolto da questa inesprimibile sensazione di clairvoyance, di riuscire a
vedere alla Cassandra.

Weitbrecht, tra gli altri, ci ha lasciato splendide pagine a proposito di questi stati estatici, di
tipo mistico, con l’esperienza sconvolgente del numinoso, il sentimento della presenza, lo stato
teopatico, la passione divina. Con Wolff sarei propenso a ritenere azzardata e riduttiva la pretesa
di comprendere questa forma religiosa dell’esperire soltanto nella dimensione di un processo
psicotico. Lo stato psichico d’eccezione costituisce un criterio validissimo per ridimensionare una
patologizzazione ad oltranza. D’altronde tale stato tiene conto sia della dimensione socioculturale
sia dei parametri spirituali che caratterizzano certi ambienti e certe epoche. Ed è proprio in
Weitbrecht che trovo l’importante notazione diagnostico-differenziale tra estasi psicotica, cui
nulla segue di fondamentale, ed esperienza numinosa autentica che, invece, segna l’inizio di una
radicale trasformazione dell’esistenza, di un ulteriore sviluppo (anche nel concreto) di questo
incontro col divino, incontro che viene vissuto sempre come una grazia e che corona un lungo cammino
interiore, in cui “chiamata” e “visione intellettuale” dominano.

E’ difficile sostenere l’esistenza di validi criteri psicologici che consentano la distinzione fra
esperienze mistiche autentiche ed esperienze psicopatologiche. Un criterio che, ormai da anni,
ritengo valido è quello della misura sociale: mai l’esperire schizofrenico dell’estasi ha condotto a
investimenti concreti sulla comunità dei credenti, superando così l’ambito limitato della propria
soggettività e dando origine a sviluppi culturali e storico-sociali. Su queste implicazioni sociali
il discorso resta aperto e comunque sfuggente ad ogni indagine empirica.

Come psicopatologo debbo concludere che nella dimensione dell’estasi (indipendentemente dalla sua
struttura psicotica o non psicotica) dobbiamo scorgere una possibilità generale umana di esperienza
(allgemeine menschliche Erlebnismöglichkeit, secondo Weitbrecht) che ogni persona può avere e a cui
può peraltro inerire l’irruzione di una psicosi. Questo è il dramma dell’uomo; ecco perché lo
psicopatologo vede sempre con un certo timore queste vie all’estasi, anche se sono motivate
profondamente. Kierkegaard avrebbe detto cum timore et tremore, perché ci accostiamo a un limite che
all’uomo medio non è facile riuscire a toccare.

Accanto allo studio neurobiologico e psicobiologico delle diverse esperienze estatiche, singolari e
gruppali, ai risultati della Meditazione Trascendentale, del Training Autogeno, dell’autoipnosi,
sembra a me doversi oggi insistere su tre altre direttrici: quella fenomenologico-antropologica,
quella psichiatrico-transculturale e, infine, quella misico-spirituale, ineludibile per ogni
antropologia religiosa, anche per quelle di derivazione marxiana, che, in nome di uno scientismo
riduzionista, non voglia escludere dimensioni meta e trans.

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