Il sesso secondo il buddismo: niente di speciale

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Il sesso secondo il buddismo: niente di speciale

di Robin Kornman

Robin Kornman sostiene che il buddismo, a differenza delle altre religioni,
non considera il sesso un tema spirituale di particolare importanza. Com’è
possibile che i filosofi buddisti non abbiano un’opinione su un argomento
tanto importante per la morale occidentale? L’autore ci porta alla scoperta
dei motivi storici e culturali che hanno portato a considerare la sessualità
in diversi modi nelle diverse religioni.

Ho visto un film di Neil Simon in cui un simpatico vecchietto insegnava al
nipote quella che chiamava la “filosofia della battuta di baseball”.
L’espressione
scherzosa aveva un fondo di serietà, in quanto naturalmente c’è qualcosa di
molto profondo nel riuscire a colpire una palla velocissima. Profondo nel
modo in cui può esserlo qualsiasi cosa cui diamo un’attenzione sufficiente.

Per il sesso vale la stessa cosa, almeno per quanto riguarda il pensiero
buddista. Fare l’amore non è un argomento importante nei testi buddisti; di
fatto, al riguardo non viene detto quasi nulla.

Questo è sorprendente, se pensiamo allo spazio riservato all’argomento dalle
religioni occidentali. L’ebraismo contiene numerose proibizioni su chi può
fare l’amore, con chi, come e quando. Il cristianesimo aggiunge a tutto ciò
le nozioni sui rapporti tra il sesso, l’amore e il matrimonio.

Platone e Aristotele hanno scritto opere profonde sull’amore e l’amicizia;
in particolare, Platone nel Simposio si è arrischiato a immaginare quello
che potrebbe essere il legame tra il desiderio sessuale e l’amore
spirituale. Da questa opera, e dalle riflessioni cristiane sul tipo di amore
insegnato da Gesù, si è sviluppato il vasto corpus occidentale di testi
sulla filosofia sessuale. Personalmente, ritengo che sull’argomento D. H.
Lawrence rappresenti il punto di arrivo più elevato per l’occidente. Le sue
opere esplorano la sessualità e ne analizzano il ruolo nel matrimonio con
una precisione senza confronti.

Invece, nel buddismo non esistono norme generali su nessuno di questi temi.
Fare l’amore (secondo l’espressione che ci piace usare) non è in sé
un’attività
più profonda delle altre.

Naturalmente, è possibile dire tantissime cose sul sesso, se gli si presta
un’attenzione particolare. Esistono degli speciali yoga tantrici in grado di
trasmutare l’atto mondano della fornicazione in una pratica meditativa, ma
naturalmente ogni cosa può essere trasmutata in quel modo. Esistono approcci
contemplativi al cibo, al modo di camminare, alla calligrafia. Di fatto, a
ogni cosa. Esistono modi yogici di schiacciare un pisolino e di arredare una
stanza. Tutto può trasformarsi in un esercizio yogico, se diventa oggetto di
un’attenzione speciale. Lo Shobogenzo di Dogen Zenji fissa delle regole
addirittura per l’igiene dentale.

Ma le attività davvero importanti per il buddismo, e che quindi occorre
regolare, sono elencate sotto il nome di Ottuplice sentiero. Per esempio,
c’è
la retta occupazione, consistente in prescrizioni sui mezzi di
sostentamento, e ovviamente ci sono la retta meditazione e la retta
consapevolezza. Ma non esiste una nona area morale chiamata la retta
sessualità, così come non esistono la retta relazione, il retto amore o il
retto matrimonio.

Queste sono preoccupazioni al centro dell’attenzione delle religioni
occidentali, ma verso le quali la religione buddista è profondamente
neutrale, perché non attengono direttamente al cammino che conduce
all’illuminazione.
Essere un amante cattivo, adultero, infedele, maldestro, morboso, contorto o
inetto non ritarda, in sé, il progresso sul cammino, così come essere un
amante esperto, onesto, diretto, franco e gentile non lo accelera.

Questo, io credo, è l’atteggiamento fondamentale del buddismo verso la
sessualità. Essa viene considerata un’attività priva di legami speciali al
sentiero spirituale, anche se indirizzabile verso quella direzione, allo
stesso modo in cui qualsiasi attività umana può diventare uno yoga. Per
questa ragione, nel sistema morale del buddismo in genere esistono poche
regole riguardo il sesso, sia pro che contro. In realtà, nei testi buddisti
il sesso viene raramente menzionato, così come il matrimonio non è quasi mai
considerato da un punto di vista morale.

Naturalmente, alcune persone ritengono che, siccome i monaci buddisti non
possono fare l’amore, la generale concezione buddista del sesso sia
negativa. Forse questo è sottinteso nella concezione cristiana del
monachesimo, ma non è l’atteggiamento buddista. Il codice monastico non è un
imperativo morale per i laici. Quando i monaci buddisti si allontanano dal
sesso, non stanno volgendo le spalle al male.

I monaci buddisti evitano la sessualità così come evitano qualsiasi attività
ordinaria. Le loro vesti sono costituite, per regola, di un indumento in tre
pezzi; i loro pasti sono limitati alla colazione e al pranzo; la loro vita
commerciale è ridotta allo zero. Tutto ciò non perché la dottrina buddista
ritiene che vi sia qualcosa di intrinsecamente cattivo o immorale nei
vestiti alla moda, gli affari o il sesso, ma perché la via monastica implica
l’abbandono delle attività quotidiane per migliorare la concentrazione o la
pratica della meditazione.

L’idea alla base del monachesimo cristiano è forse diversa. La decisione del
monaco cristiano di rinunciare al sesso sembra dovuta alla volontà di
evitare il male e abbracciare il bene, di allontanarsi dal mondo successivo
alla cacciata dal paradiso terrestre ed entrare in quello di Dio. Di certo,
dalle lettere di S. Paolo si ricava l’idea che la gente compie una scelta
morale quando decide di fare l’amore o di sposarsi, piuttosto che
indirizzare tutto il proprio amore verso la carità, la fede in Dio e i suoi
figli in generale. In molte sette cristiane si avverte l’esistenza di un
imperativo morale ad abbandonare l’amore individuale per una vita più
ascetica.
Questa concezione si basa su una distinzione operata da Platone e fatta
propria dai cristiani: quella tra “eros”, o l’amore sessuale, e “agape”,
l’amore
divino. Platone non aveva dubbi sul fatto che i due tipi di amore siano
collegati – “eros” e “agape” rappresentano entrambi l’amore per la
bellezza – ma “agape” è l’amore della bellezza più elevata, della bellezza
in sé, priva di legami inopportuni con la carne. E così, come gli dice
l’istruttore
di Socrate, è meglio trascendere i ragazzini per volgersi alla bellezza di
purezza più elevata.

San Paolo sembra seguire Platone quando evoca “agape” e non “eros” nel verso
13 della famosa Prima lettera ai corinzi, una delle cose più belle mai
scritte sull’amore. I cristiani dovrebbero abbandonare l’amore inferiore o
forse trasmutarlo in quello più elevato, lasciando che il desiderio sessuale
si evolva in “amore autentico” e quest’ultimo in “amore divino”.

Ma nel buddismo non esiste una siffatta scala verso le stelle; distinzioni
di questo tipo non sono tenute in gran conto. Sembra che i buddisti stiano
semplicemente affermando: “Riteniamo che è possibile lasciare il sesso fuori
dalla religione. Puoi fare sesso e lasciarti disorientare da esso per tutta
la vita, ma continuare a compiere buoni progressi spirituali. Non devi
venire a capo di ogni rompicapo filosofico per essere un Buddha”.

Com’è possibile che i filosofi buddisti non abbiano un’opinione su un
argomento tanto importante per la morale occidentale? Per via della
definizione buddista di identità. L’ebraismo, per esempio, è molto attento a
limitare l’attività sessuale alla procreazione, perché per le religioni
semitiche è fondamentale poter stabilire l’identità del padre. Conoscere la
tua famiglia è il primo passo per conoscere te stesso, e se non sai chi è
tuo padre, non puoi conoscere la tua famiglia. Da questo punto di vista, il
matrimonio serve a controllare l’attività sessuale; se quest’ultima fosse
priva di regolamentazioni, l’identità di una persona andrebbe perduta.
Ma nella letteratura buddista l’identità non discende dalla famiglia, bensì
dalle incarnazioni precedenti e dall’appartenenza a una comunità di
praticanti. Quando i primi discepoli si fecero monaci, lasciarono la casta e
la famiglia patriarcale per entrare in quella del Buddha. Quest’ultima era
tanto essenziale che nello Uttaratantra Shastra la natura stessa di Buddha
era definita “la famiglia”: “rig” in tibetano, “gotra” in sanscrito. Poiché
questa famiglia è quella importante, e l’aspetto principale dell’identità di
una persona è dato dalla discendenza in linea diretta da un guru o da
un’incarnazione
precedente, non occorre regolamentare il sesso e il matrimonio, ovvero gli
elementi determinanti dell’identità familiare.

Ovviamente, nei commentari buddisti vi sono dei passaggi in cui vengono
fissate delle regole sessuali. Non li analizziamo in modo approfondito
perché è difficile prendere sul serio queste proibizioni; esse sembrano
insicure e afflitte da idiosincrasia. Per esempio, Patrul Rinpoche espone
alcune regole sessuali in The Words of My Perfect Teacher. Una è: evitare
rapporti impropri, tra cui le fornicazioni alla luce del giorno e la
masturbazione. Patrul Rinpoche è molto preciso sulle conseguenze karmiche
negative della masturbazione. Questo dà da pensare.

Il tantra buddista, d’altra parte, sembra dare grande rilievo al sesso
fisico, un fraintendimento che ha appassionato generazioni di studiosi
occidentali frustrati ed eccitati. La compassione da sola ci imporrebbe di
correggere il loro punto di vista. Deve essere terribile ritenere la propria
vita sessuale – una realtà confusa e complicata in sé – qualcosa di
spirituale, trasferendo le inevitabili complessità del sesso al cammino
spirituale.

Il problema delle interpretazioni occidentali del tantra è di non saper
distinguere l’allegoria dal discorso letterale. Nel diciannovesimo secolo,
l’occidente
ha scoperto l’esistenza del tantra buddista e induista: sentieri che, come
l’alchimia
occidentale, enfatizzano la trasmutazione dell’ordinario nello spirituale.
L’iconografia
tantrica comprende rappresentazioni di divinità intente alla fornicazione,
di solito con molte teste e arti (ma gli organi sessuali, stranamente, sono
sempre rappresentati in modo fedele alla realtà), e forse per questo gli
studiosi occidentali hanno pensato che il tantra avesse a che fare con il
sesso. Da allora, in occidente questo fraintendimento ha seguito i su e giù
della moda.

Negli anni settanta era normale sostenere che il sesso tantrico fosse
semplicemente un’allegoria o una rappresentazione, attraverso un codice
figurativo di corpi splendidamente modellati, di astratte idee metafisiche.
Ma negli anni novanta, quando la gente ha cercato nel tantra un sostegno al
proprio libertinismo sessuale, il vecchio equivoco vittoriano secondo cui
l’iconografia
tantrica riguarda il sesso è tornato di moda.

I “thangka” sessuali sono allegorici esattamente come i “thangka”
raffiguranti divinità irate intente a sacrificare animali vivi e a mangiare
carne umana. Se queste cose fossero veritiere anche solo per l’1%, il
buddismo sarebbe una religioni di folli collerici e sconvolti.

Non faremmo lo stesso errore riguardo l’uso di immagini sessuali da parte
della religione occidentale. Il Cantico di Salomone è un’autentica opera
erotica; in molti canti una donna è alla ricerca dell’uomo che ama, lo
desidera ardentemente e alla fine giace con lui in amore. San Giovanni della
Croce imita il Cantico dei cantici nel suo Cantico spirituale, in cui evoca
la ricerca dell’unione con Dio da parte di un monaco in preghiera. San
Giovanni rappresenta se stesso come la sposa e Dio come lo sposo; l’elemento
sessuale non simboleggia un’esperienza sensuale, ma l’intensità del
desiderio del ricercatore e la forza penetrante, esplosiva dell’unione con
il divino. Comprendendo l’allegoria, non scambiamo San Giovanni della Croce
per un travestito lascivo che percorre la campagna spagnola alla ricerca di
uomini.

Se non capiamo il codice, fraintendiamo i testi buddisti che adoperano
immagini sessuali. Le schiere di divinità maschili e femminili “in unione”
visibili nei templi tibetani sono rappresentazioni allegoriche di stati di
illuminazione, descrizioni in codice della natura della mente assoluta e del
mondo fenomenico.

Esiste davvero uno yoga sessuale segreto. Una volta eliminate tutte le
allegorie, resta il fatto che alcune persone svolgono davvero una pratica
segretissima di cui non si sarebbe mai dovuto parlare in pubblico: una
pratica in cui l’atto della fornicazione si tramuta in una pratica
meditativa. Sono sicuro che questo è possibile, perché svolgo una pratica in
cui il mangiare diventa meditazione, e se questo può funzionare, qualsiasi
cosa può farlo.

Ma non mi fido dei libri in circolazione sullo yoga sessuale tantrico. È una
pratica così rara che non sicuro di aver mai incontrato qualcuno che l’abbia
fatta. Da quello che conosco dei testi segreti, ogni libro in circolazione
sull’argomento è sbagliato: un miscuglio fantasioso di illusioni, posizioni
sessuali induiste e brani dai tantra induisti tradotti.

È possibile che i buddisti tantrici sappiano qualcosa sui rapporti tra i
canali psichici e l’esperienza sessuale. I “nadi” (canali) regolano la
maggior parte delle attività biologiche – il respiro, la defecazione,
persino il pensiero – e sarebbe interessante studiare a fondo il tantra per
scoprire cosa dice tale scienza sul sesso. In ogni caso, questa resta una
materia occulta, e i pochi studiosi che la conoscono a sufficienza non ne
hanno tradotto i segreti.

Jeffrey Hopkins, nei suoi due libri sul sesso tantrico, sembra divulgarne i
segreti, ma così non è. Il suo primo libro, Tibetan Arts of Love, è una
traduzione di un commento speculativo sui manuali del sesso induista, opera
di uno studioso laico, Gendün Chöpel, famoso per il pensiero innovativo nel
campo della filosofia e della storiografia tibetane. La traduzione di Hopkin
non ci dice quale può essere stata la concezione tradizionale del buddismo
tantrico sul sesso, perché l’opera che sta traducendo, scritta nel secolo
XX, è innovativa da ogni punto di vista. È molto interessante, comunque.
Quello che ci dice è che dovremmo rileggere il Kama Sutra e studiare più
attentamente la via hindu alla felicità sessuale. L’opera di Gendün Chöpel è
affascinante e merita di essere posta accanto ad altri pensatori moderni,
come D. H. Lawrence e Alfred North Whitehead.

Il secondo libro di Hopkins, Sex, Orgasm and the Mind of Clear Light,
contiene le sue riflessioni basate su Gendün Chöpel e i manuali induisti sul
sesso. Un’analisi attenta del libro rivela che in esso sono pochissime le
idee riconducibili davvero al buddismo. La cosa interessante del libro è la
trasformazione, operata da Hopkins, delle posizioni eterosessuali induiste
in posizioni “omosessuali maschili”. Questa opera non rappresenta le idee
tibetane sul sesso e certamente provocherebbe uno shock in qualsiasi lama
tibetano, ma, nello spirito di Gendün, è molto creativa. Rappresenta il
lavoro di Hopkins, non la tradizione, e in quanto tale andrebbe giudicata.

C’è un passaggio dal quale debbo prendere le distanze. Eccolo: “Sulle mura
dei templi tibetani sono dipinti uomini con il fallo eretto e coppie
uomo/donna in unione sessuale. Chiaramente, il sesso non è distinto dalla
religione. Il fatto che questa religione sia tanto favorevole al sesso
deriva innanzitutto dal riconoscimento che ognuno desidera la felicità e non
vuole la sofferenza”.

Hopkins si sbaglia a pensare che quelle pitture sulle pareti dei templi
tibetani indichino che il buddismo consideri il sesso una via alla felicità.
Esse sono rappresentazioni in codice di dottrine metafisiche. Il sesso non è
una via alla felicità più di quanto non lo siano il mangiare o il guardare
la televisione. Egli sbaglia a definire il buddismo “favorevole al sesso”;
esso è neutrale verso il sesso. Per chi fosse afflitto dagli ostacoli
occidentali all’attività sessuale, la neutralità potrebbe sembrare una cosa
estremamente positiva, ma se i tibetani fossero davvero favorevoli al sesso,
per imparare qualcosa sull’argomento non avrebbero avuto bisogno di fare
affidamento sui manuali sessuali induisti.

Di solito, evito di criticare un uomo della cultura, l’intelligenza,
l’integrità
e la creatività di Hopkins. Ma in questo caso i suoi ultimi scritti
rientrano in un gruppo di opere più biasimevoli che hanno contribuito a
creare una falsa immagine della sessualità buddista. Per esempio,
recentemente una radio austriaca mi ha chiesto un’opinione su una delle
opere più fuorvianti di questo tipo: una folle diatriba di 800 pagine sul
Dalai Lama, la sessualità, il controllo della mente e il Kalachakra Tantra.

Quest’opera è una fantasia psicotica, ma dobbiamo accollarci il fastidio di
confutarla. Un decennio fa, avrei potuto semplicemente dire che nessuno
studioso serio avrebbe mai associato gli insegnamenti della tradizione del
Dalai Lama alla comune sessualità umana. Adesso, gli ultimi scritti di
tibetologi innovativi – i quali cercano nel tantra un sostegno non
necessario alle loro idee sul femminismo, l’emancipazione dei sessi o la
libera attività sessuale – hanno aperto la strada all’attuale
moltiplicazione degli equivoci più grotteschi.

Robin Kornman è professore di letteratura comparata e membro fondatore del
Malanda Translation Committee. Attualmente, con il sostegno del National
Endowment for the Humanities (Fondo nazionale per le discipline classiche) e
la fondazione Shambhala, sta traducendo il poema epico tibetano di Gesar di
Ling

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