Il Dalai Lama ci insegna ad attraversare indenni l’oceano sconosciuto della morte

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Il Dalai Lama ci insegna ad attraversare indenni l’oceano sconosciuto della morte

del Dalai Lama

Tratto da:
“Lungo il sentiero dell’illuminazione”
(Oscar Mondadori)

“Consapevolezza della morte”

“Come quando nella tessitura si giunge alla fine
e i fili sottili sono intrecciati tra loro,
tale è la vita degli esseri umani”
(Buddha)

E fondamentale essere consapevoli della morte, pensare che non si rimarrà a
lungo in questa vita. Se non sei consapevole della morte, non riuscirai a
trarre vantaggio da questa speciale vita umana che hai già ottenuto. La sua
importanza risiede nei significativi effetti che può produrre.

Si analizza la morte non per cadere preda della paura, ma per apprezzare
questa preziosa esistenza, durante la quale puoi compiere molte pratiche
importanti. Invece di spaventarti, devi riflettere sul fatto che, quando
giungerà la morte, perderai quest’ottima opportunità di fare pratica. In
tal modo, la meditazione sulla morte trasmetterà più energia alla tua
pratica. Devi accettare che la morte è nell’ordine naturale delle cose.
Buddha ha detto:

Un luogo dove stare al riparo dalla morte non esiste.

Non esiste nello spazio, non esiste nell’oceano.

E neppure se sei nel mezzo di una montagna.

Se accetti che la morte fa parte della vita, quando essa arriverà davvero,
ti risulterà forse più facile affrontarla.

Se una persona, pur sapendo nel profondo che la morte arriverà, evita
apposta di pensarci, il suo atteggiamento è inadeguato e controproducente.
La stessa cosa vale quando, non accettando la vecchiaia come parte
dell’esistenza, la si considera inopportuna e si distoglie di proposito il
pensiero. Ciò porta a non esserci preparati mentalmente e, quando per forza
di cose arriverà, la vecchiaia risulterà assai difficile.

*Molte persone sono fisicamente anziane, ma fingono di essere giovani.
Talvolta, quando incontro amici di lunga data, come per esempio senatori in
paesi quali gli Stati Uniti, li saluto con la formula «Vecchio amico mio»,
per dire che ci conosciamo da tanto tempo, senza voler necessariamente
alludere all’invecchiamento fisico. Ma quando mi esprimo così, alcuni mi
correggono con tono enfatico: «Non siamo vecchi! Siamo amici di lunga
data!». In realtà, loro sono vecchi – con segni dell’età come i peli
sulle orecchie – ma la cosa li fa sentire a disagio. È assurdo.

*Di solito penso alla durata massima di una vita umana nei termini di un
centinaio di anni che, rispetto alla vita del pianeta, sono un tempo
esiguo. Questa breve esistenza dovrebbe essere usata in modo da non
provocare dolore agli altri. Dovrebbe essere dedicata non ad attività
distruttive, ma a pratiche costruttive, o perlomeno a non fare del male
agli altri, a non creare loro problemi. Così, il breve lasso di tempo che
trascorriamo come turisti in questo mondo sarà significativo. È sciocco che
un turista, durante una breve visita a un certo luogo, crei problemi. È,
invece, saggio che in questo lasso di tempo tu, come turista, renda gli
altri felici; quando ti sposterai verso la tua prossima destinazione, ti
sentirai felice. Se crei problemi, anche se non incontrerai difficoltà
durante il soggiorno, ti chiederai comunque che senso abbia avuto la tua
visita.

*Del centinaio di anni di cui è costituita una vita, la prima parte la
trascorriamo da bambini e l’ultima da vecchi, spesso, come gli animali,
mangiando e dormendo. In mezzo ci sono sessanta o settantanni che vanno
usati in modo significativo. Buddha ha detto:*

Metà della vita è occupata dal sonno. Dieci anni trascorrono con
l’infanzia. Vent’anni si perdono con la vecchiaia. Dei venti anni che
restano, buona parte è occupata da pene, lamentele, dolori e agitazione e
una parte anche maggiore da centinaia di malattie del corpo.

Perché la vita sia significativa è fondamentale accettare la vecchiaia e
la morte come parte dell’esistenza. Avere la sensazione che la morte sia
quasi impossibile non fa che aumentare la cupidigia e i problemi, a volte
fino al punto di nuocere deliberatamente agli altri. Se osserviamo
attentamente con quanta maestosità e imponenza i cosiddetti grandi
personaggi – imperatori, monarchi e così via – fecero costruire residenze e
mura, ci rendiamo conto che, nel profondo del loro cuore, costoro erano
convinti di rimanere in questa vita per sempre. Una simile illusione è per
molti fonte di ulteriori dolori e problemi.

Anche per quanti non credono nelle esistenze future, la contemplazione
della realtà è produttiva, utile e scientifica. Essa apre la strada a uno
sviluppo positivo, poiché le persone, le menti e ogni altro fenomeno
derivato cambiano di momento in momento. Se le situazioni non cambiassero,
gli individui vivrebbero costantemente in una condizione di sofferenza. Ma,
sapendo che le cose sono in continuo mutamento, anche se stai attraversando
un periodo difficile puoi trovare conforto nel pensiero che la situazione
non rimarrà tale per sempre. Di conseguenza non c’è bisogno di sentirsi
frustrati.

Neppure la buona sorte è permanente; pertanto, è inutile dimostrare un
attaccamento eccessivo quando le cose vanno bene. Una prospettiva di
permanenza è la nostra rovina: anche se accetti che ci siano vite future,
il presente diventa la tua preoccupazione e il futuro perde rilevanza. Ciò
impedisce di sfruttare le ottime possibilità fornite da una condizione di
agio per intraprendere pratiche produttive. Una prospettiva di impermanenza
è di grande aiuto.

La consapevolezza dell’impermanenza richiede disciplina e capacità di
dominare la mente, ma questo non significa punizione o controllo
dall’esterno. Disciplina non significa divieto; significa, piuttosto, che,
quando sorge un conflitto tra interessi a lungo termine e interessi a breve
termine, si sacrifica il beneficio a breve termine a vantaggio di quello a
lungo termine. Questa è l’autodisciplina, che sorge dal riconoscimento
della causa e dell’effetto del karma. Se, per esempio, voglio che lo
stomaco torni a posto dopo una recente malattia, eviterò cibi agrodolci e
bevande fredde che pure, in condizioni normali, sarebbero appetitosi e
attraenti. Questo tipo di disciplina ha una funzione protettiva. Allo
stesso modo la riflessione sulla morte implica non punizione, ma
autodisciplina e autodifesa.

*Gli esseri umani hanno il potenziale necessario per creare cose buone, ma
per utilizzarlo appieno hanno bisogno di libertà. Il totalitarismo soffoca
tale sviluppo. In modo complementare, l’individualismo significa che tu non
aspetti qualcosa dall’esterno né rimani in attesa di ordini, ma sei tu
stesso fautore dell’iniziativa. In questo senso Buddha sollecitava spesso
una «liberazione individuale», cioè un’autoliberazione, non una liberazione
ottenuta attraverso un’organizzazione. Ogni individuo deve crearsi da solo
il proprio futuro positivo. Libertà e individualismo richiedono
autodisciplina. Se sono sfruttati nella direzione delle emozioni
afflittive, le conseguenze saranno negative. Libertà e autodisciplina
devono procedere di pari passo.

Ampliare la prospettiva

In una prospettiva buddhista, il sommo obiettivo consiste nel
raggiungimento della buddhità per essere in grado di aiutare un grande
numero di esseri senzienti; tuttavia, un livello intermedio può liberarti
dal doloroso ciclo della nascita, dell’invecchiamento, della malattia e
della morte; un livello più basso, ma pur sempre apprezzabile, è il
miglioramento delle tue vite future. Da qui puoi giungere alla liberazione
e infine, a partire da essa, puoi conseguire la buddhità. La tua
prospettiva, prima di tutto, si amplia fino a includere le vite future;
poi, grazie alla piena comprensione dei tuoi doveri, si approfondisce fino
a includere il ciclo della sofferenza da una vita a un’altra, e cioè
l’esistenza
ciclica o samsara. Infine, questa comprensione può essere estesa agli altri
grazie al desiderio compassionevole che tutti gli esseri senzienti vengano
liberati dalla sofferenza e da ciò che la causa. Questa compassione ti
spinge ad aspirare alla buddhità.

Per capire appieno la natura della sofferenza e dell’esistenza ciclica
devi prima concentrarti sugli aspetti profondi dell’esistenza che hanno un
effetto sulle vite future. Questa comprensione della sofferenza è a sua
volta indispensabile per il pieno sviluppo della compassione. Analogamente,
noi tibetani stiamo cercando di raggiungere un certo livello di autogoverno
in Tibet, per poter essere di aiuto alle persone nella nostra patria, ma al
contempo lottiamo anche per dare una solida base alla nostra condizione di
rifugiati in India. Il raggiungimento del primo obiettivo, che è il più
importante, dipende dal raggiungimento del secondo, che è temporaneo.

Svantaggi del non essere consapevoli della morte

Essere consapevole del fatto che morirai dà beneficio. Perché? Se non sei
consapevole della morte non darai peso alla tua pratica e trascorrerai
un’esistenza insensata, senza soffermarti a pensare quali atteggiamenti e
azioni producono sofferenza e quali felicità.

Se non sei consapevole del fatto che potresti morire presto, cadrai preda
di un erroneo senso di permanenza. «Morirò dopo, più tardi.» Poi, quando
arriva il momento, se anche vorrai compiere qualcosa di utile non avrai più
l’energia per farlo. Molti tibetani entrano in monastero in giovane età e
studiano testi sulla pratica spirituale, ma quando viene il momento di
praticare davvero non ne sono capaci. Questo accade perché non comprendono
a fondo l’impermanenza.

Se, dopo avere riflettuto su come praticare, decidi che devi assolutamente
farlo in ritiro, per mesi o anche per nnni, sei stato motivato dalla
conoscenza dell’imperma**nenza. Ma se tale imperativo non sarà sostenuto
dalla frequente contemplazione dei disastri dell’impermanenza, la tua
pratica si esaurirà. Ecco perché alcuni rimangono in ritiro per anni, ma
poi l’esperienza non si imprime sulla loro vita. Contemplare l’impermanenza
non solo motiva la tua pratica, ma la stimola.

Se hai un forte senso della certezza della morte e dell’incertezza del
momento in cui arriverà, la tua motivazione sarà interiore. È come se un
amico ti avvertisse: «Stai attento, sii giudizioso, un altro giorno sta
passando».

Potresti perfino lasciare la tua casa per la vita monastica. Se tu lo
facessi, ti verrebbero dati un nuovo nome e una nuova veste. Gli impegni,
inoltre, si ridurrebbero; dovresti cambiare atteggiamento, rivolgendo
l’attenzione a obiettivi più profondi. Se, tuttavia, continuassi a
occuparti delle superficiali attività di tutti i giorni (cibo gustoso,
begli abiti, case eleganti, conversazioni piacevoli, molti amici e
conoscenti, qualche nemico, se qualcuno ti fa qualcosa che non ti piace, e
quindi liti e discussioni), non staresti certo meglio che prima di entrare
in monastero e forse staresti perfino peggio. Ricorda che non basta
rinunciare a queste attività superficiali per imbarazzo o per paura di
quello che potrebbero pensare i tuoi amici che stanno facendo lo stesso
percorso; il cambiamento deve venire dall’interno. Questo vale tanto per i
monaci e le monache quanto per i civili che si dedicano alla pratica.

Forse sei preda di un senso di permanenza perché pensi di non morire
presto e, finché sei vivo, ritieni di avere bisogno di buon cibo, begli
abiti e piacevole conversazione. I meravigliosi effetti del presente ti
attraggono a tal punto che, per quanto siano poco significativi sul lungo
periodo, sei pronto a ricorrere senza vergogna a ogni sorta di esagerazione
e di stratagemma per ottenere quello che vuoi – fare prestiti a interessi
elevati, guardare gli amici dall’alto in basso, intentare cause in
tribunale – tutto per il gusto di avere beni in eccesso.

Poiché hai dedicato la tua vita a tali attività, il denaro **diventa più
allettante dello studio e, anche se tenti di praticare, lo fai con scarsa
attenzione. Se cade un foglio da un libro, può darsi che tu esiti a
raccoglierlo; ma se cade a terra del denaro, l’esitazione sparisce. Se
incontri qualcuno che ha davvero dedicato la vita a obiettivi più profondi,
può darsi che tale dedizione riscuota la tua approvazione, ma questo è
tutto; se, invece, vedi qualcuno elegantemente vestito che ostenta la
propria ricchezza, tu la desidererai, la bramerai, spererai di ottenerla a
tua volta, con un coinvolgimento sempre maggiore. Alla fine, farai
qualsiasi cosa per averla.

Quando ti concentri sui lussi di questa vita, le tue emozioni afflittive
aumentano e con esse il numero delle azioni cattive. Tali emozioni
controproducenti generano solo problemi, mettendo te e coloro che ti stanno
intorno in una posizione difficile. Anche se impari per sommi capi a
praticare le fasi del sentiero verso l’illuminazione, acquisisci sempre più
beni materiali e ti comprometti con un numero sempre maggiore di persone,
finché ti ritrovi, per così dire, a praticare le superficialità di questa
vita, a coltivare tristemente il desiderio per gli amici e l’odio per i
nemici, a tentare di trovare il modo di soddisfare queste emozioni
afflittive. A questo punto, pur sentendo parlare di una pratica reale e
benefica, sei portato a pensare: «Sì, certo, ma…». Un «ma» dopo l’altro.
Invero, ti sei abituato alle emozioni afflittive nel corso della tua
esistenza ciclica senza inizio, ma adesso ci hai aggiunto la pratica della
superficialità. Il che peggiora la situazione, poiché ti allontana da ciò
che potrebbe davvero aiutarti.

Mosso dalla bramosia, non troverai pace. Non renderai felici né gli altri
né, sicuramente, te stesso. A mano a mano che diventi più concentrato su di
te («il mio questo, il mio quello», «il mio corpo, la mia ricchezza»),
trasformi subito in oggetto della tua collera chiunque interferisca. Per
quanto tu possa ricavare dai «miei amici» e dai «miei parenti», loro non
possono aiutarti quando nasci e quando muori; arrivi qui da solo e da solo
dovrai andartene. Se *nel giorno della tua morte un amico potesse
accompagnarti, l’attaccamento sarebbe giustificato, ma è impossibile che
ciò accada. Quando rinasci in una situazione totalmente estranea, se un
amico della tua vita precedente potesse esserti di qualche aiuto, sarebbe
da tenere in considerazione, ma non c’è modo che ciò accada. Eppure,
nell’intervallo tra la nascita e la morte, per vari decenni è tutto un «il*mio
amico», «mia sorella», «mio fratello». Questa enfasi malriposta non
fa che aumentare l’illusione, la bramosia e l’odio.

Quando si enfatizzano gli amici, anche i nemici finiscono per esserlo.
Quando nasci, tu non conosci nessuno e nessuno conosce te. Anche se tutti
noi allo stesso modo vogliamo la felicità e non vogliamo la sofferenza, le
facce di alcuni ti piacciono e pensi: «Questi sono* miei* amici», mentre le
facce di altri non ti piacciono e pensi: «Questi sono* miei* nemici».
Assegni loro identità e soprannomi e così finisci per sviluppare desiderio
per gli uni e odio per gli altri. Che valore ha tutto ciò? Nessuno. Il
problema è che tanta energia viene investita in preoccupazioni che non
vanno al di là dei fatti più superficiali di questa esistenza. 11 profondo
lascia il posto al superficiale.

Se non hai praticato e nel giorno della tua morte sei circondato da amici
in lacrime e da altre persone coinvolte nelle tue faccende, invece di avere
qualcuno che ti ricordi la pratica virtuosa, ne risulteranno soltanto
problemi, problemi che tu stesso avrai attirato su di te. Dove sta
l’errore? Nel non essere consapevole dell’impermanenza.

Vantaggi dell’essere consapevoli dell’impermanenza

Se, tuttavia, non aspetterai fino all’ultimo per renderti conto che morirai
e valuterai, invece, realisticamente la tua situazione adesso, non ti
lascerai travolgere da obiettivi superficiali e temporanei. Non trascurerai
ciò che ha importanza a lungo termine È meglio decidere fin dall’inizio che
morirai e indagare su quali sono le cose che con*tano. Se tieni presente la
velocità con cui questa vita scompare, darai valore al tuo tempo e farai
ciò che ha valore. Se proverai un forte senso dell’imminenza della morte,
sentirai la necessità di dedicarti alla pratica spirituale e di migliorare
la tua mente, senza perdere tempo in distrazioni quali il mangiare e il
bere, le chiacchiere interminabili sulla guerra e sull’amore e i
pettegolezzi.

Tutti gli esseri vogliono la felicità e non vogliono la sofferenza. Usano
molti livelli di tecniche per eliminare sofferenze non volute, profonde e
superficiali, ma sono soprattutto gli esseri umani che, nella prima parte
della loro esistenza, fanno ricorso a tecniche atte a evitare sofferenze
future. Sia quelli che praticano sia quelli che non praticano una religione
cercano allo stesso modo, nel corso della vita, di ridurre alcune
sofferenze e di eliminarne altre, a volte accettando addirittura il dolore
per sconfiggere sofferenze più grandi e ottenere un certo grado di felicità.

Ognuno tenta di eliminare il dolore superficiale, ma c’è una categoria di
tecniche riguardanti l’eliminazione della sofferenza a un livello profondo
che mirano, come minimo, a ridurre la sofferenza nelle vite future e, oltre
a ciò, a eliminare tutte le forme di sofferenza individuale e universale.
La pratica spirituale appartiene a questo tipo più profondo.

Queste tecniche implicano un aggiustamento dell’atteggiamento; pertanto,
la pratica spirituale consiste sostanzialmente nell’aggiustare bene il tuo
pensiero. In sanscrito si chiama dharma, che significa «ciò che trattiene».
Aggiustando gli atteggiamenti controproducenti, in altre parole, ti liberi
da un certo livello di sofferenza e perciò sei trattenuto da quella
specifica sofferenza. La pratica spirituale protegge, o trattiene, te
stesso e gli altri dall’infelicità.

Comprendendo prima di tutto la tua situazione all’interno dell’esistenza
ciclica e cercando di trattenere te stesso dalla sofferenza, estendi la tua
comprensione agli altri esseri e sviluppi la compassione, il che significa
dedicare te stesso a trattenere gli altri dalla sofferenza. Il fatto che
tu, un essere solo, scelga di prenderti cura di molti altri ha un senso
pratico; inoltre, concentrandoti sul benessere di altri, tu stesso sarai
più felice. La compassione diminuisce la tua paura di provare dolore e
aumenta la tua forza interiore. Ti dà la sensazione di aver acquisito un
potere, di essere in grado di portale a termine i tuoi compiti. Ti dà un
incoraggiamento.

Ecco un piccolo esempio. Recentemente, durante una visita a Bodh Gaya,
sono stato male per via di un’infezione intestinale cronica. Durante il
tragitto verso l’ospedale avevo forti dolori addominali e sudavo
copiosamente. La macchina stava attraversando la zona del Picco
dell’avvoltoio (uno dei luoghi dove Buddha impartì i suoi insegnamenti),
costellata di villaggi molto poveri. Lo Stato del Bihar, in generale, è
povero, ma quella zona lo è in modo particolare. Non si vedeva neppure
l’andirivieni dei bambini da scuola. Solo povertà. E malattie. Conservo
vivido il ricordo di un ragazzino affetto dalla poliomielite, che aveva
protesi metalliche arrugginite alle gambe e grucce sotto le ascelle. Era
evidente che non aveva nessuno che si occupasse di lui. La scena mi ha
commosso profondamente. Poco più in là, nei pressi di una bancarella che
vendeva tè, un vecchio seminudo era caduto e giaceva a terra abbandonato.

Più tardi, in ospedale, ho continuato a ripensare a ciò che avevo visto e
a riflettere su quanto fosse triste il fatto che, mentre io ero lì
circondato da persone che si prendevano cura di me, quei poveri non
avessero nessuno che li aiutasse. 1 miei pensieri erano concentrati là,
anziché sulla mia personale sofferenza. Il mio corpo sudava copiosamente,
ma la mia preoccupazione era rivolta altrove.

In questo modo, sebbene il corpo fosse in preda a un forte dolore
(un’ulcera nella parete intestinale) che mi impediva di dormire, la mia
mente non soffriva di alcuna paura o disagio. Se mi fossi concentrato sui
miei problemi, avrei solo peggiorato la situazione. Ecco un piccolo **esempio,
tratto dalla mia esperienza, di come un atteggiamento di compassione possa
aiutare anche noi stessi, eliminando in qualche misura il dolore fisico e
tenendo lontana l’angoscia, sebbene tale pratica non sia direttamente di
aiuto agli altri.

La compassione rafforza la tua prospettiva e, infondendoti coraggio, ti
rende più rilassato. Quando la tua prospettiva include la sofferenza di un
numero illimitato di esseri, la tua sofferenza, al confronto, ti sembra
poca cosa.

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