Il Dalai Lama ci insegna ad attraversare indenni l’oceano sconosciuto della morte – 2

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Il Dalai Lama ci insegna ad attraversare indenni l’oceano sconosciuto della morte – 2

del Dalai Lama – 2a. parte

Consigli riassuntivi

1. Riconosci il valore del corpo umano che ti è stato donato, poiché è il risultato di molte buone cause passate. Apprezza il fatto che gli insegnamenti sono disponibili e pronti per essere messi in pratica.

2. Poiché questa preziosa vita umana può essere usata con potenti effetti benefici o distruttivi, ed è di per sé fragilissima, fanne buon uso.

3. La felicità fisica è solo un equilibrio occasionale di elementi nel corpo, non un’armonia profonda. Riconosci il temporaneo per quello che è.

4. Una mente disciplinata ti fa sentire in pace, rilassato e felice; se, invece, la mente non è in pace né disciplinata, sarai travagliato da timori e preoccupazioni, indipendentemente da quanto siano meravigliose le circostanze esterne. Comprendi che il fondamento della tua felicità e del tuo benessere risiede in una mente disciplinata e in pace. Essa è, inoltre, un grande beneficio per coloro che ti stanno intorno.

Terza strofa

Si possa noi comprendere che non c’è tempo da perdere, poiché la morte è definita, ma il momento della morte è indefinito.

ciò che è stato raccolto si separerà, ciò che è stato accumulato sarà consumato e non ne resterà traccia, alla fine dell’ascesa inizia la discesa, la finalità della nascita è la morte

Subiamo l’influsso di un’illusione di permanenza e così pensiamo che resti sempre moltissimo tempo. Questo ci espone al grande pericolo di sprecare la nostra vita procrastinando. Per contrastare una simile tendenza è importante meditare sull’impermanenza, sul fatto che la morte può giungere in qualsiasi momento.

Anche se non hai la certezza che morirai stanotte, quando sviluppi una consapevolezza della morte ti rendi conto che potresti morire stanotte. Con un simile atteggiamento, se c’è qualcosa che puoi fare per aiutare questa vita e la prossima, darai a ciò la precedenza su altre cose che aiuterebbero questa vita solo in modo superficiale. Inoltre, non avendo la certezza di quando arriverà la morte, eviterai di commettere azioni che danneggeranno la tua esistenza attuale e quelle future. A mano a mano che questo senso di cautela si svilupperà, ti sforzerai sempre di più di non accumulare predisposizioni sfavorevoli con azioni incontrollate. Sarai motivato a praticare, compatibilmente con le tue capacità, atteggiamenti che facciano da antidoto alle varie forme di una mente non disciplinata. E così, che tu viva un giorno, una settimana, un mese o un anno, quel lasso di tempo sarà significativo; i tuoi pensieri e le tue azioni si fonderanno su ciò che è benefico nel lungo periodo e quanto più a lungo vivrai tanto più essi saranno benefici.

Se, per contro, ti lasci influenzare dall’illusione della permanenza e passi il tempo a occuparti di questioni che non vanno oh^e la superficie di questa vita, andrai incontro a grandi perdite. Ecco perché in questa strofa il Pan-chen Lama ci fa notare quanto sia significativo considerare il valore di ogni singolo istante.

Prendiamo, per esempio, il mio caso. Ho sessantasette anni e sono il più vecchio dei tredici Dalai Lama che mi hanno preceduto, a parte il primo Dalai Lama, Gendun Drup, che ha vissuto più di ottant’anni. Il quinto Dalai Lama ha vissuto sessantasei anni; io sono più vecchio di lui… sono un vecchio! Ciò nonostante, grazie ai recenti progressi della medicina e al miglioramento delle condizioni di vita, ho qualche speranza di toccare gli ottanta o i novantanni, ma è certo che prima o poi dovrò morire. Noi tibetani pensiamo di potere allungare la durata della vita con alcuni rituali, ma io non sono affatto sicuro che chi li pratica viva più a lungo.

Per praticare un rituale di longevità è necessario avere una visualizzazione stabile nella meditazione concentrata. Inoltre è necessario comprendere la vacuità di esistenza intrinseca, cosicché a manifestarsi come tuo «sé» immaginario e ideale sia la saggezza stessa. Infine è necessario avere compassione e un’intenzione altruistica di diventare illuminati. Tali requisiti rendono difficili le meditazioni di longevità.

Poiché a rovinarci sono gli atteggiamenti di permanenza e di autoindulgenza, che serbiamo nel cuore come se fossero il centro della vita, le meditazioni più fruttuose sono quelle sull’impermanenza, sulla vacuità di esistenza intrinseca e sulla compassione. Senza di esse, rituali di longevità ed esperienze analoghe non saranno di alcun aiuto. Per questo motivo, Buddha ha messo in rilievo che le ali dell’uccello che vola verso l’illuminazione sono la compassione e la saggezza, le due forme di opposizione a quegli atteggiamenti di permanenza e di autoindulgenza che hanno sempre minato la ricerca della felicità.

Quando avevo quindici o sedici anni, ho studiato le fasi del sentiero verso l’illuminazione e ho cominciato a praticare alcune forme di meditazione per svilupparle. Ho cominciato anche a impartire insegnamenti nel corso dei quali dovevo dedicarmi sempre di più alla meditazione analitica, poiché insegnamento e meditazione analitica procedono di pari passo. L’argomento della consapevolezza della morte si articola in tre radici, nove ragioni e tre decisioni:

Prima radice: Contemplazione del fatto che la morte è definita

1. perché la morte arriverà sicuramente e, pertanto, non
può essere evitata

2. perché la durata della vita non può essere prolungata e diminuisce incessantemente

3. perché anche quando siamo vivi c’è poco tempo per la pratica.

Prima decisione: devo praticare.

Seconda radice: Contemplazione del fatto che il momento della morte è indefinito

4. perché la durata dell’esistenza in questo mondo è indefinita

5. perché le cause di morte sono molte, mentre le cause di vita poche

6. perché il momento della morte è incerto a causa della fragilità del corpo.

Seconda decisione: devo praticare adesso.

Terza radice: Contemplazione del fatto che nel momento della morte nulla aiuta, tranne la pratica

7. perché nel momento della morte gli amici non ci sono di aiuto

8. perché nel momento della morte la ricchezza non ci è di aiuto

9. perché nel momento della morte il corpo non ci è di aiuto.

Terza decisione: praticherò il non attaccamento a tutte le cose meravigliose di questa vita.

È nella natura dell’esistenza ciclica che ciò che è raccolto finisca per disperdersi: genitori, figli, fratelli, sorelle e amici. Gli amici alla fine dovranno separarsi, indipendentemente da quanto si vogliono bene. Guru e allievi, genitori e figli, fratelli e sorelle, mariti, mogli e amici – non importa chi sono – alla fine dovranno separarsi.

Dal momento che Ling Rimpoche, il mio precettore anziano, era in perfetta salute, pensare alla sua morte mi risultava quasi impossibile, intollerabile. Per me lui era una solida roccia alla quale potevo sempre appoggiarmi. Mi chiedevo come sarei potuto sopravvivere senza di lui. Ma quando fu colpito da un infarto, al quale ne seguì un altro più grave, la situazione diede a una parte della mia mente l’occasione di pensare: «A questo punto sarebbe meglio se lui se ne andasse». A volte sono perfino arrivato a credere che avesse deliberatamente preso su di sé quella malattia in modo che, quando fosse morto, io sarei stato pronto ad affrontare il compito successivo: andare alla ricerca della sua reincarnazione.

Oltre a separarci da tutti i nostri amici, la ricchezza e le risorse che accumuliamo con il passare del tempo – non importa quanto siano meravigliose – diventano alla fine inutilizzabili. Indipendentemente dall’altezza del tuo rango o della tua posizione, alla fine sei destinato a cadere. Per ricordarmi di ciò, quando salgo sull’alta piattaforma da cui impartisco i miei insegnamenti, nel sedermi recito tra me i versi del Sutra del diamante dedicati all’imperma-nenza:

Come una stella, un difetto visivo,
una lampada, un gioco di prestigio,
la rugiada, una bolla d’acqua, un sogno, un lampo e una nuvola: vedi così tutti i fenomeni.

Rifletto sulla fragilità dei fenomeni causati e poi faccio schioccare le dita. Il loro suono fugace simboleggia l’im-permanenza. Faccio tutto ciò per ricordarmi che ben presto scenderò dall’alto trono.

Ogni essere può vivere tanto o poco, ma alla fine è destinato a morire. Non ci sono alternative. Se tu dimori nell’esistenza ciclica, non puoi vivere al di fuori della sua natura. Per quanto meravigliose possano essere le cose, è nella loro natura che, insieme a te che ne trai godimento, debbano alla fine degenerare.

Non solo tu devi morire, ma non sai quando la fine arriverà. Se lo sapessi, potresti evitare di prepararti al futuro. Anche se mostri i segni di poter arrivare a una vecchiaia inoltrata, non puoi dire con una certezza pari all’uno per cento che oggi non morirai. Non devi procrastinare. Piuttosto, devi prepararti in modo che, se anche morissi stanotte, non avresti rimpianti. Se cominci a tenere presente l’incertezza e l’imminenza della morte, la tua consapevolezza di quanto sia importante usare con saggezza il tuo tempo si rafforzerà molto. Come dice lo studioso e yogi tibetano Tzong Khapa:

Quando si arriva a capire la difficoltà di trovare questo corpo umano, è impossibile starsene senza fare nulla.

Quando se ne coglie il grande significato, trascorrere il tempo in modo insensato è causa di affanno.

Quando si contempla la morte, si fanno i preparativi per entrare nella prossima vita.

Quando si contemplano le azioni e i loro effetti, si abbandonano le fonti di dissennatezza.

Quando queste quattro radici sono forti,
le altre pratiche virtuose crescono facilmente.

Pensare alla morte non solo serve a prepararti a morire e sollecita azioni che giovano alle vite future, ma influisce profondamente sulla tua prospettiva mentale. Per esempio, quando le persone non sono abituate a praticare la consapevolezza della certezza della morte, succede che, anche se la loro vecchiaia e il fatto che presto moriranno sono evidenti, gli amici e la famiglia sentono di non poter essere realistici con loro e arrivano al punto di complimentarsi per il loro aspetto fisico. Entrambe le parti sanno che è una menzogna. E ridicolo!

Talvolta anche i pazienti affetti da malattie terminali come il cancro evitano di usare termini come «morire» o «morte». Trovo quasi impossibile parlare con loro della morte incombente; non ne vogliono sapere. Per chi non riesce ad affrontare neppure la parola «morte», per non dire dell’esperienza in sé, l’arrivo della morte sarà probabilmente causa di grande disagio e di paura. Se, invece, incontro un praticante che sembra vicino alla morte non esito a dirgli: «Sia che tu muoia sia che ti riprenda, hai comunque bisogno di prepararti». Possiamo riflettere insieme sull’imminenza della morte. Non c’è bisogno di nascondere nulla, perché quella persona è pronta ad affrontare la morte senza rimpianti. Un praticante che pensa per tempo all’impermanenza sarà molto più coraggioso e felice nel momento della morte. Riflettere sull’incertezza del momento della morte fa sì che la mente sia in pace, disciplinata e virtuosa, perché va oltre gli aspetti superficiali di questa breve esistenza.

Consigli riassuntivi

1. Se coltivi la sensazione dell’incertezza del momento della morte, farai un uso migliore del tempo che hai a disposizione.

2. Per prevenire la procrastinazione della pratica spirituale, stai attento a non lasciarti influenzare dall’illusione della permanenza.

3. Renditi conto che, per quanto una situazione sta meravigliosa, è nella sua natura di dover finire.

4. Non pensare che ci sarà tempo in seguito.

5. Sii onesto a proposito della tua morte. Incoraggia sagacemente gli altri a essere onesti a proposto della loro morte. Non ingannatevi a vicenda coni complimenti, quando il momento della morte è vicino. L’onestà incrementa il coraggio e la gioia.

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