Viaggio attraverso il valore della Meditazione

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Viaggio attraverso il valore della Meditazione

La Meditazione

La meditazione (dal latino meditatio, riflessione) è, in generale, la
pratica di concentrazione della mente su uno o più oggetti, immagini,
pensieri (o talvolta su nessun oggetto) a scopo religioso, spirituale,
filosofico o semplicemente di miglioramento delle proprie condizioni
psicofisiche.

Tale pratica, in forme differenti, è riconosciuta da molti secoli come parte
integrante di tutte le principali tradizioni religiose. Nelle Upani?ad,
scritture sacre induiste compilate approssimativamente a partire dal VII
secolo, è presente il primo riferimento esplicito alla meditazione che sia
giunto fino a noi, indicata con il termine sanscrito dhyana

Nell’ambito della psicosintesi è definita uno stato della coscienza che può
essere ottenuto mediante l’indirizzamento volontario della nostra attenzione
verso un determinato oggetto (meditazione riflessiva) o mediante la completa
assenza di pensieri (meditazione recettiva).

La meditazione recettiva ha come scopo l’assenza di pensieri e permette alla
mente di raggiungere un livello di “consapevolezza senza pensieri”. È un
tipo di meditazione tipica di numerose filosofie e religioni orientali.

Nella meditazione riflessiva l’oggetto della meditazione può essere
qualsiasi cosa. In genere nella pratica vengono utilizzate visualizzazioni
di oggetti fisici oppure semplicemente oggetti che riguardano il mondo
interiore come emozioni o qualità, oppure immagini o testi sacri. Questo
tipo di meditazione è più vicina alla cultura occidentale

Percorsi personali
Esistono molti percorsi personali che non sono all’interno di una religione
o una filosofia e di cui la meditazione è strumento indispensabile per
approfondire i lati oscuri di noi stessi. Molti si avvalgono di un maestro
che permette loro di fare un cammino, un percorso che attraversa nuove
realtà e che si lascia alle spalle vecchi mondi, in un procedere verso la
maggiore consapevolezza di se stessi e della realtà.

Un aspetto fondamentale è la riduzione della sofferenza che insieme alla
maggiore consapevolezza abbisognano di un maestro. A tal fine occorrerà
conquistarsi un cammino e capacità di meditazione nella relazione con la
figura di riferimento. È importante che il maestro non sia solo
“padre”/”madre” ma una figura che possa essere lasciata per una nuova realtà
affettiva.
In particolare la meditazione del Buddha Sakyamuni e di altri saggi, non era
ascritta a nessuna religione o filosofia ma seguiva un cammino personale

Conferme da Studi Scientifici

Parecchi studi condotti fin dal 1970 su una tecnica specifica, la
meditazione trascendentale, hanno evidenziato la sua efficacia nella
diminuzione di ansia e stress e nel miglioramento della salute [1] [2] [3].
In seguito furono condotte altre ricerche e meta analisi coinvolgendo altri
metodi di meditazione.

Nella loro analisi comparativa sugli studi scientifici sulla meditazione,
pubblicato nel 2000 nell’ International Journal of Psychotherapy,
Perez-De-Albeniz e Holmes, hanno identificato le seguenti componenti in
comune con tutti i metodi meditativi:

rilassamento
concentrazione
alterato stato di coscienza
sospensione dei processi di pensiero logico e razionale
presenza di una attitudine alla autocoscienza ed alla auto-osservazione.

Numerosissimi sono gli studi della comunità medica sugli effetti fisiologici
della meditazione.

Il Dr. James Austin, neuropsicologo dell’Università del Colorado, ha
indicato come la meditazione Zen possa modificare le connessioni nervose del
cervello nel suo libro Zen and the Brain (Austin, 1999). Questo è stato
confermato mediante risonanza magnetica funzionale sull’attività del
cervello.

Recentemente uno studio scientifico americano pubblicato sulla rivista
Proceedings of the National Academy of Sciences, ha dimostrato effetti
rilevanti della meditazione secondo il metodo Integrative body-mind training
(tecnica nata in Cina negli anni ’90) sul miglioramento delle condizioni di
vita: la depressione si attenua, e le difese immunitarie si rinforzano. I
ricercatori hanno verificato che il gruppo di studenti che avevano applicato
avevano una concentrazione di cortisolo molto inferiore e una migliore
risposta immunitaria rispetto al gruppo di controllo. Dai questionari è
anche emerso che la meditazione aveva abbassato i livelli di rabbia, ansia,
depressione e di fatica. Il dottor Yi-Yuan Tang, il coordinatore della
ricerca ha così dedotto che i processi mentali la consapevolezza e
l’attenzione sono aspetti della vita che possono essere esercitati,
esattamente come i muscoli

www.medicinenaturali.org/la_meditazione.htm

Meditazione, Filosofia e Psicologia

L’Oriente incontra l’Occidente

Nella cultura occidentale lo studio della realtà interiore di un individuo
con le sue dinamiche, i suoi problemi ed i riflessi sulla vita quotidiana fu
per molto tempo trascurato e sottovalutato: fu Sigmund Freud all’inizio del
‘900 il primo ricercatore a dedicarsi allo studio sistematico della mente e
della coscienza, il primo a tentarne una comprensione scientifica e a
curarne in qualche modo gli scompensi e le disfunzioni. Nacque così la
moderna psicologia.

Nella cultura orientale la situazione è radicalmente opposta; non esiste
una “moderna” psicologia perché da millenni si conoscono la mente, l’anima,
il corpo e come essi stanno in relazione gli uni con gli altri. Il
Buddhismo, l’Induismo, il Taosimo e tutte le altre tradizioni spirituali e
religiose, ricercano all’interno dell’uomo il contatto con la divinità,
consapevoli che il vero problema sta nell’errata identificazione con la
mente e i suoi contenuti.

In modo molto sintetico potremmo dire la meditazione sta all’Oriente come
la filosofia prima e la psicologia oggi stanno all’Occidente.

La meditazione si avvicina molto alla filosofia occidentale; la differenza
più importante non è nei contenuti ma nei mezzi, nel senso che mentre il
filosofo ragiona usando la mente, il meditante medita, ossia fa una pratica
per annullare la mente. Questa differenza non è solo estetica, ma produce
due persone diverse: l’erudito e il saggio. Il primo dispone di una
conoscenza mentale, ossia frutto delle sue elucubrazioni, mentre il secondo
ha maturato una saggezza frutto delle sua esperienza. Il primo ha riempito
la sua mente di contenuti, il secondo l’ha svuotata e nel silenzio ha
percepito la Verità.

Esiste una storiella simpatica al riguardo: un giorno un erudito indiano
deve attraversare un fiume e chiede un passaggio ad un semplice barcaiolo.
Una volta sulla barca, egli domande al barcaiolo: “Conosci i Veda?”. “No”,
dice quello. “Allora un quarto della tua vita è andata persa” conclude
l’erudito.

Dopo un po’ di nuovo chiede:” Conosci lo Yoga?” “No” risponde nuovamente
il barcaiolo. “Allora due quarti della tua vita sono andati persi” risponde
l’erudito.

Mentre la barca prosegue nel suo percorso, egli fa una terza domanda:
“Conosci la meditazione?”. E di nuovo il barcaiolo nega. “Allora, tre quarti
della tua vita sono andati persi” conclude quello.

Ad un certo punto, la barca colpisce una roccia e l’acqua inizia ad
entrare velocemente. Il barcaiolo chiede all’erudito: “Sai nuotare?”. “No”
risponde quello. “Allora”, dice il barcaiolo, “tutta la tua vita va
persa!”.

Qual è invece il rapporto tra la meditazione e la psicologia?

Prima di tutto bisogna tracciare a grandi linee la differenza tra la
filosofia e la psicologia; mentre la prima sonda i misteri dell’uomo e il
suo rapporto con il divino e il cosmo, la psicologia studia la mente umana
allo scopo di risolverne i problemi e riportare l’uomo a vivere con successo
la propria esistenza.

Quindi, tornando al rapporto tra la meditazione e la psicologia, la prima
tenta di trascendere la mente, mentre la seconda cerca di sanarla, guarirla,
riportarla al pieno funzionamento.

Grazie alla psicologia è possibile recuperare le abilità perdute e vivere
con successo l’esistenza.

Grazie alla meditazione si comprende che esiste qualcosa al di là della
materialità e che la vera pienezza deriva solo dal contatto con il vero Sé,
quella connessione con la propria natura infinita ed illimitata.

Il mio intento non è quello di sostenere la superiorità della meditazione
rispetto alla psicologia, ma di mostrare che queste sono due strade diverse,
che rispecchiano le scelte profonde che la persona fa rispetto alla propria
esistenza.

Coloro che desiderano avere successo nella vita, è ai moderni approcci
terapeutici che devono rivolgersi, anche perché in questi ultimi
cinquant’anni si sono sviluppate tecniche straordinarie, in grado di aiutare
le persone a risolvere anche i traumi e le ferite più gravi.

Invece, coloro che si sentono attratti dal divino, dovrebbero conoscere e
praticare la meditazione, perché è solo trascendendo la mente che è
possibile conoscere se stessi.

Quest’ultima è la riflessione che spinge molti psicologi oggigiorno ad
approfondire i propri studi, a conoscere l’Oriente, a sperimentare nuove
linee di ricerca non convenzionali. Essi infatti scoprirono che la vera
causa del problemi mentali è la mente stessa, la coscienza individuale o
“Io”.

Esiste però anche il movimento opposto, ossia molti maestri spirituali
hanno dovuto conoscere meglio cosa sia la mente per aiutare i propri allievi
nella meditazione, in quanto i traumi e i blocchi che si possono accumulare
nella vita moderna non hanno paragoni con il passato, per cui se cinquemila
anni fa bastava sedersi su un prato e la meditazione appariva
spontaneamente, oggi occorrono intense sedute di terapia per avere un breve
respiro di sollievo.

La mia esperienza personale e di lavoro con centinaia e centinaia di
persone mi conferma questo fatto, ossia che per sostenere un individuo sul
proprio percorso di crescita occorrono conoscenze sia psicologiche che
spirituali, e dal loro sapiente mescolamento derivano mezzi e strumenti di
eccezionale valore.

Giacomo Bo

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Zen, Meditazione e onde cerebrali

Di: Dr. Renato Y. Manusardi renato.manusardi@altopotenziale.it

Il Dott. Renato Mansuardi, oltre ad essere uno stimato Psicologo e
Sociologo, è anche ” Professeur de BF-SAVATE – Maestro d’Armi e di Duello al
Codice d’Onore “(tratto da: www.altopotenziale.it)

La Meditazione.

La Meditazione è la pratica sperimentale del silenzio interiore, che produce
relax fisico, caduta delle tensioni mentali, abbandono fiducioso alla realtà
che ci circonda. É un modo per star bene con sé stessi, conoscere gli altri
ed essere felici. La Meditazione non è propriamente una “terapia”, ma un
Processo di Liberazione Interiore (IFP® – Inside Freedom Process),
finalizzato alla auto-guarigione individuale, alla piena autonomia e
gestione esistenziale, alla felicità interpersonale e sociale.

Le Scienze della Meditazione.

Le Scienze della Meditazione, il cui appellativo è anche quello di
Psicologia Olistica o Psycholistica®, rappresentano l’insieme dei princìpi,
dei metodi e delle tecniche che favoriscono il “Benessere” (Wellness) in
ambito individuale, interpersonale, professionale, comunitario ed aziendale.
Le Scienze della Meditazione intese come Psicologia ad indirizzo olistico,
sono formate dalle seguenti discipline salutiste:

Discipline finalizzate al Benessere/Wellness della Persona: Pratica della
Meditazione (Zen meditation training), Colloquio individuale (Counseling);

Discipline specificamente professionali e d’Impresa, per il
Benessere/Wellness dell’Azienda: Addestramento mentale all’azione
professionale (Coaching), Armonia dei rapporti tra le persone e i gruppi
(Reorganization), Arte del comando (Art of leadership);

Discipline di formazione sportiva e marziale: Addestramento mentale
all’azione e al gesto atletico (Zen & Art of Sword training), Pratica della
Meditazione in movimento (Nippon Tai Chi – Kin Hin – Zen Street).

Lo Zen meditation training.

Lo Zen meditation training, quale settore príncipe delle Scienze della
Meditazione, non vanta origini strettamente psicologiche, psicoanalitiche o
psicosomatiche, ma é una disciplina pneumo-energetica, perché affonda le sue
radici nella tradizione dello Zen, pur differenziandosi da esso per il suo
finedi auto-guarigione e di eccellenza delle performances neuro psichiche e
neurofisiologiche.

Con il termine pneuma-spirito, viene qui inteso il nucleo fondamentale,
l’origine, la fonte, l’essenza cosciente e consapevole della persona e della
individualità umana. Chiamato correntemente con l’appellativo spirito, o coi
termini scientifici di pneuma, coscienza personale o energia vitale, lo
spirito viene oggi considerato dalle più attuali concezioni olistiche
accademico-scientifiche, quale parte costitutiva della stessa natura umana
in concomitanza e in stretta correlazione con la sfera somatica e con quella
psichica.

Lo Zen meditation training, é disciplina psicolistica, perché intende curare
l’uomo nella globalità della sua struttura corpo-mente-spirito, una
struttura umana studiata come società interiore, microsocietà o società
monocellulare.

Lo Zen meditation training é disciplina psicolistica, perché attraverso una
nuova presa di coscienza dei propri ritmi neuro-bioenergetici (encefalico,
cardiaco, respiratorio), arriva ad ottimizzarli e a stabilizzarli attraverso
trattamenti operati appunto nella triplice dimensione corpo-mente-spirito,
in cui si manifesta e si viene esplicando la natura umana.

Respirazione Zen, fisiologia e onde cerebrali.

“La respirazione Zen non è paragonabile a quella Yoga, che tende a
raggiungere effetti psicofisici superiori. Secondo lo Zen, una respirazione
corretta, dal ritmo lento, possente, naturale, rende possibile vivere a
lungo in buona salute e in uno stato di equilibrio spirituale, mentre una
respirazione erronea determina debolezza, malattia, instabilità spirituale e
persino la morte.

Corpo e mente sono così profondamente uniti che l’influsso della
respirazione sulla mente stessa è sorprendente. Una respirazione profonda,
lenta, calma, possente spazza via le complicazioni mentali e la mente
diviene pura, chiara, luminosa e dolce; spegne le attività della mente e ci
permette di accedere allo stato di vuoto mentale. La respirazione
autenticamente Zen deve essere: naturale, mai forzata, mai artefatta, sempre
la stessa, sia seduti o camminando sia in ogni altra attività quotidiana;
l’inspirazione è viva, intensa; l’espirazione è lenta, profonda, possente;
l’aria viene espulsa lentamente, mentre la forza della espirazione discende
potentemente sino al ventre.

In condizioni normali, un essere umano respira circa 18 volte, ma se si
impegna in attività faticose il ritmo aumenta. Chi pratica lo Zen arriva
gradatamente a respirare solo 3-5 volte al minuto. Uno dei modi per ridurre
il numero dei respiri è quello di prolungare la durata dell’espirazione: lo
Zen insegna che si dovrebbe espirare così dolcemente che il flusso dell’aria
non muoverebbe una piuma sotto la punta del naso.

Espirare lentamente attraverso il naso e inspirare rapidamente attraverso il
naso. Questo metodo di respirazione coinvolge sia i muscoli addominali sia
quelli toracici.

Passiamo ora ad esaminare la fisiologia della respirazione, cercando di
capire perché una respirazione lenta sia più efficace. Come è ovvio, la
respirazione si divide in 2 fasi, ciascuna delle quali svolge una funzione
particolare. L’inspirazione porta un nuovo rifornimento di ossigeno ai
polmoni. L’espirazione espelle dall’organismo l’anidride carbonica
proveniente dal sangue e immagazzinata nei polmoni al momento
dell’espulsione.

A differenza dell’attività del cuore e di altri organi interni, la
respirazione è in parte soggetta al controllo cosciente. Il controllo della
respirazione, tuttavia, non è del tutto cosciente: quando si trattiene il
respiro per un tempo pericolosamente lungo, essa riprende automaticamente.

Nel sonno poi la respirazione è completamente automatica. Anche durante gran
parte del tempo in cui siamo svegli, respiriamo senza esserne coscienti. La
frequenza di respirazione varia automaticamente in funzione delle necessità
dell’organismo.

Il SNA regola questa funzione. Quando una persona si impegna in qualche
attività improvvisa o violenta, che richiede un consumo energetico elevato,
il ritmo della respirazione aumenta. Non sappiamo esattamente quante volte
al minuto un essere umano debba respirare: ma è certo che i 18 respiri al
minuto tipici della media delle persone in uno stato rilassato non sono
indispensabili per la vita e l’idea che una respirazione rapida fornisca
all’organismo una maggiore quantità di ossigeno è sicuramente errata.

In realtà, superficiale com’è, la respirazione veloce non riesce a portare
tutto l’ossigeno necessario ai polmoni, ma lo spreca nei bronchi; poi
siccome non elimina tutta l’anidride carbonica fa diminuire lo spazio
disponibile nei polmoni per raccogliere un rifornimento di ossigeno fresco.
Se invece si espira lentamente e completamente, in modo che nei polmoni non
resti CO2, si instaura una differenza di pressione e l’aria ricca di O2
fluisce naturalmente a riempire i polmoni ora vuoti.

Il controllo della respirazione è la prima cosa che viene insegnata ai
monaci Zen.

Quando la posizione del corpo è giusta e la respirazione è controllata, la
mente entra in quello stato di calma in cui è possibile la meditazione
profonda. Gli esperimenti condotti registrando le onde cerebrali di monaci
Zen in meditazione lo dimostrano. Le onde cerebrali sono l’unico indicatore
che possediamo delle condizioni del cervello.

Quando il cervello è in uno stato di tranquillità rilassata, emette onde
alfa. Quando invece si trova in uno stato di tensione emette onde beta o un
altro tipo di onde, ancora più intense, le onde gamma. In tutti gli stati di
calma e riposo completo – fatta eccezione per gli stati di incoscienza
causati da attacchi di epilessia – il cervello emette onde theta o delta. In
breve, quando una persona è arrabbiata, irritata o turbata, il suo cervello
emette onde beta; quando la sua irritazione raggiunge un’intensità
conflittuale, il suo cervello comincia a emettere onde gamma.

In periodi di tensione prolungata, predominano le onde beta, e non compare
quasi nessuna onda alfa. L’analisi scientifica-sperimentale della
respirazione zen, non può che confermare la sua esistenza come sistema
capace di far raggiungere alla mente uno stato libero da ogni tensione e
turbamento, perché dà luogo a un’emissione consistente di onde alfa. Che
questo sistema di controllo della respirazione abbia effetti salutari sia
sul corpo che sulla mente è dimostrato dall’uso che ne viene fatto nel
moderno trattamento dei malati di mente in Giappone e nel mondo
nordamericano”. (1) [Stralci da T. Hirai: Meditazione Zen come terapia – RED
1995]

Effetti della meditazione sul cervello.

“La meditazione allena la capacità di attenzione, mette al riparo da altri
modi di rilassamento, la maggior parte dei quali fanno vagare la mente come
vuole.

L’affinamento dell’attenzione dura al di là della sessione di meditazione
stessa: si mostra in una varietà di modi nel resto della giornata del
meditatore. Si è scoperto che la meditazione, per esempio, aumenta la
capacità di raccogliere sottili segnali percettivi nell’ambiente, e di
prestare attenzione a ciò che succede piuttosto che lasciare la mente vagare
altrove.

Ciò significa che nella conversazione con un’altra persona, il meditatore
sarà più empatico, poiché egli può prestare un’attenzione più intensa a ciò
che l’altra persona sta facendo e dicendo, e può raccogliere meglio i
messaggi nascosti che l’altro sta inviando.

Alcuni ricercatori di Harvard – Gary Schwartz, Richard Davidson e Richard
Margolin – confrontarono le persone addestrate nella Meditazione
Trascendentale (MT) con un gruppo addestrato nelle tecniche che si rifanno a
Gurdjieff. Il gruppo di Harvard testò i meditatori MT e di Gurdjieff uno a
uno. Essi ne osservarono i tracciati di onde cerebrali mentre il meditatore
si concentrava sulla sensazione della sua mano destra, e poi sull’immagine
di qualcuno seduto su una sedia di laboratorio. Gli psicologi registrarono
segnali da parte del cervello che controlla la visione e dalla parte che
controlla il movimento muscolare.

I risultati della ricerca mostrano che una tecnica di meditazione è quasi
altrettanto buona di un’altra per migliorare il nostro modo di governare lo
stress. I meditatori vi diventano più rilassati quanto più vi si dedicano.
Allo stesso tempo, diventano più attenti, cosa che altri modi di rilassarsi
mancano di procurare perché non esercitano la capacità di prestare
attenzione.

I cambiamenti di stato durante la meditazione sono stati un importante
fulcro di ricerca. La letteratura classica dice a chiare lettere che lo
stato prodotto dalla meditazione dipende dagli elementi specifici della
tecnica di attenzione utilizzata. Le tecniche di concentrazione, per
esempio, produrrebbero un restringimento della consapevolezza, raggiungendo
alla sua massima focalizzazione uno stato alterato in cui il meditatore si
dimentica di tutti gli stimoli esterni. Le tecniche di consapevolezza
produrrebbero uno stato di consapevolezza crescente agli stimoli, senza
alcuna assuefazione della risposta orientante”. (2) [Stralci da: D. Goleman:
La forza della meditazione – RIZZOLI 1997]

Proprietà terapeutiche della meditazione.

“La Psicologia del Buddhismo sostiene che la meditazione possa produrre
alcuni cambiamenti notevoli nella personalità. Recenti studi empirici sulla
personalità dei meditatori insistono sull’importante cambiamento previsto di
una diminuzione del negativo e di un aumento del positivo degli stati
psicologici.

Per esempio, i meditatori, raffrontati ai non meditatori, si sono rivelati
significativamente meno ansiosi (Ferguson-Gowan 1976; Goleman-Schwartz 1976;
Nidich e coll. 1973), registrano minori disordini psicosomatici, più stati
d’animo positivi, e sono meno nevrotici sulla scala di Eysenck (Schwartz
1973).

I meditatori mostrano inoltre una indipendenza crescente dai segnali
situazionali, vale a dire che possiedono una zona interiore di controllo
(Pelletier 1974); sono più spontanei, hanno una maggiore capacità di
manifestare contatto, si accettano di più, e hanno una più alta
considerazione di sé (Seeman e coll. 1972); sono più abili a entrare in
sintonia con un’altra persona (Lesh 1970; Leung 1973), e mostrano meno paura
della morte (Garfield 1974). Benché questi studi non fossero specificamente
destinati a confermare le formulazioni della Psicologia del Buddhismo
relativamente all’impatto della meditazione sulla personalità, le loro
scoperte tendono a confermare la sua premessa principale: che la meditazione
riduce gli stati negativi mentre aumenta quelli positivi.

Nel 1984 l’Istituto Nazionale della Salute statunitense (NIH) rilasciò un
rapporto unanime che raccomandava la meditazione (assieme alle restrizioni
di sale e dietetiche), piuttosto che la prescrizione di farmaci, come primo
trattamento per l’ipertensione leggera. Questo riconoscimento ufficiale fece
da catalizzatore per la diffusione della meditazione e di altre tecniche di
rilassamento come trattamenti in medicina e in psicoterapia.

Meditazione e rilassamento non sono la stessa identica cosa; la meditazione
è, nell’essenza lo sforzo di riaddestrare l’attenzione: da qui derivano i
suoi peculiari effetti cognitivi, come aumentare la concentrazione e
l’empatia del meditatore. L’uso più comune della meditazione, tuttavia, è
una tecnica di rilassamento facile e rapida.

Benché le radici orientali della meditazioni siano asiatiche, divenne
evidente ai ricercatori che, in termini di effetti metabolici, la
meditazione aveva molti punti in comune con le nostre tecniche di
rilassamento come il rilassamento progressivo di Edmund Jacobsen, il
biofeedback della tensione muscolare, il training autogeno di importazione
europea.

La meditazione però differiva dalle altre tecniche di rilassamento nella sua
componente di attenzione, come sottolineò Herbert Benson nel suo bestseller
La risposta rilassante, ma gran parte della sua qualità terapeutica
risiedeva nella capacità di portare il meditatore a uno stato di profondo
rilassamento. Con l’avanzare della ricerca sulle tecniche di rilassamento
per il controllo dei disordini da stress, le prove della loro efficacia sono
diventate più evidenti.

I cambiamenti neuroendocrini causati dal rilassamento profondo si sono
rivelati essere più profondi di quanto fosse stato creduto in precedenza dai
primi ricercatori, che osservarono le tecniche di rilassamento soprattutto
in termini di sollievo dalla tensione muscolare e dalla preoccupazione
mentale.

Ricerche biologiche più sofisticate hanno rivelato effetti profondi sulla
funzione immunitaria, così come una vasta gamma di altri cambiamenti con
specifiche applicazioni cliniche. Per esempio, Janice Kiecolt-Glaser (1984,
1985) scoprì che gli anziani residenti di una casa di riposo che usavano un
esercizio di rilassamento mostravano un aumento significativo delle loro
difese immunitarie contro tumori e virus.

Gli studenti di medicina che usarono queste tecniche durante lo stress degli
esami mostrarono livelli superiori di anticorpi del tipo T-helper contro le
malattie infettive. Forse il primo e più intenso interesse medico per il
rilassamento è stato il suo contributo per combattere le malattie cardiache.
I ricercatori che lavoravano con il Dr. Benson riferirono che la meditazione
diminuiva la risposta del corpo alla norepinefrina, un ormone rilasciato in
reazione allo stress. Benché la norepinefrina ordinariamente stimoli il
sistema cardiovascolare, aumentando la pressione sanguigna, non aveva il suo
effetto usuale nei meditatori; al contrario, i meditatori mostravano una
diminuzione della pressione sanguigna, lo stesso effetto che si ottiene con
i betabloccanti.

L’uso clinico del rilassamento per controllare l’alta pressione sanguigna,
specialmente nei casi leggeri, è divenuto un trattamento molto diffuso, come
riflette il rapporto del NIH; se praticato fedelmente, in molti casi può
sostituire il trattamento farmacologico, o diminuire la dipendenza da
farmaci. In uno studio inglese, nei pazienti allenati in questi metodi è
stata riscontrata una pressione sanguigna più bassa ancora quattro anni dopo
che l’allenamento era terminato (Patel e coll. 1985).

I benefici per i pazienti affetti da malattie cardiache vanno molto al di là
del controllo della pressione sanguigna: si è trovato che il rilassamento
aiuta ad alleviare la sofferenza da angina e aritmia e ad abbassare i
livelli di colesterolo nel sangue. Dean Ornish (1983) ha dimostrato che
l’esercizio di rilassamento accresce il flusso del sangue al cuore,
diminuendo il pericolo di ischemia asintomatica.

Anche i diabetici possono trarre beneficio dal rilassamento. Richard Surwit
(1983) scoprì che il training di rilassamento migliorava la regolazione del
glucosio in pazienti con diabete in età adulta. Usando il rilassamento
progressivo di Jacobsen con gli asmatici, Paul Lehler (1986) trovò che la
sua pratica diminuiva le reazioni emotive che spesso precedevano gli
attacchi, e migliorava il flusso nelle vie respiratorie ristrette.

Per i pazienti sofferenti, alcune forme di rilassamento offrono speranze
particolari. Jon Kabat-Zinn (1985) trovò che la meditazione della
consapevolezza, accoppiata allo Yoga, abbassava la dipendenza dagli
antidolorifici e diminuiva il livello di dolore nei sofferenti cronici. Le
cause del dolore variavano dal mal di schiena e dal mal di testa (emicrania
e tensione) ai diversi casi visti nelle cliniche del dolore. Quattro anni
dopo che il training era finito, i benefici permanevano ancora.

Le tecniche di rilassamento di tutti i generi sono state usate da medici su
pazienti di diverse patologie, particolarmente quando lo stress gioca un
ruolo fondamentale o aggrava il problema – e ci sono pochi casi in cui non
lo faccia. Alcune delle applicazioni più promettenti vengono individuate
negli effetti collaterali della dialisi renale e della chemioterapia del
cancro, dei disordini gastrointestinali, dell’insonnia, dell’enfisema e
delle malattie della pelle.

Il rilassamento è anche ampiamente usato come terapia aggiuntiva nella
psicoterapia, dove è stato accolto con favore molto prima della medicina”.
(3) [Stralci da: D. Goleman: La forza della meditazione – RIZZOLI 1997]

Dr. Renato Y. Manusardi

www.ilguerriero.it/codinopreatle/psicologia/zenmeditazione.htm

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