MEDITAZIONE – 5

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MEDITAZIONE – 5

da “Enciclopedia olistica”

di Nitamo Federico Montecucco ed Enrico Cheli

STATI DI COSCIENZA

RICERCHE SCIENTIFICHE SULLA MEDITAZIONE

A cura di Sebastiano Gelsomino

Introduzione

La meditazione definita da Wallance stato di veglia ipometabolico è una tecnica che permette di
raggiungere uno stato di rilassamento più profondo del sonno in una condizione di veglia vigile. Da
anni la scienza studia questi fenomeni per capirne i meccanismi e trovarne le cause.

La scienza occidentale fin dall’inizio del secolo è stata sempre interessata alle praticate
meditative orientali. Gli scienziati hanno studiato, attraverso una vasta gamma di strumenti, quali
sono le modificazioni psicofisiologiche dei soggetti meditanti. Naturalmente, ciò non vuol dire che
la strumentazione indaghi il vissuto soggettivo del praticante e ci spieghi quale sia il motivo
dell’esistenza millenaria di tali pratiche. Semplicemente analizza le manifestazioni fisiologiche
del soma durante la meditazione. Le tecniche di meditazione più studiate dagli scienziati sono
state: la Meditazione Trascendentale (MT) e la meditazione Zen della filosofia Buddista, queste due
tecniche sono le più note in Occidente e sono praticate dai soggetti in maniera omogenea.

Negli ultimi anni le tecniche meditative sono state studiate confrontandole con le tecniche di
rilassamento occidentali, questo al fine di valutare quanto le variazioni fisiologiche delle
tecniche orientali fossero reali e significative. Questo paragone oggi ha portato la psicofisiologia
a considerare la meditazione solo come una tecnica di rilassamento escludendo il contesto filosofico
entro il quale trova la sua giusta dimensione.

Durante la meditazione il soggetto raggiunge uno stato di rilassamento molto profondo, questo è
rilevabile attraverso registrazioni delle attività fisiologiche. In questo stato avvengono una serie
di modificazioni: la diminuzione del consumo di O2, dell’eliminazione di CO2, del ritmo e della
gettata cardiaca insieme al ritmo e volume della respirazione, una notevole diminuzione del lattato
ematico e della resistenza cutanea e le modificazioni dell’ EEG con coerenza totale alfa sia intra
che inter – emisferica e coerenza delle onde teta. Questi indici sembrano suggerire l’esistenza di
uno stato di coscienza diverso da quelli normalmente conosciuti come veglia, sonno e sogno.

La sincronizzazione dei due emisferi e la presenza di onde teta sono due caratteristiche peculiari
della meditazione: il primo aspetto indica che c’è una forte sinergia tra gli emisferi destro e
sinistro e i neuroni stanno lavorando in maniera sincronica; il secondo, tipico del sonno, sembra
teoricamente incompatibile con la veglia del soggetto meditante. Gli studi svolti suggeriscono che
la pratica meditativa sembra provocare una risposta integrata, o riflesso, che è mediata dal sistema
nervoso centrale.

Al contrario di quanto descritto da Cannon come “reazione di lotta o fuga”, dove il sistema nervoso
simpatico mette in moto una serie di risposte fisiologiche caratterizzate da un aumento della
pressione sanguigna, ritmo cardiaco, flusso di sangue e consumo di ossigeno, la meditazione produce
uno stato ipometabolico che può esser di aiuto ad alleviare ipertensioni e altri disturbi causati da
continui stimoli dell’ambiente che evocano risposte “lotta o fuga”.

La vigilanza e la stabilità del meditante è stata rilevata sottoponendo i soggetti a degli stimoli a
sorpresa durante la pratica (Orme – Johnson). Un soggetto di fronte ad uno stimolo improvviso
manifesta un abbassamento della reazione galvanica cutanea (G.R.S.). Questo indice indica che la
sudorazione cutanea è maggiore e che l’individuo è più teso. La sistematica diminuzione di
amplitudine della G.R.S. a ripetute esposizioni a un medesimo agente stressante, si chiama
assuefazione. Una persona rilassata in genere si assuefà più rapidamente di una persona tesa a uno
stress ripetuto che non richieda un’attenzione o una reazione immediata. I soggetti meditanti
manifestano una rapida assuefazione G.R.S. Questo dato indica che la meditazione porta ad una
stabilità del sistema nervoso autonomo che permette all’individuo di essere più adattabile e
resistente allo stress.

Classificazione delle onde elettriche del cervello.

Un individuo in condizioni di veglia di riposo, con occhi chiusi, il suo cervello emette
prevalentemente delle onde sinusoidali abbastanza regolari della frequenza di 8 – 13 Hz (ritmo
alfa). Se il soggetto apre gli occhi le onde diventano più veloci e con una ampiezza minore con una
frequenza superiore ai 13 Hz (ritmo beta). Sono state trovate delle onde molto più lente delle prime
due con un’ ampiezza maggiore che sono presenti durante il sonno e sono le onde teta con una
frequenza tra i 4 e gli 8 Hz e le onde delta con frequenza inferiore ai 4 Hz. Queste ultime
nell’adulto in condizioni di veglia hanno sempre un significato patologico.

La ricerca pionieristica

L’interesse scientifico dell’Occidente verso la meditazione iniziò intorno agli anni Trenta. La
cardiologa francese Therèse Brosse (1946) portò il suo elettrocardiografo in India nel 1935 per
verificare se certi yogi erano effettivamente in grado di controllare il loro sistema nervoso
autonomo. Le sue constatazioni parvero autenticare la possibilità del controllo volontario di
svariate funzioni autonomiche. Una successiva indagine condotta con un’attrezzatura più elaborata
dai neurofisiologi indiani Wenger, Bagchi e Anaud (1961), negò che coloro che praticavano lo yoga
potessero determinare del tutto le funzioni quali, ad esempio, il ritmo cardiaco al contrario nel
corso di un’altra indagine Wenger e Bagchi (1961) trovarono un soggetto il quale, a comando,
dimostrava il diretto controllo volontario sulla sudorazione della fronte. Sebbene Bagchi e Wenger
fossero tra i primi fisiologi a studiare degli individui in meditazione, essi riferirono alla
Società Americana di Elettroencefalografia nel 1958 che era difficile trovare persone veramente
esperte nei problemi della meditazione. Si erano portati un elettroencefalografo portatile per 4.000
miglia di strade indiane e potevano riferire su tredici soggetti soltanto. Sulla base dei loro dati,
anche se limitati, Bagchi e Wenger conclusero che la meditazione può rappresentare un singolare
stato di riposo profondo, in particolare per il sistema nervoso autonomo.

Successivi studi dimostrarono che lo stato meditativo abbassa l’indice metabolico. Su un numero
limitato di soggetti, i fisiologi giapponesi Sugi e Akutsu (1964) trovarono in alcuni meditatori
esperti un riposo molto profondo. Tali soggetti, nel corso della meditazione, diminuivano di circa
il 20% il loro consumo di ossigeno e l’eliminazione di anidride carbonica. I fisiologi indiani
Anand, China e Singh (1961) studiarono un meditatore indiano, Sri Ramanand Yogi, che per dieci ore
stette chiuso in una cabina a tenuta d’aria del loro laboratorio. Ogni mezz’ora i ricercatori
analizzavano un campione dell’aria all’ interno della cabina. Sri Ramanand diminuiva il consumo di
ossigeno durante il sonno. E’ notevole il fatto che, nelle dieci ore, Ramanand abbia consumato
soltanto il 70% di quello che si riteneva essere il minimo di ossigeno necessario per tenersi in
vita e che a un certo punto abbia consumato soltanto il 50% di questa quantità minima proposta. I
ricercatori giudicarono significativi questi risultati perché infirmavano il principio fondamentale
della fisiologia moderna secondo cui le funzioni vitali all’interno del corpo non sono alla portata
del controllo volontario. Poiché recenti ricerche indicano che gli effetti fisiologici della
meditazione sono naturali e spontanei, ci si potrebbe domandare se Sri Ramanand avesse davvero il
controllo volontario delle funzioni involontarie del suo corpo. Lo studio di Anand è importante
perché riferisce su uno stato di riposo senza precedenti.

Altri studi sulla meditazione hanno riportato modelli di onde cerebrali non riscontrati in altri
stati di coscienza. Anand (1969) studiò quattro meditatori indiani che mostravano una prominente
attività di onde alfa nei loro normali periodi di riposo e un marcato aumento dell’ampiezza delle
stesse onde durante la meditazione. I neuropsichiatri giapponesi Kasamatsu e Hirai (1969) riferirono
della comparsa di onde alfa in certi meditatori Zen nei primi 50 secondi dall’inizio del periodo di
meditazione. Le onde alfa generalmente aumentavano di ampiezza anche se i monaci meditavano ad occhi
aperti. In alcuni monaci il ritmo alfa rallentava in maniera singolare per diventare una successione
ritmica di onde teta con frequenza dimezzata rispetto a quella dell’attività alfa. I ricercatori
classificarono tali variazioni EEG in quattro stadi: la comparsa delle onde alfa (I), l’aumento
dell’ampiezza alfa (II), la diminuzione della frequenza alfa (III) e la comparsa delle successioni
ritmiche teta (IV). Ulteriori ricerche dimostrarono che più sono gli anni che un soggetto ha passato
praticando lo Zen, più sono probabili delle pronunciate variazioni EEG nel corso della sua
meditazione. I soggetti con meno di cinque anni di pratica meditativa mostrano una predominanza
dello stadio I; in quelli invece che hanno praticato lo Zen per più di vent’anni prevalgono gli
stadi III e IV. Il livello di sviluppo spirituale dei monaci, valutato da un maestro Zen, è
strettamente correlato al grado della variazione EEG. I ricercatori ipotizzano che “i gradi di
variazioni EEG nel corso della meditazione Zen sono paralleli al profitto dei discepoli nella
pratica dello Zen. I quattro stadi delle variazioni EEG riflettono sul piano fisiologico lo stato
mentale durante la meditazione Zen.”

Robert Keith Wallace fu il primo scienziato americano a intraprendere l’indagine scientifica dello
stato di coscienza nella pratica della Meditazione Trascendentale. La sua tesi di Ph. D., sostenuta
nel 1970 alla scuola di Medicina dell’Università della California a Los Angeles, sugli effetti
fisiologici della Meditazione Trascendentale, costituisce una pietra miliare. In seguito, alla suola
di Medicina di Harvard, assieme a Herbert Benson, cardiologo e professore aggiunto di medicina, egli
proseguì le sue indagini sulla potenziale applicazione della MT al campo della salute. Fu scelta la
Meditazione Trascendentale come tecnica orientale di meditazione perché era praticata da molti
americani che costituivano un gruppo abbastanza eterogeneo facilmente raggiungibile e che avevano
appreso la tecnica in maniera omogenea. Inoltre, a differenza dei meditatori indiani e giapponesi,
precedentemente osservati, coloro che praticavano la meditazione Trascendentale erano esenti da
speciali osservanze religiose, dietetiche o ritualistiche che potevano in parte essere delle
variabili in sede di studio.

La meditazione oggi

Wallace oggi viene considerato l’iniziatore dei lavori sistematici sulle tecniche meditative,
quest’ultime sono classificate dalla moderna psicofisiologia tra le strategie di rilassamento
insieme al Training Autogeno, Rilassamento Progressivo e Biofeedback (Vaitl 84).

In questa classificazione è chiaro che per la scienza occidentale le tecniche meditative sono più
vicine ad una tecnica di rilassamento che ad una forma di autoconoscenza. Le tecniche occidentali di
rilassamento quali Training Autogeno, Rilassamento Progressivo ecc. sono utilizzate come forma di
riposo soprattutto quando si è stressati. L’uomo occidentale è propenso verso l’azione e se questa
diventa continua può portare ad un esaurimento delle proprie energie. Per l’occidentale le tecniche
di rilassamento non sono altro che delle forme concentrate di riposo. Questo discorso non può esser
fatto per l’Oriente dove, escluso i Giapponesi, il concetto di stress non è molto diffuso e di
conseguenza nemmeno le tecniche rilassamento. C’è da chiedersi: qual’è la funzione delle tecniche
meditative? Le tecniche di meditazione da noi conosciute provengono da delle scuole di discepolato i
cui membri erano e sono persone che hanno scelto un determinato stile di vita; così la meditazione
Buddhista proviene dai monasteri Buddhisti del Tibet, la Meditazione Trascendentale, divulgata in
Occidente da Maharishi, proviene dalle scuole Shankaracharya dell’India. In questi ambienti la
pratica della meditazione era ed è una tecnica pratica verso il cammino autoconsapevolezza
(illuminazione per gli orientali). Qualcosa di molto simile ma in forma ridotta avviene tra gli
occidentali che praticano delle tecniche di rilassamento: le persone che praticano Training Autogeno
riportano di essere più soddisfatte perché la pratica quotidiana del training rappresenta un
rapporto con se stesse in un’atmosfera di completo silenzio dei propri pensieri. Questo secondo noi
potrebbe rappresentare il primo passo verso l’autoconsapevolezza: il silenzio con se stessi. Un
passo molto piccolo non c’è dubbio, ma nel suo piccolo efficace.

Obiettivo di questi esercizi di concentrazione è l’ interruzione dell’ abituale decorso del pensiero
e dell’ associazione, come conseguenza di uno stato di rilassamento psicofisico (Benson 1975). Negli
individui che praticavano Meditazione Trascendentale si osservò un aumento della tendenza alla
sincronizzazione elettroencefalografica nelle regioni centrali e frontali della corteccia cerebrale
( Wallance 1970). Questa sincronizzazione compariva con maggiore frequenza e durata nei soggetti
esperti di meditazione che nei principianti (Brown 1972). Banquet (1972) condusse ricerche
comparative per determinare per determinare le variazioni elettroencefalografiche durante la
meditazione, durante un semplice rilassamento e nella fase di addormentamento. Tutti i soggetti che
facevano meditazione mostrarono, all’inizio e alla fine della meditazione, periodi alfa di ampiezza
elevata e frequenza ridotta. Nei soggetti con avanzate esperienze di meditazione la stimolazione
sonora e luminosa provocava la reazione di arresto del ritmo alfa dell’EEG, sebbene i soggetti
fossero in grado di rispondere prontamente a ogni domanda e di eseguire movimenti volontari. I
periodi teta si differenziavano dalle forme miste osservabili durante la fase di addormentamento. In
alcuni di tali soggetti fu inoltre possibile osservare dei fusi di ampiezza elevata (fino a 60 nV) e
onde beta ritmiche di circa 20 Hz. In assenza di attività muscolare queste si differenziavano
chiaramente dai modelli elettroencefalografici attivati durante lo stato di veglia normale. Sulla
base di questi reperti si può supporre che la tecnica della meditazione favorisca una veglia
corticale in cui la limitazione dell’attenzione filtra gli stimoli esterni e le attivazioni
elettroencefalografiche di breve durata risultano in tal modo represse.

Osservazioni analoghe sono state fatte su pazienti (monaci) che praticavano meditazione zen. Comune
a entrambe le tecniche, quella della Meditazione Trascendentale e quella buddhista zen, è il metodo
dell’orientamento dell’attenzione verso un’unica e immutabile fonte di stimoli (come l’ascolto del
respiro o l’uso di un mantra). Nei confronti degli stimoli distraenti si consiglia, e si apprende
nel corso della meditazione, un atteggiamento di attesa e disinteresse. Le differenze consistono nel
fatto che la meditazione Zen si effettua ad occhi aperti, quella Trascendentale invece ad occhi
chiusi. Ciò può influire sulle trasformazioni dei processi nervosi centrali durante la meditazione.
Le variazioni osservate nell’EEG di monaci Zen (Kasamatsu e Hirai, !969) indicano che, analogamente
agli altri procedimenti di induzione del rilassamento, si perviene a un abbassamento del livello
eccitatorio della corteccia (aumento delle ampiezze alfa, presenza delle onde teta). Quanto
all’abituazione, per la reazione di arresto alfa in seguito ad una ripetuta presentazione di stimoli
acustici, sembra esserci una differenza dei modelli di reazione corticali tra soggetti che non
praticano la meditazione Zen e soggetti che la praticano. L’assenza di abituazione alla reazione di
orientamento nei soggetti dediti alla meditazione Zen potrebbe indicare un livello di attenzione
costante e stabilizzato. Come nel gruppo di controllo di questo studio anche nella Meditazione
Trascendentale, in seguito a una ripetizione di stimoli, cessò la risposta di orientamento, il che
sembra indicare una normale disponibilità all’abituazione. La prontezza della reattività corticale
diminuisce in questo caso con intensità maggiore che dopo una lunga meditazione Zen.

Dati ancora non chiari

Wallace (1970) ha definito “stato ipometabolico” i modelli di variazione vegetative durante la
Meditazione Trascendentale. Tale stato è caratterizzato da un abbassamento del tono muscolare, una
diminuzione della frequenza cardiaca, del volume-minuto cardiaco e della frequenza respiratoria, una
riduzione del consumo d’ossigeno, sotto un limite oltre il quale non si scende neppure durante il
sonno, una diminuzione del pH del sangue e una riduzione del contenuto di lattato nel sangue.
Orme-Johnson (1973) rilevò che la meditazione eleva la resistenza cutanea e ne riduce le
oscillazioni spontanee. Tale osservazione condusse alla conclusione che la Meditazione
Trascendentale favorisca la stabilizzazione delle funzioni autonome (Orme – Johnson 1973). In base
alle ricerche psicofisiologiche pubblicate all’inizio degli anni settanta, trovò ulteriore conferma
l’ipotesi che le tecniche meditative siano in complesso adatte alla profilassi dello stress. Studi
successivi indussero a mettere in dubbio che le variazioni psicofiologiche provocate siano da
attribuire a una specifica tecnica. Non si poté così stabilire alcuna differenza nelle variazioni
della frequenza respiratoria (Cauthen e Prymack 1977), della frequenza cardiaca (Puente e Beiman
1980) o dell’attività elettrodermica (Morse, Martin 1977). Travis, Kondo e Knott (1976) osservarono
persino che il gruppo di controllo riusciva a ridurre tanto la frequenza cardiaca che l’attività
elettromiografica meglio del gruppo dei soggetti sottoposti a meditazione.

Primi studi sulla sincronizzazione

Come abbiamo visto durante la pratica della MT le registrazioni EEG mostrano che vi è un’alta
sincronizzazione inter emisferica. Questo vuol dire che i due emisferi lavorano in modo sincrono e
il cervello funziona come un singolo organo.

Durante lo stato di veglia i nostri emisferi sono desincronizzati, o meglio lo stato di veglia è
caratterizzato dalla desincronizzazione inter ed intra emisferica. Nello stato di veglia una
desincronizzazione cerebrale è associata ad una buona prestazione. Studi fatti dai russi (Simonov)
hanno rilevato nei piloti dell’aeronautica che una sincronizzazione intorno ai 15 Hz, prima del
volo, era associata ad un alto rischio di incidenti, questo avveniva perché il pilota per poter
pilotare il veicolo doveva adoperare contemporaneamente entrambi le mani in operazioni differenti.

Da studi fatti dalla USSR Acadamy of Pedagogical Sciences di Mosca è emerso che durante la
risoluzione di compiti mentali non verbali l’emisfero dominante è quello destro, mentre nella
risoluzione di compiti verbali l‘emisfero dominane è quello sinistro.

Il fenomeno della desincronizzazione avviene perché durante la veglia noi utilizziamo parti
specifiche del cervello per la risoluzione di problemi quotidiani. Al contrario il cervello in stato
di riposo ad occhi chiusi presenta un’attività elettrica diffusa ed ampia per tutto lo scalpo.

Ma cosa vuol dire che il nostro cervello in particolari stadi, quali la meditazione, è altamente
sincronizzato?

Sulla sincronizzazione degli emisferi sono stati fatti molti studi proprio per valutare il
significato di questo dato e i suoi effetti. Al Medical School of Hannover of Germany è stata
studiata la relazione tra coerenza inter – emisferica ed emozioni; su uno studio fatto su 32
volontari addestrati ad immaginare eventi di vita conflittuali o piacevoli è emerso che situazioni
di gioia erano associate ad un incremento della coerenza nelle onde alfa mentre situazioni di ansia
e preoccupazioni provocavano una diminuzione della coerenza.

In Human Physiology 1990 i russi Konovalov e Serikov studiarono l’associazione tra la
sincronizzazione tra i due emisferi e gli stati emozionali negativi in una persona soggetta
all’azione di un agente stressore. Questi autori scoprirono che una stato emotivo spiacevole era
associato con un’asimmetria interemisferica.

Ancora in Journal of Personality and Social Psycology 1990 Tomarken e coll. studiarono 32 soggetti
adulti durante la proiezione di films studiati per provocare emozioni positive e negative. Gli
sperimentatori trovarono una forte correlazione tra le risposte di paura ai films e la
desincronizzazione nel ritmo alfa tra i due emisferi.

Questi studi ci mostrano come la sincronizzazione tra i due emisferi è associata a stati di
benessere ed emozioni positive mentre la desincronizzazione è correlata con situazioni stressanti ed
emozioni negative.

In un esperimento della Maharishi International University, Iowa U.S.A., fu studiato lo stato di
coscienza durante la Meditazione Trascendentale. Ad un insegnante di MT fu chiesto di premere un
pulsante quando, durante la meditazione, percepiva uno stato di consapevolezza e profondo benessere,
un’esperienza descritta come “pura consapevolezza”. Dallo studio risultava che il soggetto premeva
il pulsante quando l’EEG registrava picchi di coerenza inter – emisferica del 100%, cioè quando
l’attività del cervello era perfettamente sincronica.

Fenomeni di alta sincronizzazione sono stati studiati durante gli stati meditativi in particolare
nella pratica della Meditazione Trascendentale.

Attualmente si stanno svolgendo degli studi nell’Università di Padova, con l’uso del Brain
Olotester, sui livelli di sincronizzazione dei due emisferi durante gli stati di Meditazione
Trascendentale e di Training Autogeno. Lo scopo è quello di vedere se è possibile fare il confronto
tra due tecniche molto simili ma nello stesso tempo diverse, provenienti da due culture totalmente
differenti. Scoprire se gli alti livelli di sincronizzazione sono raggiungibili anche attraverso il
Training Autogeno, durante il quale i soggetti sperimentano una stato di profondo riposo attraverso
delle induzioni date al proprio corpo. E’ noto che nel cervello esiste una mappa completa del nostro
corpo (homunculus sensitivo) che ci permette di avere coscienza del corpo e una sua rappresentazione
mentale. Attraverso il rilassamento del soma il Training Autogeno porta alla distensione della
mente. Nella meditazione avviene il contrario, cioè attraverso la distensione della mente, di
riflesso, il corpo si rilassa. L’ipotesi che si vuole verificare è se la sincronizzazione è data
dallo stato di profondo riposo in condizioni di veglia, caratteristiche comuni ad entrambe le
tecniche.

L’importanza delle onde teta nella meditazione

Sono stati fatti parecchi studi sull’attività elettrica del cervello dei soggetti praticanti
Meditazione Trascendentale (MT).

In molti studi è risultato che durante la MT l’EEG mostra lunghe tracce di onde teta in molti
soggetti esperti meditatori (Wallance 1970; Banquet 1973; Glueck and Stroebel 1975; Levine 1976).
Hirai (1974) osservò in monaci Zen che da oltre venti anni praticavano meditazione la presenza,
durante la pratica, di onde teta di basso voltaggio. Anche gli studi fatti da Banquet (1973; 1974)
con EEG durante la MT mostrano la presenza di brevi tratti di onde teta fino a 100 nV.

Hebert e Lehmann in un loro esperimento sulle onde teta studiarono un gruppo di soggetti che per
l’esperimento erano divisi in tre gruppi: 78 meditatori, 54 gruppo di controllo e 36 per il gruppo
“inizio sonno”. Per i primi due gruppi furono utilizzati 10 elettrodi per l’EEG e contemporaneamente
ECG, EMG, EOG; inoltre, fu registrato il ritmo respiratorio e la resistenza elettrica della pelle.

Il gruppo di controllo e il gruppo di addormentamento “inizio sonno” non mostrarono una
significativa presenza di onde teta (4 – 7,5 c/sec). Al contrario nel gruppo dei meditatori erano
presenti tracce di onde teta di uguale ampiezza in entrambi gli emisferi; i più alti voltaggi erano
registrati nei canali frontali. La durata delle onde teta variava considerevolmente: da un secondo
(non significativo per la ricerca) ad un massimo di 8 secondi. Durante l’attività teta non era stata
registrata nessuna alterazione significativa nei valori del ritmo cardiaco, della resistenza
elettrica della cure e dell’ attività muscolare. In un solo soggetto il ritmo respiratorio ed in
particolare la fase espiratoria era in stretta relazione con i picchi delle onde teta. In questo
studio il 30% dei meditatori mostrava un EEG con brevi tratti di onde teta ad alto voltaggio. In
media le onde teta apparivano ogni 2 minuti e duravano 1,8 secondi con una ampiezza media di 135 nV.
I tratti di onde teta erano preceduti e seguiti da onde alfa. Durante i tratti teta i soggetti
venivano interrotti per avere delle informazioni sul loro stato di coscienza. Le esperienze di quel
preciso momento, prima di essere interrotti, erano indicate come uno stato di benessere dove il
senso dell’ orientamento era inalterato e non c’era nessuna esperienza legata al sonno. Il gruppo di
controllo non mostrò nessun tipo di attività teta durante la fase di rilassamento.

Attività continua teta a basso voltaggio durante la meditazione (Wallance 1971; Hirai 1974; Glueck e
Stroebel 1975) e durante le prime fasi di addormentamento è ben conosciuta (Hess 1964; Rechtschaffen
e Kales 1968). Il tipo di attività teta presente in questo esperimento è tuttavia differente nel
tempo di apparizione e nell’ampiezza da quelli descritti da tali esperimenti. Di solito le onde
lente, parossistiche, ad alto voltaggio (Gibbs 1967), molto simili all’attività teta dei meditatori,
in soggetti normali sono interpretate come segnale d’allarme per la presenza di disordine
neurologico; in nove meditatori dell’esperimento erano presenti questo tipo di segnali. I meditatori
mostrano questo tipo di attività teta anche durante il rilassamento e nella prima fase di
addormentamento. L’ipotesi è che queste attività teta sono il risultato della pratica della MT.
Studi indicano che esiste una distinzione tra il periodo di inizio sonno e la MT (Levine 1976). La
presenza di tratti di onde teta durante la meditazione può rappresentare un meccanismo di
regolazione dello stato funzionale del cervello, tale fenomeno è presente nella fase REM (Jouvet
1960). Altre caratteristiche presenti durante la MT sono la sincronizzazione EEG e la riduzione
della frequenza dominante che, di solito, associate con una percezione soggettiva di rilassamento
(Brown 1971), con esperienze gradevoli nei bambini (Maulsby 1981), in stati di inibizione interna in
esperimenti di condizionamento con animali e nell’uomo (ad esempio nelle dimostrazioni di tolleranza
al dolore nei fachiri) (Larbig 1982), con comportamenti rilassanti come “il bere il latte”
(Cervantes 1971), con le fusa nei gatti (Beyer 1971). I tratti di onde teta sono legate alle
esperienze di soddisfazione e realizzazione riportate dai meditatori (Hjelle 1974; Glueck 1975). La
sincronizzazione EEG ad alto voltaggio normalmente non è presente negli adulti durante lo stato di
veglia. Lo stato psicofisiologico di veglia ipometabolica avviene durante la Meditazione
Trascendentale, tecnica che fornisce una quiete compatibile con EEG sincronizzato. Durante la
meditazione è presente un abbassamento dell’attivazione senza la perdita della consapevolezza
(Maharishi 1969), questo può essere attribuito a cambiamenti nell’equilibrio delle funzioni del
sistema di controllo neuronale. (Gellhorn 1972).

Meditazione e termodinamica

La persona che siede per praticare la meditazione diventa via via sempre più desta mentalmente
nonostante il suo organismo si rilassi. La sua mente pensante si acquieta in uno stato di veglia
soffuso di puro godimento. L’attività cellulare rallenta in tutto il suo corpo, riducendo il bisogno
di ossigeno. Il crescente rilassamento permette un maggiore afflusso di sangue ai muscoli,
diminuendo la mole di lavoro del cuore. La riduzione di quelle sostanze chimiche del sangue che sono
associate alla tensione e alla angoscia facilita un senso di maggiore agio. Le cellule del cervello,
infine, lavorano sincronicamente e ciò favorisce l’integrazione del funzionamento fra centri
cerebrali inferiori e superiori e tra l’emisfero destro e sinistro.

Potremmo dire che il soggetto passa da uno stato di più alta attivazione, quale è lo stato di
veglia, dove è presente un’attività mentale e le onde cerebrali sono caotiche e disorganizzate, ad
uno stato di più bassa eccitazione dove le funzioni dell’organismo sono più regolari e l’attività è
più uniforme. Questo fenomeno può essere spiegato in termini fisici attraverso il Terzo Principio
della Termodinamica.

Secondo tale Principio ogni grado di eccitazione della materia è associata ad un gradiente di
entropia o disordine; in tal modo ad un’alta eccitazione in un sistema corrisponde un alto livello
di entropia mentre ad una più bassa eccitazione è associato ad un più basso livello di disordine.
Tale processo continua fino ad arrivare al più basso stato di eccitazione (che corrisponde allo zero
assoluto termico) dove il livello di entropia, o stato di disordine, è nullo.

Durante il processo di de-eccitazione della materia emergono dei fenomeni che potremmo definire di
“ordine”, “regolarità” e “simmetria” che sono insiti nel sistema ma sono usualmente oscurati dai
livelli di eccitazione più alti.

Per rendere il concetto più comprensibile possiamo dire che l’acqua a stati di alta eccitazione
(stato gassoso) presenta una struttura disordinata e poco stabile. Viceversa se lo stato di
eccitazione si abbassa passando allo stato liquido e poi a quello solido, la struttura del sistema
diventa più stabile e più ordinata. Osservando al microscopio l’acqua in condizioni di bassa
eccitazione troviamo nella tipica struttura del ghiaccio fenomeni di simmetria, ordine e regolarità
menzionati precedentemente.

Secondo il premio Nobel Brian Josephson esiste un singolare parallelo tra gli attributi della pura
coscienza e le proprietà dello stato di “vuoto di vuoto” della meccanica quantistica. Lo “stato di
vuoto” è per definizione lo stato di minima eccitazione della materia e dell’energia; è lo stato di
“zero particelle”. Tutte le possibili configurazioni sono eccitazioni del campo dello “stato di
vuoto”.

Le caratteristiche dello stato di vuoto sono: illimitatezza nello spazio, perfetta stabilità nel
tempo, zero entropia o ordine perfetto.

La Meditazione ha molte similitudini con il Terzo Principio della Termodinamica, infatti nello stato
meditativo si può rilevare una progressiva riduzione dell’attività mentale, del ritmo metabolico,
respiratorio, cardiaco e riduzione del cortisolo nel plasma. Questi valori nel loro insieme indicano
una riduzione dell’eccitazione dell’organismo. Contemporaneamente in questo stadio di bassa
eccitazione, l’organismo manifesta fenomeni di alta coerenza cerebrale intra e inter emisferica.
Quest’ultimo dato può esser visto come una conseguenza del Terzo principio della Termodinamica:
aumento dell’ordine e della simmetria.

Durante la Meditazione solo negli attimi di completa sospensione del respiro, caduta del ritmo
cardiaco e di massima sincronizzazione EEG, i soggetti riferivano uno stato da loro definito di
“pura consapevolezza”. In particolare è stato suggerito (Domash 72) che uno stato di minor
eccitazione dovrebbe essere caratterizzato da un maggior grado di “ordine” nel funzionamento del
cervello e forse perfino un ampio ordine spaziale analogo a quello osservato negli stati coerenti
della materia a basse temperature. Qualche evidenza di tale “ordine” emerge dalle ricerche di
Banquet (73) che notò una costante tendenza nell’EEG alla sincronizzazione dei canali anteriori e
posteriori dello scalpo nelle frequenze alfa, beta e teta. Su questa base può esser ipotizzato che
durante la MT l’ordine spaziale EEG dovrebbe aumentare.

continua…

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