Veronesi: la mia dieta anti-cancro

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Veronesi: la mia dieta anti-cancro

Niente carne e frutta e verdura a volontà. E’ la scelta dello scienziato. Che ci spiega perché la
salute dipenda molto più da ciò che mangiamo che da ciò che respiriamo

di Umberto Veronesi

espressonline.it

Ne uccide più la gola che la spada: questo antichissimo proverbio mi viene quasi automaticamente
alla memoria quando si affronta il problema di come ci troviamo a vivere. Perché tutti siamo
convinti che la minaccia maggiore alla nostra salute arrivi da ciò che respiriamo, ma questo è vero
solo in minima parte. Siamo tutti in psicosi da smog e da effetto-serra (due situazioni che non sono
certo da sottovalutare), ma pochi sanno che è l’alimentazione il più grande determinante della
salute. La salute dipende molto di più da ciò che mangiamo che da ciò che respiriamo. E questo vale
soprattutto in campo oncologico.

Se fumiamo, la nicotina, il catrame e le altre sostanze nocive sviluppate dalla combustione del
tabacco possono procurarci il carcinoma del polmone e altri tumori, ma anche un’alimentazione non
sana può essere cancerogena. Basta ricordare che i tumori dello stomaco sono diventati sempre più
rari da quando è stato inventato il frigorifero, e io sono convintissimo di un ragionamento che
ripeto spesso: si sarebbe dovuto conferire un premio a chi ha inventato il frigorifero e la
lavatrice. Sono due strumenti che hanno accompagnato lo sviluppo di oltre la metà del mondo, e che
hanno migliorato la salute. Il frigorifero ha portato praticamente a zero le intossicazioni
alimentari e ha ridotto al minimo i tumori dello stomaco; la lavatrice ha liberato le donne dal peso
del bucato (risparmiandone le forze, e quindi la salute) e ha permesso di arrivare a un’igiene del
vestire che i secoli precedenti non avevano mai conosciuto.

Il cibo ci è necessario per vivere, come a tutti gli esseri viventi, ma la quantità, la qualità e la
natura di questo cibo sono come l’antica statua di Giano bifronte, che aveva un volto per la guerra
e un altro per la pace. L’alimentazione ci può aiutare a conservare la salute, oppure al contrario
può comprometterla, perché il cibo può diventare un veicolo di sostanze nocive, tossiche per
l’apparato cardiocircolatorio e per il sistema digerente, e talvolta potenzialmente in grado di
provocare tumori.

Il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, che criticò la filosofia hegeliana, aveva postulato che l’uomo
dovesse avere l’obiettivo di passare dalla religione (l’uomo che pone al di là di sé l’amore, il
senso d’infinito e la perfezione), all’antropologia, riconoscendo l’origine naturale della religione
nelle aspirazioni dell’uomo stesso. Nello sviluppare questa filosofia che correla strettamente gli
uomini tra di loro, nel 1850 Feuerbach recensì favorevolmente uno scritto del fisiologo Jakob
Moleschott sull’alimentazione, interpretata come la base che rende possibile il costituirsi e
perfezionarsi della cultura umana: un popolo può migliorare migliorando l’alimentazione. Nel 1862,
Feuerbach scrisse il saggio per cui viene ricordato come un materialista: ‘Il mistero del sacrificio
o l’uomo è ciò che mangia’. Il filosofo tedesco sosteneva che esiste un’identificazione dell’anima
con la psiche, e che per pensare meglio dobbiamo alimentarci meglio. Ora, io credo che una buona
alimentazione faccia una buona salute, ivi compreso il buon funzionamento del cervello.

Nella buona alimentazione, caposaldo della prevenzione, devono entrare molti vegetali e poca o nulla
carne. Io sono un vegetariano convinto per ragioni etiche (non mi va di soddisfare la gola a spese
del dolore e della morte di altri animali), ma nel fare queste affermazioni mi baso su ragioni
scientifiche più che accertate. Noi siamo circondati da sostanze inquinanti, che la sensibilità
collettiva ritiene ormai un rischio per la nostra vita. Sono sostanze nocive se le respiriamo, ma lo
sono molto di più se le ingeriamo. Consumando carne, ci mettiamo proprio in questa situazione,
perché dall’atmosfera queste sostanze ricadono sul terreno, e quindi sull’erba che, mangiata dal
bestiame, si accumulano nei suoi depositi adiposi, e infine arrivano sul nostro piatto quando
mangiamo la carne. Una sostanza tossica è più pericolosa se viene ingerita piuttosto che se viene
respirata. Io porto sempre l’esempio del gatto, che è l’animale più colpito da cancro. I ricercatori
che hanno indagato su questo fatto, hanno scoperto una ragione che ci deve trovare molto attenti: il
gatto infatti ha per sua abitudine quella di lavarsi leccandosi il pelo, che è impregnato di
sostanze tossiche e cancerogene cadute sul terreno. Con il suo continuo leccarsi, il povero micio
introduce queste sostanze nel suo organismo, rimanendone vittima.

L’inquinamento ambientale è un rischio soprattutto per le sue conseguenze sulla catena alimentare, e
ogni tanto ci sono notizie alle quali bisognerebbe prestare molta più attenzione. Una recentissima,
viene dal Dipartimento di alimentazione umana dell’Università di Pavia: in una ricerca su 230
puerpere, è stato trovato che nell’80 per cento di esse il latte conteneva l’ochratoxina A, che è un
possibile agente tossico, e che nel latte di una di queste mamme, intenzionata ad allattare la sua
creatura, c’era addirittura l’aflatossina, la potentissima sostanza cancerogena che si trova a volte
anche nel mais. Non posso qui non ricordare che il mais geneticamente modificato riesce a difendersi
dal parassita piralide e dalle micotossine prodotte dalle muffe che si insediano dove la piralmide
scava i suoi buchi, e una delle quali è la temibile aflatossina.

A novembre 2004, quando ho presentato il ‘Manifesto biotech’, 18 società scientifiche l’hanno
sottoscritto, affermando: “Non ci sono prove di danni in chi consuma prodotti derivati da
coltivazioni geneticamente modificate”. Si sono levate molte contestazioni, e tuttavia io sono
convinto che l’agricoltura tecnologica contribuirà a risolvere il problema della fame nel mondo, che
riguarda 800 milioni di persone. Siamo già sei miliardi di individui, nel 2020 saremo otto miliardi.
Procediamo con cautela, ma procediamo. Non penso che sia utile, umano e intelligente opporsi alla
ricerca. Le grandi questioni dell’umanità e del nostro futuro non si risolveranno con meno ricerca,
ma con più ricerca, più conoscenza e cultura.

In un mondo che ha fame, il consumo di carne costituisce uno spreco economico enorme, e l’ascoltato
economista e sociologo Jeremy Rifkin ne ha dato una dimostrazione in cifre: se nel mondo ci sono 800
milioni di persone che soffrono la fame è perché gran parte del terreno coltivabile viene dedicato a
farvi nascere foraggio e cibo per gli animali da carne. Ogni anno sono destinati a bovini, ovini,
suini e polli circa 150 milioni di tonnellate di cereali. Con uno spreco finale enorme, perché se
facciamo un bilancio tra quanto nutrimento s’impiega per allevare un animale da carne e quanta resa
se ne ha ai fini dell’alimentazione umana, vediamo che il conto non torna. È molto più conveniente
impiegare direttamente nell’alimentazione umana un chilo di cereali (può nutrire più persone in un
giorno, e non ha sprechi) che impiegarne la stessa quantità per nutrire un animale da macello.

Non è vero che la carne è necessaria al nostro sostentamento. Non solo i vegetali ci mettono a
disposizione tutto quanto occorre alla vita, ma in essi si trovano anche le proteine, contrariamente
a quanto la gente crede. Del resto, in termini evoluzionistici l’uomo discende dalla scimmia, è un
primate. Proprio la recentissima mappatura del genoma ci ha permesso la prova scientifica
dell’intuizione di Darwin. Il 99 per cento del nostro Dna è esattamente identico a quello dello
scimpanzé, e noi siamo uguali a lui per le nostre funzioni di ogni tipo. Abbiamo in più il gene del
linguaggio, e questo ci differenzia. Senza linguaggio non c’è civiltà, come senza la scrittura non
ci sarebbe la storia del genere umano. Per il resto, il nostro metabolismo è quello dei primati, che
non sono carnivori e che si nutrono di bacche, cereali, legumi, frutti.

Il nostro organismo, come quello delle scimmie, è programmato proprio per il consumo di frutta,
verdura e legumi. Una dieta priva di carne non ci indebolirebbe certamente: pensiamo alla potenza
fisica del gorilla. E pensiamo al neonato, che nei primi mesi quadruplica il suo peso nutrendosi
solo di latte. Non solo una dieta di frutta e verdura ci farebbe bene, ma servirebbe proprio a
tenere lontane le malattie. Solo tre anni fa, il Rapporto dell’Organizzazione mondiale della Sanità
sulla salute nel mondo attribuiva a un insufficiente consumo di frutta e legumi quasi tre milioni di
decessi.

Tre regole a prova di scienza

di Agnese Codignola

Broccoli e dintorni. Un’alimentazione incentrata sui vegetali protegge dai tumori causati da
contaminanti ambientali quali quelli contenuti nel fumo di sigaretta (e quindi, in primo luogo, i
tumori del cavo orale e quelli del polmone), dai tumori gastrointestinali, e aiuta a diminuire il
rischio di malattie cardiovascolari e del diabete. Ci sono quindi ottime ragioni per sforzarsi di
inserire più frutta e verdura nel menù quotidiano, nonostante uno studio recente abbia mostrato che
fra il tumore al seno e il consumo di vegetali freschi non c’è alcuna relazione. Questo dice lo
studio denominato Epic (European Investigation into Cancer and Nutrition), pubblicato sulla rivista
‘Jama’, che ha reclutato più di 280 mila donne di età compresa tra i 25 e i 70 anni in otto paesi
(Italia compresa) e ne ha analizzato le abitudini alimentari per sei anni, mettendole poi in
rapporto con l’insorgenza di tumori mammari.

Carne rossa mai Il rapporto tra neoplasie intestinali e il consumo di carni rosse è stato ancora una
volta confermato da un altro grande studio pubblicato sulla rivista ‘Jama’. In questo caso sono
stati considerati quasi 150 mila americani di età compresa tra i 50 e i 74 anni di cui erano
disponibili i dati riguardanti la dieta e l’incidenza di tumori per l’anno 1982 e poi per il periodo
1992-2001. Ebbene: un prolungato ed elevato consumo di carni rosse
è indubbiamente collegato a un aumento di casi di cancro del colon retto, mentre quello di pollame
sembra esercitare un effetto protettivo. Fra tutte le associazioni tra alimentazione e tumori
suggerite negli ultimi anni, questa è di certo la più evidente ed è confermata, oltreché da questo
studio, dai mutamenti nel numero dei casi nelle popolazioni che emigrano nei paesi occidentali
cambiando alimentazione. Mancano dimostrazioni convincenti sul meccanismo più plausibile che lega la
carne rossa al cancro. Di volta in volta sono stati citati la formazione di derivati della
combustione, la presenza di derivati azotati nelle carni lavorate e il contenuto in ferro: è
probabile che questi fattori collaborino insieme alla suscettibilità individuale (che ha una base
genetica)a favorire lo sviluppo dei tumori intestinali.

Zucchero killer Un’alta concentrazione

di zuccheri nel sangue e il diabete, secondo quanto pubblicato sulla rivista ‘Jama’, fanno aumentare
il rischio di morire a causa di un tumore di almeno il 25 per cento. L’organo più colpito è il
pancreas, ma non sono da meno esofago, fegato, colon retto e cervice uterina e,
in generale, si registra un aumento generalizzato dell’incidenza della malattia. Il dato è emerso
dall’analisi della salute e delle abitudini alimentari di un milione di coreani di età compresa tra
i 30 e i 95 anni controllati per più di dieci anni. Prudente il commento del coordinatore dello
studio, Sun Ha Jee, della Yonsei University di Seul: “È difficile generalizzare i risultati, ma
sembra indubbia l’esistenza di un legame tra alti livelli di zucchero o diabete e insorgenza dei
tumori, forse perché l’eccesso di insulina rilasciata in risposta alla diminuzione della capacità di
metabolizzare gli zuccheri (uno dei primi fenomeni che si determina in uno stato di iperglicemia)
favorisce la degenerazione neoplastica”.

L’arancia è servita

La giornata delle arance, tradizionale appuntamento per la raccolta di fondi a favore
dell’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc), quest’anno si presenta all’insegna
della gola e del piacere della buona cucina. Partner dell’Airc sarà infatti l’Associazione dei
Jeunes restaurateurs d’Europe, che con i suoi 75 giovani cuochi aiuterà i propri clienti a
introdurre nella propria dieta pietanze sane ed equilibrate e consiglierà a tutti un piatto a base
di arance. Oltre a ciò in tutta la settimana precedente la giornata (quella tra il 22 e il 29
gennaio), gli chef suggeriranno ai clienti di partecipare alle ‘Arance della salute’, dando una mano
alla diffusione dell’iniziativa. A coloro che il 29 gennaio acquisteranno, per 8 euro, la rete con
tre chili di di arance (donate dalla Regione Sicilia) in 2.500 piazze d’Italia, sarà regalato il
libretto ‘Il sapore del benessere’: accanto a molti argomenti e consigli sulla prevenzione dei
tumori, per esempio riguardanti l’importanza dell’attività fisica e sul fatto che adottare
un’alimentazione sana non significa affatto avere una dieta povera di gusto, vi sarà anche un
inserto staccabile con 12 ricette illustrate,

tutte a base di arance (per sapere dove trovare le arance: tel. 840 001 001, www.airc.it).

Il tumore si vince in cucina

È possibile ridurre il rischio di cancro al seno attraverso una dieta e un modo di cucinare
adeguati? A questa domanda da molti anni rispondono gli esperti dell’Istituto dei tumori di Milano
guidati da Franco Berrino, che proprio in questi giorni stanno iniziando il terzo studio clinico
(Diana 3) sull’argomento.

Il primo obiettivo del Diana è stato quello di verificare una dieta ad hoc per le donne in menopausa
che sono più esposte al rischio cancro. Spiega l’epidemiologo: “Le donne in menopausa, che hanno
alti livelli di testosterone, hanno una probabilità quasi doppia di andare incontro alla malattia
rispetto alle altre. Negli anni scorsi abbiamo dimostrato che una dieta appropriata ha una grande
influenza sulla concentrazione dell’ormone come su quella dell’insulin-like growth factor 1 (Igf1),
un’altra sostanza i cui livelli sono collegati al cancro mammario”. Per giungere alla conclusione
Berrino ha messo insieme una squadra di dietisti e clinici che hanno insegnato alle donne, con
appuntamenti gastronomici e corsi specifici, come cucinare per migliorare la dieta senza rinunciare
al gusto. “Abbiamo fatto ricorso a molte cucine tradizionali, che danno spazio ai legumi e ai
cereali integrali, limitando al contempo l’apporto di zuccheri complessi e di carni rosse”, spiega.
Il secondo studio, condotto alla fine degli anni Novanta, ha confermato il potere di
un’alimentazione di questo tipo in donne che avevano già avuto un tumore al seno e che hanno visto
ridurre il rischio di recidive. Ora Berrino si accinge a verificare i dati in donne sane giovani, i
cui livelli ormonali cambiano in rapporto alle fasi del ciclo e che devono quindi essere controllate
in modo assai più complesso. Accanto a un gruppo di donne cui verrà somministrata la dieta già
usata, ne sarà studiato un secondo nella cui alimentazione sarà ridotto l’apporto di proteine
vegetali quali quelle della soia. Il reclutamento è in corso (per partecipare allo studio,
telefonare allo 02 23903552). A. Cod.

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