La Via del Cuore nel Sufismo

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La Via del Cuore nel Sufismo

Il Sufismo é conosciuto come la Via del Cuore, la Via del puro, mistico
cammino dell’Islam. Con qualunque nome lo vogliate chiamare, é il sentiero
che conduce il ricercatore alla Presenza Divina.

(Shaikh Nazim al Haqqani an-Naqshbandi)

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– L’unità oltre la dualità
Egli è il tutto nel tutto –

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C’è qualcuno che pensa che l’oceano sia solo ciò che appare sulla sua
superficie? Osservando le sue gradazioni di colore ed i suoi movimenti, un
occhio acuto può percepire indicazioni sulle insondabili profondità di
quell’oceano. La misericordia e la pietà Divina sono un oceano senza limiti
che fornisce un’infinita varietà di vedute a chi naviga sulla sua
superficie; ma il più grande stupore ed appagamento è serbato per quelle
“creature del mare” per le quali la misericordia Divina è divenuta il
proprio elemento.

Il Signore ci chiama all’Amore Divino con una attrazione che è innata nei
nostri cuori, ad un amore che può essere compreso e riconosciuto come Divino
da alcuni, mentre per altri è sentito indirettamente come amore per le Sue
creature o per il creato.

Ad ogni modo le redini del nostro cuore ci dirigono verso quegli Oceani di
Misericordia, così come il nostro corpo fisico è attratto dal mare quando è
gentile e calmo. Tramite la rivelazione dei testi sacri e grazie all’esempio
mostratoci dai Profeti e dai Santi, tutti gli esseri umani sono in contatto
con questi oceani. Per l’uomo in genere queste rivelazioni sono come
vascelli o manuali per la costruzione e la manutenzione delle imbarcazioni
che solcano i vasti mari, ma a coloro che sanno leggere tra le righe una
grande rivelazione appare: noi apparteniamo a quel mare, il nostro posto, la
nostra casa è nelle sue profondità, non sulla sua superficie.

Il Sacro Corano è un eminente Scrittura senza ambiguità, colma di chiare
indicazioni per tutta l’umanità, ma contiene molto di più di ciò che può
vedere un occhio non allenato. La capacità di osservare nelle sue profondità
non è solo una questione di allenamento ma viene conferita tramite la
sincerità e la fede. Ci sono infiniti livelli di conoscenza e saggezza nelle
profondità del Sacro Corano ove è scritto: “Certamente percorrerete stadio
dopo stadio” ed il raggiungimento di ciascun livello concede grandi benefici
non solo a chi l’ha raggiunto ma anche per tutti quelli che gli stanno
intorno, per tutta l’umanità e per tutta la creazione.

Ci si potrebbe chiedere: “Per quale motivo tutti questi significati
nascosti?” La comprensione di questi significati è la chiave per ottenere la
loro “essenza di saggezza” e questa essenza è un’inesauribile fonte, un
elisir di vita eterna. Possiamo riassumere l’essenza della saggezza che il
nostro Signore cerca di impartirci attraverso tutte le rivelazioni in una
parola: UNITA’. Il tema dominante del Sacro Corano è l’Unità e
l’Incomparabilità di Dio e la debolezza e la completa dipendenza da Lui
delle creature.

Sottolineando così la Sua Onnipotenza e la nostra debolezza ci ricorda
l’affinità che abbiamo con tutte le creature, e ci conferisce l’umile ma
onorevole manto della servitù. Realizzando che non sei meglio di nessun
altro e che il tuo progresso può essere ottenuto servendo Dio ed i Suoi
servitori, avrai afferrato gli strumenti coi quali frantumare il tuo idolo
di vanità e il tuo egoismo. Avendo raggiunta l’umiltà, le tribolazioni della
vita fungeranno da propellente verso il tuo scopo, poiché essi ci ricordano
costantemente la nostra debolezza e saranno accolte se non con
ringraziamento, almeno con pazienza, coscienti che ci stanno avvicinando
sempre più all’Unità. Il nostro viaggio verso quella meta in primo luogo ci
distanzia dall’illusione della molteplicità, velo impenetrabile per l’uomo
comune. Quella è la visione dell’infinita diversità dell’esistenza,
apparentemente indipendente, di miliardi di creature che lottano per
migliorare la propria condizione ed esercitare la propria volontà.

Lo stadio successivo è quello della realizzazione dell’Onnipotenza di Dio e
della propria debolezza: questa realizzazione ispira terrore di fronte alla
maestà e al potere di Allah (Jalâl) e uno sente se stesso essere un
umilissimo servo del Più Trascendente Signore. Oltre questo c’è lo stadio di
intimità (uns) nel quale la prossimità del Signore è percepita:

“Ed io sono più vicino all’uomo della sua vena giugulare.” ( Corano 50, 16 )

In questo stadio si possono percepire i Suoi aspetti di amore e bellezza
(Jamâl). Ma lo scopo ultimo è oltre persino l’intimità dell’ “Io e Te”,
l’Unità oltre la dualità, poiché Egli è il tutto nel tutto. Questo è il
significato di Lã ilâha ill’Allah: Non c’è alcun Dio all’infuori di Dio.
Fintanto che rimaniamo ancorati alla separatezza della nostra esistenza
fisica noi siamo lontani dal nostro scopo. Perché temiamo la morte? Perché
abbiamo paura di essere non esistenti, ed è per questo che anima e corpo
sono attaccati l’uno all’altra così tenacemente e questo rende possibile a
entrambi di viver in questo mondo. Può darsi che dovremo pagare un altro
prezzo per vivere, ma tuttavia pazientiamo.

Tutti i Profeti di Dio ebbero la stessa missione: chiamare la gente ad
un’esistenza Divina nel Signore e ad uno stile di vita che conduce a
perseguire quello scopo. Che cosa implica un simile stile di vita? Una volta
che l’idolo dell’egoismo è scacciato, la realizzazione non viene più cercata
nell’auto-appagamento. L’enfasi si sposta verso la ricerca della Verità,
della purezza e della pace per avvicinarsi agli attributi divini nello
spazio di tempo che ci è stato concesso per prepararci a quella tanto
sospirata ri-unione.

Ambizioni e desideri mondani vengono allora drasticamente ridotti ed un
decente livello di mantenimento necessario a sostenere un semplice stile di
vita rimpiazza uno sforzarsi vorace ed egoistico. Persone ricche e potenti
furono spesso in prima linea nell’opposizione contro i Profeti poiché,
mancando loro l’allenamento spirituale che possa permettergli di trattare il
potere e la ricchezza con distacco, essi videro il loro potere e la loro
ricchezza come l’essenza e l’affermazione della loro esistenza. Così si
opposero con veemenza ad ogni cambiamento dello status quo. Persone povere e
senza potere furono generalmente più ricettive, perché non si sentirono
spaventati dall’avvento di un nuovo ordine orientato verso la spiritualità.
Certamente anche essi ritenevano che il denaro e il potere erano criteri
dell’esistenza, ma pensarono: “Non abbiamo nulla e comunque non siamo nulla,
quindi che cosa abbiamo da perdere se andiamo ad ascoltare?”

Così quando i Profeti li chiamarono al Signore essi poterono facilmente
rinunciare all’attaccamento e ai valori terreni e dissero: “Abbiamo lasciato
alle nostre spalle ogni cosa a parte noi stessi”. E per quelli che realmente
intesero quello che avevano detto, tra i poveri che avevano rinunciato a
poco e fra i ricchi che dovettero lottare duramente per rinunciare ai valori
mondani, l’essenza del messaggio fu quindi impartita:

“Ora, lasciate indietro voi stessi e avvicinatevi all’Oceano dell’Unità”.
Abu Yazîd al Bistâmi (Q.s.) (uno dei più grandi Maestri della linea
Khwajagân) si avvicinò alla Presenza Divina e “bussò” alla porta. Gli fu
chiesto: “Chi è là?” “Sono venuto, o mio Signore” rispose Abu Yazîd. Gli fu
detto: “Qui non c’è posto per due, lascia il tuo ego dietro di te e vieni.”
Quando una seconda volta Abu Yazîd (Q.s.) avvicinò la Presenza Divina gli fu
chiesto chi fosse, disse: “Tu, o Signore.” Una volta fu chiesto ad Abu Yazîd
(Q.s.) a proposito degli atti di adorazione e di devozione di due differenti
tipi: quelli indicati dall’esempio del Profeta (s.A.’a.s.) (Sûnnat) e quelli
resi obbligatori tramite Rivelazione Divina (Fard) Egli disse: “Sunnat è
l’abbandono del mondo e fard è l’abbandono di tutto tranne Lui solo.”

Tanta gente proclama di seguire la Sûnnat ma i loro cuori sono pieni di
amore per la mondanità. Per quanto riguarda ciò che è obbligatorio, Abu
Yasid (Q.s.) è penetrato nel cuore dell’argomento, perché quell’abbandono
totale è il fine verso il quale tutti i mezzi (atti di adorazione) sono
diretti. Obbligatorio, inoltre, perché nel tempo della morte tutti dobbiamo
lasciare ogni cosa all’infuori di Lui, sia che siamo pronti oppure no. Il
Signore ci invita ad entrare negli Oceani di Unità mentre noi siamo ancora
in questa vita, a dissolverci come lo zucchero si dissolve nel tè.

Quando lo zucchero si è sciolto non puoi più dire: “Questo è lo zucchero e
questo è il tè”. L’invito del nostro Signore ad unirci nella Sua Unità ci è
sempre offerto ed è nostro destino soffrire fino a che non rispondiamo a
quell’invito. Fino a che ci attacchiamo alla nostra pretesa di autonomia
dovremo anche sopportare il peso delle dure lezioni che questo mondo ha da
offrirci, con pianto e sofferenza. Lasciate andare e nulla vi recherà danno.
Quando ‘Abd ul Qâder Jilâni (Q.s.) si rivolgeva ai suoi seguaci, la sua
individualità diveniva a volte completamente velata da un manto di Attributi
Divini e di Attributi Profetici. Quando era in simili stati il Divino si
manifestava attraverso di lui e la sua parola diventava fonte di timore e
per chi non avesse ancora raggiunto una stazione sufficientemente elevata,
molto disturbante e persino scioccante.

La perfezione può essere compresa solo da individui perfettamente completi,
niente affatto da uomini non rigenerati. Per quelli sulla via della Verità,
essi comprendono la perfezione in accordo con i loro rispettivi livelli di
evoluzione ed i seguaci di ‘Abd ul Qader Jilani (Q.s.) non erano su di un
livello tale da poter ricevere da quelle emanazioni. Una volta stava tenendo
un discorso rivolto ai suoi discepoli dal pulpito di una moschea. Egli
recitò un verso del Sacro Corano e lo spiegò un pò. Poi disse: “Questa
spiegazione aiuterà ognuno dei presenti a capire questo verso, ciascuno ad
un livello (di comprensione) corrispondente alle proprie cognizioni, ma il
suo significato reale non è per voi. Non potete capire quello che sto
dicendo.

C’è solo uno degli ascoltatori in grado di apprezzare i profondi significati
del discorso ed è nascosto dietro un pilastro ed è coperto da un velo. Le
mie parole sono state dirette a quella persona, non a voi, cercate di capire
questo e non pensate a voi stessi come ricettacoli adeguati ad ogni pezzo di
preziosa saggezza. Se voi sentite qualcosa da me che capite, allora molto
bene, fatene buon uso sulla vostra strada, ma se sentite qualcosa che non
capite, state attenti a non respingerlo. Quando succede questo,
semplicemente mantenetevi in pace e siate umili abbastanza da accettare che
possa essere stato diretto a qualcun’altro dell’assemblea, qualcuno che ha
raggiunto un potenziale di comprensione superiore al vostro.

Poi continuò in un altro, ancora più profondo livello di significato di quel
verso del Corano e disse: “Ora, questo è oltre il livello anche di quella
persona dietro al pilastro”. Quando Jilani (Q.s.) ritornò in sé, i suoi
discepoli lo informarono della natura dei suoi discorsi durante lo stato di
assenza da sé. Jilani (Q.s.) allora disse loro: “O figli miei, se è vero che
io dico cose contrarie alla Sharîah (legge divina) allora dovete colpirmi
con la vostra spada”. Ciò che Jilani (Q.s.) intendeva con “contrario” alla
Sharîah significava in effetti contrario alla vostra comprensione della
Sharîah; poiché le persone non sono tutte sullo stesso livello di
comprensione della Sharîah. Nel successivo incontro Jilani (Q.s.) disse
ancora cose appartenenti ai reami della conoscenza di Allah Onnipotente.
Allora in accordo con le istruzioni dello Sheikh i discepoli estrassero le
loro spade ed incominciarono a colpirlo, ma le loro spade passavano
attraverso la figura dello Sheikh così facilmente come se passassero
attraverso l’aria. Colpirono e colpirono ma era come se il suo corpo fosse
un miraggio.

Quando Jilani (Q.s.) tornò a sé, i suoi discepoli gli dissero: “O nostro
Maestro, hai di nuovo detto di quelle parole.” “E voi cosa avete fatto a
riguardo?” “Come ci hai istruito, ti abbiamo colpito con le nostre spade, ma
esse passavano come attraverso aria fine.” “Allora non dovevo più essere là.
Non c’era più Jilâni da essere tagliato dalle vostre spade. Jilâni era
dissolto nell’Unità del Signore Allah l’Onnipotente. Era Lui solo che vi
parlava.” Certamente qualcuno solleverà delle obiezioni dicendo che non c’è
nessuna evidenza dalle Scritture del fatto che Allah possa parlare
attraverso un intermediario diverso da un Profeta (s.A.’a.s.). S

ia il Corano che la Torah narrano che Allah parlò a Mosè attraverso un
cespuglio in fiamme, ed ogni credente accetta questo. Nella vostra opinione,
qual’è il veicolo più nobile per la Luce Divina, il più nobile strumento per
la Saggezza Divina, il cespuglio o l’uomo? E’ l’uomo o il cespuglio “la
corona della creazione”? C’è terreno sul quale respingere questo punto?
Quando una persona raggiunge la stazione dell’Unità egli lascia dietro di sé
la sua propria esistenza, cosicchè l’Unità Divina lo sopraffà: potete
vederlo come Jilâni ma non è più Jilâni (Q.s.). Siamo tutti gravati dal peso
del carico di questa vita e ci carichiamo di quel peso solo perché non
vogliamo sollevarcene.

Alcune persone sciocche non sono soddisfatte di portare i loro pesi ma
invidiano i pesi degli altri. Il risultato è questo: fintanto che uno porta
il peso del suo io molti altri lo attaccheranno e sarà colpito da frecce e
pugnali, ferito dalle spade dell’invidia e dell’inimicizia. Raggiungere la
porta dell’Unità con l’Onnipotente è la sola via per essere liberato dalle
sofferenze di questo mondo e tutti i Profeti di Dio hanno insegnato metodi
per raggiungere questo scopo. Comunque, la resistenza nell’uomo è molto
forte e, generalmente, maggiore è la nostra fortuna mondana più difficile
sarà raggiungerlo. Questa è una delle principali ragioni per cui la legge
Divina rivelata attraverso i tempi ha richiesto al ricco di dare in carità
al povero.

Oltre agli ovvi benefici di sollevare dalla povertà chi riceve e di
proteggere il donatore dall’invidia, dare in carità allena le persone
benestanti a rinunciare ad una parte della loro ricchezza e così purificarla
e purificarsi. E per questo che la parte dovuta ai poveri si chiama Zakât
(purificazione). Purificazione da cosa? Dal nostro attaccamento ad
un’esistenza separata. Sha’bân ar-Rai (Q.s.) era un semplice pastore ed
anche uno dei grandi Santi Sufi dell’inizio dell’era islamica. Visse nel
tempo in cui i quattro ben rinomati Imam delle scuole sunnite di
giurisprudenza erano impegnati a compilare i canoni delle loro rispettive
scuole. Uno di questi grandi dotti, Imam Shafi’i (Q.s.), considerava Sha’bân
ar-Rai (Q.s.) suo tutore spirituale.

Un’altro dei quattro grandi Imam, Ahmed ibn Hâmbal (Q.s.), essendo scettico
di uno Sheikh così illetterato, decise di porgli una domanda molto semplice
per accertare il suo livello di conoscenza. Imam Shafi’i (Q.s.) lo ammonì:
“Stai attento a non pensare a lui come a un sempliciotto, perché se gli
domandi con questo preconcetto, capirà la tua intenzione nascosta e ti
svergognerà. Imam Ahmed (Q.s.) era comunque determinato a proseguire il suo
corso, e così gli domandò: “Qual’è la quota di Zakât che tutti i musulmani
non indigenti devono pagare ai poveri?” “Di quale Zakât stai chiedendo. La
vostra Zakât o la nostra? Secondo la vostra varietà di conoscenza o secondo
la nostra via?”

Sorpreso e sempre sospettoso di eresia, Imam Ahmed chiese: “Cosa?
Pretenderesti dire che vi sono due quote di Zakât nella Sharîah? Vorrei
sapere quali sono e su quali evidenze basi le tue affermazioni.” “Secondo la
Sharîah come si applica a te e a quelli che sono sulla tua via, è incombente
sopra ogni persona di dare ai poveri un quarantesimo del suo oro, argento,
greggi e merci. Secondo la Sharîah come si applica ai suoi schiavi, gli
schiavi e tutto ciò che possiedono appartiene al loro Padrone. Per cui,
nella nostra via, di ogni quarantesimo, quaranta sono per il nostro Signore
e niente è per noi”. Allora Imam Ahmed (Q.s.) gli chiese: “Su quale autorità
basi questo? Chi è il tuo Imam e qual’è la tua catena di trasmissione
indietro fino al Profeta (s.A.’a.s.)?” “Il nostro Imam è Abu Bakr as-Siddiq
(R.a.) (il primo Khalifa dell’Islam): egli diede tutta la sua ricchezza per
il suo Signore.”

Richiedendo così di rinunciare almeno ad un quarantesimo della loro
ricchezza ogni anno, viene dato agli uomini il via lungo il cammino della
rinuncia. E rinunciare al possesso anche di un piccolo valore è una lotta
per l’uomo, che è nato in questo mondo a pugni chiusi ma dovrà lasciarlo a
mani aperte. Nulla di ciò che potrà raccogliere dai tesori di questo mondo
lo renderà capace di risiedervi per sempre. Così, aprite le vostre mani
mentre sono ancora calde; questo è meglio per le vostre anime, poiché la
pratica di vivere a mani aperte vi preparerà a vivere la vostra esistenza
nella sublime Unità Divina. Questo è il più alto livello di bene in questo
mondo e l’Onnipotente promette una grande ricompensa:

“Sarà la ricompensa del bene altro che il Meglio?” (Qur’an, 55,60)

Il Signore Onnipotente accetterà la vostra esistenza e vi darà da Se stesso.
Questo è il significato di “Fana-fillah” (annichilimento in Dio) e
“Baqaillah” (permanenza in Dio): la vera esistenza nell’oceano dell’unità di
Allah Onnipotente. Nessuno può anticipare quell’infinito piacere. Possa
Allah concedercelo. Ma ogni cosa ha il suo prezzo….

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