La musica e noi. Diventiamo il compositore di noi stessi.

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La musica e noi. Diventiamo il compositore di noi stessi.

di Stefano Delù – auraweb.it

Che la musica abbia un effetto su persone, piante e animali è cosa nota. Ma la musica oggi viene
usata ormai con scopi mirati, in ogni ambiente possibile, dagli ascensori, ai ristoranti, ai centri
commerciali.

Il cosiddetto “consumo musicale” non è diverso da quello degli altri prodotti. Non si ascolta più la
musica, la si usa: uso e compro ciò che mi serve per certi scopi. Nei supermercati, ad esempio, si
usa musica veloce e ritmata quando ci sono molti clienti, in modo che questi comprino velocemente ed
escano per far posto ad altri, mentre si usano musiche più tranquille e orchestrali quando ci sono
meno clienti, in modo che questi si sentano avvolti piacevolmente dall’ambiente e vi restino più a
lungo, cioè facciano acquisti.

Le radio adottano un ritmo standard nel susseguirsi di due brani ritmati e uno moderato, con meno
parole possibili in mezzo, altrimenti l’ascoltatore cambia canale, dato che è questo che serve in
auto…

Si potrebbe pensare che nella nostra epoca la musica stia perdendo la funzione che per secoli ha
motivato i compositori, alcuni dei quali avevano certamente il compito di farci percepire tra le
note qualcosa di più, forse la nostra origine: pensiamo alla grandezza delle opere di Bach, Händel
oppure Vivaldi, che comunicano più di quanto si ascolti come melodia e armonia, propongono la
ricerca di qualcosa di più elevato e spirituale.

La musica tuttavia è anche specchio della società dell’uomo. Fino all’anno mille circa, si
tramandava oralmente; giungeva dalla tradizione popolare dei cantastorie e delle danze, oppure dai
conventi, dove aveva il suo ruolo sacrale o religioso, con l’attribuzione di collegamenti con il
cosmo e i suoi rapporti fisico-matematici.

Secondo Pitagora, i rapporti fisici delle distanze delle note tra loro (studi sul monocordo) sono
simili ai rapporti delle distanze tra i pianeti del sistema solare. L’ordine divino del micro come
del macrocosmo si ritrova anche nella fisica della musica, nello studio delle frequenze e delle
vibrazioni sonore.

Ogni popolo sulla terra aveva e ha scale e modi prediletti, così come i diversi linguaggi verbali,
che ne rispecchiano le caratteristiche e tradizioni. Con la scrittura, la musica diventa a uso di
tutti coloro che ne comprendono il codice, si può imparare e viene usata nelle corti. I compositori
vengono chiamati per illustrare le vicende importanti, le feste, le cerimonie o le messe.

Verso la fine del XVII secolo nasce la figura del compositore di professione, che comincia a fare
della musica un’espressione di se stesso, dei propri moti e sentimenti. Nella musica antica si
cercava di rispettare una certa oggettività attribuita al suono e alle forme musicali, ora i canoni
si aprono alle nuove armonie, che vengono “forzate” da una nuova matematica musicale. Bach è il
maestro indiscusso, addirittura in grado di comporre un brano che è esattamente identico letto al
contrario.

Mentre in passato si era soliti distinguere nove distanze (comma) all’interno di un tono, con molte
più sfumature arcaiche, ora l’orecchio si abitua a toni e semitoni. Questo compromesso del semitono
è la base per la costruzione in serie del pianoforte, che diventa lo strumento di riferimento per la
composizione di quasi tutta la musica moderna dei grandi compositori occidentali. Le scale basate su
distanze musicali diverse dai toni maggiore-minore, si ritrovano oggi solamente nelle culture
orientali o negli antichi canti gregoriani.

Finora il compositore era stato legato al suo datore di lavoro, che gli assicurava il pane: il
principe o il vescovo, che gli ordinavano una composizione per un determinato scopo, compresa
l’opera per il teatro. Ma, a partire da Mozart, il compositore osa fare cose che prima non poteva,
esprime la propria personalità, si spinge alla ricerca di sfumature psicologiche e visive. Già alla
fine del XVIII secolo, con il perfezionamento degli strumenti musicali, alcuni compositori
cominciano a godere di una certa libertà espressiva e compongono secondo la propria ispirazione, a
rischio di fare la fame.

Si potrebbe dire: l’ego del singolo si vuole esprimere oltre le regole armoniche della forma antica
e cerca la comunicazione di se stesso o dell’ambiente che lo circonda, la natura, la società o i
temi religiosi. Il pubblico, ormai fruitore della musica con l’avvento di nuove classi sociali, a
partire dalla borghesia mercantile, si riconosce in questi stati d’animo, nelle passioni e nei
processi psicologici espresse nella musica e ne determina il successo o l’insuccesso.

Il processo si perfeziona e si individualizza sempre più, attraverso il romanticismo, il tardo
romanticismo e il decadentismo fino all’impressionismo e all’espressionismo e alla dodecafonia, che
afferma tutte le note avere la stessa importanza e valore e non dipendono più dai loro rapporti
tonica-fondamentale e neanche da melodia, armonia, ritmo.

Dopo questo punto sembra che non si vada più avanti, a parte il dilagare della radio e della musica
leggera, anzi la musica “colta” comincia a ripetersi e sembra che il XX secolo non sappia dare più
niente di nuovo, dopo un breve periodo di esperimenti con l’elettronica. Ora non è più tanto il
compositore a influenzare il pubblico quanto il contrario, cioè il mercato. Nascono il jazz e poi la
musica pop e rock in innumerevoli varianti e le altre forme della musica commerciale e di consumo.
Ma non è tutto qui.

Sembra mancare una nuova musica “classica” che guardi al futuro, tutto è globalizzato, tutto si
mischia con tutto, ma anche questo tutt’uno musicale incontra i suoi limiti. In fondo oggi siamo al
punto in cui tutto diviene velocemente merce di consumo. Sono quindi le tendenze e le mode a
determinare la produzione e non più i contenuti musicali. Sono le case discografiche che
boccheggiano alla ricerca della salvezza dal download internettiano.

Si potrebbe paragonare la musica a un vestito oppure al cibo. La uso secondo il momento, l’emozione,
la situazione. Il suo valore e la sua durata, i suoi parametri estetici sono legati a tempi
brevissimi, il successo di una stagione e poi via. Forse un po’ di luce e di idee si trovano nella
nuova musica da film, nei nuovi “compositori per l’organo visivo” collegati all’industria di
Hollywood, che sforna cinema in continuazione e che ha bisogno di colonne sonore sempre innovative.
Ma anche qui il cliché di alcune buone musiche da film comincia a consumarsi e a ripetersi.

Al tappeto sonoro si deve aggiungere che oggi tutta la nostra società è piena di rumori moderni,
sconosciuti ai tempo di Beethoven: il traffico, gli uffici, le officine, i telefonini, le tv sempre
accese… Il nostro ambiente non è solo impregnato di decibel, di rumore costante che ci occupa anche
durante la notte, soprattutto siamo investiti da innumerevoli fonti di basse e alte frequenze
(lampade, computer, radio, telefonini, aerei, satelliti etc.) sia percettibili sia non percettibili,
che sono fonte di stress. Una cosa impensabile solo qualche decina di anni fa.

Ogni tre minuti ci passa un’aereo sulla testa (vibrazioni) e persino in un bosco non si trova il
silenzio assoluto. Anche questo condiziona la nostra percezione, e anche il mercato della produzione
e del consumo musicale. Si forma un subconscio di massa condizionato dall’ambiente che non conosce
pause, non sa più cosa è il silenzio, la pace, da dove si può veramente incominciare ad ascoltare,
non solo la musica, con le orecchie, ma anche quello che sta dicendo il nostro prossimo, per non
dire a comprenderlo…

Lentamente, sembra che stiamo tornando alla fase in cui si usava la musica per quello a cui doveva
servire, cioè per l’ambiente e l’occasione: musica da ballo, da film, per rilassarci o per fare
ginnastica, da sottofondo o da concerto, per funerali, matrimoni, marce militari o per la
pubblicità, per il supermercato…

In mezzo a tutto però si può trovare ancora musica di valore, quella che ci piace e ascoltiamo
volentieri. La scelta davanti a noi è gigantesca. Tutta la libreria musicale del mondo è racchiusa
in chip, in scatolette piene di gigabyte in formato mp3.

A questo punto potremmo porci una domanda: come mai ascoltiamo una determinata musica in certi
momenti della nostra vita? Raramente riflettiamo su come tutto questo universo sonoro e rumoristico
sia collegato con noi e in fondo possiamo ammettere che avremmo bisogno di tutt’altro per calmarci,
non per coprire il rumore dei nostri pensieri e del nostro stress, ma per riflettere anziché cercare
una via di fuga dai nostri problemi. Così possiamo ascoltare musica in modo cosciente oppure no, ma
un effetto la musica lo ha sempre, ci piace o ci infastidisce, oppure inconsapevolmente ci fa
spingere il pedale dell’acceleratore. E una musica che ci piace in un certo momento in un altro
invece ci annoia.

Come mai? Tutto dipende dai nostri pensieri, dalla fase della vita che stiamo vivendo e da ciò che
abbiamo memorizzato nel conscio e nel subconscio. Ascoltando la stessa musica dieci persone diverse
hanno ricordi, immagini, pensieri e sensazioni differenti. Per qualcuno quel brano di musica
classica è stupendo, per un altro incomprensibile o noioso, oppure ricorda delle persone del proprio
passato, mette paura oppure agita le nostre passioni. E magari il compositore voleva dire
tutt’altro…

Allora si può dire che la musica è anche un veicolo che ci può servire per osservare quali pensieri
ci vengono, per conoscere meglio noi stessi. Non tutto ciò che ci piace è bello anche per gli altri,
non tutto ciò che è considerato bello ci piace. Il gusto è formato dal nostro bagaglio di esperienze
e ricordi.

Un capitolo interessante è rappresentato dalla musica per l’ambiente o anche quella da rilassamento,
new age oppure new classic ad esempio. La musica che si usa per rilassarsi è certamente diversa per
ognuno. C’è chi si rilassa con la americana degli anni 50-60, altri con la classica, i giovani con
il rock e il pop; c’è chi può addirittura studiare ascoltando musica in sottofondo, fatto che per
altri sarebbe un gran disturbo.

Ci sono perciò delle differenze tra le musiche per il relax. O prendiamo semplicemente quello che ci
piace di più e allora va bene tutto – ma qui si tratta solo di uno svago, di staccare dal
quotidiano, non di un vero rilassamento – oppure cerchiamo della musica che aiuta a raggiungere uno
strato di calma più profondo.

Siamo su una spiaggia, con una temperatura piacevole e niente ci disturba. Sentiamo il rumore del
mare e del vento leggero. Una bella musica dalla radio ci aiuta a rilassarci. È veramente quello che
ci vuole per superare lo stress? O non è forse nella vera calma che possiamo trovare le ragioni del
nostro stress?

Ecco che qui la musica può avere la sua funzione, non solo rilassare, ma aiutare a giungere in uno
stato di silenzio interiore nel quale possiamo lasciar salire in noi i pensieri che ci occupano,
cioè diveniamo consapevoli di ciò che ci preoccupa allo scopo di esaminarne le cause e trovare le
soluzioni.

La buona musica può comunque alzare il livello della nostra vita. Possiamo cercare della musica di
qualità per armonizzare il nostro ambiente, per accompagnare come sottofondo un buon pranzo oppure
per armonizzare il luogo di lavoro o la casa; anche piante e animali ne possono trarre vantaggio se
non è troppo alta e se è armoniosa. Può essere utile della musica strumentale dove si usano
strumenti acustici e poca elettronica e dei ritmi moderati. L’arpa è forse lo strumento che più di
ogni altro si presta per questo scopo.

Ci troviamo alle soglie di una nuova epoca, in cui la funzione della musica sarà quella di aiutarci
a ritrovare in noi quell’armonia che proviene dalle nostre origini, che abbiamo dentro da sempre,
che abbiamo quasi dimenticato.

Non si tratta di una musica delle sfere che giunge da universi illimitati e sognanti, ma di buona
musica che ci può ricondurre alla nostra realtà quotidiana: lì dove potremmo cambiare certe cose
spiacevoli del nostro carattere, dove possiamo ritrovare l’armonia pacificandoci con il nostro
prossimo, o avvicinandoci alla natura e agli animali, per ritrovarli come parte di noi stessi.

Questa musica esiste e ci collega interiormente con noi stessi e con quella parte di noi che sa che
ci vuole un certo sforzo per lavorare sul profondo e cambiare. Impariamo ad ascoltare (anche chi ci
sta vicino) e così potremo divenire il compositore di noi stessi, della nostra vita e della nostra
anima che si trova in una continua evoluzione spirituale.


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