Mike Oldfield. Messaggero di suoni

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Mike Oldfield. Messaggero di suoni

di Sergio d’Alesio auraweb.it

Il genio della lampada è tornato. Pur alternando picchi creativi, ballate pop e simulazioni di
ambient music, nel corso della sua trentennale carriera il mastermind di Tubular Bells e altre
meraviglie a colori ha continuato a esplorare il mondo del rock unito in simbiosi a supporti
orchestrali e alchimie elettroniche contaminate dalla musica celtica, dai profumi africani e da
sofisticati form chillout.

Nel nuovo millennio Mike Oldfield si è ritagliato una lunga vacanza sabbatica, dedicata al “design”
dei giochi virtuali Tres Lunas e Maestro. Oggi torna sulle scene musicali con Light + Shade, un
progetto che esprime la luce e la solarità della sua personalità posta a confronto con il volto più
oscuro, ombroso e malinconico del vivere contemporaneo.

– Con il trascorrere delle stagioni la sua musica ha spesso cambiato forme, colori e significati:
come considera se stesso?

Quando penso a me stesso non vedo un musicista. In realtà sono un tecnico che sviluppa alcune idee e
le applica ai suoni.

– Il nuovo progetto Light + Shade sembra intenzionato a dilatare i confini della musica ambient e
chillout…

Odio queste due parole. A volte mi piace approfondire il rapporto con la luce e le ombre che
occupano diverse sezioni del mio cervello. Tutto quello che emerge è un mix di semplicità e di
complessità, che rispecchia la mia personalità musicale. Ho iniziato ad assemblare alcuni elementi
dell’elettronica più ritmata, usando programmi come il Quicksilver, lo Slipstream e il Romance, e li
ho arricchiti via via con una serenata bluesy che doveva esprimere le lacrime di un angelo. Il tutto
unito virtualmente dal suono di un’orchestra minimale, di una chitarra acustica, del pianoforte e di
un coro africano.

– La sua ricerca fa riferimento a un unico nesso logico?

Dopo 33 anni di carriera e 22 album ho acquisito l’esperienza necessaria per capire che posso
attivare un bottone e vedere come va a finire. Spesso mi sento come un messaggero dei suoni.
L’ispirazione arriva da una zona neutra della mia fantasia. Di fatto però, quando mi limito a
suonare meccanicamente, la mia musica è semplicemente muzak, ma se trascorro un lungo periodo in
meditazione e resto fedelmente assorto nei miei pensieri tutto fluisce…

– Per lei si tratta di un ritorno ufficiale alla musica dopo un viaggio creativo nel mondo dei
videogiochi…

Per tre anni mi sono dedicato a “disegnare” il suono elettronico di Tres Lunas e Maestro, due
prodotti della serie Virtual Reality, editi in un box che contiene un cd musicale e un cd-rom. Ero
in una dimensione vacanziera, privo di coordinate precise. Pensavo solo al relax e al divertimento,
interagendo con il mondo dell’elettronica virtuale.

Nel 2005 ho sentito il desiderio di tornare a comporre la mia musica. Quando hai davanti una pagina
vuota, completamente blank, la cosa migliore è ricominciare dall’inizio. Del resto, durante questi
tre anni, la tecnologia si è radicalmente rinnovata. Ho provato a lavorare per un paio di settimane
arrivando alla conclusione che l’attrezzatura del mio studio era obsoleta, così ho deciso di far
portare via tutto. Non ero spaventato, ma eccitato dai cambiamenti che avevo in testa…

– Il doppio progetto contiene una vasta sezione programmata al computer: ci può parlare della
realizzazione dell’album?

All’inizio sono tornato a visitare la sala prove di Tottenham, dove, nel 1971, insieme all’ex Soft
Machine Kevin Ayers, avevo registrato le basi per il trio Whole World. Nella mia testa era come se
un ciclo si fosse concluso, poi ho avuto l’idea di ricostruire esattamente quella “stanza dei suoni”
nella mia casa a Chalfont St. Giles, nel Buckinghamshire. Ho adottato i programmi dell’FL Studio
Software, arricchiti da numerosi plug in del Logic Studio. Il sound di base è in gran parte
programmato, ma i brani presentano anche partiture di chitarre e piano acustico.

– Quando ha deciso di registrare due ambienti sonori differenti?

Sull’onda della mia visita allo studio di Kevin, inconsciamente ho pensato al tipo di musica che
scrivevo negli anni Settanta. Volevo creare un collage sonoro molto complesso, simile ai primi
progetti sul tipo di Tubular Bells, che ospitano trenta o quaranta sezioni musicali differenti.

Un giorno, a Parigi, ho ascoltato una doppia collection chillout della serie “Buddha Bar”,
intitolata Dinner And Party, che propone due differenti stili musicali e due atmosfere eterogenee.
Pur non amando quel tipo di musica ho pensato di registrare il mio nuovo progetto in quel format.
Non è un concetto che riesco a descrivere con le parole, preferisco esprimermi attraverso la musica.

– Ha composto, registrato e suonato tutti gli strumenti?

Generalmente preferisco lavorare da solo, anche se in fase di post-produzone ho attivato il
contributo di Robyn Smith e Christopher Von Doylen in tre tracce: “First Steps”, “Ringscape” e
“Nightshade”.

– Nel corso della sua carriera non ha mai pensato che lo spirito delle sue composizioni fosse fuori
moda?

Se segui fedelmente le tue idee, la musica continua a esprimere la tua personalità, il tuo mondo e
la tua sensibilità creativa. Dopo il grande successo come polistrumentista, l’esplosione del punk
alla fine degli anni Settanta ha mandato in tilt centinia di artisti di talento. All’inizio ho
pensato che non sarebbe mai più stato possibile continuare a creare progetti come Tubular Bells e
Hergest Ridge, ma il mio istinto si è preservato dalla distruzione. Purtroppo ero troppo nervoso per
suonare dal vivo. Mi sentivo psicologicamente instabile e mentalmente disturbato. Avevo attacchi
improvvisi di panico e di paranoia: per vent’anni mi sono curato con la psicoterapia. Oggi credo di
aver ritrovato la forza della mia personalità originaria.

– Alcune track di Shade sembrano avere un rapporto più diretto con la tecnologia…

Ogni brano nasce dalle mie emozioni, sempre filtrate dai programmi del computer. “Quicksilver” non è
musica dance, propone suoni arrichiti dai beat della dance. Volevo ricreare i movimenti sottomarini
che avevo ammirato a Ibiza, con i delfini e le bolle d’acqua. “Resolution” s’ispira invece al
capitano James Cook, che spinse la sua nave Resolution nell’Antartico. In studio ho “trattato”
questa track come se fosse di ghiaccio…

– Uno degli aspetti più innovativi del progetto è l’uso della sua voce: ce ne vuole parlare?

Ho cercato di filtrare la mia voce in un software chiamato Cantor. In effetti “Surfing” miscela mia
voce in un corale virtuale. L’effetto mi è piaciuto molto, così ho amplificato l’experiment nel tema
di “Tears Of An Angel”, che esprime la triste sensazione che si prova quanto si incontra qualcuno
senza essere in grado di aiutarlo. Altri giochi vocali emergono dai “Ringscape”, una track tratta da
Tres Lunas.

– Nell’album è tornato anche a suonare il piano acustico…

Sì, adoro il mio Steinway del 1928, e ogni volta che volevo creare una melodia eterea l’ho
utilizzato.

– Si è anche ispirato alle sue motociclette…

Beh, direi solo alla mia Honda Blackbird. In “Blackbird”, che è una track che si sviluppa in
progressione, costruita un po’ come fece Stanley Kubrick adattando “Il bel Danubio blu” per 2001:
Odissea nello spazio. Quando corro veloce sulla moto, il tempo sembra andare al rallentatore. Ho
provato anche a volare e ho preso il brevetto di pilota, ma è troppo stressante. Le moto sono più
rilassanti.

– Nell’album c’è anche un brano che ha dedicato a suo nonno…

Sì, “The Gate”, che è ispirato alla strana storia di mio nonno Michael Liston, originario di Cork.
Una notte sparì, ritornando a casa tre anni dopo. Solo dopo molti anni di ricerca venni a sapere
che, durante la prima guerra mondiale, aveva combattuto con il battaglione dei fucilieri di Munster,
a Ypres, in Francia, e che era ritornare a visitare i luoghi della Grande Guerra. E io, visitando a
mia volta il Menin Gate Memorial, costruito laggiù e vedendo quello che oggi resta delle trincee, ho
scoperto l’atmosfera che volevo dare alla mia composizione.

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