IL TRADIMENTO dell’INTIMITA’

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IL TRADIMENTO dell’INTIMITA’

di Michael Mendizza

Che cosa ci insegnano gli esperimenti sulla deprivazione sensoriale? Quanti di voi hanno letto sul
n° 22 della rivista il breve articolo intitolato Cervello&Castità sapranno che avevamo anticipato la
promessa di pubblicare di seguito un’ampliamento a tale riflessione. Eccolo, presente sul Web e non
sul cartaceo(sorry), completo in se stesso anche per chi si accosti per la prima volta
all’argomento.

Il mio primo incontro con William Vicary, uno psichiatra forense, al tempo capo dello USC Sex
Offender Program ruotò intorno alla domanda: perché gli uomini picchiano le donne, violentano e
molestano i bambini? Me ne andai con una pila di libri, testi classici sulla violenza maschile. Due
anni dopo, tornai nell’ufficio del dr. Vicary. Egli mi spiegò che tutti, soprattutto i ragazzi,
hanno bisogno di sperimentare un tipo di contatto sicuro e affettuoso. Nei casi di uomini che
commettono violenze contro donne e bambini, con rare eccezioni, questo bisogno di un tocco
confortante era stato negato, distorto o tradito da donne importanti nelle prime fasi della vita.
Egli spiegò in che modo questo tradimento dell’intimità crea una scissione nella psiche in sviluppo.
Il bisogno fondamentale di intimità veniva associato a sentimenti di rifiuto. Ogni volta che tale
bisogno fondamentale di intimità resta inappagato, si crea la sensazione di essere rifiutati.
Allorché la pubertà esplode, altrettanto fa la sensazione di essere rifiutati, e con essa la rabbia
e il furore.

I ragazzi sono più sensibili a questo tradimento dell’intimità. Ashley Montagu ha dedicato un libro
all’argomento, La naturale superiorità delle donne (Bompiani Editore). Le donne portano il futuro
della specie. Biologicamente sono superiori, più resilienti, vivono più a lungo, sopportano meglio
il dolore e le loro connessioni cerebrali sono più fitte. La natura ha più problemi con i ragazzi.
La maggior parte degli aborti spontanei sono maschi, la mortalità infantile dei maschi è più
elevata, i ragazzi hanno più problemi emotivi, l’autismo è più diffuso tra i maschi che tra le
femmine, le ragazze crescono più velocemente ecc. Questa maggiore vulnerabilità è aggravata dalle
credenze culturali, secondo le quali i ragazzi devono essere duri. Le bambine sono accudite. I
bambini non piangono. La natura è impersonale. Per lei, i singoli spermatozoi e i maschi sono più
sacrificabili delle femmine. Quando questo fondamentale bisogno di essere accuditi è negato,
distorto o tradito nelle prime fasi della vita, l’effetto sulla psiche maschile è spesso profondo. E
comprendere questa vulnerabilità dei maschi è un fattore importante della nostra ricerca sul come
formare una generazione di giovani immuni dal senso di vergogna e sessualmente liberi e
responsabili.

Sarò incatramato e coperto di piume per quanto mi accingo a dire, ma credo che sia vero. Se vogliamo
prevenire l’aggressività e la violenza maschili contro le donne e i bambini, dobbiamo cominciare
molto presto a impedire che questo tradimento dell’intimità inneschi una bomba a tempo biologica nei
giovani. La prevenzione dello stupro e della violenza contro le donne e i bambini comincia
prestissimo, codificando il cervello tramite esperienze sensuali che generino fiducia, tramite
l’allattamento al seno, le sensazioni di essere desiderati, supportati, toccati e confortati con
affetto, anziché essere puniti quando si verifica una rottura del vincolo. In una parola: occorre
essere nutriti. Ciò si comunica innanzitutto fisicamente, quando, all’inizio della vita, il cervello
in sviluppo getta le sue basi. Successive fasi di sviluppo nascono dalle fondamenta gettate
precedentemente.

Spesso ci sfugge questo legame tra le fondamenta e il comportamento attuale. Mi viene in mente un
aneddoto su Albert Einstein. Un giornalista gli chiese: «Siamo in una guerra fredda. Come possiamo
produrre i migliori scienziati al mondo?». «Raccontategli favole come se fossero bambini», fu la
risposta. «Mi scusi, ma non ha capito», disse il giornalista; «noi abbiamo davvero bisogno degli
scienziati migliori in assoluto». «Allora raccontategli ancora più favole», rispose Einstein. Lo
stesso è vero per la sessualità adulta. La pubertà sboccia nel terreno fisico-sensorio
(somatosensorio) preparato anni prima. Preparate quel terreno allattando al seno per due o più anni
(nutrizione inferiore a parte, le bottiglie di plastica rappresentano una deprivazione sensoriale,
se paragonate al calore, il contatto, la vista, la fragranza, gli ormoni e il piacere condiviso al
seno materno). L’esperienza dell’essere nutriti, tenuti, portati e giocosamente toccati costituisce
l’architrave dei successivi incontri intimi.

Fu Harry Harlow a compiere i famosi esperimenti di deprivazione sensoriale, alla fine degli anni
Cinquanta. Harlow separò alcune scimmie appena nate dalle madri e le fece crescere in gabbie isolate
dove potevano vedere, sentire e annusare altre scimmie, senza però toccarle o essere da loro
toccate. Poco dopo aver incontrato il dr. Vicary, mi imbattei nell’opera di James W. Prescott, PhD,
uno scienziato del cervello specializzato nell’impatto che la deprivazione sensoriale ha sul
cervello in sviluppo. Una delle patologie più sconcertanti studiate da Jim era l’incapacità delle
scimmie femmina cresciute in isolamento a permettere il tocco, pulire il proprio pelo, accoppiarsi o
accudire i figli. La mancanza di cure materne normali nell’infanzia, di contatto e di allattamento
al seno, aveva impedito lo sviluppo di quelle caratteristiche sociali ed empatiche da cui sarebbero
dipesi, successivamente, il comportamento sessuale e la capacità di dare attenzioni materne. Il
cervello umano è molto più complesso di quello degli altri primati. Tuttavia, i sistemi cerebrali
fisico, emotivo, sociale e sessuale sono molto simili. La mancanza di cure materne da neonate e da
bambine ha notevoli conseguenze sul modo in cui le giovani madri di oggi si relazionano e
accudiscono i propri figli.

Il cervello “vincolato” e quello “senza vincoli”
Molto è stato scritto sulle ragazze e le giovani donne “hooking up” [letteralmente: che
accalappiano, NdT], un termine usato per descrivere la tendenza comune ad avere brevi relazioni
sessuali, senza alcun attaccamento o vincolo emotivo. Se interrogate in merito, le ragazze dicono
spesso di essere troppo occupate da questioni personali, come a esempio ottenere buoni voti, per
pensare alle “relazioni”. A disturbare non è tanto lo stimolo sessuale che si trova in questa
tendenza, quanto la mancanza di affetto, di empatia, di ciò che chiamiamo “legame”. Immaginate
l’impatto che questa mancanza di connessione, attenzioni, affetto e vincoli empatici possono avere
su un neonato.

Il piacere dà dipendenza, crea legami, e da questi piacevoli “legami” che danno assuefazione dipende
la sopravvivenza della specie. Cosa succederebbe se eliminassimo o tradissimo la natura di legame
superiore del piacere, mantenendo solo la dipendenza inferiore, sensorio-motoria-autocentrata?
L’accoppiamento (legame di coppia), le cure materne e il nutrimento sparirebbero, lasciando solo la
stimolazione sensorio-motoria. In che modo ciò determina lo sviluppo del cervello, e quindi il tipo
di madri, padri, società e cultura che creiamo?

Quando spersonalizziamo la sessualità e la consideriamo parte di un sistema più grande, il ruolo che
il piacere ha nei legami e nella conservazione della specie diventa più chiaro. Vediamo l’emergere
di due cervelli, anche se non “in bianco e nero”: uno “vincolato”, l’altro no. Il cervello vincolato
integra, cosa che si riflette in una corrispondente “immagine-di-sé con-il-mondo” basata sulla
relazione, creata da questo cervello. Il cervello non vincolato integra meno. Esso tende a
scollegare, frammentare e creare una “immagine-di-sé contro-il-mondo” difensiva e isolata.

È facile vedere come la sessualità nascente sembrerà e verrà vissuta in modo molto diverso, a
seconda che il fiore della sensualità sbocci nell’uno o nell’altro di questi due cervelli. La chiave
per sviluppare una società e un mondo nonviolenti, cooperativi, ugualitari, senza vergogna,
sessualmente liberi e responsabili è nel preparare il terreno per una tale visione del sé-mondo
molto presto, quando il cervello in sviluppo sta costruendo il quadro di comandi che userà per tutta
la vita. Imporre giudizi morali, ricompense e punizioni durante e dopo la pubertà è uno scherzo. Il
punto saliente non è come coprire o cancellare il profumo del fiore. Ciò che determina il modo in
cui quel fiore viene sperimentato, compreso, espresso e condiviso sono il cervello più profondo e la
struttura corporea, “vincolati” o “non vincolati”, dai quali quel fiore sta spuntando. Il nutrimento
di questo cervello primordiale avviene essenzialmente tramite l’esperienza diretta fisica ed
emozionale – tocco, movimento e gioco –non tramite istruzioni intellettuali, morali e religiose.

La sessualità è come un fiore che sboccia in un sistema sensorio che si è formato a partire dal
concepimento. Il fiore è parte di un sistema più grande. Quella che riteniamo la nostra
individualità è un riflesso di un sistema molto più vasto, la nostra memoria autobiografica e
genetica (mamma, papà e l’ambiente-cultura intorno a loro; le loro mamme, i loro papà e
l’ambiente-cultura intorno a loro, fino all’alba dei tempi e oltre). A ciò dobbiamo aggiungere le
nostre esperienze di campi non materiali, non locali, onde di significati senza tempo che
periodicamente passano sopra e attraverso noi, e che alcuni chiamano intuizioni, bagliori o anche
ricordi di vite passate. Tutto questo costituisce lo sfondo o il contesto che conferisce senso a
quanto avviene in primo piano, ovvero la nostra fioritura individuale. Grazie a tale prospettiva
transpersonale scopriamo che non siamo individui isolati. Quest’ultima è un’immagine, un’illusione.

L’illusione è creata dal cervello. Da questo flusso sempre mutevole di influenze sullo sfondo, il
nostro cervello estrae immagini fisse. Legate insieme come fotogrammi di un’animazione, esse
sembrano formare, per noi e per gli altri, un individuo o un io autonomi. Lo stesso cervello
proietta su questa immagine di sé caratteristiche immateriali e senza tempo che chiamiamo anima,
ovvero, in realtà, un’altra immagine (il cervello può creare un’immagine dell’eternità, ma tale
immagine in sé non è eterna). Le immagini che abbiamo di noi stessi come individui operano allo
stesso modo. La nostra immagine di noi stessi è un costrutto mentale. L’illusione della continuità
si genera allo stesso modo con cui la persistenza della visione anima i cartoni di Disney.
L’immagine dell’io si crea come riflesso dell’esperienza dell’essere accettati o respinti nello
specchio della relazione, personale e culturale.

Quando siamo davvero sereni, ci sentiamo protetti e al sicuro, non c’è nulla da giustificare o
difendere. Ciò che è in primo piano si unisce a ciò che è sullo sfondo. In quel momento o stato non
esistono immagini, frammenti nella consapevolezza, io indipendenti o altro. Consapevolezza,
attenzione e intelligenza autentica si liberano dai paraocchi imposti dal condizionamento e dalle
aspettative culturali. Krishnamurti ha definito questo stato una «consapevolezza priva di scelte»,
dove per scelta si intende una forma di condizionamento culturale che limita o vincola il movimento
libero della vera intelligenza.

La responsabilità culturale e un’altra molto più profonda
Grazie a tale prospettiva più ampia, la vergogna e l’imbarazzo sono visti per ciò che sono:
strumenti potenti usati per modificare, condizionare, limitare e controllare il comportamento
individuale, al fine di adattarlo alle norme culturali. Da ciò vediamo l’emergere di due tipi di
responsabilità, una culturale e l’altra molto più profonda, che oserei chiamare “intelligente”.

La maggior parte delle persone è responsabile culturalmente. Essere culturalmente responsabili
significa essere persone che rispettano, appoggiano e si conformano alle norme del gruppo – sia
questo la razza, la tribù, il villaggio, lo Stato, la nazione, la religione o la gang – che
definiscono cosa è giusto e cosa sbagliato. Tutti si attengono alle stesse regole di inclusione,
plasmando l’identità individuale su quella di gruppo. Io sono cattolico. Io sono Repubblicano. Io
sono musulmano. In ognuna di tali percezioni di sé, l’«io» e il gruppo, o la cultura più grande, si
fondono. Una sfida all’identità, le convinzioni o il comportamento del gruppo è vissuta come
un’aggressione al più profondo senso dell’io. Uccidiamo chiunque si comporti in tale modo, e lo
facciamo da secoli.

Esiste un’altra forma di responsabilità, molto più profonda della cultura. Spesso, in base a questo
più profondo senso di responsabilità, la responsabilità culturale sembra una forma di
irresponsabilità. Il Dalai Lama si riferiva a tale più profondo senso di responsabilità quando ha
distinto la religione dalla spiritualità. Egli ha osservato che la religione è un artefatto
culturale. La spiritualità è evolutiva.

C’è un importante distinzione da fare tra religione e spiritualità. Per me, la religione riguarda la
fede in promesse di salvezza e implica, tra le altre cose, l’accettazione di una realtà metafisica o
supernaturale, tra cui forse si possono annoverare le idee di paradiso o nirvana. Collegati a essa
sono gli insegnamenti, i dogmi, i riti, le preghiere ecc. religiosi. La spiritualità invece, a mio
avviso, riguarda quelle doti dello spirito umano come l’amore, la compassione, la pazienza, la
tolleranza, il perdono, l’appagamento, il senso di responsabilità e di armonia, che portano felicità
a se stessi e agli altri. Il rito e la preghiera, insieme a idee come il nirvana e la salvezza, sono
direttamente connessi alla fede religiosa, mentre queste doti interiori non è necessario che lo
siano. Non c’è quindi motivo per cui l’individuo non debba svilupparle, anche a un grado elevato,
senza ricorrere a un credo religioso o metafisico. Ecco perché talvolta dico che la religione è
qualcosa di cui forse possiamo fare a meno. Ciò di cui non possiamo fare a meno sono queste qualità
spirituali di base. «Queste potrebbero sembrare affermazioni insolite, fatte da una figura
religiosa. Tuttavia, prima di essere il Dalai Lama, io sono tibetano, e prima di essere tibetano,
sono un essere umano. Quindi, mentre come Dalai Lama ho una responsabilità particolare verso i
tibetani, e come monaco ho una responsabilità particolare verso lo sviluppo della concordia
interreligiosa, come essere umano ho una responsabilità molto più grande verso l’intera famiglia
umana; una responsabilità che in realtà abbiamo tutti.»

Quando allarghiamo la nostra identità in quanto individui culturali – che si tratti di una squadra,
una gang, una nazione, una razza o religione – l’identità si espande, trascende i limiti e i vincoli
imposti da queste categorie. Quando allarghiamo la nostra identità in quanto esseri umani, il nostro
senso dell’io si espande a includere tutta la natura. Gli animali, gli alberi, il cielo e il mare
diventano la nostra famiglia. Questo, io credo, è ciò che Krishnamurti intendeva quando disse: «Tu
sei il mondo». E da questa prospettiva più profonda, essere responsabili sembra qualcosa di molto
diverso dall’essere una brava ragazza o un buon Democratico.

Questo più profondo senso di responsabilità sorge spontaneamente quando ci liberiamo dal peso e i
limiti imposti dal condizionamento culturale, e dalle false immagini che questo condizionamento
implica. La vergogna e l’imbarazzo fanno parte del peso. L’essere privi di vergogna, liberi e
responsabili, nella sessualità e in tutti gli altri campi della vita, comincia approfondendo ed
espandendo la nostra identità fino a includere tutta la natura, che vuol dire ogni cosa, un solo
canto, l’universo.

Comprendo che questo sembra romantico, idealista. Raramente nel mondo ossessivo e assorbito in se
stesso sperimentiamo aperture nelle categorie limitate che abbiamo accettato su noi stessi e
imponiamo agli altri, specialmente i nostri figli, quelle aperture a cui si riferisce Joseph Chilton
Pearce nel suo primo libro, L’incrinatura dell’uovo cosmico (Edizioni Crisalide). Tuttavia, è solo
guardando attraverso le incrinature che vediamo al di là del piccolo uovo che limita e definisce
gran parte della nostra esperienza. La nostra sfida è scoprire una concezione transpersonale più
profonda, e la corrispondente responsabilità, in noi stessi, modellandola per i nostri figli, mentre
“tagliamo la legna e portiamo l’acqua”. In questa più profonda consapevolezza e percezione di una
responsabilità priva di vergogna, il piacere sessuale prende il suo posto naturale, nel “Tao” della
nostra vita.

Michel Mendizza è il fondatore di Touch the Fututure: www.ttfuture.org

Traduzione di Daniele Gagan Pietrini

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