La vita è semplicissima

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La vita è semplicissima

di Osho

Tratto da “Una risata vi risveglierà”

La prima domanda:

“Che sensazione dà essere illuminati?”

L’illuminazione non è un pensiero, né è una sensazione. In realtà, l’illuminazione non è affatto un’esperienza. Allorché tutte le esperienze sono scomparse, e lo specchio della consapevolezza è lasciato privo di qualsiasi contenuto, quando è assolutamente vuoto – nessun oggetto da vedere, nulla a cui pensare, niente da sentire –, allorché tutt’intorno a te non esiste alcun contenuto; nel momento stesso in cui resta il puro testimone… quello è lo stato di illuminazione.

È difficile, è praticamente impossibile descriverlo. Se affermi che ci si sente beati, gli dai un significato sbagliato; infatti la beatitudine è qualcosa di opposto all’infelicità, e l’illuminazione non è contraria ad alcunché.

Non è neppure silenzio, perché il silenzio ha significato solo quando è presente il suono; senza quel contrasto non esiste alcuna esperienza di silenzio. E non esiste alcun suono, non c’è alcun rumore. Né è l’esperienza dell’uno; infatti, che senso può avere quell’“uno”, quando resta solo un unico testimone? L’uno può avere significato solo se confrontato con l’altro, con il molteplice. Non è luce, perché non è oscurità. Non è dolce, perché non è amaro.

Nessuna parola umana è adeguata, nessuna lo può descrivere, poiché l’intero linguaggio dell’uomo si basa sulla dualità… e
l’illuminazione è una trascendenza, ogni dualità viene lasciata alle spalle. Ecco perché il Buddha afferma che è shunya. Quando afferma che si tratta di vuoto, di vacuità, shunya, non intende dire che è qualcosa di svuotato; vuole semplicemente dire che è qualcosa vuoto di ogni e qualsiasi contenuto.

Per esempio, una stanza può essere definita vuota, se si tolgono tutti i mobili, se non si lascia all’interno alcuna suppellettile; in quel caso la si definisce vuota.

È vuota di tutto ciò che conteneva un tempo, ma è anche piena: colma di vuoto, piena di se stessa. Ma, rispetto a questo suo essere piena, a questa sua pienezza, non si può dire nulla, poiché il linguaggio umano non ha parole per definirla.

Per secoli abbiamo cercato di definire quel vuoto Dio, nirvana, moksha, tuttavia tutte le parole, in un modo o nell’altro, hanno fallito.

È difficile tradurre qualcosa dalla prosa alla poesia, ancora più difficile è tradurre dalla poesia in prosa, perché la prosa si trova a un livello più basso, la poesia è a un livello più elevato. È difficile tradurre da una lingua in un’altra, anche se le lingue esistono tutte sullo stesso piano; come mai?

Poiché le parole hanno sfumature sottili che vengono perse nella traduzione e sono quelle le cose essenziali.

Ebbene, è impossibile tradurre qualcosa per la quale non esiste alcuna parola, tradurre qualcosa di trascendentale in una lingua che appartiene al mondo della dualità. È come parlare di luce con un cieco; è come parlare di musica celestiale a qualcuno che non sente, che è sordo; è come parlare con una persona febbricitante, che ha perso il senso del gusto, di qualcosa di dolce. Quel sapore per lui è insignificante, ha perso il senso del gusto; tuttavia, in questo caso qualcosa si può fare, perché fino a poco tempo fa l’aveva; lo può ricordare.

Viceversa, tu non riesci neppure a ricordare il tempo in cui eri in grado di assaporare Dio, ne hai completamente dimenticato il gusto. Forse, nel ventre di tua madre hai avuto un’esperienza similare; forse non era proprio la stessa cosa, ma qualcosa di simile.

No, non posso dirti cosa si prova, quale sensazione dà
l’illuminazione, ma ti posso mostrare la strada. Posso spingerti nell’abisso… è la sola cosa che posso fare. Anche tu la puoi assaporare; e alla fine diventerai muto come lo sono io, ammutolirai come sono ammutoliti tutti i buddha.

Cerca di comprendere la complessità del tradurre…

Rabindranath ottenne il premio Nobel per il suo libro Gitanjali. Lo scrisse nella sua lingua madre, il bengali; e in questa lingua ha una bellezza del tutto particolare: è una lingua musicale; è una delle lingue più belle del mondo; possiede una particolare fragranza del cuore. La sua struttura è poetica, si fonda sulla poesia, la lingua stessa è poesia; pertanto il Gitanjali, nella sua forma originale, è un’esperienza del tutto originale e diversa.

Rabindranath stesso lo tradusse in inglese, ma sentì che era scaduto fortemente di tono. Per anni tentò di migliorarlo; conosceva benissimo l’inglese, ma riusciva a sentire la differenza, qualcosa di
incolmabile. Mentre l’originale svettava come un Everest, la traduzione era una piatta pianura: la differenza era enorme. Nella traduzione si perdeva qualcosa, qualcosa di veramente prezioso.

Alla fine, decise di chiedere aiuto a uno scrittore inglese molto famoso, C.F. Andrews. Andrews rimase incantato dalla bellezza del libro, perché non conosceva affatto l’originale.

Ecco perché si resta incantati dalle parole dei buddha, perché non si sa nulla dell’originale.

Se avessi conosciuto qualcosa dell’originale, le parole dei buddha sembrerebbero semplice pattume al confronto; paragonate a quelle vergini vette himalayane, le parole sembrerebbero del tutto mondane, volgari, dozzinali. E lo sono: sono create per servire sulla piazza del mercato.

Andrews rimase incantato e Rabindranath protestò: “Ma, ti ho mostrato questo libro perché mi aiutassi”.

Al che Andrews suggerì di correggere solo quattro parole, per semplici motivi grammaticali; ogni lingua ha la sua grammatica e Andrews disse: “Cambia queste quattro parole; da un punto di vista grammaticale sono leggermente sbagliate”.

Rabindranath le cambiò subito. Poi andò in Inghilterra e, a un incontro di poeti… Yeats, un grande poeta inglese, aveva riunito poeti, critici e amanti della poesia, perché ascoltassero la lettura del Gitanjali; e Rabindranath stesso lesse le sue poesie.

Tutti rimasero affascinati; era qualcosa di maestoso, qualcosa di raro in Occidente, poiché quella poesia aveva la stessa qualità delle Upanishad. Se hai letto Kahlil Gibran… ha la stessa qualità.

Ma, al termine, Yeats si alzò e disse: “Tutto è splendido, ma in quattro punti ho sentito una nota stonata”. E si trattava delle quattro parole che C.F. Andrews aveva suggerito di cambiare. Rabindranath si stupì: “Sono perplesso, sono sorpreso, non ci posso credere. Queste sono le quattro parole che Andrews ha suggerito… sono più corrette, grammaticalmente. Nell’originale io avevo usato queste…”.

Yeats disse: “Le tue parole originali sono quelle giuste. Anche se non sono corrette dal punto di vista grammaticale, hanno in sé una poesia, un flusso. Le parole suggerite da Andrews sono giuste
grammaticalmente”, Andrews aveva la mente di un insegnante, “ma sembrano pietre che ostacolano lo scorrere di un torrente; non aiutano quel flusso. Resta pure sgrammaticato, la poesia se lo può permettere, mentre non si può permettere di non scorrere. Il flusso dev’essere conservato; maggiore è quel flusso, migliore è la poesia”.

Perfino nel mondo comune, da una lingua all’altra, esistono problemi simili…

“Nome?” chiese l’addetto all’ufficio immigrazione.

“Starnuto,” rispose il cinese tutto orgoglioso.

L’addetto lo guardò perplesso: “Questo è il tuo nome cinese?” chiese. “Starnuto?”

“No, è il mio nome italiano.”

“Ebbene, qual è il tuo nome originale?”

“Ah Chu.”

Ebbene “Ah Chu” diventa “Starnuto”…

Anche nelle lingue comuni tradurre è qualcosa di difficile, una delle arti più complesse; e più la poesia è elevata, più è difficile. La poesia più sublime resta intraducibile.

In ogni caso, parlare dell’illuminazione è impossibile, per
un’infinità di ragioni: non esiste alcun contenuto di cui si possa parlare; non esiste nessuno in quanto ego che possa sentire, dire, descrivere. L’oggetto scompare, e con l’oggetto scompare il soggetto, ricordalo, poiché sono parti di una dualità – soggetto/oggetto – si accompagnano. Se non esiste alcun oggetto, immediatamente il soggetto scompare.

Ecco perché il Buddha afferma che è uno stato di anatta, uno stato di non ego, di non io. Nessun contenuto, nessuno che osservi… ebbene, cosa resta? Resta il Tutto, resta la totalità! Ma quella totalità può solo essere indicata, non può essere descritta né definita.

E il mio intero sforzo è aiutarti a raggiungere quello stesso stato esistenziale. Ma non chiedere come ci si sente: non c’è nessuno che lo senta, non c’è nulla da sentire.

Un assoluto silenzio… e un silenzio che non è in contrasto con il suono. Un amore puro, ma un amore che non conosce alcun odio. Una pienezza, ma una pienezza che è assolutamente vuota. In questo modo le parole perdono qualsiasi utilità, e le affermazioni dei mistici sembrano assolutamente paradossali.

Ludwig Wittgenstein ha detto: “Su ciò di cui non si può parlare bisogna tacere. Se un’esperienza non può essere espressa, non dovrebbe esserlo”. Ma anche questo è un problema. I mistici non possono essere d’accordo, io non posso essere d’accordo. Non può essere espressa, eppure si devono fare tutti gli sforzi; nessuno farà mai giustizia di quell’esperienza – tutti coloro che hanno conosciuto ne sono stati perfettamente consapevoli –, tuttavia sono stati fatti sforzi immani, con l’intento non di descrivere l’illuminazione, quanto piuttosto di creare in te un’aspirazione.

E la vera aspirazione nasce non a causa delle parole del Maestro, ma a causa del Maestro stesso, grazie alla sua presenza. Se sei in amore con il Maestro, la sua presenza inizia ad aprire in te porte ignote. Ogni tanto, all’improvviso si apre uno spiraglio, e tu hai
un’intuizione; ogni tanto, vieni trasportato in altri mondi, in altre dimensioni.

La presenza del Maestro dev’essere assaporata, quello è il sapore dell’illuminazione; devi permettere alla presenza del Maestro di sedimentare profondamente dentro di te: quello è l’unico modo per conoscere qualcosa dell’illuminazione.

Gesù dice: “Mangiatemi”. L’ultima notte, salutando i suoi discepoli, spezzò il pane e disse: “Questo sono io. Mangiatemi, digeritemi. E quando mangiate, quando spezzerete il pane, ricordate”. Poi offrì ai suoi discepoli il vino e disse: “Questo è il mio sangue. Bevetemi, e quando bevete il vino, ricordatemi”.

Certo, è un nutrimento dell’anima, ecco perché il pane; ed è vero, è vino, poiché ti inebria del divino.

Avvicinati a me! Lascia cadere la tua armatura, lascia cadere le tue difese. Lascia cadere la tua mente. Dimenticati di te stesso sempre di più, così da poterti avvicinare sempre più intimamente.

In quell’intimità è inevitabile che qualcosa traspaia.

** La seconda domanda

“Per tutta la vita ho cercato di vivere una vita religiosa, ma perché sono ancora tanto infelice?”

Non si può cercare di vivere una vita religiosa. Qualsiasi cosa tu abbia fatto in nome della religione dev’essere stato qualcos’altro. La religione non è uno sforzo, è una consapevolezza. Non è una pratica, è presenza attenta e consapevole. Non è qualcosa di coltivato, non la puoi coltivare; la vita religiosa non ha nulla a che vedere con il carattere.

Il carattere può essere coltivato. Il carattere è morale; perfino una persona che non sia religiosa lo può coltivare. In realtà, le persone irreligiose hanno più carattere dei cosiddetti religiosi, perché la persona religiosa crede fermamente di poter corrompere Dio o, quantomeno, di poter pagare un sacerdote di Dio, e di trovare così il modo per entrare in paradiso.

Viceversa, la persona irreligiosa dev’essere responsabile in prima persona della sua vita, è responsabile di se stessa, verso se stessa. Non esiste alcun Dio, non ci sono preti, non c’è nessuno a cui si possa rivolgere; è lei stessa, in prima persona, che risponde. Ha più carattere.; vi è un’assoluta assenza di carattere. Ma cerca di comprendere in cosa consiste questa “assenza di carattere”: non vuol dire essere privi di carattere, significa avere un carattere più fluido.

Una persona simile vive momento per momento, rispondendo alle nuove situazioni, alle nuove sfide, senza avere alcuna risposta preparata, prefissata.

Il cosiddetto uomo di carattere ha risposte prefabbricate. Non si preoccupa mai di mettere a fuoco la sfida, continua a rispondere nel vecchio modo, usando le strategie che ha appreso; ecco perché non è mai all’altezza, da qui nasce la sua infelicità.

Quell’uomo non è mai in sintonia con l’esistenza; non può esserlo, poiché è più interessato a conservare il proprio carattere che a essere in sintonia con l’esistenza.

Ciò che era giusto ieri potrebbe non esserlo oggi, ciò che è giusto in questo momento potrebbe non esserlo il momento successivo. E l’uomo di carattere ha idee fisse su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato: la sua fissazione è il problema.

È questo che di certo sta alimentando la tua infelicità. Tu non sei flessibile, non puoi esserlo. Il cosiddetto uomo di carattere è privo di qualsiasi flessibilità, assomiglia a un pezzo di legno, arido e secco. Non è per nulla simile a un albero, giovane e flessibile, che si muove, danza nel vento, si piega al suo passaggio per poi tornare a svettare.

Il vero uomo religioso è simile a un giovane albero; in realtà, assomiglia di più all’erba. È così che Lao Tzu ha definito l’uomo religioso: è simile all’erba. Il vento soffia e l’erba si piega, ricade fino a terra, non lotta assolutamente con la sua furia; perché dovrebbe? Siamo parte di un’unità organica, il vento non è nostro nemico… l’erba si piega; e quando il vento cala, di nuovo l’erba si rialza e torna a danzare. Quel vento l’ha aiutata, liberandola dalla polvere; ora l’erba è più verde, più fresca, si è goduta quel gioco.

Viceversa, un albero vetusto, duro, rigido, egoista, incapace di piegarsi cadrà sotto la furia di un vento forte, e non sarà più in grado di rialzarsi: inevitabilmente sarà infelice.

Un uomo di carattere è sempre infelice. La sua unica felicità è essere un uomo di carattere, tutto qui; ma cos’ha a che vedere il carattere con la religione?

Puoi mangiare qualcosa, non puoi mangiare qualcos’altro; puoi bere qualcosa, non puoi bere qualcos’altro; puoi fumare, non puoi fumare… trivialità di questo genere vengono ritenute cose di immenso valore! Inoltre, parli di “fare pratica”… cosa intendi dire?

Deve trattarsi di una repressione, e un uomo che reprime sarà inevitabilmente infelice, poiché tutto ciò che ha represso si dibatterà, lotterà dentro di lui per riaffiorare, per riconquistare potenza.

E anche se hai represso qualcosa, dall’inconscio continuerà a muovere i tuoi fili; ti manterrà in un perenne stato conflittuale, vivrai in un perenne subbuglio interiore; dentro di te continuerà una guerra civile. Rimarrai teso, ansioso, preoccupato, e avrai sempre paura.

Infatti, sai che il nemico è presente, sai di aver represso qualcosa e quel nemico tenta, a ogni istante, di vendicarsi.

Inoltre, esiste un punto al di là del quale non puoi più reprimere, poiché non sei in grado di trattenere ulteriormente quell’energia; esiste un limite a tutto. A quel punto, tutto ciò che hai represso esplode, simile a pus che sprizza fuori dal tuo organismo.

Ebbene, ecco lo stato in cui vive un uomo religioso, questa è la condizione che ci è stata insegnata come religiosa: un carattere repressivo.

Il mio approccio è totalmente diverso. Non ti dico che puoi
addestrarti a essere religioso, e non dico che la religione ha a che fare con questa ideologia comune, morale e puritana.

Un barbone, vestito di stracci, lercio e puzzolente, con gli occhi iniettati di sangue e i pochi denti rimasti, tutti marci, avvicinò Hogan e gli chiese qualche monetina.

“Bevi, fumi, o giochi d’azzardo?” chiese il distinto irlandese al poveraccio.

“Amico mio,” rispose il barbone, “ti giuro che non tocco alcol, non fumo sigarette pestilenziali e non mi lascio mai tentare dal gioco d’azzardo.”

“Benissimo,” disse Hogan soddisfatto. “Se vieni con me, a casa mia, ti darò un dollaro.”

Quando entrarono in casa, la signora Hogan prese il marito in disparte e gli bisbigliò: “Tesoro, come hai osato portarmi in casa quel cumulo di stracci puzzolente?”.

“Amore,” rispose serafico Hogan, “volevo semplicemente mostrarti in che stato si riduce un uomo che non beve, non fuma e non gioca d’azzardo!”

Queste non sono persone religiose!

Dici: Per tutta la vita ho cercato di vivere una vita religiosa…

Hai sprecato la tua vita! Non sprecarla ulteriormente. La religione non è qualcosa che si debba cercare di mettere in pratica… e che cosa sai della religione?

Fatta eccezione per la meditazione profonda, non ci si imbatte mai nella religione. Non è qualcosa scritto nella Gita, né nel Corano, non è scritto da nessuna parte; non può esserlo, perché non è qualcosa che si possa scrivere.

Ciò che è scritto è moralità. Ciò che è scritto è: “Devi fare questo, non devi fare quest’altro”. Obblighi e divieti. La religione non ha nulla a che fare con tutto questo.

Fondamentalmente, la religione è la scienza che permette di creare consapevolezza dentro di te.

Diventa dunque più meditativo, diventa più consapevole. Da quella consapevolezza nasce un carattere molto flessibile, spontaneo, qualcosa che cambia ogni giorno in base alla situazione, che non è attaccato al passato, che non è qualcosa di prefabbricato. Al contrario, è una responsabilità: la capacità di rispondere alla realtà, momento per momento.

È come uno specchio; riflette qualsiasi cosa si pari di fronte a te, l’evidenza dei fatti, e da quel riflesso nasce l’azione. Quell’azione è un atto religioso.

No, tu non sai nulla di religione. Come potresti mai praticarla? E chiedi: Perché sono ancora tanto infelice?

Qualsiasi cosa tu abbia praticato devi averla messa in pratica mosso dall’avidità, con lo scopo di conseguire qualcosa. Di certo ti aspettavi che un’incredibile felicità si riversasse in te, che Dio ti premiasse, che ti rendesse l’uomo più ricco del mondo, oppure il presidente di un Paese; oppure ti aspettavi di diventare molto famoso: un grande santo, o qualcosa di simile. No, non hai vissuto la religione, l’hai usata come un mezzo per qualche altro fine; altrimenti questa domanda non sarebbe mai sorta.

Un uomo di religione non potrebbe mai dire: “Perché sono ancora infelice?”, poiché saprebbe: “Se sono infelice, vuol dire che non sono religioso”.

L’infelicità deriva dall’essere inconsapevole. Se sei consapevole, l’infelicità scompare. Non che sia un premio, semplicemente si tratta di una conseguenza della consapevolezza: porta in casa una luce, una lampada, e l’oscurità scompare.

Non si tratta affatto di un premio dato da Dio. Non accade perché Dio ha visto che hai portato dentro di te una luce, per cui ti premia rimuovendo ogni oscurità. Niente affatto, è la legge naturale: aes dhammo sanantano, questa è l’eterna legge. Introduci una luce e l’oscurità scompare, poiché l’oscurità non ha una propria esistenza; è solo assenza di luce.

L’infelicità è assenza di consapevolezza. Pertanto è impossibile essere consapevole e infelice, finora nessuno ci è riuscito; se ci riesci, farai qualcosa che resterà nella storia, qualcosa di incredibile, di eccezionale, di inaudito, di incomprensibile. Farai un miracolo, qualcosa che finora nessun buddha è riuscito a realizzare.

È qualcosa di impossibile, neppure tu ci riuscirai; non è nella natura delle cose. Come puoi mantenere l’oscurità e, al tempo stesso, conservare una fiamma vivida nella tua stanza? Puoi mantenere l’oscurità, ma in questo caso dovrai spegnere la luce; non puoi tenere entrambe le cose, non è possibile alcuna coesistenza. Se sei infelice, ciò rivela semplicemente che non hai compreso cos’è la religione, e in nome della religione hai tentato qualcos’altro. Hai cercato di essere un moralista, un puritano; hai cercato di creare un carattere, come mai? A che scopo? L’hai fatto perché il carattere è qualcosa di elogiato, perché la società lo rispetta. È un gioco egoico; molto sottile, ma comunque resta un gioco dell’ego.

E l’ego crea infelicità. I tuoi cosiddetti santi sono tutti infelici. Mi sono imbattuto in migliaia di questi santi – hindu, giainisti, buddhisti, musulmani, cristiani – e sono tutti infelici. Tutti sperano di essere premiati dopo la morte.

La vera religione è istantanea: qui diventi consapevole e
immediatamente l’infelicità scompare. Non devi aspettare la vita successiva, non devi neppure aspettare fino a domani!

Ecco cosa intende il Buddha quando dice: Sii svelto a fare il bene. Il bene più grande che si possa fare è essere consapevoli; poiché ogni altro bene scaturisce da questo. Essere consapevoli è la fonte di ogni bontà, di ogni virtù.

** La terza domanda

“Quando ti sento parlare d’amore e di meditazione, oppure di sesso e di morte, e ti sento dire che sono due aspetti della stessa energia, qualcosa in me riconosce che è vero. Tuttavia, sebbene sia sospinto da entrambi, mi sento bloccato nell’idea di poter avvicinare solo uno dei due aspetti per volta. Esiste effettivamente un modo per essere nel punto di congiunzione di queste due polarità, là dove è possibile percepirle come un’unica energia?”

L’inizio deve sempre partire da un lato, da uno dei due aspetti; all’inizio non puoi fare in modo di entrare da entrambe le soglie. Se un tempio ha due porte, non puoi entrare simultaneamente da entrambe.

Come potresti? D’altra parte, non è neppure necessario entrare da tutte e due le porte contemporaneamente; una porta è sufficiente. Entrando da una porta, hai raggiunto il santuario interiore; e anche le persone che sono entrate dall’altra porta, hanno raggiunto lo stesso santuario. L’incontro accade nell’esperienza più intima. Non importa se ci entri attraverso l’amore oppure attraverso la
meditazione: raggiungi la stessa culla interiore. Si consegue lo stesso punto di assenza dell’ego sia attraverso l’amore sia attraverso la meditazione. Si realizza lo stesso punto di dissolvimento della mente, sia attraverso l’amore sia tramite la meditazione. E con entrambi si realizza lo stesso punto di trascendenza del tempo: il risultato finale è lo stesso, dunque non ti devi preoccupare. Non è previsto che entri da entrambe le porte. Se cerchi di entrare da entrambe, non riuscirai a oltrepassarne neppure una, poiché farai un passo verso una soglia, poi dovrai retrocedere per raggiungere l’altra; farai un passo verso l’altra, poi dovrai retrocedere per raggiungere la prima. E non farai altro che correre da una porta all’altra, all’esterno del tempio! È qualcosa di assurdo, non è affatto necessario!

Se la persona che entra attraverso la porta dell’amore perdesse qualcosa, qualcosa che guadagna la persona che entra attraverso la porta della meditazione, o viceversa, allora sarebbe un problema; ma non è così: entrambe raggiungono lo stesso tempio. Da entrambe le polarità, arrivano allo stesso punto intermedio… e quel punto intermedio è il punto di trascendenza.

Non preoccuparti del fatto che puoi avvicinare un lato per volta; raggiunto il santuario interiore, tutti i lati ti apparterranno. Ama, e saprai cos’è la meditazione; medita, e saprai cos’è l’amore.

L’amore si addice a coloro la cui energia è per sua natura estroversa; la meditazione si addice a coloro la cui energia è naturalmente introversa. Meditazione vuol dire essere con se stessi, pienamente felici, contenti di godersi la propria solitudine. Amore vuol dire essere con l’altro, contenti di godersi lo stare insieme. La meditazione è simile a un assolo di flauto; l’amore assomiglia a due strumenti che suonano insieme, in una profonda armonia: un flauto e una tabla; è un jugalbandi, un duetto, una comunione di due strumenti che si accompagnano, che danzano insieme.

Ci sono persone che trovano più facile arrivare a se stesse attraverso l’altro; è un percorso un po’ più lungo… l’amore è una via un po’ più lunga, ricordalo, ma molto più bella, poiché lungo il percorso si incontrano alberi splendidi, fiori e uccelli meravigliosi. La meditazione è il percorso più breve che esista, poiché non si va da nessuna parte: chiudi semplicemente gli occhi e ti immergi
profondamente nel tuo essere, là dove già sei.

L’amore è arrivare a se stessi attraverso l’altro, tramite l’altro; la meditazione è arrivare a se stessi direttamente, immediatamente. Ma è un percorso un po’ arido, poiché non vi è alcun sentiero: lungo la via non ci sono alberi, nessun uccello, nessun’alba, nessun tramonto, nessuna luna, nessuna stella.

Ha una sua bellezza: la bellezza del deserto. Sei mai stato in un deserto? Il silenzio, l’eterno silenzio del deserto… sabbie che si distendono nell’eternità… una purezza e una pulizia… certo, quelle sono le bellezze della meditazione.

Dipende da te: ci sono persone che amano il deserto. Molti mistici cristiani sono andati nel deserto e lì hanno conseguito Dio. Andare nel deserto è solo un gesto simbolico che raffigura la discesa in meditazione.

Devi osservare te stesso e scegliere ciò che ti si addice, ciò che ti attrae. Nella suprema comprensione entrambe le vie si fondono, ma lungo il sentiero sono diverse: canti diversi, musica diversa, un sapore diverso. D’altra parte, le persone sono differenti.

Esistono due tipi di persone: maschili e femminili. Il tipo femminile troverà più facile percorrere il sentiero dell’amore. E ricorda: con “femminile” non intendo la femmina; un uomo può appartenere alla tipologia femminile. Il mistico indiano Chaitanya era femminile, proprio come Mira: la loro tipologia era identica. Mira è una donna, Chaitanya è un uomo, ma la loro tipologia è identica; entrambi appartengono al tipo femminile, entrambi si muovono lungo il sentiero dell’amore. Entrambi ebbero bisogno di Krishna, solo tramite questa divinità poterono raggiungere e realizzare se stessi.

Anche con “maschile” non intendo il maschio. Mahavira e Lalla, la grande mistica kashmira, appartengono esattamente alla stessa tipologia: entrambi sono di tipo maschile. Sia Mahavira che Lalla vissero nudi; Lalla è l’unica mistica che visse nuda: entrambi appartengono allo stesso tipo, il meditatore.

Il tipo maschile troverà più facile entrare in se stesso direttamente; il tipo femminile troverà più facile procedere attraverso l’altro. Nessuno dei due è superiore o inferiore, poiché entrambi raggiungono lo stesso tempio.

Pertanto, osserva, scopri a che tipologia appartieni, e incamminati in base a ciò che ti è naturale. E non preoccuparti del fatto che non riesci a gestire contemporaneamente entrambi gli aspetti; nessuno potrà mai farlo. Certo, qualcuno ci ha provato, ma tutti hanno fallito; nessuno ci è mai riuscito.

Ovviamente, un modo esiste… se vuoi conoscere entrambe le vie, il solo modo per farlo è quello tentato da Ramakrishna: prima si entra nel tempio usando una tipologia, una soglia; raggiunto il santuario interiore, si torna indietro e si rientra, usando l’altra soglia.

Per ciò che concerne una sperimentazione scientifica è ottimo farlo, solo per verificare che anche l’altra soglia si apre sullo stesso sacrario… e Ramakrishna tentò tutte le vie che le religioni rendono accessibili.

Nel momento in cui sei entrato nel santuario, le cose sono più facili. Se, seguendo il percorso della prima soglia, ci sono voluti anni, quello tramite la seconda richiederà solo giorni, visto che, di fatto, hai già realizzato la meta. Stai semplicemente provando un altro sentiero, stai solo verificando se arriva o no a quello stesso santuario interiore.

Se vuoi fare degli esperimenti, come fece Ramakrishna, va benissimo. Ma, anche in quel caso, neppure lui riuscì a entrare attraverso le due porte contemporaneamente, simultaneamente; è qualcosa di impossibile.

Prima di tutto entri da una porta, arrivi al santuario, sperimenti; poi, se la cosa ti interessa… ma in realtà, a nessuno interessa: perché mai? A che scopo? Sei già arrivato, e riesci a vedere che anche altre persone stanno arrivando, entrando dall’altra porta; non è affatto necessario che tu, in prima persona, vada a sperimentare quel percorso.

All’interno incontrerai Mira e Mahavira, sono seduti una di fianco all’altro. In quel tempio incontrerai Lao Tzu, Krishna, Maometto e Gesù, seduti insieme… che si bevono una tazza di tè e chiacchierano tranquillamente! Cos’altro resta da fare?

Se però la cosa ti interessa, se vuoi veramente indagare per scoprire se anche l’altro sentiero raggiunge lo stesso santuario interiore, dovrai uscire e incamminarti lungo l’altra via. E adesso quel percorso sarà più facile, poiché la tua consapevolezza è già all’interno; sarà solo il tuo corpo a uscire: potrai seguire l’altra via e vedrai…

Ramakrishna fece un esperimento incredibile: dimostrò, da una prospettiva esistenziale, che tutte le religioni sono uguali. Anche in passato lo si diceva, ma nessuno l’aveva mai verificato
esistenzialmente; si trattava di una deduzione logica. Invece Ramakrishna percorse le diverse vie, praticamente seguì ogni metodo possibile, e in tutti i casi conseguì, sempre e comunque, lo stesso stato di realizzazione.

Ramakrishna è un araldo di una visione nuova, avviò una nuova fase. Infatti, dopo di lui non dovrebbero più esistere così tante religioni. Certo, la varietà è stupenda, ma ogni antagonismo dovrebbe scomparire: gli hindu non dovrebbero lottare contro i musulmani; infatti quest’uomo, Ramakrishna, ha realizzato la stessa esperienza, percorrendo tutti i sentieri religiosi.

Ebbene, se sei interessato a fare esperimenti, come quelli fatti da Ramakrishna, va benissimo; altrimenti, non ti devi affatto
preoccupare: entra nel santuario interiore da una porta, e sarai entrato da tutte.

** La quarta domanda

“Quando parli del bene, del male e dei karma che ne conseguono, affermi che le azioni consapevoli sono intrinsecamente estatiche e le azioni inconsapevoli sono intrinsecamente dolorose, ma mi chiedo: esistono ulteriori implicazioni?”

Inoltre, ne consegue dunque che ogni beatitudine è frutto della consapevolezza e ogni sofferenza è frutto dell’inconsapevolezza?

Non esistono ulteriori implicazioni. Si tratta di un fenomeno semplicissimo: la consapevolezza è intrinsecamente estatica. La beatitudine non è un risultato: è implicita, connaturata alla consapevolezza. Non giunge dall’esterno, fiorisce all’interno della consapevolezza; è la fragranza che emana dalla fioritura della consapevolezza.

Quando la rosa della consapevolezza si schiude, la fragranza è beatitudine. E quando il tuo essere si chiude nell’inconsapevolezza, quell’aria mortifera e stantia, quel fetore, quell’oscurità è l’infelicità. Anche quello è qualcosa di intrinseco, poiché in quel caso attraverso di te non può scorrere aria fresca; le tue porte, le tue finestre, sono tutte chiuse. Adesso i raggi del sole non possono entrare in te; non sei disponibile alla pioggia, non sei accessibile al vento, il sole non ti raggiunge: ti sei isolato, rispetto all’esistenza. Sei diventato una monade, non hai alcuna apertura; sei incapsulato, sei completamente chiuso in te stesso, nel tuo ego. Hai disconnesso il tuo essere da questo splendore immenso, da questa esistenza estatica; da qui l’infelicità. Di fatto non è un risultato; si tratta di inconsapevolezza pura e semplice: è un altro nome per indicarla.

E la gente vive inconsapevolmente, ma non lo vede. Continua a ripetere: “La mia vita è infelice”, e afferma di non voler vivere nell’infelicità, ma continua a scaricare la responsabilità su qualcos’altro, su qualcun altro: il fato, la società, la struttura economica, lo Stato, la chiesa, la moglie, il marito, la madre; comunque il responsabile è qualcun altro.

La religione prende il via nella tua vita nel momento in cui assumi su di te la responsabilità.

Assumersi la responsabilità della propria infelicità è l’inizio del cambiamento; infatti, anche il semplice accettare il fatto che “Io sono responsabile di qualsiasi cosa sono” è l’inizio della
consapevolezza. Inizi a uscire dallo stato di ubriachezza nel quale hai vissuto per secoli.

Poteen, un ubriacone allo stadio terminale, con un alito così carico d’alcol da incenerire qualsiasi cosa, si fece l’ennesima pinta di birra. Dopo un po’ iniziò a vedere un’infinità di animali nella sua stanza, al punto che mise all’esterno un’insegna: “Lo Zoo di Flaherty”.

Il sergente del distretto di polizia locale decise di andare a parlargli ma, appena entrato, fu invitato a bersi un goccetto e, bicchiere dopo bicchiere, mezz’ora dopo, in una stanza in cui non c’era nessun altro, alzò la mano per chiedere silenzio e biascicò: “Tutto bene, ragazzi. Il peggio è passato… mi ha appena venduto metà degli elefanti!”.

Vivi in uno stato di esaltazione. Non ti servono bevande alcoliche, nel tuo sangue circola già una dose eccessiva di alcol. Non hai bisogno di farti di marijuana, LSD, mescalina o chissà cos’altro, il tuo organismo ne è già saturo. Sei nato inconsapevole! Ma, poiché tutti sono come te, non ne diventi mai cosciente.

Solo nel momento in cui in te inizia un processo di risveglio, diventi consapevole, puoi fare un confronto, riconosci che fino a questo momento hai vissuto in una sorta di sogno, ti sei mosso come un sonnambulo; vedi che hai sempre agito in uno stato di
inconsapevolezza.

E, poiché hai agito in modo inconsapevole, ti sei mosso nella vita come un cieco, simile a un legno alla deriva, senza alcuna rotta, senza avere idea di dove stavi andando, senza avere la minima idea di chi sei, come puoi sperare di essere felice ed estatico? Puoi solo essere infelice, può solo cambiare la quantità della tua infelicità.

Quando sei un po’ meno infelice, la chiami felicità. Non è vera felicità, si tratta solo di una minor infelicità, rispetto al normale; quando quella quantità aumenta, entri in uno stato d’angoscia. Ma sono tutti stati di infelicità, che a volte diminuisce e a volte aumenta; in ogni caso, tu non hai ancora conosciuto la felicità. Certo, hai conosciuto il piacere…

Il piacere si ha quando si dimentica l’infelicità. L’infelicità resta, ma te ne dimentichi. Vai al cinema, ti coinvolgi nella trama, sei così attento da farti prendere dalla storia, al punto che ti dimentichi di te: per due, tre ore esisti come se non esistessi; poi, una volta uscito dal cinema, rientri nel tuo sé abitudinario e nella tua routine di infelicità.

La stupidità è questa: a causa della tua inconsapevolezza soffri, e quando vuoi evitare la tua sofferenza ti ubriachi, in modo da scordarla. Sei infelice perché sei inconsapevole; ma poi cerchi di diventare ancora più inconsapevole, per non sentire di essere infelice. In questo modo scendi sempre più in profondità nella tua inconsapevolezza, ma consideri questi stati di coma qualcosa di portentoso, di prezioso, di incredibile. Sono soltanto spazi di vuoto in cui ti addormenti profondamente e diventi così totalmente inconsapevole da non ricordarti neppure più di essere infelice.

In questi stati di inconsapevolezza, prodotti chimicamente, puoi credere di avere un po’ di felicità, lo puoi immaginare: tutto dipende dalla tua immaginazione. Molte persone hanno fatto esperimenti con l’LSD, la sostanza psichedelica più sofisticata che sia stata prodotta fino a oggi. E, dopo molti esperimenti, si è visto questo: le persone che sperano di conseguire un’estasi sublime, al termine della prova raccontano di aver raggiunto il paradiso, di aver visto gli angeli, la luce e colori vividissimi, sperimentando momenti di incredibile poesia. Viceversa, le persone che si sottopongono alla prova con l’idea che sia qualcosa di sbagliato, che queste sostanze non possono dare la beatitudine, che daranno inevitabilmente infelicità, al termine della prova dichiarano di essere state all’inferno e di aver sofferto incredibilmente; hanno letteralmente vissuto le fiamme dell’inferno.

Il motivo è evidente: qualsiasi cosa tu abbia immaginato sotto l’effetto dell’LSD inizia ad apparire reale. Se sei contrario, se credi che sia un male, ti imbatterai nel male; quella sostanza si limita ad amplificare la tua immaginazione, magnifica qualsiasi cosa immagini: se si tratta di qualcosa di oscuro e tenebroso, cadrai in un buco nero.

Se lo ritieni qualcosa di bello, come Aldous Huxley che credeva all’LSD come all’ultima scoperta religiosa, lo riteneva in grado di condurre le persone all’estasi, al samadhi… ciò che il Buddha conseguì dopo sei anni, Mahavira dopo dodici, Kabir e Nanak e tutti gli altri dopo anni di lotte con l’inconscio, di sforzi per diventare consapevoli, lo si può realizzare molto facilmente con l’LSD: si deve soltanto prendere una piccola dose di questo stupefacente.

Huxley credeva che, prima o poi, si sarebbe potuta sintetizzare una sostanza stupefacente sempre più sofisticata, al punto da creare lo psichedelico assoluto, da lui chiamato soma in ricordo degli antichi Veda. Infatti, nei Veda si dice che i veggenti erano soliti bere un particolare nettare, chiamato soma raso, in grado di connetterli con Dio.

Huxley diceva che il soma sarebbe stato lo psichedelico assoluto del futuro: lo si può iniettare da soli nel corpo, e si viene trasportati in paradiso.

Ebbene, tutto questo è mera idiozia! Sono tutte assurdità senza senso. Tuttavia, Huxley è un uomo onesto, ciò che dice non è falso; lui stesso l’ha sperimentato prendendo l’LSD, perché ci credeva. Si tratta di una proiezione del suo credo, si tratta della sua immaginazione magnificata.

Rahner, un’altra persona altrettanto integra, che era fermamente contrario all’LSD e alle sostanze psichedeliche, giunse a risultati esattamente opposti: l’LSD porta all’inferno, getta letteralmente tra le fiamme dell’inferno, crea torture inaudite, inimmaginabili; perfino Adolf Hitler non riuscì a sognare qualcosa di simile. E anche Rahner è sincero; entrambi hanno ragione, poiché tutti e due sono stati ingannati dalla loro stessa mente.

L’uomo è già inconsapevole; ebbene, ora si cerca di renderlo ancor più inconsapevole, come se l’enorme dose di inconsapevolezza che accompagna la sua esistenza non fosse sufficiente!

Per ciò che concerne i buddha, per ciò che mi concerne, è impossibile conseguire la consapevolezza usando una qualsiasi sostanza chimica. Le sostanze chimiche possono solo produrre inconsapevolezza, poiché l’inconsapevolezza è un fenomeno molto grezzo, un livello esistenziale inferiore; la consapevolezza è la vetta più elevata della crescita, un aprirsi, un tornare a casa: no, non lo si può generare con delle sostanze chimiche.

Puoi evolvere in consapevolezza solo se continui a raffinare la tua intelligenza; se continui a lavorare sulla tua anima testimoniante; se diventi sempre più un testimone distaccato e presente di tutto ciò che fai, di tutto ciò che pensi, di tutto ciò che senti. Se sei infelice – come lo sono tutti –, ricorda: ciò rivela semplicemente che sei inconsapevole.

Non lottare con l’infelicità, non servirà affatto. Puoi spingere, strattonare l’infelicità da una parte all’altra: comunque rimarrà. Non scaricare su qualcun altro la responsabilità; non dire: “Sono infelice a causa di questa moglie, se la cambiassi non lo sarei più”. Puoi continuare a cambiare donna: nessuna donna al mondo ti renderà estatico. Se pensi: “Mio marito è la causa della mia infelicità”, potrai anche cambiarlo…

In America la gente cambia partner velocissimamente, ma l’infelicità continua a crescere, non diminuisce affatto: puoi valutare
l’infelicità di una persona informandoti su quante volte ha
divorziato. Maggiore è il numero di divorzi, più è infelice; infatti, più divorzia, più perde ogni speranza.

In un Paese come l’India puoi sperare. Non puoi divorziare facilmente; la maggior parte della popolazione non riesce neppure a concepire il divorzio. Il solo modo di liberarsi della moglie è sperare in un’altra incarnazione; e anche in quel caso non si può mai dire! Potreste aggrapparvi così tanto l’uno all’altra che il rapporto continua anche in altre vite. E le donne soprattutto, nei templi non fanno che pregare: “Dammi di nuovo lo stesso marito, per cento vite!”. Se le loro preghiere vengono esaudite, non c’è speranza. Comunque, quantomeno, si può rimandare: “Dopo la morte… questa vita ormai è persa, non ci si può fare nulla. Adesso quest’uomo, o questa donna, sono il mio destino”; non resta che accettarlo e consolarsi. Accontentati: auspicati il meglio e aspettati il peggio!

Tuttavia in India la gente sembra più tranquilla, poiché la gente sa: “È questa donna a creare difficoltà”; almeno esiste questa
consolazione: “È quest’uomo a creare tutti i guai”. Viceversa, in America non è neppure ammessa quella speranza: la gente non fa che cambiare marito o moglie, all’infinito!

Ho sentito raccontare:

Un uomo e una donna erano seduti in giardino a fare colazione, e i bambini stavano giocando sul prato. All’improvviso scoppiò un litigio che finì in una rissa furibonda. Al che la donna urlò al marito: “Fa’ qualcosa! I tuoi bambini e i miei hanno fatto comunella e stanno picchiando i nostri figli!”. Un ragazzino si stava vantando del padre, diceva: “È il papà più meraviglioso del mondo”. L’altro replicò: “Non è vero! Prima era il mio papà… lo conosco, e noi ce ne siamo liberati. È veramente antiquato, non ha nulla di moderno… tu hai un papà di seconda mano!”.

So di un uomo che cambiò moglie otto volte, nella speranza di trovare sempre una donna migliore che non gli creasse tanta infelicità, ma ogni volta si stupiva, ritrovandosi di fianco lo stesso tipo di donna.

Non può che essere così: se la persona che sceglie è la stessa, come può scegliere qualcosa di diverso? Continui a innamorarti dello stesso tipo di donna, accade ripetutamente perché tu resti lo stesso di sempre. Il tuo stato di consapevolezza o di inconsapevolezza resta sempre lo stesso, la tua mente è la stessa. Chi sarà a scegliere?

Ti innamori di un certo tipo di donna: una donna che cammina in un certo modo, che ha un naso particolare, una voce particolare, un volto e una figura caratteristici.

Ti innamori di una particolare tipologia, della sua specifica psicologia, e ne resti infatuato. Quando vi avvicinate e iniziate a vivere insieme, compare l’infelicità… e divorziate. Di nuovo ti metti alla ricerca; ma tu sei la stessa persona, non sei minimamente cambiato: di nuovo troverai lo stesso tipo di donna. Come potresti trovare una donna diversa? Nessun’altra ti attirerà: lo stesso tipo di donna ti affascinerà, ti ammalierà, e di nuovo ricadrai nella stessa trappola. Cambia solo il nome, la trappola resta sempre la stessa.

Non gettare sugli altri la tua responsabilità; è questo che ti mantiene infelice. Assumiti la piena responsabilità. Ricorda sempre: “Io sono responsabile della mia vita. Nessun altro è responsabile; pertanto, se sono infelice, devo scrutare nella mia consapevolezza: qualcosa in me non va, ecco perché creo infelicità tutt’intorno a me”.

Questo è l’inizio, un grande inizio, il primo seme di trasformazione. Se ti assumi sulle spalle la piena responsabilità, stai già diventando consapevole; stai già diventando cosciente, il primo raggio di luce si è già manifestato.

Certo, la consapevolezza è intrinsecamente estatica e
l’inconsapevolezza è intrinsecamente infelice. Non c’è nulla da aggiungere: le cose sono semplici.

Le leggi della vita sono sempre molto semplici. La verità è sempre molto semplice; non è mai occulta, non è mai esoterica. La verità è pura e semplice ovvietà; e proprio perché è così ovvia, la gente non la vede.

Le persone continuano a lasciarsi sfuggire l’ovvio, le persone continuano a non vedere ciò che è semplice, poiché pensano che la verità debba essere molto complessa. Ecco perché continuano a cercare qualcosa di complesso, e la verità non è affatto complessa. Continuano a ricercare lontano, a distanze remote, e la verità è vicinissima. Continuano a scrutare nei misteri, nella dimensione del misticismo, dell’occulto, degli insegnamenti esoterici. E ci sono persone che sfruttano questa situazione, perché sanno che esistono persone incapaci di sentirsi soddisfatte con una verità semplice. Questa gente scrive polpettoni senza senso, ma in modo che quelle cose sembrino conoscenze occulte; scrivono in modo da rendere impossibile qualsiasi comprensione, ma la gente pensa che, se qualcosa è incomprensibile, nasconde un segreto prezioso.

La verità è semplicissima, ed è proprio a causa di questa sua semplicità che non la guardi. Devi imparare, devi diventare
consapevole di questa semplicità, di questa ovvietà che caratterizza il Vero.

No, non c’è nulla da aggiungere. Le cose stanno semplicemente così: la consapevolezza è beatitudine, l’inconsapevolezza è infelicità.

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