STORIA DELL’OLISMO – 5

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STORIA DELL’OLISMO – 5

da “Enciclopedia olistica”

di Nitamo Federico Montecucco ed Enrico Cheli

Olismo – i quattro stati di organizzazione – dalla frammentazione all’unità
Di Nitamo Federico Montecucco

L’evoluzione delle idee e della coscienza planetaria alla luce delle ricerche sulla coerenza
(sincronizzazione) cerebrale

Dalle ricerche neurofisiologiche sulla sincronizzazione (coerenza) cerebrale sono emersi quattro
importanti stati di organizzazione. Seguendo la logica della teoria generale dell’evoluzione dei
sistemi, abbiamo applicato la logica di questi quattro stati neurofisiologici sia ai fenomeni
elettromagnetici quantistici e chimici, sia agli organismi viventi sia alle società umane. I quattro
stati di organizzazione cerebrale sono:

Stato di disgregazione – minima coerenza: Manca il legame tra gli elementi che compongono il
complesso sistema cerebrale (e psichico), aree, centri e funzioni neurofisiologiche sono disgregati
tra loro, tipico degli stati di non-coscienza, della degenerazione o morte cerebrale (coma). E’
caratterizzato da minima o assente coerenza informatica, massima entropia, minima sinergia, da
assenza di attività globali coordinate. Negli organismi viventi è uno stato associato alla morte del
sistema vivente, o, evolutivamente all’estinzione di una specie. Nei sistemi sociali corrisponde
alla sconfitta di uno stato, al collasso sociale, alla fine di una cultura.
Stato di frammentazione – bassa coerenza: Le parti del cervello (e della psiche) sono in conflitto,
in stato di isolamento o disarmonia tra loro, tipico degli stati di inconsapevolezza, di
depressione, di conflitto interiore, di crisi psicologica e di malessere globale. E’ caratterizzato
da bassa coerenza, alta entropia, bassa sinergia e debolezza funzionale dell’attività globale. Il
sistema tende a perdere energia e informazione. Negli organismi viventi è associato allo stato di
malattia (squilibrio interno, scompenso fisiologico) ed evolutivamente al disadattamento e alla
regressione. Nei sistemi umani allo stato di guerra, di conflitto etnico, religioso, socioeconomico,
di crollo dei valori culturali, ecc. E’ lo stato in cui si è trovato il pianeta per millenni e in
cui ancora si trova in alcune regioni a regime totalitario o dittatoriale, con minima democrazia o
con economia sottosviluppata. Culturalmente corrisponde al fondamentalismo, alle ideologie politiche
e alle ortodossie religiose imposte dallo stato, con netta prevalenza di una filosofia sulle altre.
Filosoficamente è basato su un paradigma frammentato o dicotomico.
Stato di integrazione – alta coerenza: Le parti e le funzioni del cervello (e della psiche) sono
coordinate e sincroniche, esse formano un network di relazioni-informazioni, tipico degli stati di
consapevolezza, di benessere psicofisico. Caratterizzato da alta coerenza, bassa entropia, alta
sinergia e vigore funzionale delle attività globali. Il sistema tende ad accumulare energia e
informazioni che, eventualmente, può utilizzare per crescere e creare. Nei sistemi viventi è lo
stato di vigore salute, nelle specie tale stato può portare ad un salto evolutivo e adattativo. Nei
sistemi sociali corrisponde alla fase di stabilità tra stati, in cui prevale la relazione, il
“network”, la floridità. Le parti sociali trovano dei punti di dialogo e cooperazione positiva. E’
lo stato a cui tende l’attuale politica culturale internazionale, dalla globalizzazione dei mercati,
all’ONU, al pluralismo religioso, alla coesistenza interraziale, alla rete Intenet. Corrisponde al
concetto di Villaggio Globale di Mac Luhan. La sua base filosofica più congrua è la Teoria Generale
dei Sistemi di Von Bertalanffi.
Stato di unità – massima coerenza: Si realizza l’unità. Le parti del cervello e della psiche si
sincronizzano completamente e si muovono all’unisono, tipico dello stato di autocoscienza, l’unità
(il Sé) prevale sui singoli componenti (le personalità). Caratterizzato da altissima coerenza e onde
elettroencefalografiche armoniche, minima entropia, massima sinergia e coordinazione delle attività
globali. La massima comunicazione e la minima resistenza tra le parti permette di raggiungere il più
elevato grado di unità, base dei grandi salti evolutivi sia a livello cognitivo, che spirituale o
sociale. Esempi evolutivi di questo salto sono l’integrazione di miliardi i atomi a formare un’unità
cellulare, o di miliardi di cellule a formare un organismo animale. A livello sociale si può
immaginare che l’emergere di una nuova coscienza planetaria e la futura integrazione globale, nel
rispetto dell’individualità e della diversità umana e culturale, possano portare ad un’unità della
famiglia umana ancora difficile da immaginare ma certamente già presente nei modelli di Gaia di
Lovelock, o di Noosfera di De Chardin. E’ alla base del Paradigma olistico, orientato sull’unità
umana e globale.

IL SISTEMA Dl INFORMAZIONE CON CUI DIALOGANO IL CORPO E LA MENTE
di Candice Perth

Relazione al “Symposium on Consciousness and Survival” sponsorizzato dalI’Istitute of Noetic
Science, estratto da Whole Earth Review, Summer 88.

In questo articolo descriverò un insieme di affascinanti e, per lo più, nuove informazioni sulle
sostanze chimiche del corpo chiamate neuropeptidi. Basandomi su queste scoperte, avanzerò l’idea che
i neuropeptidi e i loro recettori formano una rete per le informazioni all’interno del corpo.
Potrebbe sembrarvi un’ipotesi di poca importanza, ma le sue implicazioni sono tuttavia vastissime.
Io credo che i neuropeptidi e i loro recettori sono la chiave per capire come la mente e il corpo
sono interconnessi e come le emozioni si manifestano nel corpo. In effetti più conosciamo i
neuropeptidi più diventa difficile pensare a ‘corpo e mente’ in modo tradizionale, risulta sempre
più evidente che bisogna parlare di ‘mente/corpo’ come un’unica entità integrata.

La maggior parte di quello che descriverò sono risultati di laboratorio: scienza ‘dura’; è
importante ricordare che, benché gli studi scientifici di psicologia sono tradizionalmente
focalizzati su una sperimentazione fatta su animali, se guardate l’indice di un recente libro di
testo di psicologia, non sarà difficile trovare termini come ‘consapevolezza’, ‘mente’ o anche
‘emozioni’. Questi argomenti finora non sono mai stati accettati nel regno della psicologia
sperimentale tradizionale, che, normalmente, studia esclusivamente il comportamento, perché può
essere osservato e misurato.

La specificità dei recettori

Esiste un campo della psicologia in cui la mente, intesa come stati di coscienza, è stata studiata
oggettivamente da almeno vent’anni: è il campo della psicofarmacologia in cui i ricercatori hanno
sviluppato metodologie molto rigorose per misurare gli effetti dei farmaci e gli stati alterati
della coscienza.

La ricerca in questo campo si è sviluppata partendo dall’assunto che una sostanza può agire solo se
è ‘fissata’, ossia se, in qualche modo, si ‘attacca’ al cervello. Quindi i ricercatori inizialmente
immaginarono degli ipotetici tessuti i cui costituenti erano capaci di legare una sostanza chimica,
proprio come una chiave con la serratura, e li chiamarono ‘recettori’. In questo modo, la nozione di
recettori cerebrali specifici per una sostanza, diventò in psicofarmacologia una teoria centrale. E
un concetto ormai vecchio.

Negli ultimi anni un punto focale nello sviluppo di questa ricerca si è avuto con l’invenzione di
tecniche che permettono di legare le specifiche sostanze ai loro recettori, di studiarne la
distribuzione nel cervello e nel corpo e di evidenziarne la struttura molecolare.

Il mio lavoro iniziale in questa area fu presso il laboratorio di Solomon Snyder, alla Johns Hopkins
University, dove focalizzammo la nostra attenzione sull’oppio, una sostanza che ovviamente altera la
coscienza e che è anche usata in medicina per alleviare il dolore. Ho lavorato a lungo e duramente,
superando molti mesi di iniziale fallimento, per sviluppare una tecnica capace di misurare il
materiale cerebrale con cui l’oppio interagisce per produrre i suoi effetti. Rendendo breve una
storia lunga (e tecnica), diversa dirò che abbiamo usato sostanze radioattive che ci permisero di
identificare i recettori per l’oppio nel cervello. Potete immaginare la molecola di oppio che si
lega ad un recettore specifico e come da questa piccola connessione si producano una grande sequenza
di eventi.

Risultò poi che l’intera classe di sostanze a cui appartiene l’oppio, chiamate oppiacei, che
includono la morfina, la codeina e l’eroina, si attaccano agli stessi recettori. Scoprimmo poi che i
recettori erano sparsi non solo per tutto il cervello ma anche per il corpo. Dopo aver trovato i
recettori per gli oppiacei di provenienza esterna, ci fu un nuovo sviluppo nelle ricerche. Se il
cervello e le altre parti del corpo hanno dei recettori per sostanze che provengono dall’esterno, è
logico supporre che le stesse sostanze debbano essere prodotte anche all’interno del corpo,
altrimenti perché dovrebbero esistere tali recettori? Questa nostra ipotesi ci condusse
all’identificazione delle sostanze chimiche chiamate beta endorfine, gli oppiacei endogeni del
cervello. Le beta endorfine sono sostanze peptidiche create nei neuroni del cervello e sono quindi
dei neuropeptidi. I peptidi vengono prodotti direttamente dal DNA che contiene le informazioni della
costruzione Del nostro cervello e del nostro corpo. Se immaginate una normale cellula nervosa potete
visualizzare il meccanismo generale. Nel centro della cellula, il nucleo, c’è il DNA, una parte di
questo DNA codifica la produzione dei neuropeptidi, che poi si spostano lungo gli estesi
prolungamenti della cellula nervosa (gli assoni) e vengono immagazzinati in piccole sfere vicino
alla superficie della membrana cellulare, in attesa di una certa carica elettrofisiologica che li
libera. Il DNA produce anche i Rettori che sono costituiti dalla stessa sostanza dei peptidi, ma che
sono molto più grandi. Bisogna aggiungere che sono stati identificati più di 60 neuropeptidi ognuno
dei quali specifico, come le beta

endorfine. Abbiamo quindi un sistema enormemente complesso. Fino a pochi anni fa, si pensava che le
informazioni del sistema nervoso erano distribuite presso la superficie tra due cellule nervose: la
sinapsi, questo comporta che la sinapsi dei neuroni determina ciò che viene comunicato. Ora invece
sappiamo che una grande parte delle informazioni che partono e giungono al cervello, non dipendono
direttamente dalle sinapsi di una serie di neuroni posti uno dopo l’altro, ma dalla specificità dei
recettori.

Infatti quando una cellula nervosa secerne i suoi peptidi oppiacei, questi possono agire a
‘chilometri’ di distanza da quella cellula nervosa, e lo stesso vale per tutti i neuropeptidi. Nello
stesso istante moltissimi differenti neuropeptidi possono scorrere nel corpo, e attaccarsi ai loro
specifici recettori. I recettori quindi servono come meccanismo che sceglie le informazioni
trasmesse nel corpo.

La biochimica delle emozioni

A cosa ha portato tutto ciò? A qualche cosa di molto affascinante, il fatto che i recettori dei
neuropeptidi sono, a tutti gli effetti, la chiave biochimica delle emozioni. Negli ultimi anni i
ricercatori del mio laboratorio hanno formalizzato questo concetto in un grande numero di
pubblicazioni scientifiche, di cui vi parlerò in breve. Molti scienziati giudicherebbero questa idea
oltraggiosa, in quanto non è ancora stata accettata dalla ‘saggezza’ ufficiale. Infatti, venendo da
una tradizione in cui i libri di testo di neurofisiologia non contengono neanche la parola
‘emozione’ nell’indice, non è senza un certo imbarazzo che abbiamo iniziato a parlare di substrato
biochimico delle emozioni.

Inizierò puntualizzando un fatto su cui i neuroscienziati sono concordi da molto tempo, ossia che le
emozioni sono mediate dal sistema limbico del cervello. Il sistema limbico include l’ipotalamo (che
controlla i meccanismi omeostatici del corpo, e che a volte è chiamato il ‘cervello’ del cervello) e
l’amigdala, due aree di cui noi tratteremo particolarmente.

Gli esperimenti che mostrarono la connessione tra emozioni e sistema limbico furono iniziati da
Wilder Penfied e altri neurologi scoprirono che quando stimolavano con elettrodi la corteccia sopra
l’amigdala, provocavano un’intera gamma di manifestazioni emozionali: potenti reazioni di rabbia, di
dolore o di piacere associate a profonde memorie e sempre accompagnate da un comportamento del
corpo, connesso a quelle emozioni. Il sistema limbico quindi fu identificato tramite esperimenti
psicologici. Quando iniziammo a creare una mappa delle localizzazioni dei recettori oppiacei nel
cervello, scoprimmo che il sistema limbico conteneva alte concentrazioni di questi recettori e, come
scoprimmo poi, anche di tutti gli altri tipi di recettori. L’amigdala e, l’ipotalamo, che sono
ritenuti classicamente essere i più importanti costituenti del sistema limbico, risultano infatti
colmi di recettori oppiacei: quaranta volte di più che nelle altre aree del cervello. Questi ‘punti
caldi’ corrispondono a nuclei molto specifici o gruppi di neuroni che gli psicologi e i
neurofisiologi hanno identificato come i centri di controllo dell’appetito, del comportamento o del
bilanciamento dei liquidi nel corpo. La nostra mappa di recettori conferma ed espande in modo molto
importante gli esperimenti psicologici sul sistema limbico.

Introduciamo ora nel nostro quadro alcuni altri neuropeptidi, che, come ho già detto, sono ormai più
di 60. Da dove vengono? Molti di loro sono degli analoghi (composti chimici simili) di sostanze
chimiche psicoattive, ma, inaspettatamente, una grossa parte è rappresentata dagli ormoni. Gli
ormoni storicamente sono stati ritenuti essere prodotti dalla ghiandole endocrine, e non dalle
cellule nervose. Si pensava che un ormone fosse concentrato in una ghiandola del corpo e quindi
viaggiasse nel sangue, verso i recettori in un’altra parte del corpo. Uno degli ormoni principali è
l’insulina, secreta dal pancreas. Si è scoperto ora che questa insulina non solo è un ormone ma è
pure un neuropeptide, prodotto e conservato anche nel cervello, e che, naturalmente, esistono
recettori cerebrali per l’insulina. Quando abbiamo fatto la mappa dei recettori insulinici, di nuovo
abbiamo scoperto ‘punti caldi’ nell’amigdala e nell’ipotalamo. In breve, abbiamo chiaramente provato
che il sistema limbico, il luogo delle emozioni nel cervello, è il punto focale dei recettori dei
neuropeptidi.

Un altro punto focale: quando abbiamo studiato la distribuzione di questi recettori, abbiamo
scoperto che non sono esclusivamente localizzati nel sistema limbico ma che sono presenti in altre
parti del corpo. Abbiamo chiamato questi punti di grande concentrazione dell’attività chimica ‘punti
nodali’ e abbiamo rilevato che sono collocati in zone del corpo in cui esiste una forte modulazione
delle informazioni emozionali. Uno dei punti nodali è nella spina dorsale sulle corna posteriori del
midollo spinale, zona in cui vengono gestite le informazioni sensoriali. Abbiamo scoperto che ogni
area che riceve le informazioni, da tutti i 5 sensi, è un punto nodale che contiene recettori
neuropeptidi.

Credo che queste scoperte hanno affascinanti implicazioni per comprendere come le emozioni lavorano
e operano. Consideriamo ora la sostanza chimica angiotensina, un altro classico ormone diventato ora
un neuropeptide. Quando abbiamo fatto la mappa dei recettori per l’angiotensina, ancora abbiamo
trovato una grande concentrazione nell’amigdala. È noto da tempo che l’angiotensina controlla la
sete, infatti, se attraverso un tubicino inserito nel cervello di un topo, mandiamo una goccia di
angiotensina nell’amigdala, in dieci secondi il topo inizierà a bere anche se è totalmente sazio di
acqua. Chimicamente parlando l’angiotensina provoca un’alterazione dello stato mentale che può
essere tradotto come ‘ho sete’. In altre parole i neuropeptidi modificano gli stati di coscienza.

È ugualmente importante considerare il fatto che i recettori non sono solo nel cervello ma anche nel
corpo. Le nostre mappe mostrano infatti gli stessi recettori dell’angiotensina sia nel cervello che
nei reni, dove favoriscono la ritenzione dell’acqua. Quindi la produzione di angiotensina conduce
sia al comportamento del bere che alla conservazione dei liquidi.

La mia convinzione di base è che i neuropeptidi rappresentano la base fisiologica delle emozioni.
Come i miei colleghi ed io abbiamo recentemente discusso in un articolo sul Journal of Immunology:
la particolare struttura della distribuzione dei recettori neuropeptidici nelle aree della
regolazione umorale del cervello, tanto quanto il loro ruolo di mediazione delle comunicazioni
nell’interno organismo, rende i neuropeptidi gli ovvi candidati quali mediatori biochimici delle
emozioni. È possibile che ogni neuropeptide veicoli un certo tipo di informazioni solo quando occupa
un recettore in un certo punto nodale del corpo e del cervello. Se così fosse ogni neuropeptide
potrebbe evocare un particolare ‘tono’ emozionale equivalente ad un preciso stato psichico.

All’inizio del mio lavoro di ricerca credevo, a tutti gli effetti, che le emozioni fossero nella
testa ossia nel cervello.

Ora sono persuasa che sono realmente presenti anche nel corpo, esse sono prodotte dal corpo e parte
del corpo. Ora non posso più fare la distinzione precisa tra cervello e corpo.

Comunicazione con il sistema immunitario

Voglio portare ora in questo quadro il sistema immunitario. Abbiamo già visto che il sistema
ormonale, ritenuto da sempre separato dal cervello, è invece concettualmente parte del sistema
nervoso. Quantità di ‘succo’ vengono secrete e diffuse molto lontano dal luogo dove verranno
ricevute. L’endocrinologia e la neurofisiologia sono quindi due aspetti dello stesso processo.

Parlerò ora dell’immunologia, che considero parte di questo stesso processo e che non può più essere
considerata una disciplina separata. Una proprietà fondamentale del sistema immunitario è che le sue
cellule si muovono. Se non fosse per questo, esse sono identiche agli stabili neuroni del cervello.
I monociti, per esempio, che ‘mangiano’ gli organismi estranei, iniziano la loro vita nel vostro
midollo spinale e vengono quindi diffusi nelle vene e nelle arterie. Un monocita viaggia lungo le
vie sanguigne e ad un certo punto può ricevere un certo neuropeptide,che si attacca a un recettore
sulla sua memoria, ricevendo l’informazione di iniziare un processo di aggregazione (chemiotassi). I
monociti non sono solo responsabili del riconoscimento e della gestione dei corpi estranei ma sono
anche coinvolti nel meccanismo di riparazione dei tessuti e della guarigione delle ferite. Stiamo
parlando del fatto che le cellule del sangue hanno una funzione importante nell’elaborazione delle
informazioni che proteggono il nostro intero organismo.

La nuova scoperta a cui voglio dare enfasi ora, è che ogni recettore dei neuropeptidi che abbiamo
analizzato (usando un elegante e preciso sistema sviluppato dal mio collega Michael Ruff) è presente
anche sui monociti umani. I monociti umani hanno recettori per gli oppiacei, per il PCP, per un
altro peptide chiamato bombasina e così di seghetto. Questi motori biochimici delle emozioni
sembrano attualmente controllare il ricambio e le migrazioni dei monociti. I monociti comunicano con
i linfociti B e T, agendo in tutto il sistema sanguigno, per combattere le malattie e per
distinguere il Self da non

Self, decidendo, diciamo, quali parti del corpo sono degenerate (come le cellule tumorali) o
estranee e devono essere eliminate dai linfociti K (Killer). Sembra anche che le cellule del sistema
immunitario, non solo hanno i recettori per i neuropeptidi, ma che esse stesse producono
neuropeptidi. Ci sono categorie di cellule immunitarie che producono beta

endorfine e altri peptidi oppiacei. In altre parole, queste cellule producono le stesse sostanze che
sono sempre state ritenute i controllori biochimici degli umori del cervello. Queste cellule
controllano l’integrità dell’intero corpo e producono sostanze che modificano l’umore: ancora una
volta psiche e soma sono fusi in una unità complessa.

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