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IL PARADIGMA sistemico 2

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IL PARADIGMA sistemico 2

da “Enciclopedia olistica”

di Nitamo Federico Montecucco ed Enrico Cheli

L’omeostasi

Nell’approccio sistemico una delle chiavi di volta è dunque rappresentata dall’individuazione dei
processi omeostatici più che dei fattori generatori iniziali.

Lo stato stazionario (o di equilibrio) di un sistema aperto è in certa misura indipendente dal suo
stato iniziale, ed è determinato principalmente: a) dalla natura del processo in atto; b) dai
parametri del sistema. Ne consegue che “quando analizzeremo come le persone si influenzano a
vicenda, considereremo l’organizzazione in corso del processo interattivo molto più importante degli
elementi specifici costituiti dalla genesi e dal risultato” (Watzlawick et al., 1971, 122).

I processi omeostatici, oltre ad operare dall’interno del sistema, sono spesso presenti anche ad
altri livelli, vale a dire in alcuni dei sovra- e sotto-sistemi con cui esso è in relazione. Ciò
determina una ridondanza d’informazione tale che, se anche cessassero di operare i processi propri
di un livello vi sarebbero sempre gli altri in funzione e l’equilibrio, se pure precariamente,
sarebbe mantenuto. Ciò è molto positivo per la sopravvivenza dei sistemi, ma diviene un handicap
assai rilevante quando l’omeostasi tende a perpetuare stati patologici. Si pensi ad un frigorifero
inserito in una stanza climatizzata: se anche il termostato del frigo si guasta, la sua temperatura
non salirà più di tanto, grazie al termostato dell’ambiente in cui è situato, e ciò consentirà di
contenere i danni. Si supponga però che il frigo entri in uno stato “patologico” e debba essere
sbrinato, e parallelamente che non si abbia accesso al termostato della stanza: in tal caso il
doppio circuito omeostatico risulterà un ostacolo, rendendo più difficile e dispendiosa la terapia.
In campo sociale gli esempi sono innumerevoli: ogni individuo possiede infatti non solo omeostati
interni ma è inserito in ambienti omeostatici, dalla famiglia al gruppo di amici alla società in
generale, che limitano, in bene e in male, le possibilità di oscillazione del proprio stato
d’essere.

Per fare un riferimento specifico, possiamo rilevare che generalmente i servizi sociosanitari hanno
qualche possibilità di agire sui circuiti omeostatici dell’individuo ma non su quelli dei vari
sistemi-ambiente cui egli appartiene e ciò costituisce uno dei limiti più forti alle loro capacità
di intervento, sia nel senso della terapia che della prevenzione. Citiamo ad esempio il caso di una
iniziativa organizzata alcuni anni fa nell’ambito di un progetto di prevenzione in un quartiere al
alto disagio sociale dell’area fiorentina . Tale intervento consisteva in un gruppo di auto-aiuto
per donne (palesemente focalizzato sul livello “individuo”) che ha dato in un primo tempo notevoli
risultati, ma poi ha risentito negativamente dell’azione omeostatica proveniente da un altro sistema
di cui l’individuo è membro e sottosistema: la famiglia. Tale azione si è manifestata sotto forma di
scarsa partecipazione o interruzione della partecipazione dovuta – come esplicitamente ammesso dalle
dirette interessate – ad una resistenza ad abbandonare i propri “doveri” familiari, ad infrangere
certe consuetudini (uscire la sera lasciando il marito solo) etc.; resistenza che si è manifestata
non solo esplicitamente, nelle rimostranze dei mariti, ma anche implicitamente, nei sensi di colpa
interiorizzati dalle donne stesse).

Prevenzione e terapia nell’ottica sistemica

Lo spirito peculiarmente olistico e atemporale che caratterizza il pensiero sistemico, porta a
dissolvere la netta linea di separazione tra terapia e prevenzione: se la terapia è vera terapia
(cioè va alle radici e non si ferma in superficie, all’apparenza, al sintomo) essa svolge
automaticamente anche funzioni di prevenzione, poiché aiuta il sistema a trovare uno stato di
equilibrio più efficiente. E viceversa, un intervento di prevenzione, se sistemicamente appropriato,
funge automaticamente da terapia anche per problemi “esterni” alla sua sfera di pertinenza, agli
obiettivi specifici per cui esso è stato progettato ed effettuato. Sistemicamente appropriato
significa infatti che si propone di intervenire sul sistema stesso (e non sui sintomi) stimolando,
ampliando, vitalizzando le sue innate (ma talora assopite, inconsapevoli o represse) capacità di
autoriorganizzazione, i suoi processi di adattamento, cioè di elaborazione e trasformazione delle
“perturbazioni”.

Quando ciò avviene con successo, i processi attivati tendono automaticamente ad estendersi
all’intero spazio di vita del sistema, potendo contribuire alla soluzione di problemi e patologie
anche molto “distanti” da quelli per cui l’intervento era stato progettato. E’ un po’ come fare
prevenzione medica potenziando le difese immunitarie: ciò non solo potrà prevenire l’insorgere di
quelle specifiche malattie per cui la cura è stata progettata, ma potrà far guarire il soggetto da
eventuali altri disturbi già in corso. Nello spirito sistemico i principi e gli strumenti della
terapia e della prevenzione sono in larga misura gli stessi, poiché il fulcro su cui agiscono è
unico: è la capacità del sistema di autoriorganizzarsi. Solo nella visione di tipo deterministico si
crede vi sia differenza, perché ci si sofferma in superficie, sulla manifestazione esteriore, sul
sintomo, e a tale livello il problema può assumere in effetti differenti e multiformi aspetti; ciò
porta inevitabilmente a chiedersi quali fattori patogeni, in quali serie di circostanze possano
averlo generato. Ma se ci si focalizza in profondità, alle radici del problema, la domanda
essenziale cui rispondere diviene una sola: che cosa trattiene il sistema dal reagire efficacemente
ed autoriorganizzarsi su un nuovo e più soddisfacente stato di equilibrio?

Questa, in estrema sintesi, è l’essenza dell’analisi e diagnosi sistemica, e altrettanto semplice e
chiara è la domanda da porsi per focalizzare l’intervento: come si può stimolare il sistema a
liberarsi dai vincoli e ad attualizzare le proprie potenzialità creative di autoriorganizzazione?

La funzione evolutiva

Come già traspare da quanto sopra accennato, l’omeostasi non è l’unica caratteristica dei sistemi.
Specie nei sistemi viventi, e in particolare in quelli umani, è infatti riscontrabile un’altra
basilare funzione che costituisce, per così dire, il polo opposto all’omeostasi e che potremmo
definire funzione di crescita o evolutiva. Molti studiosi, specie in campo psicologico e sociale (ma
anche biologico), l’hanno spesso confusa con “adattamento”, riducendone sensibilmente la portata:
certo, l’uomo ha la facoltà di reagire a cambiamenti ambientali anche consistenti, adattandovisi in
vario modo (molto utile a riguardo la distinzione piagettiana tra assimilazione e accomodamento); ma
tale adattamento è pur sempre visto come un contenere i danni, un tentare di mantenere, difendere
l’equilibrio preesistente, dunque rinvia in ultima analisi ad un processo omeostatico.
E’ la procedura di comportamento del celebre automa di Von Neumann, o delle macchine a retroazione
di Ashby, la cui unica forma di intelligenza era rappresentata da un circuito di retroazione
collegato ad un omeostato. Ciò che qui si intende con crescita è qualcosa di diverso, di più ampio e
tipicamente umano, qualcosa che nessun automa, reale o teorico, è stato ancora in grado di fare: è
un andare oltre l’accontentarsi di mantenere l’equilibrio preesistente, di star bene almeno come in
passato, è piuttosto il desiderio di rompere volutamente l’attuale equilibrio per ricercarne uno più
soddisfacente, è la tendenza a trascendere l’omeostasi, a proiettarsi nel futuro, a desiderare e
ricercare un futuro migliore. Una tendenza evolutiva di cui non necessariamente si è consapevoli (e
di qui l’opacità di alcuni conflitti interiori) ma che è sempre presente nell’uomo. La “crescita”
definisce insomma una classe a sé stante di processi di cambiamento, che non sono innescati tanto da
perturbazioni esterne o mutamenti ambientali, ma sono piuttosto autogenerati dal sistema stesso,
seppure in modo non necessariamente consapevole. Per riassumere:

L’omeostasi dice: meno si cambia meglio è.
La crescita sostiene invece: è sempre possibile cambiare in meglio.

Queste due forze esprimono l’eterno confronto tra ordine e disordine, tra il bisogno di
prevedibilità e la ricerca dell’indeterminato, del nuovo, dell’ignoto; tra l’esigenza di
rassicurazione e dipendenza e il desiderio di novità e autonomia. Anche se omeostasi e crescita
possono sembrare tendenze contrapposte, in realtà non lo sono, poiché entrambe puntano al benessere
del sistema: se divergono è perché concepiscono diversamente cosa debba intendersi per “benessere” e
come esso vada raggiunto.

In un sistema ideale, completamente “sano”, le due tendenze coesistono pacificamente, svolgendo
ruoli complementari e cooperando in armonia: l’omeostasi è il circuito di sicurezza/sopravvivenza,
la crescita quello di orientamento/avanzamento. La crescita procede a tappe, e nell’intervallo tra
una tappa e l’altra lascia all’omeostasi il compito di creare quel tanto di stabilità e tranquillità
che consente al sistema di “prendere consapevolezza” del nuovo stato raggiunto e di assimilarne i
contenuti; l’omeostasi a sua volta acconsente a disattivare i propri circuiti ogni volta che la
crescita ritenga necessario salire un altro gradino, assecondandola invece di ostacolarla, ritarando
quindi tali circuiti in modo appropriato al nuovo stato raggiunto.

La realtà socioculturale in cui viviamo, tuttavia, si avvicina ben poco all’ideale suesposto e più
che sana appare dissociata se non, in molti aspetti, schizofrenica. Ne consegue che le due funzioni
non si conciliano e anzi si combattono, in genere con una prevalenza dell’omeostasi, più legittimata
dai sistemi di credenze e valori dominanti nelle principali culture umane, mentre la funzione di
crescita rimane spesso latente, vuoi perché non coltivata, vuoi perché – per ignoranza, paura o
condizionamento esterno – è stata repressa.

Comunque, ogni volta che – come nel caso della prevenzione o della terapia – si vuole stimolare o
facilitare un cambiamento migliorativo in un sistema, non si può prescindere dal considerare anche e
soprattutto la funzione evolutiva. Il fatto che tale cambiamento richieda un aiuto esterno e che il
sistema non abbia proceduto autonomamente in tal senso, può significare che la funzione omeostatica
è, per qualche motivo, preponderante, o perché il sistema risente di influenze esterne (vedi
l’esempio del frigo nella stanza climatizzata) o perché così si è internamente organizzato (e in
questo secondo caso diremo, in termini antropomorfi, che il sistema “ha paura” del cambiamento).
L’intervento andrebbe dunque articolato in due direzioni: allentare la morsa omeostatica e ridare
vigore alla funzione di crescita. In realtà, allo stato attuale, la maggior parte degli interventi
preferiscono non andare a toccare tali aspetti basilari ma semmai introdurre nuovi meccanismi nel
sistema che tamponano, più che realmente risolvere, il problema. Ciò, oltre a non risolvere un bel
niente, finisce per produrre un aumento di complessità del sistema stesso che diviene così ancora
più confuso e ingestibile. Si pensi a quanto avviene riguardo ad un problema di rilevanza mondiale
quale quello dell’esplosione demografica e alla connessa questione del controllo delle nascite:
invece di affrontarlo alla radice, depotenziando i connessi tabù religiosi (riduzione
dell’omeostasi) e sottolineando il ruolo di piacere e comunicazione della sessualità come
alternativo a quello di riproduzione pura e semplice (stimolare la funzione di crescita) si
preferisce introdurre meccanismi tampone quali: assistenza ai paesi poveri, adozione di parte dei
bambini in eccesso, missioni etc. Il tutto pur di non mettere in discussione credenze che un tempo
potevano anche avere un qualche senso, data la scarsa popolazione e l’alta mortalità, ma che oggi
sono del tutto anacronistiche ed anzi fortemente pericolose per la sopravvivenza della specie.

Conclusioni

E’ evidente che l’approccio sistemico conduce ad una visione della realtà è assai più una complessa
di quella del modello meccanicista. Tuttavia, se è vero che lo scopo della scienza è quello di
approssimarsi sempre più alla realtà e se tale realtà, in ogni sua dimensione è manifestamente
complessa e interdipendente, è giusto ed inevitabile affrontarne lo studio con strumenti concettuali
che riconoscano tale stato di fatto, e non che lo neghino o lo minimizzino, operando drastiche
quanto distorcenti semplificazioni. L’approccio sistemico tenta appunto di affrontare in modo onesto
e coraggioso una complessità che è sempre esistita ma dalla quale il meccanicismo-riduzionismo ha
tentato di prescindere, quasi di fuggire. Certo, nele fasi iniziali della scienza moderna ciò era
utilei e forse inevitabile, dati i limiti e le difficoltà metodologiche e concettuali, ma in seguito
l’abbarbicarsi al metodo e ai concetti già collaudati, invece di ricercarne di nuovi e più
soddisfacenti, rivela, oltre a rigidità, anche paura della complessità, dell’indeterminato,
dell’ignoto.

Adottare il modo sistemico di pensare, di esplorare, di teorizzare può forse, all’inizio, farci
sentire persi in un mare magnum, soverchiati da una enormità di fattori, da un groviglio di
relazioni causali, e forse può anche farci balenare il rimpianto della calma, semplice, rassicurante
sponda del meccanicismo-riduzionismo, con le sue strade ordinate, ortogonali e a senso unico. In
effetti, una mente come quella occidentale, educata (e confinata) al pensiero logico-razionale, allo
spazio euclideo, alla causalità lineare, alle dicotomie, alla personificazione della divinità come
entità distinta dal sé e dal tutto non può che comprendere con difficoltà aspetti quali
l’interdipendenza, la circolarità causale, la globalità; non può, all’inizio, che avvertire come
disordine ciò che, semplicemente, è ordinato secondo criteri non lineari e non bidimensionali; non
può che sentire minaccioso ciò che sembra fuoriuscire dai suoi limitati, culturalmente relativi,
criteri di valutazione. Eppure, come sostiene Morin (cit., 99) bisogna prendere atto che

l’ordine ha smesso di essere uno. Vi è dell’ordine nell’universo, non vi è un ordine. Einstein aveva
sognato, senza pausa e senza successo, di unificare le interazioni gravitazionali e quelle
elettromagnetiche. Sognava un’unica chiave di volta dell’ordine. Ma l’unità dell’universo dev’essere
cercata altrove dall’ordine. L’ordine di un cosmo scoppiato non è necessariamente plurale,
disgregato?

Se si è sufficientemente flessibili, disponibili a non arroccarsi sulle posizioni pregresse, è
possibile superare questo momento di comprensibile sconforto, tipico di ogni avanscoperta in
territori sconosciuti e alieni, e giungere così alla consapevolezza che quello che secondo i vecchi
schemi appare un confuso groviglio risulta essere, alla luce dei nuovi, un ordine di livello
superiore, più bello, pulsante, armonico di quello sinora noto.Vari studiosi hanno sperimentato in
prima persona, ristrutturazioni radicali del proprio campo percettivo, mutamenti della propria
immagine della realtà, che li hanno portati a cogliere, se pure a sprazzi, ordini di tipo logico
diverso . Emblematico il caso dei fisici atomici fondatori della meccanica quantistica:

Nel XX secolo i fisici si trovarono per la prima volta di fronte ad una seria sfida alla loro
capacità di capire l’universo. Ogni volta che essi ponevano una domanda alla natura in un
esperimento atomico, la natura rispondeva con un paradosso, e quanto più essi si sforzavano di
chiarire la situazione tanto più acuto il paradosso diventava. Nei loro sforzi per comprendere
questa nuova realtà, gli scienziati divennero sgradevolmente consapevoli del fatto che i loro
concetti di base, il loro linguaggio e tutto il loro modo di pensare erano inadeguati a descrivere
fenomeni atomici. Il loro problema era non solo intellettuale, ma implicava una intensa esperienza
emotiva ed esistenziale, che è descritta vividamente da Werner Heisenberg: “Ricordo delle
discussioni con Bohr che si prolungavano per molte ore fino a notte piena e che ci condussero quasi
ad uno stato di disperazione; e quando al termine della discussione me ne andavo da solo a fare una
passeggiata nel parco vicino continuavo sempre a ripropormi il problema: è possibile che la natura
sia così assurda come ci appariva in quegli esperimenti atomici?”

Quei fisici impiegarono molto tempo ad accettare il fatto che i paradossi in cui si imbattevano sono
un aspetto essenziale della fisica atomica, e a rendersi conto che essi si presentano quando si
cerca di descrivere fenomeni atomici nei termini di concetti classici. Una volta compreso questo
fatto, i fisici cominciarono ad imparare a porre le domande giuste e a evitare contraddizioni. Come
dice Heisenberg “essi entrarono in qualche modo nello spirito della teoria quantistica”. (…) il
cui sistema concettuale non era affatto facile da accettare. Il suo effetto sulla visione della
realtà dei fisici fu veramente distruttivo. La nuova fisica richiedeva profondi mutamenti nei
concetti di spazio, tempo, materia, oggetto, e di rapporto causale; e poiché questi concetti sono
così fondamentali per il nostro modo di sperimentare il mondo, la loro trasformazione fu sentita
come un grande trauma. Per citare di nuovo Heisemberg: “Questa violenta reazione ai recenti sviluppi
della fisica moderna può essere intesa soltanto se ci si rende ben conto che questa volta hanno
cominciato a spostarsi gli stessi fondamenti della fisica; e che questo spostamento ha prodotto la
sensazione che ci sarebbe stato tolto da sotto i piedi, a opera della scienza, il terreno stesso su
cui poggiavamo”. (Capra, 1984: 66-67)

Che una tale ristrutturazione, anche radicale, del campo percettivo sia avvenuta, in questo come in
altri casi, è una chiara testimonianza del fatto che, in ultima analisi, la realtà non è né
complessa né semplice: come forse direbbe un mistico Essa semplicemente è. Complessa o semplice,
unitaria o frammentaria, coerente o paradossale è solo la sua apparenza, non la sua essenza, è cioè
il modo in cui noi la vediamo, un modo che oggi sappiamo condizionato alla radice dai nostri schemi
percettivo-interpretativi, nelle loro matrici neurofisiologiche, psicologiche e socioculturali.
Cambiando quindi schemi – mutando paradigma – cambia anche la realtà, o meglio la realtà come ci
appare, che è poi quella che la scienza indaga e con la quale abbiamo comunemente a che fare.

Presupposto primo per giungere a un tale cambiamento è il superamento dei confini posti dai modelli
di pensiero finora dominanti, innescando un dibattito serio e non pregiudiziale riguardo a cosa
debba intendersi per “mente scientifica” e “pensiero scientifico”. Fino ad oggi a tali concetti
venivano immancabilmente associate capacità esclusivamente razionali, quali l’analiticità e
l’astrazione, la logica, il distacco emotivo e via dicendo (riconducibili all’emisfero sinistro del
cervello), mentre venivano escluse quelle capacità più intuitive, analogiche, emozionali, globali
tipiche dell’emisfero destro, tradizionalmente associate alla mente artistica. Arte e scienza, è
noto, hanno a lungo rappresentato i due poli di una rigida dicotomia. La visione sistemica richiede
il superamento di questa scissione, poiché c’è bisogno di entrambe queste classi di capacità per
poter cogliere e comprendere la realtà, nelle sue interrelazioni, interferenze, intrecci
pluridimensionali, nella sua armonia nascosta. Per citare ancora una volta Morin (op. cit., 181) “le
nozioni di arte e scienza, che nell’ideologia tecno-burocratica dominante si oppongono, devono qui
associarsi, come in qualunque luogo ove si dia realmente scienza. Il concetto di sistema richiede
quindi la piena utilizzazione delle qualità personali del soggetto, nella sua comunicazione con
l’oggetto”. L’arte ha molto da insegnarci sul rappresentare e gestire la complessità, sul muoversi
in spazi non lineari, sull’affrontare contraddizioni e paradossi, sull’assumere un atteggiamento più
aperto e ricettivo nei confronti della realtà, senza volerla a tutti i costi ricondurre a schemi
preesistenti e ad una malintesa oggettività. Spesso l’artista è molto più coraggioso dello
scienziato e dell’uomo comune nell’avventurarsi in territori sconosciuti e più disponibile ad
infrangere vecchie consuetudini, a giocare creativamente con i linguaggi, i concetti, le strutture
nel tentativo di rappresentare l’impressione che di quei territori ha ricavato.

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