RICERCHE SULLA MUSICA: FINCHE’ NON LEGGERAI, NON CI CREDERAI – 2

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RICERCHE SULLA MUSICA: FINCHE’ NON LEGGERAI, NON CI CREDERAI – 2

da Accademia della Musica

IL MOVIMENTO

I movimenti fetali cominciano a sette settimane e raggiungono il loro massimo sviluppo fra la 15a e
la 17a settimana. Questo è il momento in cui le regioni del cervelletto, che controllano il
movimento, cominciano a stabilire connessioni. Il periodo critico dura un po’ di tempo. Le cellule
cerebrali, che controllano la postura e il movimento, ci mettono due anni a formare i circuiti
funzionali. “Gran parte dell’organizzazione avviene attraverso le informazioni che il bambino
accumula dal momento in cui comincia a muoversi nel mondo”, dice William Greenough della Illinois
University. “Riducendo le attività si inibisce la formazione di collegamenti sinaptici nel
cervelletto”. I movimenti inizialmente spastici del bambino inviano un segnale alla corteccia
motoria del cervello; per esempio, più il braccio si muove, più il circuito si rafforza, più il
cervello diverrà abile nel muovere il braccio intenzionalmente e con scioltezza. La finestra rimane
aperta soltanto pochi anni: un bambino immobilizzato in un’armatura fino all’età di 4 anni imparerà
a camminare sì, ma mai agevolmente.

Ci sono molti altri circuiti da scoprire e molte altre influenze ambientali da tenere presenti.
Tuttavia i laboratori neurologici sono pervasi da un’inconfondibile ottimismo, che si basa su di una
crescente comprensione di come si formano i circuiti neurali a livello di cellule nervose e
molecole. All’inizio, il cervello in fieri è costituito solo da alcuni “esploratori avanzati” che
tracciano il sentiero. A una settimana dal concepimento essi si incamminano fuori dalle “tube
neurali” dell’embrione, un cilindro di cellule che si estendono dalla testa alla coda.
Moltiplicandosi lungo il cammino (il cervello aggiunge la straordinaria cifra di 250.000 neuroni al
minuto durante la gestazione), i neuroni si raggruppano alla base del cervello, che comanda il
battito cardiaco e la respirazione, costruiscono dietro la testa il piccolo cervelletto, che
controlla la postura e il movimento, e formano la corteccia solcata e raggrinzita da dove hanno
origine il pensiero e la conoscenza. Secondo la neurobiologa dello sviluppo Mary Beth Hatten della
Rockefeller University, le cellule neurali sono così piccole, e la distanza fra loro è così grande
che un neurone progettato per entrare in quella che sarà la corteccia prefrontale percorre una
distanza equivalente al percorso che una persona deve coprire per andare a piedi da New York alla
California. Soltanto quando raggiungono la loro destinazione queste cellule diventano veri neuroni.
Essi sviluppano una fibra detta assone che è conduttrice di segnali elettrici. L’assone può
limitarsi a raggiungere un neurone vicino, oppure attraversare l’intero cervello per raggiungere il
lato opposto. Sono le connessioni assonali che formano i circuiti del cervello.

I geni rappresentano le autostrade lungo le quali gli assoni viaggiano per stabilire le loro
connessioni. Ma per raggiundere particolari cellule-obbiettivo, gli assoni seguono “code chimiche”
sparse lungo il loro cammino. Alcune di queste sostanze chimiche esercitano una forza di attrazione:
“di qui si va alla corteccia motoria”. Altre esercitano una forza di repulsione “di là alla
corteccia olfattiva”. Al quinto mese di gestazione la maggior parte degli assoni ha raggiunto la
propria destinazione generale. Ma, come la più bella ragazza del bar, le cellule-obbiettivo
attraggono più corteggiatori – gli assoni – di quanti ne possono accettare.

Come avviene il collegamento? I piccoli neuroni emettono impulsi elettrici una volta al minuto in
preparazione di quello che Carla Shatz della Berkeley chiama “auto – dialing” (autoricerca). Se le
cellule si accettano insieme, le cellule-obbiettivo “suonano” insieme. Le cellule-obbiettivo allora
rilasciano una grande quantità di sostanze chimiche, dette “fattori trofici”, che rinforzano le
connessioni incipienti. Come ha riportato in ottobre Barbara Banes della Stanford University, i
neuroni attivi rispondono meglio ai fattori trofici che non i negativi. Così i neuroni che sono
“calmi” quando gli altri “palpitano” perdono la loro presa sulla cellula-obiettivo. “Le cellule che
si accendono insieme si legano insieme” dice la Shatz.

Lo stesso procedimento di base continua dopo la nascita, con la differenza che non sono più gli
“autoricercatori” a mandare i segnali, ma gli stimoli dei sensi. In alcuni esperimenti condotti con
i topi, Greenough della University of Illinois, ha scoperto che i topi cresciuti insieme ad altri
topi, con giocattoli e altri stimoli, sviluppano il 25% in più di sinapsi che non i topi privi di
questi stimoli.

I topi non sono bambini, ma tutto sembra suggerire che per gli uni e per gli altri valgano le stesse
regole in fatto di sviluppo del cervello. Per decenni il programma dello Head Start ha deluso le
grandi aspettative e speranze che erano state riposte in esso: il Quoziente di Intelligenza si
attenua dopo circa tre anni. Craig Ramey della University of Alabama supponeva che la spiegazione si
dovesse trovare nell’età. Il programma Head Start coinvolge bambini di 2, 3 e 4 anni. Così nel 1972
egli lanciò il progetto Abercedarian. I bambini di 120 famiglie povere furono assegnati ad uno di
quattro diversi gruppi di un centro diurno: un gruppo dai 4 mesi ai 8 anni di età, uno dai 4 mesi ai
5 anni e un altro ancora dai 5 agli 8 anni per una educazione intensiva precoce, e un gruppo senza
educazione intensiva. Che cosa vuol dire educare un bambino di 4 mesi? Niente di particolare: vuol
dire farlo giocare con i cubetti, con le perline, parlare con lui, fargli fare giochi semplici come
quello del cucù. Come sottolineato nel libro Learningaes, delle 200 attività descritte ognuna era
progettata per favorire la conoscenza, la lingua, lo sviluppo motorio e quello sociale.

In una recente pubblicazione, Ramey e Francis Campbell della North Carolina University, riportano
che, all’età di 15 anni, i bambini iscritti come prescolari all’Abecedarian ottenevano punteggi
migliori in matematica e lettura rispetto agli altri bambini. Questi bambini avevano ancora un
Quoziente d’Intelligenza medio di 4,6 punti. Quanto prima risultavano iscritti, tanto più duraturo
si rivelava il “guadagno”. E l’intervento dopo i cinque anni di età non conferiva alcun vantaggio al
Quoziente di Intelligenza o alla preparazione dei bambini.

Tutto quello che abbiamo detto fin qui solleva domande problematiche. Se le finestre della mente si
chiudono per la maggior parte prima che i bambini lascino le scuole elementari, sono perdute tutte
le speranze per i bambini i cui genitori non li hanno esercitati a contare le perline per stimolare
i loro circuiti matematici e non hanno parlato con loro per costruire i circuiti del linguaggio? A
un certo livello, no: il cervello conserva la capacità di apprendimento per tutta la vita, come
dimostra chiunque sia stato tormentato dallo studio del greco a scuola e lo abbia poi usato
solamente nell’età della pensione. Ma a un livello più profondo la realtà è più seria. I bambini i
cui circuiti neurali non vengono stimolati prima dell’età dell’asilo non saranno mai quello che
probabilmente avrebbero potuto essere. “Da una parte questo vuol dire che non è mai troppo tardi “,
dice Joseph Sparlinh, che ha inventato il Programma Abecedarian. Dall’altra che sembra avvenire
qualcosa di molto speciale nei primi anni di vita.

Eppure…è dimostrato che certi tipi di interventi possono raggiungere anche i cervelli più adulti
e, come un microscopico cacciavite, ricollegare circuiti interrotti. In gennaio alcuni scienzati
guidati da Paula Tallal della Rurtgers University e da Michael Merzenich della s. Francisco
University hanno descritto uno studio di bambini che avevano difficoltà di lettura a causa di
ridotte capacità di apprendimento per problemi di linguaggio. La dislessia colpisce 7milioni di
bambini negli Stati Uniti. Paula Tallalha lungamente sostenuto che la dislessia nasce
dall’incapacità dei bambino di distinguere i suoni brevi staccati come per esempio quelli delle
lettere b e d in inglese. Normalmente i neuroni, nella corteccia uditiva, impiegano qualcosa come 15
millesimi di secondo per rispondere a un segnale dell’orecchio, calmarsi ed essere pronti per
rispondere al suono successivo; nei bambini dislessici impiegano da 5 a 10 volte di più. (Michael
Merzenich sostiene che il difetto può derivare da un’infezione cronica dell’orecchio medio risalente
all’infanzia: il cervello non “sente” mai i suoni chiaramente per cui non riesce a disegnare una
chiara mappa uditiva). I suoni brevi come d e b sfuggono troppo velocemente -4 centesimi di secondo
– per poter essere elaborati. Incapaci di associare i suoni alle lettere, i bambini vanno incontro a
problemi di lettura.

Gli scienziati hanno istruito dei bambini dai 5 ai 10 anni per oltre tre ore al giorno con suoni
prodotti dal computer che prolungano le consonanti brevi, come un LP suonato troppo lentamente.
Risultato: i bambini dislessici che erano indietro 2 anni dopo solo 4 settimane. Il miglioramento si
è rivelato duraturo. Il training, sostiene Merzenich, ha ridisegnato il diagramma dei collegamenti
neurali nella corteccia uditiva per l’elaborazione di suoni veloci. I problemi di lettura dei
bambini sono svaniti come i suoni delle lettere che prima non avevano mai udito.

Questo ripristino dei collegamenti neurali può essere l’ultima conclusione della scoperta che le
esperienze della vita sono impresse nelle protuberanze e cavità del cervello. Per adesso è
sufficiente sapere che noi siamo nati con un immenso potenziale – un potenziale che si realizzerà
solo se sarà attivato. E questa è già una sfida più che sufficiente.

L’IMPORTANZA DI FARE IN MODO CHE I
GIOVANI ABBIANO IN MANO DEGLI STRUMENTI MUSICALI

“E’ lo strumento che crea l’occasione…”

di Piero Angela

Insospettato pianista jazz, Piero Angela – sì proprio lui, il noto divulgatore scientifico
televisivo, uno dei volti più amati dagli italiani – è un convinto assertore della necessità di
promuovere la musica nella scuola. Perché………

“Uno strumento è il più bel regalo che un genitore possa fare al proprio figlio. Regalare uno
strumento musicale significa donare non solo un oggetto, ma forse un amico che potrà poi tenere
compagnia per tutta la vita”: l’appassionata esortazione è del famoso violista Salvatore Accardo ed
è ripresa da una delle Pillole di Quark, i brevissimi spot educativi realizzati da Piero Angela e
mandati in onda, negli scorsi anni, durante i programmi più seguiti di RaiUno.

E’ proprio Piero Angela che riprende l’affermazione di Accardo in un articolo uscito qualche anno fa
sul trimestrale Musica Oggi e ancora estremamente attuale che citiamo per gentile concessione dello
stesso Angela.

Fare musica in prima persona. In effetti, ci si può avvicinare alla musica in molti modi, ascoltando
dischi, ad esempio, o assistendo a concerti. Ma il salto di qualità lo si fa solo quando si inizia a
fare musica in prima persona, a produrre suoni, da soli o insieme ad altri, superando lo stadio del
semplice ascolto. “E’ per questo occorre uno strumento”, scrive Piero Angela, che, non dimenticando
la necessità di applicazione e di studio, aggiunge: ” Ecco la convenienza di disporre già da giovani
di una tecnica, di una capacità di parola, senza la quale il percorso diventa molto più difficile se
si impara troppo tardi a parlare. La scuola è il momento giusto”. L’interessante parallelo tra
musica e parola ci ricorda che la musica è a tutti gli effetti un linguaggio, con le sue regole e le
sue strutture di comunicazione: un linguaggio che permette di creare nuove relazioni e di crescere
culturalmente e socialmente.

Fare musica a scuola. Che alla musica ci si accosti nell’età della frequentazione scolastica è
quindi naturale, poiché è a scuola che si apprendono i linguaggi: dell’italiano, della matematica,
delle lingue straniere…Perché non deve esserci posto anche per la musica?

“E’ un discorso che i nostri educatori (ma soprattutto i nostri politici) dovrebbero cercare di
capire un po’ meglio, in un paese in cui l’educazione musicale è zero. Si esce dal liceo classico (o
da qualsiasi altra scuola o Università) senza mai aver sentito pronunciare il nome di Vivaldi, di
Mozart, di Beetheven, di Chopin, di Debussy. E senza mai aver avuto l’occasione di prendere in mano
uno strumento musicale per soffiarci dentro, o per pizzicarlo”, evidenzia il divulgatore
scientifico, facendo emergere una delle carenze più evidenti della scuola italiana, palesemente
disattenta fino ad oggi nei confronti dell’importanza di un’esperienza culturale come quella della
pratica musicale.

Una speranza per il futuro. Fortunatamente, però, sembra che la situazione si stia evolvendo su
questo fronte: le numerose proposte di legge attualmente allo studio, oltre al personale impegno del
Ministro Berlinguer per la promozione della musica, fanno sperare bene per il futuro.

In attesa che l’educazione musicale possa davvero trovare una sua collocazione specifica nell’ambito
dei programmi scolastici, potrebbe essere interessante preparare il terreno secondo suggerimenti
operativi come quelli abbozzati dal conduttore di Superquark, scrive: “la scuola potrebbe destinare
dei locali (nelle ore di chiusura) come sale prova per quegli studenti che desiderano organizzarsi
in complessi. Qualche sponsor (ormai viviamo nella società degli sponsor) con una spesa minima
potrebbe pagare degli insegnanti o degli istruttori per organizzare queste attività. E magari
potrebbe fornire anche degli strumenti musicali per coloro che non hanno i soldi per comperarli (nel
caso di cori non esisterebbe neppure questa spesa),”

Per evidenziare i vantaggi che deriverebbero sia sul piano sociale che sul piano educativo da un
investimento di tale natura, Piero Angela sottolinea che si creerebbero così importanti centri di
aggregazione tra i giovani con attività di gruppo capaci di stimolare interessa sani, e che allo
stesso tempo si svilupperebbe un’importante forma di autodisciplina, stimolata dal piacere di fare
musica insieme. Fare musica per una cultura di pace.

Lasciando trapelare la passione per la musica jazz, Piero Angela conclude il suo scritto con un
importante riferimento alla cultura di pace la cui musica in generale, e la musica jazz in
particolare, può farsi portatrice, perché il jazz “pone un individuo in quella ideale posizione che
insegna ad essere al tempo stesso solista e componente di un gruppo. Cioè a combinare insieme
individualismo e socialità (…) Chi ha suonato jazz sa che un complesso jazz è la migliore scuola
di integrazione sociale: non c’è più distinzione tra le diversità di ceto, di educazione, di razza o
di nazionalità (…) Insomma suonare il jazz fa bene non solo al cervello ma anche al cuore. Per
questo (…) è sperabile che qualcosa di più venga fatto nelle scuole per mettere in mano ai giovani
degli strumenti musicali”.

MUSICA A SCUOLA: FINALMENTE SI PARTE!

Non sarebbe del tutto corretto affermare che fino ad oggi si è fatta musica nella scuola. Perché la
musica, di fatto inesistente come disciplina nel panorama della scuola superiore, è però presente da
anni nel livello di scuola materna, di scuola elementare e di scuola media, anche se qui
l’educazione musicale da sempre è stata per lo più circoscritta e mortificata alla pratica del
“flautino”. Il problema è dunque, da una parte, quello dell’inserimento della musica all’interno
dell’intero sistema scolastico, dall’altra quello della qualità dell’educazione musicale, e quindi
della formazione del personale docente incaricato delle attività musicali. E’ stato lo stesso
Ministro della Pubblica Istruzione Luigi Berlinguer che, nell’autunno dello scorso anno, ha
affrontato la questione convocando un gruppo di esperti (musicisti, docenti di conservatorio,
educatori) per identificare gli spazi operativi nell’ambito dei quali poter fattivamente promuovere
la musica come fattore educativo.

Una precedente commissione incaricata di elaborare i nuovi saperi della scuola, aveva sancito
l’importanza dell’apprendimento del linguaggio musicale per mezzo della pratica attiva per tutta la
popolazione scolastica. Si è dunque partiti da un importante riconoscimento pedagogico per formulare
un elenco circostanziato di obiettivi da perseguire: dal concreto aggiornamento dei docenti (che
devono essere realmente in grado di svolgere compiti decisivi in tema di educazione musicale)
all’istituzionalizzazione dei corsi sperimentali a indirizzo musicale nella scuola media, alla
promozione di indirizzi sperimentali musicali nella scuola secondaria superiore, alla creazione, per
ogni scuola, di un laboratorio musicale adeguatamente attrezzato per le attività musicali.
“L’educazione musicale a scuola non è solo la storia della musica. E’ innanzitutto insegnare a
capire ciò che si ascolta. E questo non è possibile se non si suona, se non si pratica uno
strumento”, ha dichiarato il Ministro Berlinguer in un’intervista al Messaggero, una delle molte
rilasciate in merito alla questione musica a scuola. La necessità di tale pratica è alla base anche
dell’istituzione della “prima giornata nazionale della musica a scuola” (vedi box a pag. 29), che
sottolinea l’impegno con il quale il nostro paese intende recuperare il divario che lo separa dal
contesto internazionale e intende avvicinarsi all’Europa.

Come afferma Antonio Portolano, Coordinatore del progetto musica presso il Ministero, è dunque
necessario ispirarsi a una didattica basata sulla pratica abbinata all’ascolto attivo e
partecipativo, e soprattutto all’esperienza della musica d’insieme, finalizzata anche ad un uso
creativo del linguaggio musicale, e aperta a tutti i generi e stili.

E finalmente il piano del Ministro è partito, come è stato già annunciato le scorse settimane sui
maggiori quotidiani: entro la fine dell’anno scolastico 80 istituti di tutto il territorio
nazionale, selezionati dai provveditorati competenti, disporranno di un laboratorio musicale sotto
la supervisione di un coordinatore. E questo è solo l’inizio, perché, come è stato anticipato in
occasione del lancio della sperimentazione, entro quattro anni tutte le scuole italiane avranno a
disposizione un’aula dove i ragazzi potranno dedicarsi allo studio della musica, ascoltandola e
suonandola

MUSICA E SALUTE

La musica non è solo un passatempo, divertimento, intrattenimento. E’ un fenomeno complesso e
misterioso, difficilmente definibile, un straordinario che ha potenzialità sorprendenti sulla vita
dell’uomo, e il cui impiego può produrre effetti benefici anche nel campo della salute.

“La parte più importante della musica non è nelle note”.

La salute è uno stato di benessere fisico e psichico sul quale influisce in modo determinante
l’essere in armonia con se stessi e con il mondo circostante. E proprio a questa armonia la musica
può un contributo importante.

Come scriveva il compositore boemo Gustav Mahler dopo una vita di intenso rapporto con il suono, “la
parte più importante della musica non è nelle note”. La musica, in effetti, si esprime attraverso un
linguaggio non verbale che la mette in rapporto con il corpo, con la mente e con l’anima. Per questo
ascoltare musica (sempre che si tratti della musica giusta, naturalmente…) può generare serenità e
sicurezza. Che già gli antichi lo sapessero molto bene ce lo conferma la mitologia, tramandandoci la
bellissima leggenda di Orfeo; conoscendo i poteri della musica, Orfeo scende nell’Oltretomba
“armato” della sua lira per riportare l’amata Euridice alla luce del sole. E la sua musica produce
sorprendenti effetti: il terribile Caronte addolcisce i suoi occhi di brace, il feroce Cerbero dalle
tre teste smette di abbaiare e si addormenta, Issione ferma la ruota rovente alla quale è legato e
che gira senza sosta su se stessa, Tantalo smette di soffrire la fame e la sete.

In effetti ogni epoca e ogni cultura hanno attribuito alla musica una funzione terapeutica in senso
lato, e la storia è attraversata da una sorta di filo rosso che congiunge le più antiche forme della
guarigione procurata attraverso l’impiego di suoni, ritmi e danze (come nei misteriosi riti degli
uomini della medicina degli Indiani d’America) alle più recenti forme della musicoterapia. Eppure
questo campo è ancora così vasto e in parte ancora così inesplorato che ancora oggi si stanno
conducendo e promuovendo ricerche e studi di carattere scientifico per spiegare il legame che unisce
musica e salute e musica e medicina.

Rimane in ogni caso il fatto incontestabile che la musica non solo genera sollievo ed energia, ma
favorisce anche la socializzazione, la comunicazione, il dialogo, e quindi il benessere. Come dice
molto bene lo scrittore moravo Milan Kundera (l’autore de L’insostenibile leggerezza dell’essere),
che è stato peraltro musicista jazz: “la musica apre nel corpo una porta attraverso la quale l’anima
esce nel mondo per fraternizzare”.

LA MUSICA APRE LA MENTE

La rivista tedesca Nature, importante pubblicazione scientifica internazionale, ha riportato di
recente uno studio nel quale si sostiene che la musica apre la mente…..letteralmente. Sembra
infatti che la zona del cervello che viene usata per analizzare il picco di una nota musicale sia
del 25 per cento più sviluppata nei musicisti rispetto alle persone che non hanno mai suonato uno
strumento. E questo sviluppo sarebbe dovuto proprio alla pratica musicale. Christo Pntev,
dell’Università di Munster, in Germania sostiene che l’istruzione musicale produce una
riorganizzazione e una crescita della zona della mappa corticale. E, secondo lo studio condotto, più
i musicisti sono giovani all’inizio del loro percorso di educazione musicale, più la zona in
questione risulta sviluppata.

Accademia della Musica ©
accademiadellamusica.it/studi.htm

Approfondimento sul sito www.sublimen.com

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