Metamedicina: tu sei responsabile della tua salute e felicità

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Metamedicina: tu sei responsabile della tua salute e felicità

di Rainville Claudia

Assumere la responsabilità di ciò che viviamo significa riconoscere e accettare che i nostri
pensieri, i nostri sentimenti, i nostri atteggiamenti hanno dato luogo sia alle situazioni felici e
infelici in cui ci siamo imbattuti, sia alle difficoltà o alle gioie che viviamo attualmente.

Non possiamo parlare di metamedicina senza tener conto della legge di responsabilità, giacché essa
costituisce la condizione di base per una vera guarigione. Quando studiavo microbiologia,
interrogavo i miei professori per sapere da dove provenissero i microbi (batteri, virus, parassiti,
e così via), e mi rispondevano che questi agenti patogeni provenivano da contaminazioni. Accettavo
la cosa continuando però a chiedermi dove la prima persona avesse potuto contrarre il microbo. Mi
adeguai, paga della massa di conoscenze che esploravo nel mondo affascinante dei microrganismi, ma i
miei interrogativi erano latenti; quando cominciai a lavorare in ospedale, ricominciai a chiedermi
perché il tale si ripresentasse di continuo con infezioni urinarie, e la tal altra con vaginiti a
ripetizione.

Ricordo in particolare un uomo anziano, con la tubercolosi, che praticamente non usciva mai di casa;
i pochi visitatori che riceveva non avevano il bacillo di Koch a cui si attribuiva la sua malattia:
dove mai avevano potuto ‘contrarre’ quell’infezione? Intuitivamente, sapevo che gli esseri umani
possiedono la capacità di sviluppare la malattia sia attirando l’agente infettivo mediante la
frequenza vibratoria, sia destabilizzando le molecole delle proprie cellule, consentendo in tal modo
lo sviluppo di una patologia. Ma quando azzardavo a proporre questa ipotesi, tutti mi deridevano.

Assumere la responsabilità di ciò che viviamo significa riconoscere e accettare che i nostri
pensieri, i nostri sentimenti, i nostri atteggiamenti– proprio come le lezioni che bisogna imparare
nella nostra evoluzione – abbiano dato luogo sia alle situazioni felici e infelici in cui ci siamo
imbattuti sia alle difficoltà o alle gioie che viviamo attualmente. Quando nei seminari e nelle
conferenze tocco questo tasto, spesso la gente ribatte: “Sarei io che mi sono attirato un padre
violento?» «Se un bambino nasce malato, non sarà mica colpa sua?” “Se mio marito ha perso il lavoro,
è perché l’azienda in cui lavorava ha chiuso: non ha nulla a che vedere con lui” “Come a dire che,
se ho mal di schiena, sarebbe colpa mia!” ”Non pensavo che uno potesse fabbricarsi una malattia! ”
”È davvero ingiusto. Mio figlio, che non ha fatto male a nessuno, sarà handicappato tutta la vita,
mentre ci sono dei criminali che stanno benissimo”. Il mio secondo padre diceva: “C’è un’unica
giustizia sulla terra, ed è la morte”.

Tutte queste riflessioni traducono una incomprensione della legge fondamentale della responsabilità,
molto spesso confusa con il senso di colpa: è questa confusione a renderla difficile da accettare
agli occhi di molte persone, che la leggono così: “Se questa situazione o questa malattia me la sono
creata io, allora sarebbe colpa mia se sto male”. Questa chiave di lettura è sbagliata, ed è – per
molti di noi – dovuta al tipo di educazione religiosa in cui siamo cresciuti.

La cultura giudaico-cristiana ci ha insegnato ad affidarci a un potere superiore, Dio, e che se
agiamo secondo i suoi comandamenti e pratichiamo azioni meritorie, veniamo ricompensati in questa
stessa vita o dopo la morte; se invece non obbediamo ai suoi comandamenti o a quelli della Chiesa ci
attende la punizione! Con questa base alla prima difficoltà inattesa e inspiegabile automaticamente
ci viene da pensare: “Cos’ho fatto di male perché debba capitare questo proprio a me?” Oppure
cerchiamo un responsabile esterno, ci dev’essere per forza un ‘colpevole’. Così, quando una
situazione ci fa soffrire, abbiamo preso l’abitudine di colpevolizzarci (credendolo di essercela
meritata) oppure ne accusiamo altri, o addirittura Dio.

Quando dico che essere responsabile della situazione significa che mi riconosco quale creatore di
ciò che vivo, non intendo insinuare che ho creato deliberatamente una situazione gradevole o
sgradevole, ma che bisogna accettare e riconoscere che i nostri pensieri, il nostro sentire, i
nostri atteggiamenti o le lezioni che è necessario integrare nella nostra evoluzione, hanno generato
le situazioni felici o infelici che ora stiamo vivendo. La legge della responsabilità, di
conseguenza, non ha nulla a che fare con il merito o la punizione, con la fortuna o la sfortuna, con
la giustizia o l’ingiustizia, oppure con la colpa: riguarda solo il concatenarsi delle cause e degli
effetti.

Non siamo forse liberi di accettare una credenza o rifiutarla? Di scegliere le parole di cui ci
serviamo? Di interpretare una parola o una situazione? Non siamo forse liberi di amare e di odiare?
Di accusare o comprendere? Di dire del male o del bene? Non siamo forse liberi di guardare la verità
in faccia o di mentire a noi stessi? Di reagire o di agire? Di alimentare la paura o di avere
fiducia?

Si, siamo liberi. Nei nostri pensieri, nei nostri sentimenti, nelle nostre credenze, nei nostri
atteggiamenti, nelle nostre scelte. Sebbene abbiamo, tutti quanti, questa libertà intera, non
possiamo sfuggire alle conseguenze di ciò che scegliamo di dire, fare, credere. Forse sei pronto a
riconoscere il peso delle tue scelte e delle loro conseguenze, ma forse penserai: “Se una persona è
al volante e un’altra la investe in pieno, non avrà mica scelto lei di avere un incidente?” No,
certamente. E tuttavia, che cosa è accaduto prima dell’incidente perché quella persona si trovasse
in quel contesto?

“Nulla è frutto del caso” – Questa verità fondamentale è a volte manipolata, per esempio da certi
leader che, per far leva sui loro adepti, dicono: “Il caso non esiste, e se sei venuto qui è perché
hai bisogno di noi”. È giusto dire che non esiste il caso, e tuttavia l’interpretazione che si può
dare di questa affermazione non è necessariamente quella giusta. Può darsi che una persona si trovi
in un gruppo per imparare a dire di no oppure per impiegare il proprio discernimento. Lo stesso
Buddha diceva: “Non credete a me, verificate, sperimentate, e quando saprete da voi stessi che
qualcosa è favorevole, allora seguitelo; e quando saprete da voi stessi che qualcosa non vi è
favorevole, allora rinunciatevi”.

Un senso di colpa può essere la causa di incidenti, problemi e oltre forme di autopunizioni?
Osserva, e trai le tue conclusioni. Puoi verificarlo, se hai già avuto un incidente, che cosa stavi
vivendo prima di esso? Un incidente a un piede o alle gambe può essere facilmente collegato a un
senso di colpa, per il fatto di precedere qualcuno che invece fa da freno, magari perché a sua volta
si rifiuta di avanzare. Un incidente a un dito può essere collegato a un certo perfezionismo; ci si
sente colpevoli per aver eseguito un lavoro troppo in fretta o senza troppa cura. La simbologia del
corpo può aiutarci a stabilire questo collegamento fra un incidente e ciò di cui si sentiamo
colpevoli.

Tratto da Metamedicina – Ogni sintomo è un messaggio di Claudia Rainville, ed. Amrita

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