Le quattro basi della consapevolezza

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Le quattro basi della consapevolezza

di Giuliano GIustarini

“Se l’elefante della mia mente è saldamente legato
da tutte le parti dalla fune della consapevolezza,
tutte le paure cesseranno di esistere,
e tutte le virtù verranno alla mia mano”
Santideva, Bodhicaryavatara, V, 3

Nei numeri passati di Occidente Buddhista si è spesso parlato, in
questa e in altre rubriche, della consapevolezza. Essa è stata finora
presentata come una specie di mastice che lega tra loro tutti i
principi chiave del Dharma. Ma è legittimo chiedersi, a questo punto,
cosa si intende per consapevolezza e, soprattutto, in che modo si
accede alla consapevolezza.

Per prima cosa bisogna osservare che l’accesso alla consapevolezza non
è una sorta di corridoio intricato in cui possono avventurarsi
soltanto pochi fortunati. La consapevolezza è qualcosa di estremamente
semplice, alla portata di tutti. Tuttavia essa è ostruita dalla nostra
tendenza a distrarci, a identificarci con i fenomeni che
sperimentiamo.

Il Buddha suggerisce alcuni espedienti per poter penetrare la nebbia
dell’ignoranza che ci avvolge e accedere così alla consapevolezza. Si
tratta di tecniche atte a focalizzare, di volta in volta su oggetti
diversi, l’energia dell’attenzione. In altre parole, come vedremo più
dettagliatamente, la consapevolezza si raggiunge esercitando la
consapevolezza.

La pratica suggerita dal Buddha è la pratica delle Quattro Basi della
Consapevolezza, in lingua pali Satipatthana. Sati significa,
letteralmente, ricordarsi, ricordarsi cioè di essere presenti,
ritornare alla consapevolezza lasciandosi dietro i meandri della
distrazione.

L’investigazione dei fenomeni attuata mercé la pratica del
Satipatthana si pone il fine di modificare la percezione dei fenomeni
esperiti. Questa viene depurata, liberata dalle distorsioni mentali, e
perciò resa autentica. Un noto studioso e insegnante di meditazione
contemporaneo, Stephen Batchelor, afferma che, rispetto allo stato
abituale della mente vittima delle contaminazioni, “essere consapevoli
equivale a uno stato di non schiavitù, di non ipnosi” .

Questa trasformazione viene paragonata dal maestro thailandese Ajahn
Mahaboowa alla differenza che sussiste tra la descrizione di una cosa
e il contatto diretto con la medesima :
“La differenza è paragonabile a quella tra il sentir parlare di una
cosa e vederla direttamente. La differenza è tra la propria
immaginazione e la realtà” .
Questa visione diretta, immediata consente, sempre secondo Ajahn
Mahaboowa, di estirpare l’attaccamento alla radice.

Le Quattro Basi della Consapevolezza sono la consapevolezza del corpo,
delle sensazioni, della mente e dei contenuti mentali. La prima
consiste in un lavoro di osservazione del corpo e dei processi fisici
in generale. Bisogna cioè dirigere l’investigazione sul proprio corpo,
superando il senso di identificazione e di possesso attraverso cui ci
rapportiamo ad esso.

Una osservazione diretta, non filtrata dall’identificazione, ci
permette di vedere la natura del corpo come un insieme di processi
condizionati che definiamo convenzionalmente come ‘il mio corpo’, ‘il
tuo corpo’, ‘il corpo di un animale’, ecc. In tal modo è possibile
trascendere l’idea di un’esistenza intrinseca, non correlata alle
altre esistenze e ai fenomeni circostanti. Ovvero, l’investigazione
del corpo (e della ‘corporeità’ in generale) apre la mente a quella
caratteristica universale chiamata anatta, o non sé, assenza di
esistenza intrinseca.

Il corpo non viene più visto come un involucro che ci separa dagli
altri e che ci isola all’interno dei nostri desideri, ma come una
caratteristica che ci accomuna agli altri esseri viventi. Se prendiamo
il corpo come la nostra vera entità inquiniamo la nostra stessa
investigazione : rimaniamo legati all’esperienza sensoriale e ci
lasciamo dominare da essa, e ciò ci costringe a vedere i fenomeni non
secondo la loro vera natura, ma attraverso le nostre proiezioni
egoiche.

Il lavoro di consapevolezza che prende per oggetto il corpo si basa su
alcune tecniche specifiche. Vale la pena di accennare alle più
diffuse. La prima è la pratica di consapevolezza del respiro. Essa
consiste nell’essere consapevoli del respiro, della sua lunghezza,
della sua regolarità o irregolarità, del suo ritmo.

Di solito si focalizza l’attenzione sull’area che comprende la punta
del naso, le narici e il labbro superiore, rimanendo consapevoli
dell’aria che viene ispirata ed espirata, del suo scorrere
dall’esterno all’interno del corpo e viceversa. Alcuni maestri di
meditazione, soprattutto i maestri birmani, suggeriscono di prestare
attenzione all’alzarsi e all’abbassarsi dell’addome secondo il ritmo
respiratorio.

Qualunque punto si scelga per praticare la consapevolezza del respiro,
non si deve esercitare alcun tipo di controllo sul respiro stesso :
esso deve scorrere naturalmente, accompagnato da una vigile e salda
attenzione.
La seconda tecnica mira a estendere il raggio della consapevolezza su
tutto il corpo, prestando particolare attenzione alla posizione
assunta. Si è cioè consapevoli dello stare in piedi, seduti, sdraiati
e del muoversi.

La consapevolezza del respiro e la consapevolezza della posizione del
corpo devono essere coltivate tanto nella ‘pratica formale’ quanto
nella ‘pratica informale’. Per pratica formale si intende un periodo
di tempo dedicato esclusivamente alla meditazione. È importante
ritagliarsi, all’interno della giornata, degli spazi idonei allo
sviluppo della consapevolezza, momenti di raccoglimento in cui
esercitare, stando seduti, l’attenzione sul respiro o sulla posizione
del corpo.

È di grande beneficio alternare questi periodi di ‘meditazione seduta’
a periodi di ‘meditazione camminata’, in cui l’attenzione sul corpo
viene addestrata durante una camminata lenta ma naturale, fatta avanti
e indietro lungo un percorso rettilineo di circa dieci passi. Ajahn
Chandapalo, monaco inglese di tradizione Theravada, residente in
Italia e abate del monastero Santacittarama di Sezze Romano,
sottolinea l’importanza di praticare la meditazione seduta e quella
camminata (cioè la pratica formale) tutti i giorni.

Egli ritiene molto più preziosa la regolarità della pratica piuttosto
che la durata dei periodi di meditazione.

A questo punto bisogna ricordare un aspetto primario della pratica del
Dharma : la meditazione, insegna il Buddha, non va isolata dal
contesto della vita quotidiana ; sebbene sia importante ritagliarsi
questi spazi, è indispensabile, ai fini dello sviluppo della
consapevolezza, portare la pratica nel contesto in cui si vive. Ciò
significa coltivare la ‘pratica informale’. Il ritmo del respiro, così
come la posizione del corpo, sono oggetti di osservazione disponibili
durante tutto l’arco della giornata. In ogni momento, in un autobus
affollato o in un ufficio, si può riportare la propria attenzione al
respiro o alla posizione del corpo. È sempre possibile utilizzare
questi due sostegni per risvegliare la nostra naturale capacità di
essere consapevoli. Agli inizi, forse, questi ‘salutari’ ritorni alla
consapevolezza saranno rari e la pratica potrà essere appesantita da
un certo scoraggiamento. Ma, se si continua a puntellare la propria
crescita interiore per mezzo della pratica formale e della pratica
informale, la consapevolezza potrà divenire lo sfondo di ogni
circostanza.

La pratica formale e la pratica informale costituiscono il perno su
cui ruotano anche le altre tre basi della consapevolezza. Nella
consapevolezza delle sensazioni, per esempio, vale la stessa regola di
integrare la consapevolezza esercitata in periodi di relativa
tranquillità con un’osservazione costante delle proprie sensazioni,
un’osservazione che non declina con il mutare delle situazioni
contingenti.

Per osservare il flusso (impermanente, insoddisfacente e privo di
sostanza) delle sensazioni è necessario avere una certa dimestichezza
con la pratica di consapevolezza del corpo, sia del respiro che della
posizione. Se, infatti, la capacità di ancorarsi alla consapevolezza è
abbastanza radicata, allora è possibile contemplare le sensazioni,
fisiche e mentali, senza rimanerne schiavi. La consapevolezza,
infatti, come si è avuto modo di notare altre volte, procede di pari
passo con l’equanimità, l’equilibrio che impedisce il coinvolgimento
della mente nelle sensazioni e negli stati mentali.

L’osservazione costante ed equanime delle sensazioni permette di
vederle secondo la loro triplice manifestazione : dolorose, piacevoli
e neutre. La reazione abituale della mente nei confronti delle
sensazioni si poggia sulla dinamica attaccamento-avversione.
Sprechiamo tempo ed energie fuggendo dalle sensazioni dolorose (o
anche da quelle neutre, spesso etichettate come noiose) e inseguendo
le sensazioni piacevoli.

Questo atteggiamento perdura anche quando la situazione in cui ci
troviamo ci costringe a sperimentare sensazioni dolorose : di solito,
quando ci troviamo di fronte a una delle innumerevoli ferite che la
vita ci infligge, anche se si tratta di una micro-ferita, come un
semplice contrattempo, evitiamo di osservarla per mezzo della
consapevolezza ; al contrario, ci rintaniamo nella nostra rete
intessuta di giudizi, paure e avversione.

Così incontriamo ulteriore sofferenza, quella che noi stessi
aggiungiamo e che il Buddha chiama ‘la seconda freccia’. La
consapevolezza, invece, trasforma le circostanze esterne in un terreno
fertile per lo sviluppo della saggezza e per il raggiungimento della
libertà dalla sofferenza. Qualunque sensazione si provi può osservata,
secondo la tradizione buddhista, senza attaccamento o avversione,
senza alcun tipo di reattività.

La difficoltà di questo compito richiede, come si diceva, un lungo
tirocinio, fondato specialmente sulla pratica di consapevolezza del
respiro e della posizione del corpo. E richiede, inoltre, un lento e
paziente forgiarsi attraverso la pratica formale, poiché è quella in
cui si presentano soprattutto sensazioni neutre, cioè sensazioni che
meno ci distraggono e meno ci coinvolgono nella trappola
dell’attrazione e della repulsione. Dunque si ottiene, in virtù della
pratica formale, quella calma e quello spazio necessari a una visione
equanime dei fenomeni.

Il terzo fondamento della consapevolezza è la consapevolezza della
mente. Investigare la mente è uno dei compiti più delicati della
pratica. A questo punto, infatti, si ‘tocca’ il nodo centrale della
nostra identificazione. Anche se, a un livello intellettuale,
riteniamo che tutto è impermanente, insoddisfacente e privo di
esistenza intrinseca, tuttavia conserviamo, a un livello più profondo,
un ‘grumo’, non ancora disciolto, di attaccamento a un’entità
indipendente : nel buddhismo, questo nucleo di attaccamento e
identificazione viene chiamato io-mio.

L’identificazione con la mente è estremamente sottile e perciò
difficile da trascendere. Ma, come sostiene un eminente studioso di
buddhismo, il monaco cingalese Thera Piyadassi, “la contemplazione
della mente ci fa comprendere che ciò che chiamiamo mente è soltanto
un processo, in costante mutamento, che consiste di fattori mentali
anch’essi mutevoli, per cui non c’è nessuna entità chiamata io, sé, o
anima” .

Spesso, in Occidente, definizioni di questo tipo sono state
interpretate come una negazione, da parte del buddhismo, della
personalità dell’individuo, paragonabile a un annichilimento di ogni
qualità umana. In riferimento a tale interpretazione, Stephen
Batchelor sottolinea che “la comprensione della vacuità non cancella
l’identità individuale” , e per precisare questo punto espone una
profonda descrizione di ciò che viene definito io-mio :
“Secondo la psicologia buddhista, tutte le contaminazioni hanno la
loro origine nell’attaccamento al senso dell’io. Per ‘io’, però, non
si intende la personalità, l’individualità, ma l’attaccamento, che
sembra per buona parte istintivo, ad un nocciolo permanente,
indivisibile, che riteniamo costituisca la base della nostra identità.

Non si tratta di una credenza intellettuale, ma di uno spasmo,
profondamente radicato, del corpo-mente, così profondamente radicato
che è difficile anche il solo notarlo. È questo senso della
sostanzialità del sé ciò che, in ultima analisi, ci fa sentire
diversi, separati, indipendenti da ogni altra cosa o persona” .

L’ultima delle Quattro Basi della Consapevolezza riguarda i contenuti
mentali. La varietà dei contenuti mentali comprende tanto gli stati
negativi che attraversano la mente (attaccamento, rabbia, impazienza,
ecc.), quanto quelle qualità che via via si coltivano durante il
sentiero spirituale (la comprensione delle Quattro Nobili Verità, i
Sette Fattori dell’Illuminazione…). In altre parole, viene visto, alla
luce della consapevolezza, l’insegnamento stesso del Buddha, e ciò
dimostra quanto esso sia pragmatico anziché meramente teorico.

In conclusione, la consapevolezza, sentiero e meta del buddhismo, può
essere risvegliata focalizzando la nostra attenzione e investigazione
sui vari aspetti che compongono la totalità dell’esperienza. Una volta
risvegliata, essa ‘custodisce’ la mente, operando un processo di
liberazione che non è personale, isolato, ma è un seme di
trasformazione da cui trarrà beneficio il mondo intero. Proteggendo
noi stessi dalle contaminazioni, proteggiamo anche gli altri. Il
Buddha esprime magistralmente questo concetto nella parabola degli
acrobati :

“Una volta un acrobata salì sulla sua asta di bambù e disse al suo
allievo : – Ragazzo, sali sull’asta e monta sulle mie spalle -. Quando
l’allievo si fu arrampicato disse : – Ora, ragazzo, proteggimi e io
proteggerò te ; se ci prendiamo cura l’uno dell’altro, eseguiremo le
nostre acrobazie, guadagneremo denaro e scenderemo sani e salvi
dall’asta -. Ma l’allievo rispose : – No, maestro, così non
funzionerebbe. Tu proteggi te stesso e io proteggerò me stesso. Se
ognuno protegge se stesso e sta attento a se stesso, eseguiremo le
nostre acrobazie, guadagneremo denaro e scenderemo sani e salvi
dall’asta. Questo è il metodo -”
Samyutta Nikaya, vv. 168-178

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