L’arte di vivere la tecnica della meditazione vipassana 7

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L’arte di vivere la tecnica della meditazione vipassana 7

secondo S.N.Goenka) – di William Hart (parte settima)

traduzione di
MARIA ANGELA PALA e PIERLUIGI GONFALONIERI

Domande e risposte

DOMANDA: Perché dobbiamo far scorrere la nostra attenzione lungo il corpo seguendo un ordine preciso

SATYA NARAYAN GOENKA: Perché state lavorando per esplorare la completa realtà della mente e della materia. Per far questo è necessario sviluppare la capacità di percepire ciò che accade in ogni parte del corpo: nessuna parte dovrebbe rimanere insensibile. Dovete anche sviluppare la capacità di osservare tutta la gamma delle sensazioni. Il Buddha ha descritto la pratica in questi termini: « In ogni luogo dentro i confini del corpo si sperimentano sensazioni, dovunque ci sia vita nel corpo». Se permettete all’attenzione di muoversi a caso da una parte a un’altra, da una sensazione a un’altra, naturalmente sarà sempre attratta dalle zone interessate da sensazioni più forti. La vostra osservazione rimarrà parziale, incompleta, superficiale. Quindi è essenziale muovere sempre l’attenzione con ordine.

Come possiamo capire che non stiamo creando delle sensazioni?

Potete fare una prova. Se dubitate che le sensazioni che state provando siano reali, potete darvi due o tre ordini, autosuggestioni. Se scoprite che le sensazioni cambiano a vostro comando, significa che non sono reali. In quel caso dovete gettare via tutta quanta l’esperienza e ricominciare osservando il respiro per un po’. Ma se scoprite di non poter controllare le sensazioni, ma che esse al contrario non cambiano a vostro piacimento, allora dovete scacciare i dubbi e accettare il fatto che l’esperienza è reale.

Se queste sensazioni sono reali, perché non le proviamo nella vita ordinaria?

Lo fate a livello inconscio. La mente conscia è inconsapevole, ma in ogni momento la mente inconscia prova delle sensazioni nel corpo e reagisce ad esse. Questo processo avviene ventiquattro ore su ventiquattro. Con la pratica di Vipassana, tuttavia, si abbattono le barriere tra il conscio e l’inconscio. Diventate consapevoli di ogni cosa che accade all’interno della vostra struttura fisica e mentale, di ogni cosa che sperimentate.

Permettere a noi stessi di provare deliberatamente dolore fisico può sembrare masochismo.

Lo sarebbe se vi si chiedesse di sperimentare solo dolore. Ma, al contrario, vi si chiede di osservare il dolore oggetti-vamente. Quando osservate senza reagire, automaticamente la mente inizia a penetrare al di là della realtà apparente del dolore fino alla sua natura sottile, che consiste unicamente in vibrazioni che nascono e svaniscono ad ogni istante.

E quando sperimentate tale sottile realtà, il dolore non può sopraffarvi. Siete voi i padroni di voi stessi, siete liberi dal dolore.

Ma certamente il dolore può essere un segnale che c’è deficienza di sangue in qualche parte del corpo. È saggio ignorare tale segnale?

Ebbene, abbiamo scoperto che questo esercizio non causa danni. Se lo facesse, non lo raccomanderemmo. Migliaia di persone hanno praticato questa tecnica. Non conosco neppure un solo caso in cui qualcuno che si stava esercitando in modo corretto si sia fatto del male. L’esperienza comune è che il corpo diventa docile e flessibile. Il dolore scompare quando imparate ad affrontarlo con mente equilibrata.

Non è possibile praticare Vipassanā osservando una delle sei porte dei sensi, per esempio osservando il contatto degli occhi con la visione e delle orecchie con il suono?

Certamente. Ma anche questa osservazione deve comportare la consapevolezza della sensazione. Ogni volta che avviene un contatto in una delle sei basi sensoriali — occhi, orecchie, naso, lingua, corpo, mente — si produce una sensazione. Rimanendone inconsapevoli, si perde di vista il puntò in cui inizia la reazione. Nel caso della maggior parte dei sensi, il contatto può essere solo intermittente. A volte le vostre orecchie possono udire un suono, a volte no. Ma ai livelli più profondi c’è ad ogni istante un contatto tra mente e materia che origina costantemente delle sensazioni.

Per questa ragione, osservare le sensazioni è la via più accessibile e vivida per sperimentare il fatto dell’impermanenza. Prima di tentare di osservare le altre porte dei sensi, bisogna padroneggiare questa via.
Se dobbiamo solo accettare e osservare le cose così come vengono, in che modo può esserci progresso?

Il progresso si misura secondo lo sviluppo dell’equanimità. Non avete altra scelta se non l’equanimità, perché non potete cambiare le sensazioni, non potete creare le sensazioni. Qualsiasi cosa sorge, sorge. Può essere gradevole o sgradevole, di questo o di quel tipo, ma se mantenete l’equanimità, state certamente avanzando sul sentiero, state perdendo le vecchie abitudini mentali alla reazione.

Questo accade nella meditazione, ma come riferirlo alla vita?

Quando nella vita quotidiana nasce un problema, bisogna fermarsi il tempo necessario per osservare le nostre sensa-zioni con mente equilibrata. Quando la mente è calma ed equilibrata, qualsiasi decisione si prenda sarà quella buona. Quando la mente è turbata, la decisione sarà una reazione. Bisogna imparare a trasformare il proprio comportamento in modo da passare da reazioni negative ad azioni positive.
Quindi, se non si è in collera o critici, ma si nota che qualcosa può essere fatto in modo diverso, e migliore, allora si può andare avanti e agire?

Sì, bisogna agire. La vita è fatta per l’azione, non bisogna diventare inattivi. Ma l’azione deve essere compiuta con una mente equilibrata.

Oggi stavo impegnandomi per provare una sensazione in una parte del corpo che era intorpidita, e non appena la sensazione è sorta la mente ha fatto un sobbalzo, mi sono sentito come se avessi segnato un punto per la mia squadra. E mi sono mentalmente udito urlare: “Bene!”. Poi ho pensato: “No, non voglio reagire così”. Ma mi chiedo, una volta tornato nel mondo, come posso andare a una partita di baseball o di calcio e non reagire?
Anche in un incontro di calcio agirete, non reagirete, e scoprirete di divertirvi un mondo. Un piacere accompagnato dalla tensione della reazione non è un vero piacere. Quando la reazione cessa la tensione scompare, e solo allora è possibile cominciare a godere la vita.

Allora posso saltare su e giù e gridare come voglio?

Sì, con equanimità. Fatelo con equanimità.

E che cosa faccio se la mia squadra perde?

In quel caso dovrete sorridere e dire « Siate felici! ». Siate felici in ogni situazione!

Mi sembra un punto fondamentale.

Sì!

CAPITOLO OTTAVO

CONSAPEVOLEZZA ED EQUANIMITÀ

Consapevolezza ed equanimità: in questo consiste la meditazione Vipassana. Se praticate assieme, esse conducono alla liberazione dalla sofferenza. Se una o l’altra è debole o insufficiente, non è possibile avanzare lungo il sentiero che porta alla meta. Sono entrambe essenziali, come un uccello che ha bisogno di due ali per volare o un carro di due ruote per muoversi. E devono essere ugualmente forti. Se un’ala è debole e l’altra potente, l’uccello non può volare correttamente.

Se una ruota è piccola e l’altra grande, il carro continuerà a muoversi in tondo.

Per avanzare lungo il sentiero, il meditatore deve sviluppare sia la consapevolezza che l’equanimità.

Dobbiamo diventare consapevoli della totalità della mente e della materia nella loro natura più sottile. A questo scopo non basta essere consapevoli solo degli aspetti superficiali del corpo e della mente, quali i movimenti fisici o i pensieri. Dobbiamo sviluppare la consapevolezza delle sensazioni in tutto il corpo e conservare l’equanimità nei loro riguardi.

Se siamo consapevoli ma manchiamo di equanimità, tanto più allora diventiamo coscienti e sensibili alle sensazioni interiori, quanto più aumenteranno le probabilità di reagire, e perciò di accrescere la sofferenza. D’altra parte, se abbiamo raggiunto l’equanimità ma ignoriamo tutto delle sensazioni interiori, allora questa equanimità è solo superficiale e mantiene a livello inconscio le reazioni che si avvicendano costantemente nelle profondità della mente senza che noi ce ne accorgiamo. Dobbiamo quindi cercare di sviluppare sia la consapevolezza che l’equanimità ai livelli più profondi. Dobbiamo fare in modo di essere consapevoli di ciò che accade dentro di noi e, nello stesso tempo, di non reagire, sapendo che cambierà.

Questa è la vera saggezza: la comprensione della propria natura, una comprensione conseguita con l’esperienza diretta della verità all’interno di se stessi. Questo è ciò che il Buddha chiamava yathà-bhùta-ìiàna-dassana, la saggezza che nasce dall’osservazione della realtà così com’è. Con questa saggezza si può uscire dalla sofferenza. Ogni sensazione che si presenta darà origine solo alla comprensione dell’impermanenza. Cessano tutte le reazioni, tutti i sankhàra della bramosia e dell’avversione. Imparando ad osservare la realtà oggettivamente, si smette di creare sofferenza per se stessi.

II deposito delle reazioni passate

Rimanere consapevoli ed equilibrati è la via per fermare il prodursi di nuove reazioni, di nuove fonti di infelicità. Ma c’è un’altra dimensione della nostra sofferenza con cui dobbiamo confrontarci. Smettendo di reagire da questo momento in poi, possiamo impedire ulteriori cause di infelicità, ma in ciascuno di noi esiste un accumulo di condizionamenti, ovvero la somma totale delle nostre reazioni passate. Anche se non aggiungiamo nulla di nuovo a questo deposito, i vecchi sankhàra accumulati ci provocheranno ulteriore sofferenza.

La parola sankhàra può essere tradotta « formazione », intendendo con questo sia l’atto del formare sia ciò che è formato. Ogni reazione è l’ultimo passo, il risultato di una sequenza di processi mentali, ma può anche essere il primo passo, la causa di una nuova sequenza mentale. Ogni sankhàra è condizionato dai processi che conducono ad esso, e contemporaneamente condiziona anche i processi successivi.

Il condizionamento opera influenzando la seconda funzione mentale, la percezione (trattata nel Capitolo Secondo).

La coscienza è fondamentalmente indifferenziata, non discriminante: ha il solo scopo di registrare i contatti che avvengono nella mente o nel corpo. La percezione, invece, è discriminante: attinge dal deposito delle esperienze passate per valutare e catalogare ogni nuovo fenomeno. Le reazioni passate sono dei punti di riferimento con cui cercare di spiegare una nuova esperienza; la giudichiamo e la classifichiamo secondo i nostri passati sankhàra.
In tal modo le vecchie reazioni di bramosia e avversione influenzano la nostra percezione del presente. Invece di vedere la realtà, vediamo «come attraverso delle lenti affumicate». La nostra percezione del mondo esterno e di quello interno è distorta e oscurata dai nostri passati condizionamenti, dalle nostre preferenze e dai nostri pregiudizi. In conseguenza della percezione distorta, una sensazione essenzialmente neutra diventa immediatamente piacevole o spiacevole. A questa sensazione reagiamo ulteriormente, creando un nuovo condizionamento che distorce ancora di più la nostra percezione. In tal modo ogni reazione diventa la causa di reazioni future, tutte condizionate dal passato e condizionanti a loro volta il futuro.

La doppia funzione dei sankhàra è illustrata nella Catena del Sorgere Condizionato. Il secondo anello della catena è il sankhàra, ossia la pre-condizione immediata del sorgere della coscienza, il primo dei quattro processi mentali. Tuttavia, sankhàra è anche l’ultimo della serie dei processi, dopo la coscienza, la percezione e la sensazione. Riappare sotto questa forma, più avanti nella catena e dopo la sensazione, come reazione di bramosia e avversione. Bramosia e avversione si sviluppano in attaccamento, il quale diventa sorgente di una nuova fase di attività fisica e mentale. Così il processo si alimenta da solo. Ogni sankhàra mette in moto una catena di eventi che creano un nuovo sankhàra, il quale a sua volta mette in moto una nuova catena di eventi che si ripetono all’infinito, in un circolo vizioso. Ogni volta che reagiamo,
rafforziamo la nostra attitudine mentale alla reazione. Ogni volta che sviluppiamo bramosia o avversione, rafforziamo la tendenza della mente a continuare a generarli. E quando questo schema mentale si è ben radicato, ne siamo catturati.
Per esempio, un uomo impedisce a qualcuno di ottenere un oggetto desiderato. La persona frustrata crede che quell’uomo sia molto cattivo e lo detesta. Questa opinione — profondamente impressa nella mente inconscia della persona frustrata — non si basa su considerazioni circa il carattere dell’uomo, ma unicamente sul fatto che egli ha frustrato il desiderio della seconda persona. Ogni successivo contatto con quell’uomo porterà impresso questo marchio e farà nascere sensazioni spiacevoli, le quali produrranno a loro volta nuova avversione, rafforzando ulteriormente l’immagine. Anche se i due si incontrano dopo un intervallo di vent’anni, la persona che è stata frustrata tanto tempo prima pensa immediatamente che quell’uomo sia molto cattivo e di nuovo prova antipatia. In vent’anni, il carattere del primo uomo può essere totalmente cambiato, ma il secondo lo giudica secondo i criteri della passata esperienza. La reazione non avviene nei confronti dell’uomo, ma dell’opinione su di lui basata su una reazione cieca originaria, e quindi prevenuta.

In un altro caso, un uomo aiuta qualcuno a ottenere un oggetto desiderato. La persona che è stata aiutata crede che quell’uomo sia molto buono e lo stima. L’opinione è basata solo sul fatto che l’uomo ha aiutato una seconda persona a soddisfare il suo desiderio, non su una attenta considerazione del suo carattere. L’opinione positiva è registrata nella mente inconscia e connota il successivo contatto con quell’uomo, facendo sorgere sensazioni piacevoli che danno come risultato un legame più forte, il quale a sua volta rafforza ulteriormente l’opinione. Per quanti anni possano trascorrere tra un incontro e l’altro, lo stesso modello si ripete ad ogni nuovo contatto. Sia la persona frustrata che la persona gratificata non reagiscono all’uomo in se stesso, ma esclusivamente alla loro opinione su di lui, basata sulla cieca reazione originaria.

In questo modo un sankhàra può dare origine a una nuova reazione, sia nell’immediato che nel lontano futuro. E ogni reazione successiva diventa causa di ulteriori reazioni, destinate a non portare ad altro che a un’infelicità sempre maggiore. E questo il processo di ripetizione delle reazioni, della sofferenza. Pensiamo di trovarci di fronte alla realtà esterna mentre in realtà stiamo reagendo alle nostre sensazioni, le quali sono condizionate dalle nostre percezioni, le quali a loro volta sono condizionate dalle nostre reazioni. Anche se a partire da un dato momento smettiamo di generare nuovi sankhàra, dobbiamo ancora fare i conti con quelli accumulati nel passato. Permane quindi in noi una tendenza a reagire che può riaffermarsi in qualsiasi circostanza, rendendoci infelici. E finché persiste questo vecchio condizionamento, ncn siamo completamente liberi dalla sofferenza.

Come possiamo sradicare le vecchie reazioni? Per trovare una risposta a questa domanda è necessario comprendere più profondamente come procede la meditazione Vipassana.

Sradicare i vecchi condizionamenti

Nel praticare Vipassana, il nostro compito è semplicemente quello di osservare le sensazioni del corpo. La causa di ogni particolare sensazione non ci interessa; è sufficiente comprendere che ogni sensazione indica un cambiamento interno, che può essere di origine fisica o mentale, giacché mente e corpo funzionano in modo interdipendente e spesso non si possono differenziare: ciò che accade a un livello si riflette nell’altro.
A livello fisico, come è stato trattato nel Capitolo secondo, il corpo è composto di particelle subatomiche — kalàpa — che in ogni momento nascono e spariscono con grande rapidità, manifestando in un’infinita varietà di combinazioni le qualità basilari della materia — massa, coesione, temperatura e movimento — e producendo dentro di noi l’intera gamma delle sensazioni.

Sono quattro le possibili cause del sorgere di kalàpa. La prima è il cibo che mangiamo; la seconda è l’ambiente in cui viviamo. Ma tutto ciò che accade nella mente ha un effetto sul corpo e può essere responsabile del sorgere di kalàpa.

E quindi le altre due cause possono essere o le reazioni mentali in corso oppure le reazioni accumulate nel passato che stanno influenzando lo stato mentale presente. Per funzionare, il corpo richiede cibo. Tuttavia, anche se non viene alimentato, il corpo non crolla subito. Può continuare a sostenersi per settimane, consumando le energie conservate nei suoi tessuti. Quando tutte le energie immagazzinate sono consumate, il corpo crolla e muore: il flusso fisico perviene alla fine.

Analogamente la mente deve restare attiva per mantenere il fluire della coscienza. Questa attività mentale è il sankhàra. Secondo la Catena del Sorgere Condizionato, la coscienza ha origine dalle reazioni . Ogni reazione mentale è responsabile dell’impeto dato al fluire della coscienza. E mentre il corpo richiede cibo solo ad intervalli, la mente richiede sempre nuove stimolazioni. Senza di queste, il fluire della coscienza non può continuare neanche per un istante. Per esempio, se a un dato momento generiamo avversione nella mente, nel momento successivo la coscienza che sorge è il prodotto di questa avversione e così via, momento per momento. Noi continuiamo a ripetere la reazione di avversione momento dopo momento, e a dare nuova energia alla mente.

Con la pratica di Vipassana, però, il meditatore impara a non reagire. A un dato momento non crea più sankhàra, non da nuovi stimoli alla mente. Che accade allora al flusso psichico? Non si ferma subito: al contrario, l’una o l’altra delle reazioni accumulate nel passato affioreranno alla mente per mantenere il flusso. Nascerà una risposta condizionata dal passato e su questa base la coscienza continua per un altro momento. Il condizionamento apparirà a livello fisico causando il nascere di un particolare tipo di kalàpa, che poi si sperimenta come una sensazione nel corpo. Può forse sorgere un passato sankhàra di avversione, manifestandosi in qualità di particelle che si sperimentano come spiacevoli sensazioni brucianti all’interno

del corpo. Se a quelle sensazioni si reagisce con fastidio, si crea nuova avversione: si inizia a dare nuova energia al fluire della coscienza e non si permette più ad un altro sankhàra proveniente dal deposito delle reazioni passate di emergere a livello conscio.

Tuttavia, se capita una sensazione spiacevole e non si reagisce, allora non si creano nuovi sankhàra. I sankhàra scaturiti dal vecchio deposito se ne vanno. Nell’istante successivo un altro sankhàra del passato sorge come una sensazione. Di nuovo, se non si reagisce, se ne va. In tal modo, mantenendo l’equanimità, permettiamo alle reazioni accumulate nel passato di affiorare alla mente, una dopo l’altra, manifestandosi come sensazioni. Gradualmente, conservando consapevolezza ed equanimità nei riguardi delle sensazioni, sradichiamo i condizionamenti passati.

Finché permangono i condizionamenti di avversione, la tendenza inconscia della mente sarà di reagire con avversione allorché si imbatte in qualche esperienza spiacevole. Finché permangono i condizionamenti di bramosia, la mente tenderà a reagire con bramosia ad ogni situazione piacevole. Vipassana opera erodendo queste risposte condizionate. Mentre procediamo nella pratica, continuiamo a imbatterci in sensazioni piacevoli e spiacevoli, e osservando ciascuna di esse con equanimità, indeboliamo gradualmente, fino a distruggerle, le tendenze alla bramosia e all’avversione. Quando le risposte condizionate di un certo tipo sono sradicate, si è liberi da quel tipo di sofferenza. E quando tutte le risposte condizionate sono state sradicate, una dopo l’altra, la mente è completamente libera. Colui che ha compreso a fondo questo processo ha detto:

In verità impermanenti sono le cose condizionate, avendo esse la natura del nascere e del passare.

Se nascono e vengono estinte, il loro sradicamento porta la vera felicità.

Ogni sankhàra nasce e scompare, per sorgere ancora nell’istante successivo in una ripetizione infinita. Se sviluppiamo la saggezza e cominciamo ad osservare oggettivamente, la ripetizione si ferma per dare il via allo sradicamento. Strato dopo strato, i vecchi sankhàra sorgono e vengono sradicati, a patto che non reagiamo. Per quanti sankhàra abbiamo sradicato, godremo di altrettanta felicità, la felicità della libertà dalla sofferenza. Se tutti i sankhàra passati sono sradicati, godiamo la felicità illimitata della piena liberazione.

La meditazione Vipassana è quindi un tipo di digiuno mentale che ha lo scopo di eliminare i condizionamenti passati.

In ogni momento, per tutta la durata della nostra vita, abbiamo generato delle reazioni: ora, conservandoci consapevoli ed equilibrati, abbiamo alcuni momenti in cui non reagiamo e quindi non generiamo nuovi sankhàra. Quei pochi momenti, per quanto brevi possano essere, sono molto potenti: mettono in moto il processo inverso, il processo di purificazione.

Per far scattare questo processo, non dobbiamo letteralmente fare nulla, dobbiamo cioè semplicemente astenerci da ogni nuova reazione. Qualunque sia la causa delle sensazioni che proviamo, vanno osservate con equanimità. L’atto di generare consapevolezza ed equanimità eliminerà automaticamente le vecchie reazioni, proprio come l’atto di accendere una lampada disperde l’oscurità di una stanza.

Il Buddha ha narrato un giorno la storia di un uomo che aveva fatto molti doni caritatevoli, concludendola con queste parole:

Anche se costui ha compiuto gli atti più caritatevoli, sarebbe stato ancor più fruttuoso per lui rifugiarsi col cuore disponibile nell’Illuminato, in Dhamma e in tutte le persone sante. E dopo aver fatto questo, sarebbe stato ancor più fruttuoso per lui impegnarsi col cuore disponibile nei cinque precetti. E dopo di ciò, sarebbe stato ancor più fruttuoso per lui coltivare la benevolenza verso tutti giusto per il tempo necessario a mungere una mucca. E una volta fatto tutto questo, sarebbe stato ancor più fruttuoso per lui sviluppare la consapevolezza dell’impermanenza giusto per il tempo necessario a schioccare le dita.

A volte il meditatore può essere consapevole della realtà delle sensazioni nel corpo solo per un attimo e non reagisce perché ne comprende la natura transitoria. Ma anche questo breve momento avrà un effetto potente. Con una pratica paziente, ripetuta, continua, quei pochi momenti di equanimità aumenteranno e i momenti reattivi diminuiranno. Gradualmente l’abitudine mentale alla reazione si interromperà e i vecchi condizionamenti saranno sradicati, finché verrà il tempo in cui la mente sarà liberata da tutte le reazioni, passate e presenti, liberata da tutte le sofferenze.

Domande e risposte

DOMANDA: Questo pomeriggio ho cercato una nuova posizione in cui mi fosse facile sedere a lungo senza muovermi, mantenendo la schiena eretta, ma non ho potuto provare molte sensazioni. Mi chiedo se le sensazioni verranno o se devo ritornare alla vecchia posizione.

SATYA NARAYAN GOENKA: Non cercate di creare sensazioni scegliendo una posizione scomoda. Se fosse quello il modo giusto di praticare, vi chiederemmo di sedere su un letto di chiodi! Tali estremi non aiutano. Scegliete una posizione confortevole in cui il corpo sia eretto e lasciate che le sensazioni vengano naturalmente. Non cercate di crearle per forza, consentite loro solo di apparire. Verranno, perché esistono: e se anche vi aspettate una sensazione già provata in precedenza, ci può sempre essere qualcos’altro.

Ho provato sensazioni più sottili delle precedenti. Nella mia prima posizione era arduo rimanere seduto per più di un breve periodo senza muovermi.

Allora è bene che abbiate trovato una posizione più confortevole. Ora lasciate che la sensazione sia naturale. Forse alcune sensazioni forti sono scomparse, ed è il momento per voi di affrontare quelle più sottili, ma la mente non è ancora tanto acuta per sentirle. Per renderla più acuta, lavorate sulla consapevolezza della respirazione per un po’. Questo migliorerà la concentrazione e vi sarà più facile sentire le sensazioni sottili.
Pensavo che fosse meglio provare delle sensazioni forti, perché questo significava che un vecchio sankhàra era riemerso.
Non necessariamente. Certe impurità appaiono come sensazioni molto sottili. Perché desiderare ardentemente sensazioni forti? Qualsiasi cosa appaia, forte o sottile, il nostro compito è di osservarla.
Dobbiamo cercare di identificare quale sensazione è associata con una data reazione?
Sarebbe una perdita inutile di energia. Sarebbe come se qualcuno, lavando un vestito sporco, si fermasse su ogni macchia per controllare ciò che l’ha provocata. Questo non lo aiuterebbe nel suo lavoro, che è solo quello di pulire il vestito: e per farlo, quel che importa è avere un pezzo di sapone da bucato e usarlo nel modo giusto. Se il vestito viene lavato correttamente, tutto lo sporco scompare. Allo stesso modo, chi ha ricevuto il sapone di Vipassana deve usarlo per rimuovere tutte le impurità della mente. Chi ricerca la causa di alcune particolari sensazioni, sta facendo un gioco intellettuale e si dimentica di anicca e di anattà. Questa intellettualizzazione non può aiutare nessuno a uscire dalla sofferenza.

Sono confuso su chi sta osservando e chi o cosa viene osservato.

Nessuna risposta intellettuale può essere soddisfacente. Ciascuno deve indagare per proprio conto. “Che cos’è questo Io che sta facendo tutto questo? Chi è questo Io?” Bisogna continuare a esplorare, ad analizzare, a vedere se viene fuori un qualche Io; se è così, osservatelo. Se non viene fuori niente, allora bisogna accettare: “Questo Io è un’illusione”.

Alcuni tipi di condizionamenti mentali non sono forse positivi? Perché cercare di sradicarli?

I condizionamenti positivi ci motivano a lavorare per la liberazione dalla sofferenza. Ma quando questo scopo è ottenuto, tutti i condizionamenti, positivi e negativi, devono essere abbandonati. È come usare una zattera per attraversare un fiume. Una volta che il fiume sia stato attraversato, non si continua il viaggio portandosi la zattera in testa. Una volta che è servita allo scopo essa diventa inutile e deve essere abbandonata. Allo stesso modo, chi è completamente liberato non ha bisogno di condizionamenti. Una persona è liberata non a causa di condizionamenti positivi, ma a causa della purezza della mente.

Perché sperimentiamo sensazioni spiacevoli quando iniziamo a praticare Vipassana e perché le sensazioni piacevoli arrivano successivamente?

Vipassana opera sradicando dapprima le impurità più grossolane. Quando puliamo un pavimento, dapprima raduniamo i rifiuti più grossi; quindi, ad ogni passata, raccogliamo la polvere sempre più fine. Così nella pratica di Vipassana: dapprima vengono sradicate le impurità mentali più grossolane, mentre le più sottili rimangono, apparendo come sensazioni piacevoli. Ma è pericoloso sviluppare desiderio per queste sensazioni piacevoli. Quindi dovete stare attenti a non scambiare una piacevole esperienza sensibile per la meta finale. Per sradicare tutte le reazioni condizionate bisogna continuare ad osservare ogni sensazione oggettivamente.

Avete affermato che ciascuno di noi ha i suoi panni sporchi, e anche il sapone per lavarli. Oggi mi sento come se fossi rimasto pressoché senza sapone! Questa mattina la mia pratica è stata molto intensa, ma nel pomeriggio ho cominciato a sentirmi davvero disperato e arrabbiato, e a chiedermi quale fosse l’utilità di tutto. È stato come se, quando ero nel pieno della meditazione, sorgesse a contrastare questa forza un nemico interno — l’ego forse — a mettermi fuori combattimento.

Sentivo inoltre di non avere la forza per combatterlo. C’è un modo per mettersi da parte così da non dover combattere tanto duramente, qualche modo intelligente per farlo?
Mantenere l’equanimità, ecco la via più intelligente! Quello che avete sperimentato è assai naturale. Quando vi sembrava che la meditazione andasse per il meglio, la mente era equilibrata e penetrava in profondità nell’inconscio. Come risultato

di tale operazione in profondità, una reazione del passato è stata smossa ed è emersa alla superficie della mente, così nella seduta successiva avete dovuto affrontare una burrasca di negatività. In tale situazione l’equanimità è essenziale, perché in caso contrario la negatività avrebbe il sopravvento e non potreste lavorare. Se l’equanimità appare debole, bisogna applicare la consapevolezza del respiro. Quando viene una grossa burrasca, bisogna gettare l’ancora e aspettare che passi. In questi casi, è il respiro che funge da ancora. Utilizzatelo, e la burrasca passerà. È bene che questa negatività sia emersa, dandovi la possibilità di liberarvene. Sé saprete conservare l’equanimità, scomparirà facilmente.

Anche se non provo dolore, posso ugualmente avvantaggiarmi da questi esercizi?

Se siete consapevoli ed equilibrati allora — dolore o non dolore — state certamente facendo dei progressi. Non è necessario sentire dolore per fare progressi sul sentiero. Se non c’è dolore, bisogna accettare il fatto che non c’è dolore. Bisogna solo osservare ciò che c’è .

Ieri ho avuto un’esperienza in cui tutto il mio corpo si sentiva come dissolto, come se fosse ovunque solo una massa di vibrazioni.

Sì?

Quando questo accadeva mi sono ricordato che da bambino avevo avuto un’esperienza simile. Per tutti questi anni ho cercato una via per provare ancora un’esperienza simile. Ed eccola di nuovo .
Sì?

Naturalmente volevo che l’esperienza continuasse, la volevo prolungare. Ma essa è cambiata e se n’è andata. E allora ho cercato di farla tornare ancora, ma senza risultato. Anzi, da questa mattina ho avuto solo esperienze grossolane.

Sì?

E poi ho compreso quanto mi rendevo infelice a cercare di ottenere quell’esperienza.

Sì?

E poi ho compreso che in realtà non siamo qui per fare delle esperienze particolari. Giusto?

Giusto.

Che in realtà siamo qui per imparare ad osservare ogni esperienza senza reagire. Giusto?

Giusto.

Per cui, ciò di cui tratta realmente questa meditazione è lo sviluppo dell’equanimità. Giusto?

Giusto!

Mi sembra che ci voglia un’eternità per eliminare uno alla volta tutti i passati sankhàra.

Sarebbe così se ad ogni singolo momento di equanimità corrispondesse un singolo sankhàra del passato in meno. Ma nei fatti la consapevolezza delle sensazioni vi porta al livello più profondo della mente e vi permette di tagliare le radici dei condizionamenti passati. In questo modo, in un tempo relativamente breve potete eliminare interi complessi di sankhàra,

a patto che la vostra consapevolezza e la vostra equanimità siano forti.

E allora quanto tempo occorre per questo processo di purifìcazionel

Ciò dipende da quanto grande è il vostro deposito di sankhàra che dovete eliminare, e quanto forte è la vostra meditazione. Non potete calcolare il vostro deposito passato, ma potete essere certi che più meditate seriamente, più velocemente vi avvicinate alla liberazione. Continuate a lavorare risolutamente verso quella meta. Verrà il tempo,

più presto di quanto pensiate, in cui la raggiungerete.

CAPITOLO NONO

LA META

«Qualsiasi cosa abbia la natura del nascere, ha anche la natura del finire». L’esperienza di questa realtà è l’essenza dell’insegnamento del Buddha. Mente e corpo sono soltanto un insieme di processi che nascono e scompaiono co-stantemente. La nostra sofferenza sorge quando sviluppiamo attaccamento per i processi, per ciò che in realtà è effimero
e non ha sostanza. Se siamo in grado di comprendere direttamente la natura impermanente di questi processi, il nostro attaccamento ad essi svanirà. Questo è il compito che si assumono i meditatori: capire la propria natura transitoria osservando le sensazioni interne in continuo mutamento. Quando si presenta una sensazione, non reagiscono, ma le permettono di nascere e sparire. Così facendo consentono ai vecchi condizionamenti mentali di emergere in superficie e sparire. Quando condizionamento e attaccamento cessano, cessa la sofferenza e si sperimenta la liberazione. E un compito lungo, che richiede un’applicazione costante. I benefici compaiono ad ogni passo lungo la via, ma ottenerli richiede uno sforzo ripetuto. Solo esercitandosi con pazienza, perseveranza e continuità il meditatore può avanzare verso la meta.

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