E allora? la leggenda della vita del Buddha

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E allora?

(del venerabile Ajahn Viradhammo)

© Ass. Santacittarama,2003. Tutti i diritti sono riservati.
SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.
Traduzione di Chandravimala Candiani.

Il seguente insegnamento sulle ‘Quattro Nobili Verità’ è tratto da un
discorso tenuto dal Ajahn Viradhammo durante un ritiro di dieci giorni
condotto a Bangkok per Tailandesi laici nel giugno del 1988.

QUESTA SERA PRENDEREMO IN CONSIDERAZIONE la leggenda della vita del Signore
Buddha. Possiamo considerare questa storia come una storia vera. O invece
considerarla come un mito, una storia che rispecchia il nostro sviluppo come
esseri che cercano la verità.

Nella storia, si racconta che prima della sua illuminazione, il Bodhisatta
(il futuro Buddha) viveva in una famiglia reale che aveva molto potere e
grande influenza. Era una persona molto dotata e aveva tutto quello che un
essere umano può desiderare: salute, intelligenza, fascino, un bell’
aspetto, amicizia, rispetto, e molti talenti. Viveva una vita principesca di
lusso e agi.

La leggenda dice che alla nascita del Bodhisatta, il re suo padre ricevette
dai saggi una predizione. Essi dissero che vi erano due possibilità: o suo
figlio sarebbe diventato un monarca universale o un Buddha perfettamente
illuminato. Naturalmente, il padre voleva che il figlio continuasse il suo
stesso ruolo di monarca, non voleva che diventasse un rinunciante. Così,
ognuno nel palazzo cercava di proteggere il principe. Chiunque invecchiasse
o si ammalasse veniva portato via nessuno voleva che il principe vedesse
qualcosa di spiacevole che avrebbe potuto spingerlo ad andarsene.

Ma all’età di ventinove anni, lo assalì la curiosità. Il principe voleva
scoprire com’era il mondo di fuori. Così uscì col suo cocchiere e cosa vide?
Il primo che vide era un ammalato, coperto di piaghe, dolorante, e sdraiato
sul suo stesso sudiciume. Una condizione umana di totale sciagura.

“Di cosa si tratta?” chiese il principe al suo attendente. L’attendente
rispose: “E’ una persona ammalata.” Dopo averne discusso, il principe
comprese, per la prima volta, che il corpo umano soffre e si ammala.
L’attendente
gli spiegò che era una potenzialità di tutti i corpi. Fu un grande choc per
il principe.

Il giorno dopo, uscì di nuovo. Questa volta, vide un vecchio: piegato dagli
anni, tremante, raggrinzito, col capo grigio, appena capace di mantenersi in
piedi. Di nuovo choccato da quanto vedeva, il principe chiese: “Di cosa si
tratta?” “E’ un vecchio, – rispose l’attendente – tutti diventiamo vecchi.”
Così, il principe comprese che anche il suo corpo aveva la potenzialità di
invecchiare. E ritornò al palazzo disorientato.

La terza volta, uscì e vide un morto. I cittadini erano per lo più
indaffarati, salutavano contenti il loro affascinante principe, pensando che
si stesse divertendo. Ma dietro la folla, c’erano delle persone che
trasportavano una barella con un cadavere, diretti alla pira funeraria. Fu
un’esperienza molto forte per lui: “Di cosa si tratta?” chiese. L’attendente
rispose: “E’ un cadavere. Tutti i corpi lo diventano, il tuo, il mio, tutti
muoiono.” Rimase profondamente choccato.

Quando il Bodhisatta uscì di nuovo, vide un monaco mendicante, seduto a
meditare sotto un albero. “E lui chi è?” chiese. L’attendente rispose: “E’
un sadhu, uno che cerca le risposte alla vita e alla morte.”
C’è dunque questa leggenda. Cosa significa per voi e per me? E’ solo un
racconto storico da narrare ai nostri figli, una storia su una persona che
fino a ventinove anni non aveva mai visto la vecchiaia, la malattia, la
morte?

Per me, questa storia rappresenta il risveglio di una mente umana alle
limitazioni dell’esperienza sensoriale. Mi posso personalmente ritrovare in
questa storia, se ripenso al periodo dell’università. Interrogavo spesso la
vita: “Cosa significa tutto questo? Qual è lo scopo?” Mi facevo spesso
domande sulla morte e pensavo: “Che senso ha prendere la laurea? Anche se
divento un famoso ingegnere, o divento ricco, morirò comunque. Se divento il
miglior politico, o il miglior avvocato o il miglior qualsiasi cosa… Anche
se diventassi la più famosa rock star mai esistita.. sai che roba!” Penso
che proprio a quei tempi Jimi Hendrix fosse morto per un’overdose di eroina.

Non riuscivo a trovare niente che rispondesse al problema della morte.
Spuntava sempre: “E allora? E se anche avessi una famiglia? E se anche
diventassi famoso? O non famoso? Se anche facessi un sacco di soldi? Se non
li facessi? Nessuna di queste cose risolveva il dubbio: “E la morte? Cos’è?
Perché sono qui? Perché cerco ogni sorta di esperienze che comunque
finiscono con la morte?”

Continuare a interrogarmi in questo modo, mi rendeva impossibile studiare.
Così, cominciai a viaggiare. Riuscii a distrarre la mente pe un po’, perché
viaggiare era interessante: Marocco, Turchia, India… Ma arrivavo sempre
alla stessa conclusione: “E allora? Se vedo un altro tempio, un’altra
moschea, se mangio un altro tipo di cibo, e allora?”

Questo genere di dubbio sorge talvolta nelle persone a cui muore qualcuno
che conoscono, o se si ammalano o invecchiano. Può nascere anche da
un’intuizione
religiosa. Qualcosa nella mente fa clic, e ci risvegliamo al fatto che non
importa quali esperienze facciamo, tutte cambiano, tutte terminano, tutte
muoiono. Anche se sono la persona più famosa, più potente, più ricca, più
influente del mondo, tutto questo è destinato a morire. E’ destinato a
finire. Dunque la domanda: “E allora?” è un risveglio della mente.

Se siamo venuti a questo ritiro di dieci giorni con l’idea di fare
‘un’esperienza
di meditazione’, e allora? Dobbiamo comuque tornare a lavorare, comunque
affrontare il mondo, tornare a Melbourne, tornare in Nuova Zelanda… E
allora! Qual è la differenza tra un’esperienza di meditazione e fare una
crociera sulla Queen Elizabeth II? Forse che costa molto meno!
Lo scopo dell’insegnamento buddhista non è quello di provare un altro tipo
di esperienza. Riguarda la comprensione della natura dell’esperienza stessa.
Il suo scopo è di osservare cosa significhi essere un essere umano.
Contempliamo la vita, lasciamo andare l’illusione, lasciamo andare la fonte
della sofferenza umana, e realizziamo la verità, realizziamo il Dhamma. Ed è
un processo completamente diverso.

Quando pratichiamo la consapevolezza del respiro, anapanasati, non lo
facciamo per ottenere qualcosa dopo. Lo facciamo semplicemente per essere
con quel che c’è: essere con un’inspirazione, essere con un’espirazione. E
qual è il risultato quando siamo consapevoli in questo modo? Penso che lo
notiamo tutti. La mente diventa calma, la nostra attenzioe si stabilizza,
siamo consapevoli e stiamo con le cose come sono.

Dunque, possiamo già constatare che calmare la mente è un fatto salutare e
compassionevole nei nostri confronti. Notate anche come questa pratica crei
spazio nella mente. Ora possiamo vedere il potenziale per ‘essere attenti’
alla vita. La nostra attenzione non è catturata. Non siamo rapiti tutto il
tempo. Possiamo veramente lavorare con l’attenzione.

Se qualcosa ci ossessiona, la nostra attenzione è assorbita dall’oggetto
dell’ossessione. Quando siamo preoccupati, esausti, turbati, eccitati, presi
dal desiderio, depressi e così via, l’energia dell’attenzione va perduta.
Dunque, calmando la mente, creiamo spazio e ‘liberiamo’ l’attenzione.

E c’è una bellezza in tutto questo. Quando usciremo, dopo questo periodo di
meditazione, forse vedremo le cose in modo diverso: il verde degli alberi, i
profumi, il suolo su cui camminiamo, i piccoli fiori di loto che sbocciano.
Queste esperienze piacevoli ci calmano e ci rilassano e sono molto utili, è
come andare in crociera. In Nuova Zelanda, per rilassarsi, si va a camminare
in montagna.

Ma questo genere di felicità, o sukha, non è il pieno potenziale del Buddha.
Da questo livello di pratica può arrivare molta gioia, ma non basta. La
felicità di una mente relativamente calma non è la completa liberà. E’ solo
un’altra esperienza. E’ ancora catturata nel senso di: “E allora!”.

La completa libertà del Buddha viene dal lavoro di investigazione,
dhammavicaya. E’ mettere completamente fine a ogni conflitto e tensione. Non
importa dove siamo nella vita, non ci sono più problemi. E’ chiamata
‘l’incrollabile
liberazione del cuore’, la completa libertà all’interno di qualsiasi
esperienza.
Una delle cose più meravigliose di questa Via è che può essere applicata in
tutte le situazioni. Non dobbiamo essere in un monastero, né sentirci
felici, per contemplare il Dhamma. Possiamo contemplare il dhamma
all’interno
dell’infelicità. Spesso noi notiamo che le persone cominciano a venire al
monastero quando soffrono. Quando sono felici e hanno successo probabilmente
non accade. Ma se il loro partner se ne va, o perdono il lavoro, o hanno il
cancro, allora si chiedono: “Cosa faccio ora?”.

Dunque, per molti di noi l’insegnamento del Buddha comincia con l’esperienza
della sofferenza, dukkha. E’ questo che cominciamo a contemplare. Più tardi
vediamo che è necessario contemplare anche la felicità, sukha. Ma non si
inizia andando dall’Ajahn a dirgli: “Oh, venerabile Signore, sono così
felice! Aiutami a uscire dalla felicità.”

Di solito iniziamo quando la vita dice: “Questo fa male.” Magari è solo noia
per me era la contemplazione della morte, questo: “E allora?” Forse è
alienazione all’opera. In occidente abbiamo la cosiddetta ‘crisi della mezza
età’. Gli uomini attorno ai quaranta, cinquanta cominciano a pensare: “Ho
ottenuto tutto, – oppure – non ho ottenuto nulla: e allora?”. “Sai che
roba!” Qualcosa si risveglia e cominciamo a interrogare la vita. E siccome
tutti sperimentiamo dukkha, nei suoi aspetti più grossolani e più sottili, è
bello che l’Insegnamento cominci da qui, il Buddha dice: “C’è la
sofferenza.” Nessuno lo può negare. E’ su questo che si basa l’insegnamento
buddhista, osservare le esperienze che abbiamo, osservare la vita.

Il modo mondano di affrontare dukkha è cercare di liberarsene. Spesso usiamo
la nostra intelligenza per cercare di aumentare al massimo sukha e di
ridurre al minimo dukkha.Cerchiamo sempre di escogitare il modo per rendere
le cose più convenienti. Ricordo a questo proposito un discorso di Luang
Por.

Al monastero c’era l’abitudine di ritrovarci tutti a prendere l’acqua dal
pozzo. C’erano due barattoli d’acqua su un lungo bastone di bambù e un
bikkhu a entrambe le estremità per sorreggerli. Ajahn Chah disse: “Perché
portate sempre l’acqua insieme al monaco che vi piace? Dovreste farlo
insieme a chi non vi piace!” Era vero. Ero un novizio molto svelto e cercavo
sempre di evitare di portare l’acqua con di fronte un bikkhu vecchio e
lento. Mi faceva diventare matto. Talvolta restavo bloccato dietro uno di
loro e lo spingevo…

Dunque dover portare l’acqua con un monaco che non mi piaceva era dukkha. E,
come diceva Ajahn Chah, cercavo sempre di trovare il modo per fare andare le
cose come volevo io. E’ questo usare l’intelligenza per cercare di aumentare
al massimo sukha e ridurre al minimo dukkha. Ma certo anche se otteniamo
quello che vogliamo, sperimentiamo lo stesso dukkha perché il piacere della
gratificazione non è permanente, è anicca. Immaginate di mangiare qualcosa
di veramente delizioso all’inizio è gradevole. Ma se doveste mangiarlo per
quattro ore! Sarebbe spaventoso.

Cosa facciamo con dukkha? L’insegnamento buddhista dice: “Usa l’intelligenza
per esaminare realmente la sofferenza. Ecco perché creiamo la situazione di
un ritiro con gli otto precetti. Cerchiamo di osservare dukkha anziché
cercare di aumentare al massimo sukha. La pratica monastica è basata anche
su questo siamo intrappolati nelle tuniche. Ma abbiamo un’incredibile
libertà per osservare la sofferenza anziché, per ignoranza, cercare di
liberarcene.
In occidente può essere molto difficile indossare queste tuniche. Non è come
indossare una tunica in Tailandia. Quando mi spostai a Londra all’inizio mi
sentivo totalmente fuori luogo. Come laico, mi vestivo in modo da non essere
notato, ma ora eravamo tutto il tempo in prima linea. Era questo per me
dukkha mi sentivo molto impacciato. Le persone mi guardavano di continuo. Se
avessi avuto la libertà di aumentare al massimo sukha e di ridurre al minimo
dukkha, mi sarei infilato un paio di jeans, una maglietta marrone, mi sarei
fatto crescere la barba e sarei stato uno della folla. Ma non potevo farlo
perché avevo i precetti di rinuncia. Rinuncia è smettere con la tendenza a
cercar sempre di accrescere al massimo il piacere. Ho imparato moltissimo da
quella situazione.

Abbiamo tutti delle responsabilità famiglia, lavoro, carriera e via dicendo.
E queste sono limitazioni, non è vero? Come le affrontiamo? Anziché
risentircene e dire: “Oh, se solo fosse diverso, sarei felice!” possiamo
riflettere: “Questa è un’occasione per comprendere.” Diciamo: “Questo è il
modo in cui stanno le cose ora. C’è sofferenza.” Andiamo verso quella
sofferenza, la rendiamo conscia, la portiamo nella mente. Non dobbiamo
creare artificialmente dukkha, c’è già abbastanza sofferenza nel mondo. Ma
l’incoraggiamento
degli insegnamenti è di sentire la sofferenza che ci capita nella vita.

Forse durante questo ritiro, in una seduta, vi ritrovate annoiati e
irrequieti e non vedete l’ora che la campana suoni. Ora potete semplicemente
notarlo. Se non avessimo questa struttura, semplicemente evitereste la
situazione. Ma cosa succede se evito l’irrequietezza? Posso pensare di
essermene liberato, ma è vero? Mi metto a guardare la televisione o leggo
qualcosa, alimentando l’irrequietezza. E poi scopro che la mia mente non ha
pace: è piena di attività. Perché? Perché ho seguito sukha e ho cercato di
liberarmi di dukkha. E’ questa la costante, dolorosa irrequietezza della
nostra vita. E’ così insoddisfacente, così priva di pace, non è il Nibbana.

La prima nobile verità dell’insegnamento buddhista non dice: “Fai questa
esperienza.” Dice di osservare l’esperienza di dukkha. Non ci viene
richiesto di credere semplicemente al buddhismo come a un insegnamento, ma
di osservare dukkha senza giudicare. Non sto dicendo che non dovremmo avere
dukkha, né si tratta semplicemente di pensarci. Si tratta realmente di
sentirlo, di osservarlo. Di portarlo alla mente. Dunque, c’è dukkha.

L’insegnamento prosegue constatando che dukkha ha una causa e ha anche una
fine. Molti occidentali pensano che il buddhismo sia un insegnamento molto
negativo, perché parla della sofferenza. Quando ebbi per la prima volta
l’ispirazione
a diventare un monaco buddhista, mi trovavo in India. Poi mio nonno morì e
tornai in Germania per il funerale. Cercai di parlare con mia madre
dell’ordinazione.
Ma quando menzionai la sofferenza, divenne molto agitata, lo prese in modo
personale. Non capì di cosa stavo parlando: è semplicemente quello che tutti
gli esseri umani attraversano.

Il Buddha non parlava solo della sofferenza. Parlava anche della causa di
dukkha, della fine di dukkha e del sentiero che conduce alla fine.
L’insegnamento
riguarda l’illumiazione, il Nibbana. Ed è questo che l’immagine del Buddha
rappresenta. Non è un’imagine del Buddha sofferente. Rappresenta la sua
illuminazione, la libertà.

Ma per illuminarci dobbiamo prendere quel che abbiamo anziché cercare di
ottenere quel che vogliamo. Nella visione mondana, di solito, cerchiamo di
ottenere quel che vogliamo. Tutti noi vogliamo il Nibbana anche se non
sappiamo cos’è. Quando abbiamo fame, apriamo il frigo e prendiamo qualcosa o
andiamo al supermercato e compriamo qualcosa. Prendere, prendere, sempre
prendere qualcosa… ma se cerchiamo di illuminarci in questo modo, non
funziona. Se potessimo ottenere l’illuminazione nello stesso modo in cui
facciamo soldi, o compriamo una macchina, sarebbe piuttosto facile. Ma è più
sottile. Occorre intelligenza, panna. Occorre investigazione, dhammavicaya.

Dunque, usiamo l’intelligenza non per aumentare al massimo sukha e ridurre
al minimo dukkha, ma per osservare dukkha. Usiamo l’intelligenza per
considerare attentamente le cose. “Perché soffro?” Notate dunque che non
accantoniamo il pensiero, il pensiero è una facoltà molto importante. Ma se
non riusciamo a pensare con chiarezza, allora è impossibile usare gli
insegnamenti buddhisti. Ma non è necessario un dottorato in buddhismo.
Una volta, mentre mi trovavo in Inghilterra, andammo a far visita a un uomo
a Lancaster. Aveva appena finito una tesi di dottorato su sunyata, diecimila
parole sulla vacuità. Voleva farci una tazza di caffé. Mise dunque il caffé
nelle tazze con zucchero e latte e ce le offrì dimenticandosi di metterci
l’acqua.
Era riuscito a fare un dottorato sulla vacuità, ma gli era difficile
preprare con consapevolezza una tazza di caffé. L’intelligenza nel buddhismo
non è un accumulo di concetti. E’ più radicata. E’ radicata nell’esperienza.

L’intelligenza è la capacità di osservare la vita e di porre le giuste
domande. Usiamo il pensiero per dirigere la mente nel modo giusto.
Osserviamo e apriamo la mente alla situazione. Ed è in questa apertura, con
le giuste domande, che consiste la pratica di vipassana: la comprensione
intuitiva di come siamo. La mente prende i concetti dell’insegnamento e
canalizza l’intelligenza verso l’esperienza umana. Ci apriamo, siamo attenti
e comprendiamo il modo in cui le cose sono. L’investigazione delle Quattro
Nobili Verità è l’applicazione classica dell’intelligenza nel buddhismo
Theravada.
Il semplice osservare dukkha non è cercare una nuova esperienza. E’
accettare la responsabilità per il nostro dukkha, il nostro conflitto
interiore. Sentiamo il conflitto interiore: “Io soffro.” e chiediamo: “Qual
è la causa?”.

L’insegnamento dice che dukkha ha un inizio e ha una fine, non è permanente.
Immaginate che io mi senta a disagio durante la seduta e che mi rivolga a
questo dukkha e chieda: “Qual è la causa di questa sofferenza?” “E’ perché
il corpo è scomodo.” è la risposta. Allora, decido di muovermi. Ma dopo
cinque minuti, il corpo è di nuovo scomodo. Questa volta osservo la
sensazione un po’ più intimamente. E noto qualcosa di più: “Non voglio
disagi, voglio sensazioni piacevoli.” Ah, dunque non è la sensazione
spiacevole il problema, ma il non volere la sensazione dolorosa. Questo è un
insight molto utile. E’ più profondo. Scopro che ora posso essere in pace
con la sesazione dolorosa senza dovermi muovere. Non divento irrequieto e la
mente diventa molto calma.

Dunque, ho capito che la causa del problema non è la sensazione dolorosa, ma
è il ‘non volere’ quella particolare sensazione. Il ‘volere’ è una grossa
trappola. Si presenta in molte forme. Ma possiamo applicare sempre la stessa
investigazione: “Cosa voglio adesso?” La Seconda Nobile Verità, samudaya,
dice che la causa della sofferenza è l’attaccamento al volere, tanha. Ci fa
credere che se otteniamo quello che vogliamo, saremo soddisfatti. “Se ho
questo” o “Se divento quello” o “Se mi libero di questo e non ho quello”…
E questo è il samsara che gira in tondo. Desiderio e paura e gli esseri
vengono di continuo spinti nel divenire: cercado sempre la rinascita,
conducendo perpetuamente vite indaffarate.

Ma il Buddha dice che c’è anche una via d’uscita. C’è una fine alla
sofferenza. La fine della sofferenza è detta nirodha, cessazione, o Nibbana.
La prima volta che ho letto qualcosa sul Nibbana, ho capito che significava
non avidità, non odio e non confusione. Così, ho pensato che se solo
riuscivo a liberarmi di ogni avidità, odio e confusione, allora quello
sarebbe stato il Nibbana, sembrava quello il modo. Provai e non funzionò.
Aumentò la confusione.

Ma continuando a praticare, scoprii che la ‘cessazione della sofferenza’
significa la fine di queste cose al loro giusto tempo, esse hanno la loro
energia. Non potevo dire a me stesso: “O.K., da domani non sarò più avido o
spaventato.” E’ un’idea ridicola. Quel che dobbiamo fare è ‘contenere’
queste energie’ finché non muoiono, finché non finiscono. Se provassi rabbia
e agissi a partire da essa, potrei dare un calcio negli stinchi a qualcuno.
Allora, l’altro mi ridarebbe il calcio e ne nascerebbe una rissa. O potrei
tornare nella mia capanna a meditare e odiare me stesso. E andrebbe avanti
all’infinito perché sarebbe comunque una reazione. Se seguo la rabbia o
cerco di liberarmene, essa non finisce. Il fuoco non si spegne.

L’insegnamento delle Quattro Nobili Verità dice: abbiamo la sofferenza,
dukkha c’è una causa, samudaya c’è una fine, nirodha e un sentiero che
conduce alla fine, magga. E’ un insegnamento molto pratico. In qualsiasi
situazione di conflitto interiore, possiamo prenderci la responsabilità di
quanto sentiamo: “Perché sto soffrendo? Cosa voglio in questo momento?”.
Possiamo investigare, usando dhammavicaya.

E’ importante applicare concretamente questi insegnamenti. Luang Por diceva
spesso: “Talvolta le persone che sono molto vicine al buddhismo assomigliano
a formiche che brulicano all’esterno di un mango e non ne gustano mai il
succo.” Talvolta, ascoltiamo la struttura degli insegnamenti e pensiamo di
comprendere: “E’ solo un modo per osservare la vita.” Ma gli insegnamenti
non sono solo una struttura intellettuale. Dicono che l’esperienza stessa ha
una struttura che va compresa.

Dunque, non usiamo l’intelligenza semplicemente per aumentare al massimo
sukha e ridurre al minimo dukkha. La usiamo per liberare la mente, per
andare al di là, per realizzare l’inscalfibile liberazione del cuore, per
realizzare il Nibbana. Usiamo l’intelligenza per la libertà, non per
frivolezza, per liberare la mente, non solo per essere felici. Andiamo al di
là di felicità e infelicità. Non cerchiamo di fare un’altra esperienza, è un
atteggiamento completamente diverso.

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