Cosa è vipassana?

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Cosa è vipassana?

del monaco buddhista theravada Isi Dhamma

una delle più illuminate sintesi della Meditazione Liberatrice, oggi circolanti

– Il satipattana –

Lo sviluppo di satipattana

Affinché si sviluppi vipassana, che è la visione diretta nella realtà, che si compone di fenomeni mutevoli, insoddisfacenti,del tutto vuoti di sostanza, e non dominabili — bisogna portare la propria attenzione sulla discontinuità. Se osserviamo qualcosa di continuativo, non possiamo risvegliare satipattana. Non è possibile sviluppare satipattana — la presenza di spirito — se non quando poggiamo la nostra attenzione su quanto è discontinuo. Cioè, quando usiamo la nostra attenzione in modo puntuale.

Per un breve istante, siamo assorbiti da un fenomeno, giusto il tempo della sua durata. Quando appare un prurito, noi portiamo la nostra attenzione sul prurito e conosciamo solo il “prurito”; solo per il tempo della sua durata — non di più e non di meno. Se, appena dopo questo prurito, sopravviene un rumore, portiamo l’attenzione su questo rumore; o, piuttosto, sul fatto di ascoltare, sulla coscienza auditiva, sull'”ascoltare”e sull’ascoltato. E conosciamo semplicemente “l’udire”. E la stessa cosa è per le visioni che appaiono ai nostri occhi; anche quando essi sono chiusi, vi sono delle immagini che si mostrano proprio come delle visioni. Noi possiamo allora conoscerle semplicemente quali “il vedere”.

Di certo, vengono impiegate delle parole per giungere a comprendere l’idea; ma, al momento di farlo, è fuori luogo utilizzarle — né in modo verbale, né mentale, salvo, forse, per i debuttanti, che ne vengono aiutati. Bisogna interrompere questa abitudine, in breve tempo, e fermare la propria attenzione semplicemente sulla realtà, per conoscerla così come essa è.

– Il solo dovere –

Come ci diceva sovente il nostro istruttore, al centro vipassana di Yangon, il solo dovere, la sola responsabilità da parte di chi si allena sono quelli di conoscere. Egli non ha null’altro da fare. Nel dichiararlo, il nostro istruttore ripeteva esattamente quanto lo stesso Buddha affermava 25 secoli fa:

“Quando appare un suono, fissate la conoscenza solo sull’ascolto. Quando vi è una visione, conoscete quanto è visto. Quando vi è un odore, conoscete unicamente l’odorato. Quando vi è un gusto, conoscete solo il gustato. Quando avete una percezione tattile, conoscete solo quanto è stato toccato. Quando appare un oggetto mentale, conoscete soltanto il pensiero.” Questa è una delle rare volte, se non l’unica, in cui Buddha espresse con chiarezza in cosa consiste l’atto del conoscere, che porta al nibbana.

– A proposito del satipattana sutta –

Nel satipattana sutta egli non ci fornisce queste informazioni, o piuttosto non lo fa in questo modo diretto. Nel satipattana sutta ci enumera la lista delle cose che possono venire osservate e conosciute, senza tuttavia dirci come conoscerle. Ci rivela semplicemente che se portiamo la nostra attenzione su tutto ciò che ci appare alla coscienza, potremo osservare e intendere quattro categorie di fenomeni, che si ripartiscono in tutto e per tutto in dodici oggetti.
Esistono, sfortunatamente, delle persone che commettono un errore di valutazione su questo sutta, e che credono che vipassana sia una meditazione. Quanto volte si uniscono questi due termini (che non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro) e (si afferma) chevipassana è fare quanto sta scritto nel satipattana sutta. “Dunque (essi dicono), noi seguiremo quanto è scritto; come se fosse una ricetta, o tecnica”. In effetti, le cose non stanno in tal modo.
Il satipattana sutta è piuttosto un sutta che ci rivela ciò che accade quando portiamo la nostra attenzione sulla realtà. Ci dice quel che capita. Non è, in effetti, una ricetta, o un insieme di istruzioni per farlo avvenire. La saggezza non può essere ottenuta attraverso i libri

Non è un libro, non sono dei testi che possono indicarci come farlo. Solo un essere umano, se possibile perfettamente realizzato, può darci l’indicazione necessaria per sviluppare questa giusta visione nella realtà. I libri non lo possono fare.

Anche chi avesse meditato da solo ed avesse studiato a partire dai libri, per degli anni, delle decadi, in nessun caso potrà sviluppare quella che si chiama conoscenza, o saggezza, proprie di vipassana. E’ una cosa inconcepibile; non si è mai vista e non capiterà mai, anche se qualcuno purtroppo pretende che sia cos ì… Salvo, Buddha medesimo. Quanto differenzia un essere come Buddha dai suoi allievi è che lui ha scoperto tutto da solo. E’ in proposito, nella natura stessa di questi allievi ed in quella di un essere come Buddha di esservi arrivato da solo, senza che nessuno gli dicesse come farlo.

Non dobbiamo, perciò, reinventare la ruota, né la polvere; dobbiamo semplicemente eseguire quanto il nostro istruttore ci dice di fare. Se il nostro istruttore afferma:” Quando qualcosa appare alla coscienza, qualunque cosa essa sia, osservatela e conoscetela per quello che è” egli ci fornisce delle buone istruzioni. Se il nostro istruttore ci insegna altro, quanto dice non è il satipattana, non è la parola di Buddha; egli si trova in un binario diverso.

La natura delle 3 caratteristiche

– La visione che è vipassana –

samatha è una meditazione. Cioè, ritornare ancora ed ancora sul medesimo oggetto , sino a che esso finisce per divenire continuo, limpido. vipassana è la visione che si sviluppa quando si porta la propria attenzione su tutto ciò che avviene, istante per istante, momento dopo momento. Il fatto stesso di fare questo ci condurrà in modo naturale a realizzare giustamente che tutte le cose appaiono in momenti successivi; esse appaiono e non durano. Faremo, così, l’esperienza di anicca, che è l’impermanenza. Vedremoanicca. La vedremo così, com’è .
Attenti alle concettualizzazioni

Attenzione; badiamo a quegli esercizi di meditazione che, a volte, vengono insegnati ed in cui ci si dice:”Bisogna contemplare l’impermanenza. E’un esercizio che consiste nel contemplare l’impermanenza nelle cose, nelle sensazioni, nei pensieri, ecc..” Una tale contemplazione sarebbe, di fatto, una concettualizzazione, uno sforzo intellettivo: una meditazione sulla non permanenza. Certo, ciò ha una sua utilità. Si tratta già di un fattore positivo, ma non di satipattana e tale azione non permette di sviluppare la visione diretta della realtà, e della sua caratteristica anicca.

Certuni diranno:” Bisogna ora meditare sull’aspetto di insoddisfazione, di dukkha; abbiamo un esercizio per la giornata, che consiste nell’osservare dukkha in ogni fenomeno”. Qui non si tratta di satipattana. Questa è proprio una meditazione, un’investigazione intellettuale, che ci condurrà forse ad una certa comprensione intellettuale, o meditativa, di cosa sia dukkha. satipattana consiste semplicemente nell’osservare la realtà, nell’osservare i fenomeni e grazie a ciò permettere che si sviluppi la visione di dukkha. La stessa cosa avviene per la terza caratteristica, che è anatta.

Il fatto paradossale è che l’ultima cosa che ci deve preoccupare, in satipattana sono giustamente questi tre attributi (anicca, dukkha, anatta). Non debbono interessarci. Non sforziamoci di vederli, di contemplarli, di osservarli, di conoscerli, di comprenderli. La sola cosa su cui ci concentreremo sono la coscienza ed il suo oggetto. Dobbiamo cercare semplicemente di osservare, di rimanere attenti, raccolti su ogni momento della coscienza, in ogni istante. Appena qualcosa appare nella nostra coscienza, ebbene, è ciò che ci dovrà interessare.

La visione diretta a nostra insaputa

Il fatto di sostenere la nostra attenzione ci permetterà, a nostra insaputa, di possedere una visione diretta in queste tre caratteristiche. Dato che in certi testi viene descritto questo processo, secondo il quale, in vipassana, si giunge a conoscere la caratteristica dell’impermanenza, certuni hanno immaginato che vipassana fosse proprio questo. Hanno pensato che vipassanaconsistesse nell’osservare le caratteristiche dell’impermanenza. Come se esistesse un metodo, un esercizio, o una tecnica per tutto ciò. D’altra parte, alcuni hanno, in effetti ,sviluppato delle tecniche precise, in proposito. Quale errore! Come Buddha dice egli stesso, quando appare un suono, non dovete conoscere che ciò che avete ascoltato. Parla di anicca in questa frase? Parla di dukkha? Parla dianatta? Ci espone delle grandi teorie su vipassana? Non ne pronuncia neppure il nome.

E’ precisamente quando portiamo la nostra attenzione sul’ascoltare, sul vedere, sul sentire,sul gustare, sul toccare, sul pensare che, in quel momento, automaticamente, si esprimerà, si stabilirà, si svilupperà la visione diretta. IN questo “vedere”, IN questo “ascoltare”,IN questo “gustare”, “sentire”, “toccare”, ecc. La visione che essi sono cangianti, impermanenti, che appaiono e dispaiono, insoddisfacenti e del tutto vuoti di sostanza, si stabilirà.
E’ grazie a ciò che giungeremo a percepire che questo mondo è disperatamente vuoto di sostanza e che non ha in sé un filo conduttore. Non esiste alcuna coscienza primordiale continua, o incondizionata.

Fino a quando non si è compiuto lo sforzo di portare la propria attenzione su quanto si presenta alla coscienza proprio nell’istante in cui esso appare, senza alcuna investigazione, senza analisi — semplicemente portare la propria attenzione, tenerla lì e sostenerla su ciò che si mostra per tutta la durata di tempo in cui persiste, fino a che non ci comportiamo in questa maniera non giungeremo mai ad una visione diretta, completamente spoglia delle tre caratteristiche.

– Non possiamo capire –

Fino a che avremo l’impressione di avere visto queste tre caratteristiche, vorrà dire che non sarà così. Fino a che penseremo di avere visto o compreso qualche cosa, significherà che non l’avremo né vista né compresa. Si tratterà di un edificio intellettuale. Coloro che hanno seguito il giusto allenamento con un istruttore qualificato e che hanno effettivamente sperimentato quanto nasce da ciò vi affermeranno di non avere compreso nulla. Alcuni vi diranno pure di non aver visto nulla e che non comprendono perché quanto era scritto nei loro testi non fosse stato sperimentato da loro. Giustamente! E’ questa la cosa interessante. ..
Non possiamo VEDERE queste tre caratteristiche. Semplicemente, esiste una conoscenza diretta delle stesse che può effettivamente esteriorizzarsi, o esprimersi attraverso certi sintomi. Per esempio, durante il nostro allenamento al satipattana, potremmo risentire dei dolori insopportabili nel corpo, potremmo provare dei pruriti, delle sensazioni di estasi, di beatitudine. Si tratta di reazioni della coscienza, che sta apprendendo la realtà. Mentre queste esperienze si producono, non ci rendiamo conto che la coscienza sta apprendendo la realtà, ma ne vediamo i sintomi. Proprio come quando un foruncolo appare sulla nostra pelle noi non ci rendiamo conto che ciò è dovuto, per esempio, al fegato, oppure allo stomaco. Ma, osserviamo il foruncolo che è apparso sulla nostra pelle.

Quanto caratterizza satipattana è che noi non comprendiamo nulla di quel che accade. Più noi comprendiamo e meno siamo presenti!Ciò non vuol dire che il contrario sia vero; si può benissimo non comprendere nulla e, tuttavia, essere del tutto “in riga”.

Immaginiamo che qualcuno si trovi veramente sulla via, sull'”ottuplice sentiero (maggayaga)”, della giusta comprensione, del giusto pensiero, della giusta parola, della giusta azione, dei giusti mezzi di sussistenza, del giusto sforzo, della giusta attenzione (che è l’attenzione portata ad ogni istante) e della giusta concentrazione (che è la considerevole concentrazione che si puntella su ognuno di questi istanti). Mentre questi otto elementi sono raggruppati durante ogni momento della contemplazione. Questo qualcuno, poiché la sua attenzione e del tutto portata sulla realtà — cioè a dire su di un fenomeno — come, per definizione, può capire quel che accade? Non lo comprende, lo vede. Di conseguenza, gliene sarà difficile parlare.

– Una mappa descrittiva –

Le “scritture” si propongono, allora, di fornire una descrizione assai dettagliata dell’acquisizione della diretta conoscenza. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non si tratta di un modo di utilizzo di vipassana, ma, piuttosto, di una mappa descrittiva. E’ dunque interessante occuparsi di questa letteratura dopo avere seguito questa pratica in vipassana, durante un periodo assai lungo, per comprendere ciò che si è visto e sperimentato.
Esistono certuni, gli arahant, che sono giunti completamente alla fine, che hanno raggiunto il nibbana, attraverso le quattro tappe, e che posseggono una straordinaria finezza a penetrare, ad osservare, a comprendere, a vedere. Di conseguenza, costoro prendono l’abitudine a continuare il loro allenamento in satipattana e di continuare ad osservare ancora ed ancora l’apparizione e la scomparsa della coscienza. Grazie alla loro straordinaria intuizione, alla loro eccezionale sagacia, alla loro fenomenale intelligenza sono stati capaci di vedere relativamente in dettaglio l’assieme dei fenomeni e dei meccanismi implicati.

Sono essi che hanno scritto i testi. Dei testi che oggidì ci ingannano. Dei testi che consideriamo delle istruzioni o quanto bisognerebbe studiare prima di cominciare l’allenamento, mentre sono stati redatti DOPO che quello era stato completato. D’altronde, Buddha stesso non ha dato il suo insegnamento dopo aver raggiunto la liberazione (lo scopo)?

– Come raggiungere il nibbana? –

nibbana non è affatto uno stato di coscienza, né una realtà trascendente, né una verità assoluta, né un luogo, un ambito, o una sfera di esistenza, né un modo di essere. Cioè, nibbana non è la santità, la “buddhità”, o la divinità.
nibbana è una cosa, una realtà, un oggetto; è una realtà oggettiva, palpabile, conoscibile attraverso la consapevolezza, visibile dalla consapevolezza, la cui natura è di non essere manifesto. Buddha insegna che esistono 4 realtà, che costituiscono l’universo:

La coscienza, la cui facoltà è conoscere le altre tre

I fenomeni materiali (le proprietà materiali), che noi chiamiamo, in senso generale, materia

I fenomeni mentali (le proprietà mentali), che sono gli stati emozionali ed ogni altra percezione sul livello della mente

nibbana

– Le idee sbagliate –

L’idea di un continuum di coscienza, o di una coscienza primordiale fu rigettata all’origine dal monaco Gotama; dal risvegliato, che oggi chiamiamo Buddha. Gli attribuiamo molti insegnamenti, dei quali sembra che alcuni non siano mai stati dati.

Alle origini, nel suo esposto primordiale, tale quale oggi è riportato dalla tradizione theravada, la “tradizione degli anziani”, Buddha nega la presenza di un continuum di coscienza, di una continuità, di un’identità, o di una natura. Nega l’esistenza di una sostanza continua, immutevole, eterna, che sarebbe vergine, immacolata. Anche se, dopo, certe scuole buddhiste moderne, altamente speculative, hanno postulato il contrario. Queste ultime hanno postulato l’intera loro filosofia, tutta la loro dottrina nel fatto che esista, in quelli che chiamiamo i cinque aggregati, un continuum di coscienza, stabile, imperturbabile ed incondizionato, che sarebbe lo stato naturale dello spirito, che riposa in se stesso.

L’intero oggetto dei nostri sforzi è quello di vedere, con chiarezza, e sperimentalmente, che ciò è semplicemente FALSO. Esattamente questo il monaco Gotama ha scoperto. Si parla sovente della filosofia nietzchiana, come di una filosofia rivoluzionaria. Allora, cosa dire dell’insegnamento del monaco Gotama, che sommuove e rovescia tutti gli insegnamenti che sono stati dati nella storia dell’umanità? Compresi quelli proposti nel suo nome!
Ai suoi tempi vi erano dei monaci, che facevano parte della sua comunità, ed in essa erano ammessi, che insegnavano delle cose che non erano state mai dette. Ciò, quando lui era vivo. Immaginatevi 2.500 anni dopo…
Quanto il monaco Gotama ha scoperto di rivoluzionario e letteralmente contro corrente rispetto a ciò che ascoltiamo quotidianamente nei vari sistemi religiosi, filosofici, o mistici d’oriente e d’occidente, è che giustamente non esiste affatto la sostanza. Nulla esiste che sia continuo; non v’è UNA coscienza.

– La via del Buddha –

Ed ecco la via insegnata dal monaco Gotama per giungere a constatare con i propri occhi quel che sin qui abbiamo detto…

Il Buddha era un uomo, null’altro che un uomo, nato come un uomo, vissuto come un uomo ed è spirato come un uomo. Ha scoperto da solo ciò che ha scoperto. Ed è avvenuto senza l’aiuto di nessuno, senza la più piccola preghiera, senza la minima riflessione, senza la minima meditazione — pur se egli ha sperimentato tutto ciò che ha insegnato — senza il minimo mantra, senza il minimo atto devozionale a chiunque fosse (un maestro spirituale, una divinità, brahma, o Dio). Questo uomo, che proclama di non essere un’emanazione, né un’incarnazione, né la manifestazione di un principio superiore, o intrinseco, né la rivelazione nel mondo umano di una realtà trascendente, ha precisamente scoperto che tutto ciò non esiste.

Ha scoperto che, tutt’al più, è reale quel che possiamo conoscere in un dato istante. Molto semplicemente: che non esiste alcuna altra realtà in questo universo se non quella che siamo capaci di captare con i nostri sensi.
La disciplina che egli suggerisce per giungere a ravvisare chiaramente, a nostra volta, questa visione si divide in tre fasi, che importa seguire in modo successivo. Prima, lo sviluppo della purezza dello spirito, della purezza dell’individuo, attraverso la condotta e l’educazione. In seguito, una volta acquisite questa condotta e disciplina, vi è lo sviluppo della concentrazione, della presenza di spirito. Infine, viene la visione diretta nella realtà.

La via che porta alla conoscenza diretta, che non è affatto una conoscenza trascendente, è quella della visione diretta della realtà. Dopo tutto, quanto noi cerchiamo nell’insegnamento di Buddha ed in quelli dei nostri maestri spirituali è di raggiungere una certa felicità. Così, per avanzare lungo il sentiero che porta alla felicità, molte persone immaginano che è necessario sottoporsi a degli esercizi, a dei rituali, a delle utilizzazioni di simboli, a delle recite, a delle visualizzazioni, a degli esercizi di controllo della postura del corpo, della postura della mente, di disciplina, attraverso il controllo stesso.

Si crede che attraverso tutti questi esercizi complicati, o semplici, si debba giungere ad una certa trascendenza. Pertanto, il monaco Gotama stesso afferma che è giunto alla fine di ogni insoddisfazione — ossia, alla sparizione di tutte le sue cause — senza avere mai recitato una preghiera, senza avere mai recitato un mantra, né avere congiunto le sue mani. Ma, soltanto osservando la realtà, e null’altro che essa. I “blablayana”

Si parla spesso dell'”hinayana”, del “mahayana”, del “vajrayana”, del “mantrayana”, ecc. In effetti, tutti questi sono dei “blablayana”! Buddha, lui, ha pronunciato solo una volta il termine “yana”, pronunciando “ekayana”, che significa “la via UNICA”. Qual è questo sentiero unico che conduce alla fine della sofferenza? E’ la via dello stabilirsi dell’attenzione, che conduce alle quattro categorie dei fenomeni. Egli dice in numerose occasioni — lo si può verificare nelle sue parole, espresse nella propria lingua materna:”L’unica via che porta al nibbana, che sta lì dove non esiste più alcun dolore, è la via dello stabilirsi della presenza di spirito e nella visione diretta della realtà: satipattana vipassana bhaavana.

Se, per caso, avesse dovuto praticare uno yoga per raggiungere lo scopo, Buddha lo avrebbe fatto! Se, per caso, egli avesse dovuto recitare una formula, per entrare in comunione con non so quale divinità, per raggiungere l’obiettivo, Buddha lo avrebbe fatto! Se, per caso, ci fosse stato bisogno di certe preghiere, di certe cerimonie, di prosternarsi in una determinata maniera, di disporre le mani in quel modo, di collocare i piedi così o colà, Buddha lo avrebbe fatto!
Tuttavia, non ha eseguito nulla di quanto sopra. Ci ha, forse, provato durante la sua giovinezza; ma, quando è giunto al fine che egli indica, si è semplicemente seduto sotto un albero ed ha osservato, ha contemplato l’apparizione e la scomparsa dei momenti coscienziali; è tutto. Dopo di che, visto che fu per questa via che egli giunse alla fine della sofferenza, ciò fu quel che insegnò. Non avrebbe esposto un’esperienza che non avesse praticato. Come egli disse:” Non esiste che un insegnamento in cui si istruisce realmente su ciò che viene praticato e si pratica effettivamente quel che si insegna; ed è il mio. Di conseguenza, io insegno solo quel che pratico.
Ecco cosa ha insegnato il monaco Gotamo, uomo tra gli uomini, nato come uomo, vissuto come uomo e morto come uomo, per giungere alla cessazione completa dell’insoddisfazione.

– Il sentiero –

Una condotta perfetta

In primo luogo, insegna l’osservanza di una condotta, di un etica esistenziale più perfetta che sia possibile. Infiammati di compassione per il mondo, per tutti gli esseri che popolano l’universo, noi procediamo sulla via della non violenza, della non aggressività, della rinuncia; ci asteniamo. Non si tratta di proibirci, di frustrarci, di castrarci; non è proprio questa l’idea!Semplicemente, ci asteniamo. Si tratta solo di astenerci. Non è un’astinenza, in senso religioso; è un’astensione.

Partendo da uno spirito vigilante, animati da una compassione naturale, da una benevolenza spontanea verso tutti, ci asteniamo di comportarci in modo tale da nuocere loro.
Beninteso, Buddha elabora quanto diciamo suggerendo delle regole che, a volte, assumono il ritmo di metodi di comportamento, o di precise norme. Tuttavia, resta il fatto che, accesi di compassione, accesi di attenzione verso il mondo, verso gli esseri, noi ci asteniamo.

Ci asteniamo di fare del male attraverso i nostri gesti (attività fisica), di fare del male attraverso le nostre parole (attività verbale) e, se possibile, di concepire il male (nei nostri pensieri e nella nostra immaginazione). Ci asteniamo di fare violenza, di uccidere, di colpire chiunque sia, dalla formica all’essere umano, passando attraverso tutto ciò che vive. Ci tratteniamo anche di saccheggiare la vegetazione inutilmente. Ciò può disturbare molti esseri che vivono in essa (e se ne nutrono), anche se non li vediamo.

Ci asteniamo dalle menzogne, dal pettegolezzo, dalle parole che feriscono, che umiliano, dirette verso chiunque, piccoli o grandi, bambini o adulti.

Ci asteniamo dal prendere quanto non ci spetta legittimamente. Ci asteniamo di pigliare in prestito una cosa che non ci è stata data. Ci asteniamo dal furto, sotto una qualunque sua forma.

Ci asteniamo da una condotta sessuale azzardata. Cioè, da una condotta suscettibile di generare una qualunque sofferenza, sia per noi che per altri (adulterio, incesto, prostituzione, una relazione sessuale con qualcuno che si è impegnato ad astener visi, ecc.)

Ci asteniamo dall’assumere delle sostanze capaci di modificare le strutture abituali della nostra mente (alcool, droghe diverse, ecc.)

Chi?

Tutto ciò indica che dobbiamo frenarci, desistendo dall’agire con il corpo, e con la parola, in modo da non arrecare del male ad altri. Ci si può chiedere a chi ciò porta dolore. Chi agisce e chi riceve le conseguenze dei nostri atti?
In origine, il monaco Gotama afferma che non esistono le persone. Non ci sono esseri, né anime, né sostanza, né io, né ego. Dunque, se non esiste un sé, non vi sono neppure gli altri. Ecco la ragione per cui, all’origine, il monaco Gotama dice semplicemente che in questo mondo esiste la sofferenza. Asteniamoci di partecipare ad essa. Asteniamoci di portarvi il nostro contributo.

Se ignoriamo questo punto, forse avremo comunque un’attitudine benevolente a riguardo degli altri. Avremo un’attitudine altruista, penseremo al prossimo; ci sforzeremo di fare del bene agli altri, evitando di commettere del male nei loro riguardi. Ospiteremo questa natura in noi, puntellandoci sull’idea che esista qualcun altro. Ed è già una cosa molto buona. Poiché, secondo la legge che afferma che si raccoglie ciò che viene seminato, se si fa del bene al prossimo e ci si astiene di arrecargli danno, in futuro, gli altri ci dovranno ricambiarci con del bene ed esimersi di rivolgerci del male. Ma, tutto ciò, però, parte dalla concezione errata che vi sia qualchedun’altro.

Ecco perché Buddha dice che non si è nell’errore quando ci si astiene dal fare male a se stessi come se fossimo gli altri, visto che un sé non esiste. Così, se l’altruismo, nel senso convenzionale del termine, è, beninteso, un’ottima pratica, mentre l’egoismo, questo malsano interesse di soddisfare i propri desideri è una pratica dannosa, per Buddha, l’altruismo non rappresenta ancora la panacea. Poiché l’altruismo poggia ancora su di una concezione errata. L’egoismo e l’altruismo

Sostituire l’egoismo con l’altruismo è bene; anzi, è molto bene. Sostituire l’altruismo con un’attitudine spontanea di benevolenza verso tutti è meglio. Senza preoccuparsi essenzialmente del destinatario, né dell’origine. Poiché, secondo Buddha non esiste né l’io, né gli altri. Allora, come potrebbe, il suo, essere l’insegnamento dell’altruismo?

E’ semplicemente perché ne siamo coscienti, ed abbiamo una certa intuizione, una percezione di ciò che è naturalmente buono che noi lo facciamo. Non è per nostro figlio, che noi cerchiamo di educarlo, di prenderci cura di lui; e neppure perché è un bene per il figlio dei nostri vicini. E’ perché tutto ciò è semplicemente giusto. Che si tratti dei nostri figli, dei figli dei nostri vicini, dei nostri parenti è cosa buona, naturale e sana dare loro del conforto e quanto essi abbisognano.

Si tratta di un valore universale, non centrato. Avviene ora, o mai più. Ecco, la concezione della benevolenza, secondo il monaco Gotama. Se nel suo insegnamento egli afferma che l’egocentrismo è malsano, per lui l’allocentrismo, cioè rivolgersi verso gli altri, non è molto meglio. E’ meglio in termini di positività accumulata, ma non basta. Il problema è il “centrismo”, che sia un egocentrismo, o un altruismo. Per Buddha non esistono trentasei modi di poter vivere in modo sano e di raggiungere un certo grado di purezza interiore se non desistere di fare del male. Di fare del male a chi? A tutti? A nessuno. Poiché questo mondo è vuoto ed è disperatamente disabitato.

Si tratta semplicemente di astenersi dal nuocere. Non è necessario pronunciare dei lunghi discorsi, scrivere degli spessi volumi per spiegare cosa significhi cessare di fare del male. Abbiamo in noi la capacità di comprenderlo, qualunque siano la nostra cultura, la nostra lingua materna, la nostra religione e le nostre credenze. Bisognerebbe essere pazzi per immaginare che la violenza possa portare del bene a chicchessia.

– Una maniera di vivere sani

Avrete notato, sino a qui, dall’inizio dell’ insegnamento, che questa sana maniera di vivere non si richiama a degli yoga, né a delle meditazioni, ed ancor meno a delle preghiere o a delle devozioni. Non ha neppure bisogno di maestri e la nozione di discepolo non esiste. Si tratta semplicemente di un’attitudine all’auto controllo: una self attitudine, come si dice. Cioè, si resta retti, onesti e chiari con se stessi in ogni circostanza e ad ogni momento, in modo naturale. Non esistono divinità, né dei Buddha. Nello stesso tempo è completamente inutile divertire il proprio spirito in recitazioni sterili, in mantras, o con delle preghiere. E’ anche inutile fermarsi davanti ad un monumento e fare un inchino, poiché vi è una forma che indica l’immagine di Buddha, di Vishnu, di Shiva, o di chissà chi.

E’ infinitamente più importante che ogni volta noi ci si confronta con una situazione, si “tenga la testa dritta” — come si dice; “si sia degni”, ossia puri e chiari. E’ molto importante questa idea di trasparenza, di verità, di essere reali, di trovarsi lì. Questo eviterà di giustificarci. Coloro che si giustificano di qualche cosa sono quelli che, mentre un dato episodio avveniva, non furono chiari, non si trovavano lì, non era “veraci”. Poiché, in caso contrario non vi sarebbe stato alcun bisogno di giustificarsi.

“L’eutanasia è bene? In certi casi la si può ammettere? In certi casi la si può tollerare? Se si tratta di alleviare la sofferenza, bla bla bla, bla bla bla…” Libri, tramissioni televisive e radiofoniche sono consacrate a questo soggetto, mentre rasentano l’essenziale. Essere “veri”, essere chiari, in ogni situazione, è con lungimiranza l’aspetto più importante.; che ci dispenserà da queste chiacchiere filosofiche.

Buddha h detto:” Togliere la vita ad un essere non può in NESSUN caso portare del bene a chicchessia”. Non è propriamente per l’individuo in se stesso; una volta morto, non vi sono problemi per lui. E’ soprattutto per il suo ambiente. Uccidere una persona porta una quantità di sofferenza e di pena — non tanto alla persona, che non sta più lì a sperimentarlo, quanto a coloro che lo attorniano. Ecco la cosa più importante. Qualunque stato dello spirito si abbia, anche se si crede di agire bene, o si ha una buona e sincera intenzione, nel medesimo istante in cui ci commette un gesto che mira a togliere la vita ad un altro essere, lo spirito ne resta macchiato, insudiciato, infettato.

– La cosa più difficile e quella più facile –

Bisogna diffidare di coloro che ci narrano delle belle parabole filosofiche, e che, di fronte ai fatti, restano del tutto impotenti ed incapaci di agire. Parlano, ma senza sapere cosa dicono. Astenersi è, alla volta, la cosa più difficile e la più semplice a farsi. E’ la più difficile, poiché nel momento in cui ci confrontiamo con la situazione, le cose vanno molto in fretta e noi non abbiamo il tempo di riflettere. Bisogna possedere quella scintilla, quella lucidità straordinaria che permette di rimanere completamente “veri”, di restare del tutto uniti a se stessi, con lo spirito aperto e disponibile e di procedere verso il buon senso, nella giusta direzione. Nello stesso tempo , è ciò di più facile a compiersi, poiché astenersi significa proprio non fare nulla. Non nel senso di restare indifferenti e di lasciar perdere; ma, di non far nulla, nel senso di non produrre alcuna azione. E’molto difficile astenersi. Tuttavia, in qualche modo, è la realtà più semplice. Vedremo più avanti com’è la via ed il SOLO sentiero che porta alla conoscenza.

Una volta giunti qui, abbiamo sviluppato ciò che viene chiamata la purezza della condotta, la purezza morale. Siamo chiari, siamo lucidi. Non esistono delle falle nella nostra quotidianità, con i nostri amici, con la nostra famiglia, con i nostri colleghi di lavoro. Non esistono dei punti deboli, né dell’ipocrisia e la realtà appare chiara. E’ limpida ed è trasparente.

Viviamo in un mondo relazionale, non gerarchico. Solo a partire dal momento in cui siamo pervenuti a questo grado di purezza — che si chiama la purezza della condotta (silavisudhi) – possiamo sperare di raggiungere lo stadio seguente, ossia la purezza della mente (cittavisudhi). La purezza della mente (o della coscienza) si ottiene unicamente tramite la concentrazione. Per farlo, noi dobbiamo assorbire il nostro spirito soltanto in un punto. La parola in lingua pali è sati e indica l’idea di raccogliere gli elementi sparsi del proprio spirito, della propria coscienza, e di focalizzarli in un solo punto.

sati suggerisce l’idea di ricordarsi, di memorizzare. Suggerisce anche l’idea di concentrazione, di attenzione, di vigilanza e di presenza di spirito. Una volta raccolto lo spirito, e assemblatine i frammenti, esso raggiunge un certo grado di unificazione. Da quel momento, si applica all’oggetto con attenzione. Ciò conduce ad un grado di purezza tale che, quando ne è assorbito, non esiste più posto in esso per i desideri sensuali, né per i pensieri lubrici, né per la collera, né per l’avversione, né per la pigrizia.

– La perdita dell’ignoranza –

Ciò non basta. Una volta sviluppata la purezza del mentale, bisogna allora passare alla terza fase, che è molto importante. E’ quella in cui avviene l’acquisizione della conoscenza; o, più esattamente, la perdita dell’ignoranza. Che ci porterà, per finire, all’esperienza delnibbana. Questa terza fase è chiamata “ditthivisudhi”, la purezza delle concezioni.

Ancora una volta, quel che è interessante è che per il monaco Gotama giungere alla comprensione corretta dei fatti avviene essenzialmente astenendosi dalle costruzioni mentali. Naturalmente, come si può giungere ad una giusta comprensione, se non astenendosi di comprendere, di analizzare, di concettualizzare, di verbalizzare? L’acquisizione della conoscenza attraverso la visione diretta è un processo del tutto naturale ed incontrollabile, come ogni cosa. E’ solo quando si possiede uno spirito chiaro, non roso dai rimorsi di tutti i nostri errori passati, non agitato e perturbato dall’eccitazione dei nostri progetti, concentrato, calmo e disteso che è possibile avere quell’idea, quella intenzione, e porre la propria visione sulla realtà. Ciò viene chiamato lo sviluppo della visione attraverso lo stato della visione.

satipattana vipassana bhaavana. sati significa l’attenzione, la presenza di spirito. “patthàna” significa lo sviluppo, la crescita, lo stabilirsi, la fondazione. La parola vipassana si suddivide in questo modo:”vi”, che significa superiore, e “passana”, visione, visione superiore, visione diretta. Quanto al termine bhaavana, viene tradotto letteralmente come “la cultura”; cioè, addestramento, stabilizzarsi. Si tratta di un addestramento, nel senso di ripetizione.
L’idea, secondo il monaco Gotama, non è quella di ottenere la conoscenza, la saggezza trascendente, folgorante, che trafigge ogni cosa. Il problema, per il monaco Gotama sono proprio le nostre acquisizioni. Ogni situazione che ci accade, qualunque essa sia, nasce a causa delle nostre acquisizioni. L’accumulo di una certa conoscenza costituisce un problema proprio perché è un ammasso. Ecco la ragione grazie alla quale per il monaco Gotama la via che conduce alla pace, quella che porta a quanto lui chiama la felicità ed alla tranquillità perfette non viene presentata come il sentiero della cessazione dell’ignoranza.

Poiché nell’accumulo di conoscenza esiste sempre un po’ di ignoranza, una forma di ignoranza. Ed è precisamente questa ignoranza che ci motiva. E’ questa ignoranza che ci permette di sviluppare una certa conoscenza. Allora, piuttosto che accumulare, piuttosto che ampliare all’infinito e raggiungere questo “infinito”, questa coscienza infinita, questa infinita conoscenza in cui divenire UNO con l’infinito universo, per il monaco Gotama l’idea è molto più semplice, molto più insolita, per non dire infantile! Basta semplicemente staccare la presa.

Ma, allora, come possiamo fare per giungere ad una visione completa la realtà, ove non esista alcuna traccia di ignoranza? Ciò che è alquanto paradossale è che non esiste NULLA che si debba fare in proposito. Dal momento in cui agiamo in qualche modo, restiamo implicati dentro dei meccanismi. D’abitudine e generalmente ci si richiama a dei fenomeni energetici. Si utilizzano delle energie, si utilizza la materia. Si vuole purificare una certa energia, sviluppare una qualunque forza per raggiungere l’ultimo risveglio. Questo, secondo il monaco Gotama, non è un buon metodo. Poiché lavorare nel campo delle energie ha esattamente lo stesso effetto, secondo lui, di un bèbè che agita le braccia nel suo bagnetto. Cioè, crea della schiuma. Null’altro che della schiuma.

L’osservazione della realtà

– Non fare nulla –

Secondo il monaco Gotama, l’idea è di non fare proprio nulla, di non agire, di non lavorare. Adopera le parole allenamento, sviluppo. Non impiega il termine lavoro, e neppure la parola adempimento. Ma, ecco il punto; come restarsene senza fare nulla? Ma, rimanere senza agire lo si può capire, tuttavia. Quando si è cessato di fare del male, di mentire, di ingannare, di barare, di abusare; quando si è interrotto il piccolo gioco ipocrita quotidiano, e si è acquisita una certa rettitudine, una basilare dignità interiore, una certa chiarezza, una certa verità, abbiamo eliminato il 99% dei nostri progetti.

Una volta raggiunta una certa purezza di coscienza, che è neutra, concentrata, presente si potrà eliminare la percentuale che resta poiché, dopo tutto, cosa rimane da fare? Cosa resta da fare quando non abbiamo particolari progetti, ambizioni, intenzioni?

Se ci concentriamo sulla respirazione agiamo in qualche modo, ci concentriamo su qualcosa che rappresenta un concetto; poiché la respirazione è un concetto. L’inspirazione è un concetto, ed anche l’espirazione. Si tratta di un ottimo esercizio per calmare il mentale, per pacificarlo; ma, è ancora un esercizio.

Se recitiamo infaticabilmente qualche preghiera, concentrandoci su quanto diciamo, fermiamo la nostra attenzione su di un concetto, su di una costruzione; una sillaba, un suono. E’ una cosa molto buona per calmare il mentale, e molto buona per predisporlo alla pace; ed è bene per gli ignoranti che credono che questo suono li metterà in comunione con la loro natura divina.

Non fare nulla è semplicemente impossibile. Riflettiamoci un poco; a partire da un cuore che batte, o da un orecchio che ascolta un suono, non è possibile restare senza fare nulla. E ciò non vuol dire niente. Alcuni affermano:”Lasciate il vostro spirito nel suo stato naturale.” Cosa è lo stato naturale dello spirito? Forse, quando esso è calmo, disteso, aperto, sviluppato, e non sta particolarmente attento a qualche cosa, allora si può dire che giaccia nel suo stato naturale?

Secondo il monaco Gotama, lo stato naturale dello spirito è quello in cui lo troviamo in un qualunque dato istante. I pensieri si scorgono in natura, le emozioni in natura; il desiderio, anche, sta nella natura, come la collera e l’amore. Tutto ciò fa parte dello stato naturale del mondo. E’ questo per esso lo stato naturale. Lo stato naturale del mondo è lo stato caotico. Uno stato calmo, pacifico è tanto uno stato naturale del mondo quanto quello agitato e perturbato. Noi passiamo semplicemente da un grado di caos e di agitazione ad un grado più calmo e riposato. Si tratta di un cambiamento; ma, è comunque uno stato naturale quanto qualunque altro.
E’ dunque con questi pensieri, queste emozioni, questi desideri, questi odi e questo caos che dobbiamo lavorare; o, più esattamente, non dobbiamo lavorare. Poiché, agire sulle emozioni è metterle in ordine, cercare di controllarle, sforzarsi di convertirle, di riciclarle, di riutilizzarle; di adoperare la loro energia, o la loro potenza per fare qualche cosa. Si tratta di un lavoro.

– Conoscere –

Ciò che dobbiamo fare, semplicemente, è di conoscere, di osservare. Per “conoscere” non intendo dire acquisire una consapevolezza trascendentale, una comprensione suprema, una saggezza. Quando sostengo “conoscere” voglio significare semplicemente “vedere”, osservare.

Facciamo un esempio: siamo seduti, non meditiamo, non siamo concentrati, non preghiamo, non visualizziamo. Cosa possiamo fare d’altro? Nel momento in cui percepiamo un suono tramite l’orecchio, portiamo semplicemente l’attenzione sul fatto. Non esprimiamo nessun’altra azione. Né lo rifiutiamo, né l’analizziamo; nulla di tutto ciò. Non si tratta di lasciarlo entrare e di lasciarlo passare, di lasciarlo essere. Si tratta solamente di portarci sopra l’attenzione, osservarlo, conoscerlo per quello che è. Null’altro che ciò. E’ la minima azione che possa venir fatta. E’ la minima esperienza che possa attraversare la coscienza. E’ il più piccolo denominatore comune, la più lieve cosa, la più ridotta attività che vada ad attraversare l’interiorità della coscienza.

Quando si parla di raggiungere uno stato di non lavoro, di non azione, ciò non significa nulla. C’è sempre necessariamente qualche piccola cosa che accade. Il minimo che possa succedere lì ove non viene implicata alcuna attività energetica fisica, spirituale, mentale, intellettuale, psichica, sessuale — o quant’altro sia — è di osservare un fatto. E’ solo un atto, e neppure un’azione. Si tratta giusto di osservare, di contemplare, di vedere semplicemente. «Quando vi è un suono, fate che esista solo quanto è stato inteso»

Così, in un sutra del “majjhima nikkaya”, Buddha dice:” Quando vi è un suono, fate che esista solo quanto è inteso; quando vi è una visione, fate che non ci sia altro che quanto si è visto; quando appare un odore, fate che non vi sia altro che il sentito; quando c’è un gusto, fate che non ci altro che il gustato; quando vi è un’impressione tattile, fate che non ci sia altro che il toccato; e quando appare un pensiero, fate che ci sia solo il pensato”
In tal modo, la via che porta all’estinzione completa della sofferenza, dell’insoddisfazione, Buddha la riassume in sei frasi, e non una di più.

Nessuna meditazione, nessun esercizio, nessuna pratica, nessuna preghiera, nessuna relazione, nessuna devozione: conoscere, vedere, è tutto.

Ciò non significa divenire UNO con il suono, entrare nel suono, o trasformarsi nel suono; affatto! Si tratterebbe, in questo caso, di applicare una concentrazione fissa, o, piuttosto, tenue e di attivare certe proprietà della coscienza, dette di unificazione. Unificheremo completamente la nostra coscienza su quel dato oggetto. Cosa che ci permetterà di ottenere la purezza del mentale attraverso la stessa concentrazione. E, questo, è già una cosa molto più nell'”astratto”; ma, bisogna andare più avanti. Bisogna andare più a fondo nel “sottile”, molto più nell’astratto.

Non si tratta di proiettare la coscienza e di incollarla sull’oggetto; si tratta semplicemente di osservare e di conoscere, senza attaccarvela; di trovare il giusto equilibrio tra un eccesso di concentrazione, che ci farebbe aderire ad un oggetto e una mancanza di attenzione, che ci farebbe prendere troppo le distanze; ci disperderebbe.

– Portare la propria attenzione –

Così, il monaco Gotama, quando si sedette sotto il suo albero, anch’egli entrò in quegli stati divini, chiamati di trascendenza, di “buddhità”. Sapeva come raggiungerli, ma non ne era soddisfatto. Una volta che pervenne , come tutti i mistici ed i maestri, a quella condizione più realizzata, più sospinta che si potesse, e che ne uscì, ebbe l’idea di portare la sua attenzione su ciò che stava accadendo. Vide l’apparizione di quello stato e di ciò che gli sopravvenne. Realizzò che la coscienza non è altro che la comparsa e la scomparsa di momenti minimi, di piccoli frammenti. Spariscono e, appena ricompaiono, spariscono ancora.

Quando poniamo la nostra attenzione, per esempio su di un suono, accontentiamoci semplicemente di osservarlo, senza concentrarci su di esso. Si tratta semplicemente di vederlo, di guardarlo, di fare questo sforzo, questo atto di visione, senza lasciarlo scorrere via, in uno spirito disteso e calmo. Sosteniamo questo sforzo, volgiamoci verso di esso e osserviamolo. A questo punto esaminiamo chiaramente qualcosa che appare e che, subito dopo sparisce. Immediatamente dopo il suono verrà (per esempio) un pensiero. E nello stesso modo bisognerà conoscere ed osservare il pensiero: semplicemente per quello che è.

Infine, cosa è un pensiero? Cosa è un suono? Piuttosto che perdere il proprio tempo in tergiversazioni intellettuali, come fanno le scuole filosofiche del buddhismo, o le scuole filosofiche induiste, o le scuole filosofiche platoniche ci è sufficiente semplicemente osservarli. E ci rendiamo, allora, conto che il solo commento che si possa esprimere, quale caratteristica propria a questo suono, o a questo pensiero, è che quello è apparso, che dura un certo periodo di tempo, e che sparisce. Poiché, se fosse stato continuo, non sarebbe sorto; sarebbe rimasto sempre lì.

Quando esaminiamo così l’apparizione di un oggetto nella coscienza: un suono, una visione, un pensiero, un gusto — noi facciamo l’esperienza dell’apparire. All’improvviso, il tutto rientra nella coscienza, poiché sorge un impatto (ad esempio, tra il suono ed il timpano). A quel punto, subentra l’ascolto. Noi consideriamo questo ascolto, analizziamo il fatto. E siamo coscienti della situazione mutevole, siamo coscienti del cambiamento, abbiamo visto un cambiamento.

– E’ reale –

Poco importa sapere cose è un suono, da dove viene, o se possiede una natura intrinseca. E’ apparso; e, questa, è una realtà. Non è LA “verità”; è solo reale. E’ un fatto; un fatto che questo suono ci sia apparso. Se noi portiamo avanti la nostra osservazione di questo suono, mentre esso dura, faremo allora l’esperienza che esso si protrae. Che ha una continuità. Esprime se stesso durante un certo tempo. Non ci interessa seguire l’analisi di tutta la verità fisica, metafisica o filosofica sulla durata del suono; è reale. Protraendosi, esercita una certa pressione; è là. Si può dire che, in una certa misura, esso è ingombrante.
Poi, sparisce. E non perché abbiamo deciso noi, o altri, che lo faccia. Sparisce di sua propria intesa. Sparisce a causa di diverse condizioni, diverse circostanze. Se si tratta di musica, che si è dileguata, ciò sarà causato da qualcuno, per esempio, che ha spento la radio. Se tace il canto di un uccello, è perché la pulsione amorosa del pennuto si è dileguata. Se il rumore di un sasso svanisce, è perché esso ha terminato la sua caduta. Ciò non ha alcuna importanza.

E’ rilevante costatare che il suono è scomparso. Il fatto che il suono sparisca ne denota particolarmente il carattere del tutto incontrollabile. Il suono è apparso ed è scomparso senza che nessuno lo potesse decidere. Di fatti, il suono, come la visione, come l’odore, come il gusto, come il tatto, come il pensiero sono marcati da queste tre caratteristiche: sono mutevoli, sono totalmente insoddisfacenti, sono incontrollabili. Si tratta delle sole qualità di cui noi possiamo essere sicuri, se ci prendiamo la pena di osservare, di contemplare la vita così come appare alla coscienza. Tutto il resto non è altro che speculazione filosofica.
Mentre noi osserveremo così la realtà, che appare e sparisce, avanzeremo progressivamente attraverso varie tappe di conseguimento di questa osservazione, che penetra nella stessa realtà. Poco a poco, riusciremo ad osservare sempre più, e sempre più profondamente e con più efficacia queste tre caratteristiche.

– Le sparizioni –

Giungerà il momento in cui non riusciremo più a vedere l’attività del nostro corpo. Ad esempio, il movimento dell’addome, quando stiamo seduti; o il movimento dei piedi, quando camminiamo. Ed arriverà il momento in cui non perverremo a percepire l’attività auditiva. Non vi saranno più suoni, né odori, né gusto, né tatto. La sola cosa che potremo guardare ed osservare, in quel momento, sarà qualche frammento di pensiero, di mente, che, a sua volta, cesserà di mostrarsi ancora.

La cosa è un po’ magica e bizzarra, poiché non si fa nulla affinché dilegui; si osserva, si conosce. E’ questo che il monaco Gotama ha scoperto. Cioè, che quando l’ignoranza cessa; ossia, si porta la propria attenzione sulla realtà e la si osserva per quello che è, come essa è — cosa del tutto sorprendente — questa realtà cessa. Non si riproduce più. Egli va più avanti e dice che l’unica ragione per cui un suono appare è perché si ignora che esista. L’unica ragione per cui un fenomeno si esprime è perché ignoriamo che esso ci sia; lo si sfiora.

Quando c’è una conoscenza diretta del fenomeno, una comprensione immediata, POICHE’ lo conosciamo, esso cessa di manifestarsi. E’ un po’ come quando si gioca a nascondino: i bambini si eclissano dietro il muro, e, fino a che si fa la conta, gridando “plum, plum” sul muro, loro si divertono a prendere in giro, a mostrarsi. Ma, appena ci si gira verso di essi, spariscono tutti, occultandosi dietro gli alberi, poiché, da qual momento, il gioco comincia.
Un poco in modo simile, se restiamo veramente attenti a codesti fenomeni, se siamo centrati nei nostri pensieri, nelle nostre riflessioni, nelle nostre preghiere, nei nostri mantra, nelle nostre meditazioni, o nelle nostre speculazioni, i fenomeni continuano ad apparire, continuano la loro danza. Non appena i fatti diventano seri, e noi cominciamo a volgere lo sguardo interiore verso di essi, come per magia, cessano di apparire. E’ una cosa incredibile, e che non si spiega. Non esistono delle formule matematiche che possano chiarirlo.

Buddha ha intuito il fatto perché ha provato ed è ciò che ha osservato. A loro volta, colono che si recano nei centri “vipassana”, con l’intento di allenarsi per delle settimane, o per dei mesi, dopo qualche settimana relazionano il loro istruttore:” E’ incredibile. Quando osservo qualche cosa, essa tende a sparire!”

– E’ concreto –

Questa verità è una cosa che può essere sperimentata, è CONCRETA. L’insegnamento del monaco Gotama è veramente un fatto concreto!Ognuno di noi può fare questa esperienza. Senza neppure parlare di risveglio, senza parlare di realizzazione, ogni persona che abbia provato satipattana, come è stata insegnata dal monaco Gotama, farà rapidamente questa esperienza.
Più tardi, quando la sua visione penetrante sarà più profonda, più sistematica, accadrà che anche la coscienza che osserva cesserà di apparire. A quel punto, giunge la cessazione completa dei cinque aggregati. La coscienza non appare più perché l’oggetto che essa conosce non si mostra. L’oggetto che la coscienza vede non appare perché non è più ignorato. E’ inesplicabile. Bisogna realizzarlo. Bisogna farlo. Bisogna provarlo, prima di discuterne. Tuttavia, non resteremo in un momento di incoscienza totale, in un momento di oblio completo.

Lo scopo

– nibbana –

Dopo essersi allenati a portare la propria attenzione sui fenomeni come i suoni, le visioni, i pensieri, i dolori, le sensazioni ,le emozioni, ecc. giunge il momento in cui tutto ciò cessa. Il monaco Gotama ha scoperto che a partire da quel momento i fenomeni smettono di comparire, assieme alla coscienza che li osserva. Ed è a quel punto che l’istante di coscienza seguente prende come oggetto della sua attenzione qualcosa di nuovo, qualcosa di totalmente insospettato, di totalmente invisibile. Il nibbana.

nibbana per il monaco Gotama è una cosa, una realtà. E’ una cosa come un’altra, nel senso che non è null’altro che una realtà. Tuttavia, non è come il resto dell’esistenza; non appare. E’ del tutto insolita. Non ha forma, non ha colore, non ha odore. E’ invisibile, e tuttavia la percezione ha la capacità di conoscerla. La coscienza vi porta la propria attenzione, si fissa su nibbana, conosce nibbana. Questa esperienza è concreta, tangibile, se ne può parlare. D’altronde, fu ciò che fecero Buddha e numerosi suoi contemporanei.

Questo fatto è molto particolare e, considerato che non appare, non ha forma, né colore si dice che è totalmente vuota. Non già che essa è IL vuoto, ma semplicemente che è vuota. Poiché questa esistenza è vuota, quando la coscienza la sceglie come oggetto; non sperimenta nulla. Non già che realizzi una sensazione neutra, ma questa è assolutamente nulla, poiché non vi è nulla da sperimentare. Per Buddha, questa coscienza che assume nibbana per oggetto è la forma di coscienza più pura, più evoluta, più sana, per non dire santa, che esista. Quando la coscienza ha per oggetto nibbana è impossibile che vi sia la minima insoddisfazione.
Non esiste cambiamento, né vibrazione. nibbana non appare e non sparisce, e neppure la coscienza che la prende come oggetto ne risente. Non esiste insoddisfazione; di conseguenza, non vi è pena. Non esiste il desiderio, né la collera; tutto ciò non appare più. E’ una specie di felicità assoluta, una felicità assente da pena. E’ felicità perché non può esservi altro. E’ l’esperienza definitiva. E’ l’esperienza terminale in questo universo. Nessuna sofferenza

Nibbana non è uno stato di coscienza, ma può venire conosciuto dalla coscienza. La coscienza che ha per oggetto nibbana non sperimenta alcuna sofferenza. Non è neppure una coscienza del tutto ordinaria come quella che ha per obiettivo un suono, oppure una visione. E’ ordinaria, nel senso che, anch’essa, sparisce ed appare. nibbana non appare; ma, la coscienza che lo prende ad oggetto, sì. Anch’essa è condizionata, fabbricata. In tal senso, insoddisfacente. Non conosce la sofferenza perché non esiste sofferenza nel nibbana; non vi sono sensazioni. Tuttavia, poiché ancora è lì, essa è un’insoddisfazione. E’ una realtà fabbricata.

Più tardi, giunti al termine del nostro progresso, vedremo la fine completa, la sparizione totale della coscienza. Essa neppure prenderà ad oggetto il nibbana. Ma, si spegnerà, cesserà di apparire. A quel punto non esisterà più nulla, più nessun aggregato. Non più formazioni materiali, né mentali, né coscienza che li assume ad oggetto. Questo stato è chiamato parinibbana.

Vi accorgete ora della grande differenza fra ciò che insegnano i “maestri spirituali” di tutte le tradizioni, di tutte queste scuole, del buddhismo, dell’induismo, del cristianesimo…

La differenza essenziale, la differenza principale è che codeste scuole credono nell’unità. Poco importa se questa unità è una specie di essere creatore, e per degli altri null’altro che una sostanza, o uno stato naturale. Sta di fatto che essi ci credono e che cercano di raggiungere questa unità, questa coscienza indivisibile, questa divinità, questa “buddhità”.

– Il problema è la coscienza –

Per Buddha il problema è la coscienza. Per lui la coscienza è nata dall’ignoranza e, quindi, è del tutto impossibile che acceda alla conoscenza. Se esiste una cessazione dell’ignoranza, ciò porta necessariamente alla cessazione della coscienza. Non si tratta di una annichilazione, per due ragioni.

In primo luogo — lo abbiamo già visto nel nostro sviluppo interiore, osservando sistematicamente l’apparizione e la scomparsa dei fenomeni — non esiste nessuno, né “abitanti”, e neppure un continuum. Paranibbana non è, di conseguenza, l’annichilazione di qualcuno, o di qualche cosa, poiché non esiste nulla.

In secondo luogo, non può trattarsi di annichilazione, poiché, giustamente, esiste un nibbana ed il nibbana è certamente qualche cosa. nibbana è una realtà, la cui particolarità è che non è visibile, che è possibile conoscerlo e che può benissimo esistere senza alcuna coscienza residua. nibbana lo si può conoscere, come non lo si può conoscere.

La liberazione completa, definitiva; lo sradicamento di ogni sofferenza appaiono quando c’è nibbana… senza esserne consapevoli.

Cosi, da un lato ci parlano di una coscienza eterna, immanente, che ingloba l’intero universo, di una coscienza “UNA” e dall’altro ci parlano di nibbana, ove non appare alcuna coscienza residua. Questo è l’insegnamento del monaco Gotama. Questo insegnamento è quello della via unica che, secondo lui, mena alla fine definitiva della sofferenza, poiché sopravviene la sparizione totale di ogni supporto e di ogni causa ad essa.

Ecco il criterio, dato da Buddha medesimo, che permette di sapere se l’istruttore propone un giusto insegnamento:

“Che colui che parla ed insegna dica solo cose rigorosamente conformi alle scritture; cioè, la parola che io stesso ho enunciato.”

Per ciò che attiene a satipattana: “L’insegnamento che vi è dato è il seguente:” Quando ascoltate un suono, fate che non vi sia che l’ascolto. Quando vedete un’immagine, fate che non vi sia altro che il veduto. Quando sentite un odore, fate che non vi sia altro che il sentito. Quando gustate un sapore, fate che non ci sia altro che il gusto. Quando provate un’impressione tattile, fate che non vi sia altro che il toccato. E allorché avete un pensiero, fate che non ci sia altro che il pensare.” Se l’insegnamento che vi è stato dato è questo, avete, forse, un’occasione di impegnarvi su di un buon cammino e di aver trovate un valido istruttore.

Naturalmente, esistono altri criteri per determinare la qualità di un istruttore. Uno di questi è che l’istruttore deve praticare quanto insegna. Cosa che — ad esempio, nei riguardi di un monaco — suggerisce che egli abbia rispetto delle sue regole, della sua disciplina, che sia rigoroso e preciso. Si presume che egli si attenga alle 227 regole di condotta elementare. Queste 227 regole sono state insegnate dallo stesso Buddha. Ricordiamoci che egli era onnisciente e che era entrato — grazie a satipattana ed alla sua visione diretta dell’impermanenza, della sofferenza e della non sostanzialità — nella completa realizzazione e, in sovrappiù, nell’onniscienza; cioè, nella conoscenza di tutto.
E’ questo Buddha che ha redatto le 227 regole dei monaci. Un monaco che non rispetta, o che non cerca di rispettare queste 227 regole non pratica l’insegnamento di Buddha. Come potrebbe un monaco che non pratica l’insegnamento istruirvi in satipattana? Restiamo realisti! Buddha disse:” Ci sono, nella sfera della mia influenza, nel Buddha sàsana coloro che insegnano quello che praticano e coloro che praticano quello che insegnano. Al di fuori di questo non ne esistono altri.”

– I pericoli –

Oscillare da vipassana a samatha

samatha è quell’addestramento che consiste nello sviluppo della concentrazione, della serenità, della calma mentale, e vipassana è una visione, una qualità che si sviluppa naturalmente quando ci alleniamo ad osservare i fenomeni nella loro discontinuità.

La differenza tra le due, anche se teoricamente appare chiara, è sperimentalmente molto tenue. Possiamo alternarci dall’una all’altra, tenendoci ad un (sottile) filo. E’ frequente che degli yogi, mentre si addestrano in vipassana, si sbilancino, senza volerlo, insamatha. Semplicemente perché non avranno portato momentaneamente attenzione su quanto appare alla loro coscienza , assumendo un modo errato di concentrarsi sulle cose. Questo avviene ed il Venerabile Mahasi Sayàdaw , che fu uno dei più popolari e grandi istruttori di satipattana del ventesimo secolo, afferma che certi suoi allievi sono anche riusciti a raggiungere gli jhana mentre erano occupati ad allenarsi nel satipattana.

Ciò non è dovuto al fatto che il satipattana porti agli jhana, sia chiaro; ma, che essi abbiano sbandato. Per qualche momento, invece di restare attenti, vigili e di conoscere semplicemente quanto appare nella coscienza, hanno commesso l’errore di cercare di concentrarvisi sopra. Di conseguenza, si sono”sbilanciati”. Ciò può accadere nello spazio di un’ora, o di qualche minuto, nei quali loyogi osserva, ad esempio, il sollevarsi e l’abbassarsi dell’addome. Ad un certo momento, visto che non ha saputo fare la giusta distinzione tra questo movimento e la respirazione — considerato che il primo è dovuto alla seconda — si è messo ad osservare la respirazione. Applicando una forte dose di concentrazione, ha raggiunto jhana.

Ecco il genere di esperienza che può prodursi durante vipassana. E ciò mostra quanto la frontiera tra le due sia tenue. Anche se teoricamente la distinzione risulta chiara, sul piano sperimentale e pratico non è così. Accade che anche degli yogi assai avanzati, che abbiano raggiunto il nibbana, possano pervenire ad un breve attivo di smarrimento (anche quando la loro concentrazione è molto sviluppata), sbaglino e si ritrovino infine a praticare la concentrazione samatha . Per essi, il fatto non durerà a lungo, prima che si ravvedano e ritornino sulla giusta strada.

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