Birmania: la culla del Buddhismo Theravada

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Birmania: la culla del Buddhismo Theravada

di Antonio Girardi

Poeticamente si può affermare con le parole di Angelo A. Sorbi:

“Le distese dolci
attraversate dai fiumi
ornate di alberi
e di stupa
si allontanano
poco a poco
ma restano nel cuore.
Nel moltiplicarsi delle forme
resta l’espressione
della Vita Una.
Ogni luogo
Ogni tempo
é Centro.
L’anima lo sa
e sorride in silenzio”.

Le persone che hanno avuto la possibilità di visitare la Birmania
portano nel cuore, anche dopo mesi o anni dal viaggio, un sentimento
particolare e indefinibile, fatto un po’ di nostalgia ed un po’ di
gratitudine, come se la Birmania fosse per loro una dimensione dell’anima
piuttosto che un luogo geografico.

In effetti un viaggio nella terra che ora viene chiamata Myanmar
difficilmente lascia indifferenti ed anche i viaggiatori abituali
convengono sul fatto che l'”Oriente”, così come lo si percepisce in
Birmania, é notevolmente diverso da quello degli altri paesi asiatici.
La Birmania propone ancor oggi un originale insieme di fattori: una
natura forte ed affascinante; una cultura capace di mettere insieme
elementi di Tradizione Indù con la pura forma del Buddhismo Theravada e
con una omnipervasiva concezione animista; la grande dolcezza e
spontaneità della gente; la presenza di importanti vestigia storicoartistiche.

Questi fattori, uniti insieme, creano un’atmosfera unica che
finisce per modificare nel visitatore l’abituale dimensione dello spaziotempo:
per questo un viaggio in Birmania é soprattutto un viaggio entro
se stessi.

Paradossalmente la presenza da lungo tempo in Birmania di un
governo autoritario e sanguinario ha fatto sì che questa atmosfera
particolare e magica non fosse, per lungo tempo, travolta dal consumismo.
I birmani infatti, per superare le molte difficoltà causate dal potere,
si sono ancor più attaccati alle loro tradizioni, continuando ad
esprimere bontà ed intelligenza.

Il futuro di questa terra, al di là delle difficoltà del presente e
dei pericoli incombenti, non potrà quindi che essere felice, poiché i
birmani credono veramente nell’esistenza di un’Altra Realtà che influisce
nella vita degli uomini secondo dettami karmici, secondo cioè il valore e
le intenzioni delle loro azioni. E’ qui che si inserisce la tradizione
dei Nat, simboli della realtà animica che si concretizzano in un secondo
momento in immagini e statuette che rappresentano personaggi storici
morti tragicamente e che influiscono nella vita dei vivi giudicando il
loro comportamento.

Il termine Nat ha il significato di “Signore”, di padrone
invisibile di una località o di una cosa. Il Nat è un’energia eterica che
acquista personalità se la gente lo adora o lo teme. Il Nat, leggendo i
sentimenti e le emozioni della gente, li benedice secondo se hanno fatto
le cose nel modo che credono giusto, o li castigano, sempre secondo ciò
che il fedele crede. Perciò sono agenti del karma. Inizialmente i Nat
erano impersonali e locali, poi presero le sembianze di personalità
distinte: i 37 Nat che il buddhismo accetta nelle sue pagode.

Il popolo birmano crede profondamente nei Nat e ciò influenza
quotidianamente il suo vivere; i Nat convivono armonicamente con la
tradizione del Buddhismo Theravada, che nella sua forma più pura non ha
veri e propri culti esteriori. La base del Buddhismo Theravada è
costituita dalle “Quattro Nobili Verità”, esposte da Gautama Buddha nel
suo primo sermone: la vita porta in sé la sofferenza; causa della
sofferenza è il desiderio; per porre termine alla sofferenza è necessario
rinunciare al desiderio ed all’attaccamento; la via per raggiungere
questa meta è il Sentiero Otto Volte Nobile, fatto di giusti concetti,
giusti intenti, giuste parole, giusta condotta di vita, giusti mezzi di
sussistenza, giusti sforzi, giusta attenzione e giusta meditazione.

Il culto dei Nat colma in qualche modo il “vuoto” che a livello
formale e rituale lascia il Buddhismo Theravada, accanto al quale
sopravvive anche una cosmologia di derivazione brahmanica, che distingue
31 piani di esistenza, sopra e sotto il Monte Meru, il centro del mondo.
Quello che salda nel popolo birmano la Tradizione Induista a quella
Theravada ed entrambe al culto dei Nat è la concezione animistica della
vita.

Probabilmente l’animismo è anch’esso illusorio, così come lo sono
tutte le “rappresentazioni” dell’Essere, ma senza dubbio esprime un
approccio globale alla realtà ed un elevato grado di fede. Quest’ultima,
non più confinata nella sfera del mentale, finisce per riguardare tutti
gli aspetti della vita, dunque anche quelli più semplici e quotidiani.
La fede nei Nat ha portato i birmani a sviluppare anche il concetto
di “Anade”, un modo semplice di inibire il comportamento personale per
fare il piacere o l’interesse degli altri prima del proprio. “Anade” si
concretizza quindi in un’azione fraterna, senza calcoli e gioiosa nel
vedere gli altri felici.

Quest’atmosfera birmana, così animisticamente pervasiva, porta poco
per volta il visitatore nella dimensione tipica del “darshan”, cioè del
“vedere” (le persone,i luoghi, i monumenti) per “essere visti”
(dall’Altra Realtà). E’ una vera e propria modifica degli stati d’animo,
una sorta di svuotamento della coscienza che si perfeziona nella
dimensione scandita dai luoghi geografici.

Ecco allora il lento scorrere del vasto fiume Irravaddy colmare la
dimensione del tempo, accompagnare la visione dell’alba e del tramonto in
un unico orizzonte rosso fuoco, intervallato dalla luce del giorno che
coglie il sorriso ed i colori della gente sulle rive, gente alle prese
con il vivere quotidiano, ma in costante armonia con la terra. E come non
vedere il simbolo del proprio incedere sul palcoscenico dell’esistenza in
quel pescatore che fa muovere lentamente la propria barca, mentre in
lontananza il sole fa rilucere, laggiù oltre gli alberi, la punta dorata
di alcune bianche pagode?

E, ancora, il lago Inle dove anche la notte è piena di colori e
dove la fede nell’eterna bontà di tutte le cose fa intravedere l’Essere
oltre tutte le forme, la Vita oltre la Morte.

Ci sono poi anche i colli di Sagaing, dove il cielo e la terra si
incontrano, dove gli opposti trovano composizione unitaria. Là, a
Sagaing, la Vita svela il Proprio lato benedetto e positivo ed anche i
Nat guardano il cielo e sorridono.

Lo sguardo tende invece a perdersi quando spazia sulla piana di
Pagan: mille e mille templi testimoniano ad un tempo la potenza del Sogno
e la caducità di tutte le cose, l’esaltazione del fare e la sua inutile
sfida all’eterno. Pagan é luogo di Buona Fortuna, dove la Bellezza ha
saputo sopravvivere nell’ombra per millenni, dove la vastità della
propria visione trova esempi più grandi con cui confrontarsi.

Ma tutti i luoghi della Birmania paiono convergere, in un unico
spazio-tempo, nella realtà della Shwedagon Pagoda di Rangoon. Qui non
solo è rintracciabile tutta la storia della Birmania, ma è facile entrare
in una dimensione che va oltre il tempo e lo spazio. La Pagoda Shwedagon
rappresenta l’anima della Birmania, un’anima che svela la propria
dimensione universale facendo scoprire al visitatore la propria anima
individuale e l’illusorietà della divisione fra le due.

La visita alla Pagoda Shwedagon é dunque un’esperienza di unità e
la sua cupola che riluce al sole diventa un’immagine da custodire nel
proprio cuore. Per sempre.

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