La Grande Sintesi del Buddismo

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La Grande Sintesi del Buddismo

di Aetos

da lista Sadhana

(monografia lunga, da conservare)

IL BUDDHISMO
(Sentiero della grande compassione)

*Quadro storico-culturale*

Al pari del Cristianesimo e dell’Islam, il Buddismo, nato come una grande
“eresia” del Brahmanesimo, si è sviluppato come dottrina universale del
riscatto dal dolore e della salvezza, nel lungo periodo di tempo che ha
visto sorgere, affermarsi e decadere il sistema sociale basato sulla
schiavitù, tra il sec. VI a.C. e l’VII d.C.

Oggi è praticamente la quarta comunità religiosa mondiale, dopo
Cristianesimo, Islam e Induismo, e conta almeno 3-400 milioni di seguaci.

Il periodo storico che ha caratterizzato questa prima religione veramente
universale è stato ricchissimo di fermenti culturali mondiali. Fra l’VIII e
il VI sec. a.C. sono accaduti dei veri terremoti spirituali in tutte le
civiltà superiori, dal bacino del Mediterraneo alla Cina.

Prendendo come punto di riferimento l’Illuminazione di Siddartha Gotama
(circa 523 a.C.), abbiamo che in Grecia tramontano le antiche monarchie di
origine sacrale e si sviluppa la filosofia di Pitagora da Samo, Eraclito da
Efeso e quella degli Eleati. In Cina, ove insegnano Confucio e Lao Tsu, si
estingue l’idealizzato periodo di “Primavere e Autunni”. In Persia domina la
religione di Zarathustra. A Roma crolla la monarchia. Nel Vicino Oriente
declinano le civiltà teocratiche come quella egizia e assiro-babilonese.

In pratica, gli uomini abbandonano progressivamente il primato
dell’intelligenza intuitiva e ispirativa, e tendono a sviluppare
l’intelligenza logico-discorsiva. Lo schiavismo ha bisogno di basi più
solide per essere giustificato o, quanto meno, tollerato.

Questa nuova intelligenza delle cose cerca la verità delle cose
nell’interiorità dell’essere umano o in un mondo visto con occhi più
disincantati, con una mente meno disponibile a credere in spiegazioni
mistiche o in tradizioni arcane.

Più in particolare si deve dire che il Buddismo conseguì un immediato
successo perché nell’India del VI a.C. la religione brahmanica non solo
esprimeva interessi meramente di casta, ma anche perché i sacerdoti, da
mediatori tra uomini e divinità, avevano esaltato l’atto di mediazione, il
rito, come atto assoluto, facendo dipendere la salvezza da un ritualismo
alquanto formale e complicato.

*I rapporti tra Buddismo e Occidente*

In Europa le prime notizie sugli usi e costumi degli indiani dell’India e
sulla religione buddista giunsero al tempo delle conquiste di Alessandro
Magno (326-323 a.C.), il quale era rimasto molto colpito dall’ascetismo
indù.

Più tardi, il re indiano Asoka (III sec. a.C.) invierà dei monaci missionari
presso i greci stabilitisi nelle regioni confinanti con l’India nord
occidentale.

Si legge in uno dei suoi editti: “Non si deve considerare
con riverenza la propria religione, svalutando senza ragione quella di un
altro. Poiché le religioni degli altri meritano tutte riverenza, per una
ragione o per l’altra”.

Tuttavia, il nome di Buddha viene citato per la prima volta solo da Clemente
di Alessandria (150-212 d.C.): questo, nonostante che la tradizione
cristiana attribuisca già all’apostolo Tommaso la diffusione del vangelo in
India.

Come fatto interessante va notato che la storia del Buddha venne ripresa e
adattata ad un contesto cristiano nel libro “Vita bizantina di Baarlam e
Ioasaf”, di contenuto edificante e di controversa datazione (VIII-IX sec.).
Il santo Ioasaf non è altri che il Buddha sotto mentite spoglie. L’opera
ebbe grande successo e diffusione in Europa, tanto da far accogliere il
protagonista nel numero dei santi della cristianità.

Il periodo d’oro dei contatti tra Oriente e Occidente si realizza, pur in
mezzo a terribili crociate, nel XIII sec.: dal francescano Giovanni da Pian
del Carpine, che scrisse una Storia dei Mongoli, trattando con molto
rispetto i buddisti, a Guglielmo di Rubruck, inviato da re di Francia, sino
al famoso Marco Polo, inviato da Venezia, che nel “Milione” esprime la sua
ammirazione per la figura del Buddha..

Alla fine del ‘400, quando gli europei scoprirono la via del mare per andare
in Asia, il dialogo si trasformò subito in conquista. Navigatori,
commercianti, soldati e missionari portoghesi, spagnoli, francesi e inglesi
avevano ben altro da fare che interessarsi del Buddismo. Tra i missionari
cristiani interessatisi allo studio delle lingue orientali per comprendere i
Canoni, si possono ricordare Francesco Saverio, per il Giappone; Matteo
Ricci, per la Cina; Roberto de Nobili, per l’India e Ippolito Desideri, per
il
Tibet.

Bisogna comunque aspettare il 1735 prima di avere, a Parigi, una pregevole
Descrizione dell’Impero della Cina e della Tartaria cinese, ad opera di
P.G.B. du Halde, il quale si serve delle memorie di 27 missionari.

Ma, un vero interesse per le lingue orientali e, quindi, anche per i testi
delle religioni asiatiche matura solo nel XIX sec., allorché E. Burnouf
scrisse l’Introduzione alla storia del Buddhismo indiano.

Da allora la conoscenza del Buddismo si è progressivamente approfondita e
precisata.

*Storia di Siddartha Gotama*

La letteratura buddista attribuisce la nascita del movimento al principe
indiano Siddharta, poi conosciuto col nome di Gotama, che sarebbe vissuto
nel VI sec. a.C. (pare sia nato intorno al 563 a.C.); cioè, in un periodo
storico già caratterizzato dalla disgregazione della primitiva comunità
indiana, cui veniva sostituendosi una società basata sullo schiavismo e
sulla divisione in classi sociali contrapposte.

La religione dominante dell’India, il Brahmanesimo, subì una crisi: aumentò
nettamente l’insoddisfazione per l’ingiusta struttura di casta e per
l’arbitrio dei sacerdoti brahmani, il cui potere (quasi assoluto nella vita
civile) cominciava ad essere minacciato da dinastie guerriere.

Va, inoltre, detto che nel periodo in cui i rapporti schiavistici si
rafforzarono (specie nell’India settentrionale), il Brahmanesimo, religione
della società schiavistica primitiva, che rifletteva la frantumazione delle
comunità tribali, non poteva più servire come base ideologica per i grandi
dispotismi schiavistici che si andavano formando.

Siddartha era figlio del governatore di uno dei piccoli e bellicosi regni
dell’India del nord, tra il Gange e il Nepal. La stirpe guerriera era quella
degli Sakya (“potenti”). Egli trascorre la prima parte della sua esistenza
nel lusso e nella mondanità della casa paterna, dove riceve un’educazione
legata al suo rango, acquisendo anche nozioni di legislazione e di
amministrazione.

A 16 anni il padre lo fa sposare e dopo 13 anni ha un figlio; ma, proprio
all’età di 29 anni decide di abbandonare tutto e tutti.

Infatti, non avendo mai conosciuto alcun aspetto veramente negativo della
vita, in quanto non era mai uscito dai confini del proprio palazzo, rimase
un giorno letteralmente sconvolto al vedere, in un villaggio, un vecchio
decrepito, un malato grave e un corteo funebre. Improvvisamente capì che
esistevano anche le malattie, la vecchiaia e la morte come destino
universale degli esseri umani.

Infine, incontrò un povero asceta che aveva rifiutato volontariamente ogni
ricchezza e piacere della vita e che errava felice per la campagna: decise
così di seguire il suo esempio.

In quei tempi, che segnavano l’inizio della speculazione filosofica indiana,
svincolatasi dal ritualismo vedico, non erano pochi gli uomini (specie della
casta dei guerrieri), e, talvolta, anche le donne, che abbandonavano il
mondo per dedicarsi a una vita di meditazione e ascesi, secondo le ben
collaudate
tecniche dello yoga.

Il Buddha, dunque, visse per sette anni nella foresta, sottoponendosi –
sotto la guida di vari maestri – a digiuni, sofferenze e privazioni d’ogni
genere,
al fine di conseguire la pace interiore e la conoscenza della verità. Ma non
rimase soddisfatto di questa vita.

Abbandonò ogni maestro e decise di ricercare da solo la via della
Liberazione (mukti). A 35 anni, giunto alla soglia della morte per
esaurimento, una notte – secondo la tradizione -, mentre era seduto ai piedi
di un albero, sprofondò nei suoi pensieri pervenendo all'”Illuminazione”
(Buddha infatti significa “illuminato” o “risvegliato”). Essa consisteva nel
rifiutare sia una vita di piaceri, perché troppo effimera, che una vita di
sofferenza volontaria, perché fonte di orgoglio.

*Le Quattro Nobili Verità*

Al momento del “Risveglio” Siddartha credette di riconoscere quattro verità
fondamentali dell’esistenza:

– la realtà dell’esistenza personale e del mondo esteriore è dolore,
consistente nell’invarianza delle sue condizioni: nascita, malattia, morte,
mancanza di ciò che si desidera, unione con ciò che dispiace, separazione da
ciò che si ama;

– l’origine del dolore è il desiderio di esistere, il bisogno del piacere e
anche il suo rifiuto;

– questa sete generatrice delle rinascite va estinta nel Nirvana (il
desiderio va eliminato);

– la via che conduce all’arresto del dolore è il Dharma (cioè l’Ottuplice
Sentiero).

Insomma, Siddartha ad un certo punto s’era reso conto che l’ascetismo
estremo non faceva che respingere a livelli più profondi di coscienza,
rafforzandoli, gli impulsi e gli istinti ch’egli presumeva di sradicare.

La retta via – disse Buddha – sta nel mezzo (Via Mediana). Il segreto della
felicità sta nell’accettarsi così come si è, rinunciando ai desideri, la cui
consapevolezza rende infelici non meno della loro realizzazione. Infatti
ogni desiderio soddisfatto porta a maturarne un altro ancora più grande.
Rinunciare ai desideri significa rinunciare a una inutile sofferenza. La
condizione suprema della felicità è quella del Nirvana, in cui l’uomo è
felice pur non desiderandolo, è felice perché ha vinto l’Illusione cosmica
(maya).

*Successo della predicazione*

Scoperta la vera via, Buddha, che intanto si è già circondato di vari
discepoli, comincia con loro a predicare il Dharma (legge, regola della
dottrina buddista) per tutta l’India, a partire da Benares e rivolgendosi
(diversamente dai brahmani) alla gente comune, usando i loro idiomi locali.
Si forma anche una comunità femminile.

Dopo circa 40 anni di pellegrinaggio e di insegnamento, egli morì,
avvelenato da cibi guasti, e fu cremato dai suoi discepoli secondo il rito
indiano (circa 480 a.C.).

Nel III a.C. il re Asoka, capo di una dinastia che lottava per unificare
sotto il suo dominio la maggior parte dell’India, si convertì al Buddismo e
contribuì alla sua diffusione, dentro e fuori dell’India, facendone una
religione di stato.

Il Buddismo, infatti, tornava comodo alla dinastia Maurya, originaria di una
bassa casta, la quale, dopo aver cacciato i conquistatori greco-macedoni
(324 a.C.), e portato a termine l’unificazione nazionale a prezzo di
terribili carneficine, aveva bisogno di ordine (e le comunità buddiste erano
strutturate con molta disciplina), nonché di un’ideologia nazionale (e il
buddismo non era in rapporto coi culti tribali locali, inoltre con la sua
dottrina della “non resistenza al male” poteva aiutare i governanti a tenere
il popolo sottomesso).

E così i missionari buddisti cominciarono a diffondere la Legge del Buddha
oltre i confini dell’India, soprattutto in Asia (Kashmir, Himalaya,
Birmania, Thailandia), in Africa (Egitto), ma anche lungo le sponde del
Mediterraneo (Siria, Egitto, Macedonia, Epiro).

*Le prime comunità*

Nei primi tempi della sua predicazione, il Buddha non ebbe in mente
d’imporre una particolare disciplina monastica. Dovrà però farlo quando si
troverà ad essere il capo di un Ordine.

All’inizio, i discepoli provenivano dai ceti più elevati. Venivano esclusi i
debitori, gli schiavi, i malati contagiosi, gli incurabili, gli eunuchi, gli
assassini, i minori di 15 anni di età e coloro i cui tutori legali si
opponevano.

Le maniere di vivere il Buddismo sono, ancora oggi, fondamentalmente due:
l’appartenenza all’Ordine composto da monaci (bhiksu) o monache (bhiksuni) e
la confraternita dei laici (upasaka).

Il monaco deve avere la testa rasata, non deve portare barba e baffi; la sua
tunica dev’essere ampia e di colore giallo-arancione; una ciotola appesa
alla cintura sta a indicare che la questua è il suo unico mezzo di
sostentamento; il suo vitto-base dovrebbe essere costituito da pane e acqua,
brodo e riso cotto, e, comunque, egli non deve ingerire alcun alimento
solido tra mezzogiorno e l’alba del mattino successivo. Unici oggetti
personali,
oltre a quelli detti, un paio di scarpe,un rasoio, un ago (per tunica, saio
e mantello) e un filtro per l’acqua.

Egli non può esercitare un mestiere remunerato e può ricevere doni solo in
natura, non in denaro. Il celibato è d’obbligo.

Il monaco pratica, circa una volta al mese, la confessione pubblica delle
proprie colpe, guidata dal monaco più anziano: sono previste le relative
penitenze, specie per chi non si pente (i precetti sono 227).

Il monaco non deve essere causa di dolore per alcun essere vivente (animali
inclusi).

Sul piano rituale, il Buddismo rifiuta le cerimonie raffinate, tipiche del
brahmanesimo e proibisce ovviamente i sacrifici di animali. Il culto è
diretto da monaci che leggono i testi canonici; i laici non prendono parte
attiva alle cerimonie divine.

I monaci devono essere continuamente in viaggio per diffondere la Legge del
Buddha: non hanno, quindi, fissa dimora; i monasteri sono solo luoghi
d’incontro per i giorni di ritiro e per il periodo delle piogge
(luglio-ottobre), in cui vige la proibizione di uscire dal monastero, anche
per la questua. Possono anche curare l’istruzione religiosa dei giovani.

Molto praticati i pellegrinaggi presso i luoghi che ricordano le tappe della
vita del Buddha.

Non avendo lo stato monacale un valore di investitura divina, il monaco può
tornare allo stato laicale se non ha più intenzione di seguire le regole
dell’ordine.

*La legge della causalità*

Nel Sermone di Benares, con cui il Buddha inizia la sua predicazione, viene
chiaramente negata l’essenza a tutte le cose, motivando ciò col fatto che
ogni cosa trae la propria realtà da altre cose che ne sono la causa. Solo il
Nirvana sfugge a tale destino, in quanto non è uno “stato”, bensì una
“condizione” di assenza (non c’è morte e vita, gioia e dolore.). Lo stesso
“io” non è che una successione di stati di coscienza, fondati su un insieme
di psichismi, sensazioni e parvenze fisiche. L’io, se lo si intende come
“realtà”, non è che un’illusione.

Il Buddismo, infatti, parte dal presupposto che tutta la vita è dolore, esso
cioè da per scontato che i desideri non possono realizzarsi e che, anche
quando lo sono, non procurano la felicità, poiché ne sorgono altri di grado
superiore o di diversa natura. In tal senso, anche il piacere è dolore, in
quanto implica adesione a qualcosa di estraneo.

L’origine del dolore è la “sete” o desiderio, che può essere di tre tipi:
piacere, voler esistere, non voler esistere, e vi sono tre radici del male:
concupiscenza (brama), ira (odio) e ottenebramento (cecità mentale).

L’io che non riesce a sottrarsi a questa schiavitù, è destinato a
reincarnarsi (samsara) in eterno, almeno fino a quando non si sarà
purificato interamente.

*I dharma*

Secondo i buddisti l’io non è un’entità individuale (come nelle Upanishad),
ma è una combinazione di particelle diverse (dharma o qualità spirituali),
di tipo sensitivo, volitivo, percettivo e di impulsi innati: non esiste
l’unitarietà dell’io, né la sua personale immortalità.

Le parti costitutive dell’io, o meglio, i fenomeni psico-fisici
dell’esistenza vengono classificati come Aggregati, Basi ed Elementi.

Gli Aggregati sono cinque:

Forma o Materia (il proprio corpo, elementi fisici del mondo);
Sensazioni;
Nozioni o Ideazioni;
Costruzioni psichiche soggettive o propensioni karmiche (complessi innati
derivati dall’ignoranza);
Coscienza (scorrere dei pensieri).
Le Basi sono dodici:

sei sono interne: occhio, orecchio, naso, lingua, corpo e mente, cui
corrispondono sei basi esterne: visibile, suono, odore, sapore, tangibile,
idee.

Gli Elementi sono diciotto:

sei basi interne;
sei basi esterne
e le rispettive conoscenze che tuttavia costituiscono l’elemento mentale: le
idee, per cui si può parlare di 17 elementi effettivi.
Questa triplice classificazione è basata sul fatto che il modo di apprendere
è diverso tra gli esseri umani: può essere conciso, normale, prolisso, ecc.

In altre parole i dharma costituiscono l’infinita varietà dei modi della
realtà e quindi gli infiniti accadimenti della nostra esistenza, frutto di
azioni compiute in passato e semi di eventi futuri.

Io e Mondo sono il risultato dell’unione di vari dharma, che fluiscono
continuamente in un perenne gioco di associazioni e dissociazioni, di
aggregazioni e disgregazioni, guidato dalla legge etica del karman, che è
una sorta di principio retributivo (preso dal Brahmanesimo), secondo cui i
dharma sono costretti a reincarnarsi finché l’io non si è purificato: l’uomo
deve rispondere sia della vita trascorsa che della vita passata nelle
generazioni precedenti. Questa circolazione o flusso dei dharma è la ruota
della vita da cui appunto ci si deve liberare.

*L’Ottuplice Sentiero*

Sul piano pratico il buddista, per arrivare all’eliminazione dei desideri,
deve seguire le otto vie fondamentali del Dharma:

– retta visione, per cui si contempla la realtà com’è, senza inquinarla coi
propri complessi inconsci, abitudini inveterate, pregiudizi, ripugnanze
innate, limitazioni caratteriali, memoria automatica ecc.
– retto pensiero, possibile solo con un esercizio ininterrotto del controllo
della propria rappresentazione concettuale;
– retta parola, cioè sua perfetta corrispondenza, senza enfasi, né
sciatteria, con l’oggetto enunciato;
– retta azione, che è l’agire esattamente quando e quanto sia necessario;
– retta forma di vita, cioè il saper mediare fra le necessità della vita
fisica sulla terra e i fini spirituali che ognuno si propone di conseguire;
– retto sforzo, cioè saper adeguare esattamente ogni iniziativa
all’importanza dello scopo da conseguire;
– retta presenza di spirito, cioè costante ricordo di quanto si pensa, si fa
e si sente, in modo da essere continuamente presente a se stesso;
– retta pratica della meditazione, senza sostare con la mente in stati
d’animo depressi o esaltati.

* Il Nirvana *

Seguendo queste otto strade l’uomo giunge alla perfezione e sprofonda nel
Nirvana, il quale -secondo la scuola Mahayana- rappresenta il completo
annientamento o non-essere, raggiungibile anche in vita e quindi definibile
in senso positivo, come stato di pace totale e di gioia assoluta e di verità
ultima, che però solo gli illuminati scorgono.

Viceversa, seconda la scuola Hinayana, il Nirvana sfugge a qualsiasi
definizione, poiché rappresenta la fine della vita accessibile alla
coscienza e il passaggio a un’altra esistenza, inconsapevole, possibile solo
dopo la morte.

In entrambi i casi Nirvana significa interruzione della catena delle
reincarnazioni (samsara).

Secondo i buddisti, lo stesso Buddha, prima di nascere come Gotama, avrebbe
subìto una lunga serie di rinascite. Egli fu però anche il primo uomo a
raggiungere l’Illuminazione, per cui la sua morte ha rappresentato
l’immediato passaggio al Nirvana.

Nirvana dunque, anche se letteralmente significa “estinzione”,
spiritualmente significa “beatitudine”.

*La Meditazione*

Il mezzo fondamentale per percorrere l’Ottuplice sentiero è la Meditazione,
che si sviluppa su due linee diverse e complementari:

_Acquietamento o Purificazione_

Si propone una condizione di totale trasparenza immobile della coscienza
(atarassia). Consiste nel focalizzare l’attenzione su un solo punto, che in
realtà è un’immagine simbolica, da utilizzare come supporto per il processo,
operando una graduale esclusione degli stimoli sensoriali periferici, che
sono i desideri di essere stimolato, avversione, torpore, irrequietezza,
scetticismo. L’atto meditativo di volge sul medesimo pensiero dell’asceta,
il quale raggiunge i primi quattro livelli di perfezione: quieta felicità,
fine del pensiero logico-discorsivo, fine dei fattori emotivi, fine del
senso di felicità/infelicità. La “cosa” si tramuta nel “concetto” e il mondo
viene appreso “così com’è”. Il pensiero diventa consapevolezza universale.

_Visione penetrativa o Intuizione_

Consiste in una vigile attenzione rivolta ai fatti fisici, anche minimi, e
ai processi mentali. Conduce a una serie di approfondite purificazioni del
pensiero, il quale deve giungere alla consapevolezza che l’essenza degli
elementi della realtà è data dallo stesso pensiero che se li rappresenta, ma
che, di per sé, è inesistente. La realtà va sperimentata come “vuoto”, in
particolare come vuoto “noetico”, al quale cioè corrisponde la condizione
soggettiva di “estinzione” (Nirvana), in cui soggetto e oggetto devono
identificarsi, altrimenti, di fronte al “nulla” che spiega le cause, l’io
potrebbe disperare.

*I quattro Concili*

La disciplina delle comunità monastiche (e laicali) andò configurandosi
attraverso quattro Concili, il primo dei quali (483 o 477 d.C.), a
Rajagriha, ebbe appunto lo scopo di fissare un primo Canone.

Il secondo Concilio di Vaisali (383 o 367 a.C.), fu causato da una questione
di disciplina monacale, ma porterà al più grande scisma in seno al Buddismo,
quello tra le scuole Hinayana e Mahayana.

I punti controversi furono cinque:

– un monaco, pur con tutta la sua santità, può essere soggetto a necessità
fisiologiche incontrollate;
– la sua illuminazione non esclude di per sé residui di ignoranza nella vita
quotidiana;
– il monaco può essere soggetto a dubbi;
l- a sua conoscenza su fatti contingenti può essere acquistata con l’aiuto
di
altri (non per immediata intuizione);
– il monaco può definire con parole del linguaggio ordinario la Via
ineffabile
che conduce al Risveglio.

Come si può notare, erano tutte obiezioni che si ponevano come scopo quello
di democratizzare e umanizzare un movimento troppo rigido ed elitario.
L’ideale qui diventa non tanto il singolo che ha raggiunto l’Illuminazione
per se stesso, con particolari pratiche ascetiche, ma il laico comune, il
quale, pur in grado di giungere all’Illuminazione, vi rinuncia e in nome
della compassione si adopera per aiutare tutti gli altri esseri umani a
trovare la via della perfezione.

Duecento anni dopo il secondo Concilio si contano già 18 scuole, ognuna
delle quali sostiene di essere la vera interprete della dottrina del Buddha.

Il terzo Concilio di Pataliputra, indetto dal sovrano Asoka verso il
243-242, ebbe lo scopo di arginare i tentativi di reintrodurre la nozione
hindu dello atman (il “se stesso”), sotto il nome di pudgala (“persona”),
responsabile del karman.

In questo Concilio, inoltre, un migliaio di monaci lavorarono per nove mesi
a controllare, completare e classificare le tradizioni tramandate.

Nel quarto Concilio di Harvan si discusse la revisione del Canone operata
dalla scuola dei Sarvastivadin, per la quale occorreva preservare un minimo
di realtà all’esperienza del mondo, altrimenti verrebbe a mancare il
rapporto di causa ed effetto su cui è basata la legge del karman.

*Testi canonici*

I testi sacri riconosciuti come autentici dal Buddismo sono raccolti in due
Canoni, denominati, in base alle scritture usate, Pali e Sanscrito.

Il Canone Pali (deciso nel I sec. a.C.) è chiamato anche Tripitaka, perché
raggruppa il corpus in tre parti (o “Tre canestri”: infatti i libri di ogni
raccolta, scritti su fogli di palma, potevano essere contenuti in una
cesta). Esso rappresenta una sintesi delle dottrine predicate dal Buddha, o
a
lui attribuite, e delle teorie elaborate dalla scuola Hinayana.
La prima cesta (Vinaya) comunica le regole da osservare nelle comunità
monastiche; essa si compone di tre raccolte di libri: sono talmente
voluminosi che per leggerli tutti, al Concilio di Rangoon (1954), ci vollero
169 sedute in 46 giorni.

La seconda cesta (Sutra) parla delle conversazioni di Buddha coi suoi
discepoli ed è il doppio della prima; la recita dei sutra è la base del
culto e della meditazione di monaci e laici. Il loro linguaggio è poetico,
le composizione sono ritmiche, molto convincenti le spiegazioni di difficili
tematiche spirituali e psicologiche. Questa cesta contiene anche 547
leggende relative alle esistenze precedenti del Buddha.

La terza cesta (Abhidarma) fornisce la spiegazione dei principali dogmi del
Buddismo contenuti appunto nel Sutra (metafisica). Questi testi sono stati
composti da ignoti autori dal III al I sec. a.C. e sono ad uso degli
specialisti.

Il Canone Sanscrito, nato circa sei secoli dopo la morte del Buddha, varia
molto, come suddivisione e denominazioni, da Stato a Stato. Esso
sostanzialmente è legato alla scuola Mahayana. Questa tradizione, i cui
testi sono molto estesi, sostiene che Buddha avrebbe riservato la parte più
sottile della sua verità alle generazioni posteriori. Un’edizione del Canone
buddista, il Taisho Shinshu, stampato a Tokyo, comprende ben 100 volumi e fa
capire la necessità di dover scegliere una “pars pro toto” per la fede
personale. Tra le numerose scritture del Mahayana meritano d’essere
ricodare “La sutra della perfetta sapienza” e soprattutto il “Libro tibetano
dei morti”, che suscitò grande interesse in Occidente.

*Il Buddismo è una religione?*

Buddha non negò esplicitamente l’esistenza degli dèi brahmani, ma
questi – secondo la sua filosofia – non possono evitare all’uomo le
sofferenze
della vita, per cui credere o non credere in loro non cambia le cose. Il
cammino che porta alla salvezza l’uomo – secondo Buddha- deve trovarlo da
solo.

D’altra parte anche le divinità sono, per il Buddismo, soggette al samsara,
e l’Assoluto o l’Eterno non corrisponde che al concetto di Vacuità
(sunyata). Il Brahman è il nulla (la differenza dall’Induismo è evidente).

Le domande metafisiche o teologiche sull’essenza del mondo, sull’origine
dell’universo ecc. vengono considerate inutili ai fini dell’Illuminazione.
Anche la Cosmogonia è ridotta a pochi enunciati.

Il Buddismo vuole porsi come filosofia di vita e, soprattutto, come pratica
meditativa. Nel momento dell’Illuminazione il Buddha avrebbe intuito un
preciso imperativo etico: “liberarsi dalle opinioni”. L’atteggiamento quindi
vuole essere di tipo anti-dogmatico. “La dottrina è simile a una
zattera – disse il Buddha -, serve per attraversare e non trasportarsela
sulle spalle”.

Questo ovviamente non significa che il Buddismo, al pari di ogni altra
religione, non abbia i propri dogmi, i propri canoni, i propri riti e
persino il proprio misticismo.

Va inoltre considerato che se si accetta l’idea che la divinità sia il
“totalmente altro”, non si può escludere l’ipotesi che il Buddismo sia anche
una religione.

E’ stata proprio questa particolare forma di “ateismo implicito” o, se
vogliamo, di “apofatismo religioso” che per molti intellettuali occidentali
ha fatto del Buddismo un oggetto di interesse e di studio: si pensi a
Schlegel, a Schleiermacher, ma soprattutto a Schopenhauer, a Hesse (di
quest’ultimo è famoso il libro Siddharta). In Italia molto noto fu il libro
di Liliana Cavani, Vita di Milarepa. Grande successo ha avuto il recente
film di B. Bertolucci, Piccolo Buddha.

*Comportamento sociale*

Sul piano del comportamento sociale, il Buddismo rifiuta il sistema
brahminico delle caste e riconosce l’uguaglianza formale di tutti gli uomini
(“formale” perché, di fatto, con la dottrina della “non resistenza al male”
esso disarma spiritualmente il popolo di fronte agli sfruttatori). Ogni uomo
ha uguali possibilità di salvezza morale, poiché tutto dipende dalla sua
volontà.

Il buddista ama non tanto il singolo, quanto il genere umano. Non si difende
dal male ricevuto, non si vendica, non condanna chi commette un omicidio.
Nel complesso il buddista ha un atteggiamento di indifferenza per il male,
rifiutando soltanto di non compierlo.

D’altra parte – dice il Buddismo- “chi ha sana la mente non compete col
mondo,
né lo condanna: la meditazione gli farà conoscere che nessuna cosa è quaggiù
durevole, salvo gli affanni del vivere”.

Il buddista sostanzialmente è convinto che chi compie il male, vedendo la
non-reazione da parte di chi lo subisce, ad un certo punto si renderà conto
che è inutile continuare a compierlo.

*Regole etiche di vita*

I precetti fondamentali del Buddismo, per quanto riguarda le regole etiche
di vita (sila) sono divisi in tre gruppi: i cinque divieti, gli otto
comandamenti e le dieci condotte morali. In pratica si tratta degli stessi
comandamenti, cui ogni volta se ne aggiungono altri.

I cinque divieti sono:

– non uccidere alcun essere vivente,
– non prendere l’altrui proprietà,
– non toccare la donna altrui,
– non dire menzogne,
– non bere bevande inebrianti.

Gli otto comandamenti includono i suddetti cinque divieti, cui se ne
aggiungono altri tre:

– non mangiare cibo nei tempi non dovuti;
– astieniti dal canto, dalla danza, dalla musica e da ogni spettacolo
indecente; non ornare la tua persona con ghirlande, profumi e unguenti;
– non usare sedili alti e lussuosi.

Gli ultimi due precetti morali sono:

– non adoperare letti grandi e confortevoli;
– non commerciare cose d’oro e d’argento.

Naturalmente questi precetti diventano tanto più esigenti quanto più uno
cerca di purificarsi spiritualmente: il divieto di uccidere si estende fino
a tutti gli animali, nessuno escluso; l’acqua può essere bevuta solo se
filtrata; non si può usare l’aratro perché potrebbe ferire i vermi della
terra; la castità sessuale deve essere completa; la povertà dev’essere
assoluta ecc.

È bene però precisare che per raggiungere la Liberazione, più che una vita
moralmente ineccepibile, la quale al massimo può dar luogo a un buon karman,
il buddista deve dedicarsi alla Meditazione, che comporta un’energica
disciplina ascetica (yoga), la cui esperienza in un certo senso va al di là
di ogni morale. L’io deve liberarsi dell’Illusione circa la realtà del mondo
e soprattutto circa la sua personalità, per sprofondare nel “non-io”, nel
“non-essere”.

Ciò tuttavia non ha impedito a molti monaci d’impegnarsi attivamente a
favore delle rivendicazioni democratiche e dell’indipendenza nazionale (vedi
p.es. in Vietnam al tempo della guerra contro gli USA).

*Virtù morali*

Quanto alle virtù morali che deve seguire il buddista, esse in sostanza si
riducono a quattro:

– compassione (percepire dentro di sé la gioia e il dolore dell’altro);
– amorevolezza verso tutti gli esseri viventi;
– letizia e considerazione del lato positivo delle cose;
– imparzialità nel considerare la realtà

*La condizione della donna*

Durante la sua predicazione, il Buddha sostenne sempre una fondamentale
misoginia, al pari di tutti i filosofi dell’antichità.

La donna era vista come una fonte di tentazione del tutto incompatibile con
la vita ascetica; essa, ovviamente, non veniva condannata come persona, ma
piuttosto come potere di seduzione, che porta a quell’attaccamento per la
vita che, attraverso le generazioni, perpetua la condizione di “essere nel
mondo” e vincola, di conseguenza, l’individuo al suo dolore, alla sua cieca
ignoranza, alla ruota delle rinascite.

Poiché l’amore e l’unione sessuale sono – secondo Buddha – le forme più
primordiali in cui si manifesta la sete di vita, il Buddismo classico non
poteva che negare alla donna la possibilità di giungere al Nirvana: l’unica
condizione, per una donna, era quella di estinguere in sé tutto ciò che è
femminile, cioè in sostanza sforzarsi di sviluppare un pensiero maschile al
fine di poter rinascere come “uomo”.

(osservazione del vostro moderatore: – “povera donna…..e l’uomo, dal canto
suo,
non e’ l’aspetto “speculare” di tutti “questi problemi”?…)

Solo dopo molte discussioni e polemiche, il Buddha consentì ad ammettere le
donne fra i suoi discepoli, in comunità ovviamente separate, soggette a
regole analoghe e, in più, alla sorveglianza da parte dell’abate della più
vicina comunità monastica maschile; con l’obbligo, inoltre, di obbedire ai
monaci maschi di qualunque età. A queste condizioni era possibile anche per
loro raggiungere il Nirvana.

Questa forma di maschilismo è venuta attenuandosi col tempo, fino al punto
che si è cominciato a produrre, sul piano artistico, delle figure mitiche
del Buddha con aspetti femminili.

Va detto tuttavia che il Buddismo non interviene negli aspetti della
quotidianità e neppure nelle vicende fondamentali della vita, come il
matrimonio e la nascita dei figli, i cui riti si basano sempre su usanze
locali.

Le regole di condotta previste dal Buddismo per la vita matrimoniale sono
essenziali, basate sostanzialmente sul buon senso e quindi praticabili da
chiunque.

Due scuole fondamentali

Intorno al I sec. d.C., il Buddismo si divide in due tendenze fondamentali,
ognuna delle quali, a sua volta, si suddivide in una trentina di correnti:

HINAYANA o “piccolo veicolo” (stretta via della salvezza), che richiede una
rigorosa osservanza delle otto vie. I seguaci di questa corrente ritengono
che solo i monaci possono raggiungere il Nirvana. Non considerano Buddha un
dio, ma solo un maestro di perfezione morale. Si dedicano alla predicazione,
allo studio dei testi canonici, alla venerazione dei luoghi legati alla vita
di Buddha, ecc. Questa corrente nega recisamente l’esistenza dell’atman
(l’io individuale), ammessa invece dal Brahmanesimo, e ritiene inutili i
riti, le devozioni, i simboli e i sentimenti religiosi. Essa si è diffusa
soprattutto in Birmania, Thailandia, Laos, Cambogia e soprattutto Sri Lanka.

MAHAYANA o “grande veicolo” (larga via della salvezza), che permette la
salvezza anche al laico, in forme meno rigide. La scuola Mahayana, che
peraltro sostituì la lingua Pali, usata dal Piccolo Veicolo, con il
Sanscrito, costituisce lo sviluppo del Buddismo in senso filosofico, mistico
e gnostico. Essa riconosce un gran numero di divinità, fra le quali annovera
lo stesso Buddha. Anzi, Siddartha Gotama non sarebbe che uno dei buddha: ne
esisterebbero altre centinaia (sovrani del paradiso, del futuro, del mondo
ecc.) . Concezione, questa, che permetterà al Buddismo di assimilare
facilmente altre religioni.

Oltre ai buddha vi sono i santi, cioè coloro che, pur avendo acquistato il
diritto d’immergersi nel Nirvana, hanno deciso di restare ancora un po’ di
tempo sulla terra per salvare gli uomini. I mahayanisti, a differenza degli
hinayanisti, credono anche negli spiriti maligni e in altri esseri
soprannaturali, nonché nella differenza tra paradiso e inferno, e negano
l’esistenza dei dharma come entità a se’ stanti. Nel paradiso si trovano le
anime dei giusti (anche laici), che devono incarnarsi ancora una volta sulla
terra prima di raggiungere il Nirvana. Questa corrente, che praticamente non
ha nulla del Buddismo originario (che, nonostante tutto, era rimasto un
movimento elitario), si è diffusa tra il II e il X sec. nell’Asia centrale,
nel Tibet, in Cina, Vietnam, Corea e Giappone, Mongolia e Nepal (per qualche
tempo anche in Birmania, Indonesia e India settentrionale).

Vajrayana (Via dei Tantra)

La terza corrente del Buddismo, detta anche Veicolo del Diamante, quella
meno diffusa (circa 20 milioni di seguaci), e che più si è allontanata dalle
origini, insistendo proprio sui punti che il Buddha aveva maggiormente
criticato: il ritualismo, la mistica e la magia, si è affermata verso il VI
sec., diffodendosi prevalentemente in Mongolia e nel Tibet, ma anche in
Nepal, Cina e Giappone.

Questa corrente, senza la scuola Mahayana, difficilmente avrebbe potuto
costituirsi.

I suoi due rami principali sono il Lamaismo e lo Zen.

Queste correnti esoteriche (chiamate anche col nome di “Veicolo delle
formule
magiche o Mantrayana”), attribuiscono importanza centrale alla ripetizione
di
formule sacre (mantra) per raggiungere l’Illuminazione.

Nel Tibet questa corrente, nata verso il 750, assunse il nome di Lamaismo,
diffondendosi anche in Mongolia e Siberia. E’ L’unica corrente strutturata
in
maniera gerarchica.

Per i suoi seguaci il Tibet rappresenta come una “casa madre” e una “terra
promessa”. Lhasa, la capitale, è considerata “città sacra”. Anche la lingua
tibetana è ritenuta “sacra”.

Essendo il prodotto di una fusione di Buddismo e religioni animistiche e
sciamaniche, il Lamaismo dà notevole importanza agli scongiuri magici, alla
conoscenza mistica e alla musica, con l’aiuto dei quali esso è convinto di
poter raggiungere il Nirvana in tempi molto brevi.

Molto influenti sono stati i monaci, chiamati Lama, che riuscirono a
costituire un governo ierocratico: nominalmente il potere civile apparteneva
agli imperatori cinesi, di fatto erano i monaci a comandare e i loro
dirigenti venivano scelti tra le famiglie feudali più influenti.

L’ultimo Dalai Lama, non avendo accettato l’unificazione del Tibet con la
Cina comunista (1951), imposta da quest’ultima, ha deciso, dopo una rivolta
fallita, di espatriare in India nel 1959, insieme a 100.000 rifugiati.

Prima dell’unione con la Cina un tibetano su quattro apparteneva a un ordine
religioso.

Quando il Dalai Lama muore, si pensa ch’egli s’incarni immediatamente in
qualche parte del paese. Una ricerca minuziosa viene allora operata tra
tutti i neonati maschi che rivelino alcuni segni particolari negli occhi o
nelle orecchie o nella pelle. I loro nomi vengono introdotti in un’urna
d’oro e poi ne viene estratto uno a sorte. Da quel momento il prescelto
viene educato dai sacerdoti, conduce un’esistenza privilegiata e deve
astenersi da qualunque forma di impurità e di rapporto sessuale. L’attuale
Dalai Lama (XIV Incarnazione) è stato insediato nel 1940. Nel 1990 gli è
stato conferito il Premio Nobel per la pace.

Il Buddismo Zen

La corrente più mistica del Buddismo è lo Zen, introdotto in Cina nel VI
sec. e arrivato in Giappone nel XII, dove divenne la religione dei samurai.

Esso sottolinea l’indivisibilità del Buddha da tutto ciò che esiste: l’uomo,
quindi, può e deve raggiungere, già in questo mondo, l’unità con la
divinità.
Ciò può avvenire solo tramite un’Illuminazione interiore, istantaneamente,
in condizioni eccezionali, provocate anche da stimoli fisici, poiché la
verità non può essere raggiunta razionalmente, né può essere espressa in
concetti.

Uno degli stimoli preferiti, in tal senso, è il senso del bello (che include
l’arte di disporre i fiori, la cerimonia del tè, la sobria raffinatezza
della casa, ecc.). Il controllo della respirazione è una tecnica
fondamentale.

In questa scuola il monaco può avere famiglia.

Iconografia

Per quasi quattro secoli la raffigurazione umana del Buddha, in osservanza
alla liturgia aniconica delle primitive scuole buddiste, si limitava a
semplici immagini simboliche: impronta dei piedi, un trono vuoto, un
turbante, un cavallo senza cavaliere.

Attraverso la diffusione del Buddismo nel mondo asiatico, e grazie
soprattutto all’emergere della tradizione mahayana, si attuarono, a partire
dal II sec. d.C., sensibili modificazioni nell’iconografia. Il Buddha in
sostanza diventa un “superuomo”, con un corpo “glorioso”: il turbante, nella
statuaria, è stato tradotto come una protuberanza del cranio; l’urna tra le
sopracciglia; l’impronta della ruota della Legge sul palmo della mano o
sulla pianta dei piedi; il lobo delle sue orecchie tre volte più lungo del
normale.

Il Buddha esprime, a seconda degli atteggiamenti, meditazione,
rassicurazione, carità, testimonianza (nell’iconografia tantrica il fiore di
loto rappresenta la compassione).

Espansione geografica e declino storico

Poiché nel Buddismo non esiste alcunché di etnocentrico, la sua diffusione
fu quasi immediata. Nel I sec. della nostra era aveva già raggiunto la Cina;
i cinesi lo portarono in Corea e, nel VI sec., i coreani lo introdussero in
Giappone, dove, in meno di 50 anni, divenne la religione di stato (VII
sec.).

Al di fuori dell’India, il Buddismo riuscì facilmente a soppiantare i vecchi
culti, ma a condizione di trasformarsi in una religione emotiva e
ritualistica, disposta ad accettare varie divinità celesti e spiriti
infernali, facendo altresì largo uso della musica e delle arti figurative,
delle danze sacre e di fastose processioni.

La decadenza del Buddismo cominciò a verificarsi a partire dal VII sec.,
dapprima in India, con la rinascita del Brahmanesimo, poi, soprattutto nei
secoli IX-XV, in Asia centrale, Afghanistan, Indonesia e di nuovo in India,
a causa delle invasioni musulmane.

Si calcola che almeno 200 milioni di buddisti, che si trovavano in Pakistan
e Bangladesh, vennero convertiti a forza all’Islam. A tutt’oggi è rimasto
religione di stato solo in Thailandia e Buthan.

Rinascita del Buddismo

Il risveglio del Buddismo risale a poco più di un secolo fa ed è dovuto,
paradossalmente, all’interesse che alcuni studiosi occidentale cominciarono
a mostrare per i suoi testi sacri e i suoi monumenti.

Nel 1875 viene fondata a New York un’importante Società teosofica. In Europa
il Buddismo costituisce motivo di grande interesse da parte del filosofo
tedesco A. Schopenhauer; nel 1879 E. Arnold, col libro “The Light of Asia”,
ne
divulga fortemente la conoscenza, tanto che all’inizio del secolo XX viene
fondata la Buddhist Society of England.

Poi furono gli stessi asiatici a intraprendere una serie di iniziative per
far rifiorire questa dottrina. Sul finire del secolo scorso in India viene
fondata la Mahabodhi- Society e, subito dopo, organizzazioni simili appaiono
in Giappone, Thailandia e Sri Lanka. Il loro scopo è quello di rinnovare il
Buddismo, intensificando l’attività missionaria, purificando la pratica
religiosa e studiando scientificamente i Canoni.

A partire dal 1930 i movimenti di riforma si fanno più decisi. L’appoggio
ufficiale dei governi che stanno ottenendo l’indipendenza dal dominio
coloniale e l’interesse di studiosi europei permettono un grande rilancio a
livello internazionale. Inizia una fase di incontri ad alto livello tra i
migliori esponenti del Buddismo.

Verso la fine degli anni ’40, U Nu, primo ministro birmano, elabora e cerca
di propagandare il suo “Buddismo sociale”, secondo cui non avrebbe mai
potuto esserci il benessere nel suo paese fino a quando non si fosse
espropriata la terra ai latifondisti. In particolare, egli sosteneva ch’era
impossibile cercare il Nirvana quando si è schiavi delle ricchezze o, al
contrario, quando si è angosciati dalla lotta per la sopravvivenza.

Per alcuni paesi (Sri Lanka e poi Vietnam, Laos, Cambogia.), il marxismo
appariva come lo strumento più idoneo anche per sostenere la battaglia
anticoloniale.

Nel dicembre 1947 il Congresso pan-singalese invita i buddisti a organizzare
un Congresso Internazionale: cosa che si fa nel 1950, sempre in Sri Lanka.
Nasce così la World Federation of Buddhist, con sede a Banglok, che
stabilisce un programma in tre punti: costituzione di un fronte unitario,
diffusione degli scritti del Buddha, espansione missionaria anche fuori
dell’Asia.

Lo sforzo attuale del Buddismo, relativamente all’ultimo punto, è quello di
diffondere lo spirito di fratellanza universale e di non-violenza, ovvero
quello di collaborare a iniziative umanitarie per combattere il fanatismo e
la guerra.

Nel 1975 è stata fondata a Parigi l’Unione Buddista Europea, che tiene ogni
anno un’assemblea generale, di volta in volta in una diversa sede europea,
per discutere i differenti aspetti della presenza del Buddismo in Europa,
orientale e occidentale.

In Italia

In Italia esistono almeno 60 centri buddisti, in gran parte nelle regioni
settentrionali (solo due al sud).

Tutte le grandi scuole tradizionali sono presenti: in particolare quella
Theravada (Sri Lanka e Sudest asiatico), quella Zen (Giappone) e quella
tibetana.

Di questi centri, 28 fanno capo all’Unione Buddista Italiana, nata nel 1985
(dei quali 16 sono di scuola tibetana), che è stata riconosciuta dallo Stato
come “ente morale avente fini di culto”, e che attende di poter firmare
un’Intesa vera e propria. L’UBI non è interessata a un insegnamento del
Buddismo nella scuola statale, ma chiede di partecipare alla ripartizione
dell’8 per mille del gettito Irpef.

In tutto i buddisti italiani sono circa 60.000 (di cui 44.000 cinesi e
cingalesi immigrati e rifugiati; 16.000 di varie nazionalità, inclusa quella
italiana); la presenza femminile, di ceto medio-alto, con interessi nei
campi dell’ecologia e della non-violenza, è preponderante: 70%.

I monaci buddisti sono una decina di stranieri e una quarantina di italiani,
prevalentemente seguaci della tradizione Zen. I monasteri sono tre.

Escludendo qualsiasi intento di proselitismo, i buddisti italiani si
dedicano prevalentemente al volontariato, ad attività socialmente utili, al
dialogo interreligioso e interculturale.

Le riviste più importanti sono: Paramita, Siddhi, Sati, Zen, Merigar, che
tirano nel complesso più di 7.000 copie.

In Europa e negli Stati Uniti

In Europa i buddisti sarebbero 1,5 milioni, di cui 600.000 in Francia
(400.000 rifugiati dal sudest asiatico: Vietnam, Laos e Cambogia, 50.000 di
origine cinese, 150.000 francesi. Poi vi sono 300 gruppi di preghiera, 90
Istituti di formazione e 19 centri di meditazione).

In Gran Bretagna i buddisti provengono prevalentemente da Birmania, Sri
Lanka e Thailandia.

Negli USA, contanto anche l’immigrazione asiatica, si arriva a 5-10 milioni
di fedeli, di cui almeno 300.000 euro-buddisti, cioè convertiti provenienti
da tradizioni giudaico-cristiane.
.

*Bibliografia di testi in lingua italiana*

_Testi canonici_

Canone buddhista. Discorsi lunghi, a c. di E. Frola, 2 voll., Laterza, Bari
1961-62.

Iti vuttaka e Sutta Nipata, in Classici della religione, UTET, Torino
1978-79.

Il Sutra di Hui Nang (Sul Buddismo Zen), Astrolabio, Roma 1976.

Buddha, Aforismi e discorsi, a c. di P. Filippani-Ronconi, Newton Compton,
Roma 1994.

_Testi recenti (dagli anni Ottanta a oggi)_

J. Snelling, Il Buddhismo, Xenia, Milano.

G. Sono Fazion, Il Buddha, Cittadella, Assisi.

G. Sono Fazion, Viaggio nel Buddhismo Zen, Cittadella, Assisi.

W. Rahula, L’insegnamento del Buddha, Paramita, Roma 1984.

O. Botto, Buddha e il Buddhismo, Mondadori, Milano 1984.

A. Bareau, Vivere il buddhismo, Mondadori, Milano 1990.

E. Conze, Breve storia del Buddhismo, Rizzoli, Milano 1985.

E. Conze, Il pensiero del buddhismo indiano, Mediterranee, Roma 1988.

H. De Lubac, Buddhismo e Occidente, Jaca Book, Milano 1987.

H. De Lubac, Aspetti del Buddhismo, Jaca Book, Milano 1980.

G. De Lorenzo, Gli ultimi giorni di Gotamo Buddo, Laterza, Bari 1981.

G. De Lorenzo, India e buddhismo antico, Laterza, Bari 1981.

M. Zago, La spiritualità buddhista, Studium, Roma 1986.

M. Zago, Il Buddhismo, Rizzoli, Milano 1984.

M. Zago, Buddhismo e Cristianesimo in dialogo, Città Nuova, Roma 1985.

L. Hearn, Spigolature nei campi di Buddha. Studi sull’Estremo Oriente,
Laterza, Bari 1983.

P. Filippani-Ronconi, Il buddhismo, Newton Compton, Roma 1994.

P. Filippani-Ronconi, Le vie del buddhismo, Basaia, Roma 1986.

G. Tucci, Il buddhismo tibetano, Utet, Torino 1987.

L. Arena, Storia del Buddhismo Ch’an, Mondadori, Milano 1992.

A. Pezzali, Storia del buddhismo, EMI, Bologna 1983.

A. Pezzali, La cultura nell’India ieri e oggi, EMI, Bologna 1981.

A. David Neel, Il buddhismo di Buddha, Basaia, Roma 1986.

C. Garma, Insegnamenti di Yoga tibetano, Roma 1981.

T. Izutsu, La filosofia del buddhismo Zen, Roma 1984.

K. Mizuno, I concetti fondamentali del Buddhismo, Cittadella, Assisi.

T. Gyatso (XIV Dalai Lama), Benevolenza, chiarezza e introspezione,
Ubaldini, Roma 1985.

J.K. Kadowaki, Lo Zen e la Bibbia, Paoline, Milano 1985.

P.L. Mazzocchi, Cristo e Buddha, Kù, Foligno 1987.

M. Pisante, Il sacro e le religioni, vol. I (Le religioni dell’India e
dell’Oriente), Bastogi, Bari 1980.

H. Arvon, Il buddismo, Laterza, Bari 1980.

D.T. Suzuki, Saggi sul Buddismo Zen (3 voll.), Mediterranee, Roma 1975-1980.

(fine)

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