Sulle rive del Gange e dell’Indo

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IL LIBRO DEI MANTRA: IL RITMO SACRO DELLA PREGHIERA

Testi di Gisella Melluso, a cura di Luigi Colli e Pier Giorgio Viberti

Sulle rive del Gange e dell’Indo

Quando la gente dice: onora questo Dio, onora quell’altro dio (uno dopo l’altro) parla gia’ della
sua creazione. Egli stesso e’ tutti gli deI

La breve citazione che precede proviene dalle Upanishad, una raccolta di testi scritti nell’arco di
due secoli, il VII e il VI a.C. Il pensiero religioso indiano, nell’affermazione dell’unita’ al di
la’ della pluralita’, esprime qui compiutamente un punto d’arrivo che e’ a tutt’oggi uno dei suoi
caratteri peculiari. Ma quale ne e’ stato il percorso?

Le Upanishad costituiscono l’ultima parte dei Veda (Conoscenza). Sono questi ultimi un ricco
complesso di inni, esorcismi, parole e formule sacre che documentano l’evolversi delle tendenze,
delle credenze e delle pratiche di cui e’ intessuta la storia spirituale dell’India. Vi convivono
infatti elementi molto diversi. In primo luogo alla cultura indigena originaria si sovrappose quella
importata dagli Ari, che invasero la pianura del Gange intorno al 1500 a.C. e vi si stanziarono.
Cose’ e’ possibile distinguere nel pantheon vedico divinita’ come Vishnu e Shiva, di origine
sicuramente non aria, e dei ari che incarnano invece forze naturali o sono collegati alle caste
dominanti.

Analogamente, sul piano della spiritualita’, si puo’ cogliere nei Veda la tendenza tipicamente
orientale a porre l’accento sulla meditazione e sull’ascesi come mezzi per raggiungere l perfezione
interiore, e quella invece derivante dalla cultura aria a sottolineare il ruolo fondamentale del
sacrificio. In secondo luogo non puo’ sfuggire un netto contrasto tra il politeismo popolare e la
metafisica ‘attiva’ (cioe’, non speculazione astratta, ma conoscenza vissuta) dell’elite, per cui
tutta la realta’ e’ intesa come un principio unico di natura spirituale. Tratti cosi’ diversi sono
potuti e possono convivere (oggi l’induismo conta circa settecento milioni di fedeli) perche’
l’Induismo non ha un impianto dogmatico ne’ si propone come una religione rivelata nel senso comune
del termine. Si tratta, piuttosto, di un atteggiamento mentale, se non addirittura di un modo di
essere, in cui domina la tendenza a comporre i contrasti in un un’unita’ superiore piuttosto che a
quella a farli emergere.

Da cio’, una considerazione preliminare: molte sedicenti ‘scuole esoteriche’ europee sfruttano
l’ansia da noi sempre piu’ diffusa di una realizzazione spirituale e, manipolando il pensiero indu’
in modo del tutto improprio, fanno proseliti per fini tutt’altro che nobili. Concetti complessi,
come per esempio quello di karman o quello di ‘reincarnazione’, trovano spesso un’applicazione e
un’adesione distorta rispetto alla loro genuinita’. Cosi’ il ‘vero’ karman non e’, per restare negli
esempi, una sorta di fato terribile e immodificabile, ma piuttosto la propensione di una creatura a
realizzare in ogni atto che compie il proprio destino; e cosi’ la reincarnazione non e’ la ripresa
di una immaginaria vita passata o il ritorno dalla morte di un defunto, ma una sorta di ‘eredita’
psichica’ nel complesso tema della trasmigrazione e della rigenerazione dell’anima.

D’altra parte non sarebbe ragionevole attribuire all’Oriente, e in questo caso all’India, il
monopolio della conoscenza spirituale, perche’ sarebbe un errore analogo a quello di chi sostiene la
superiorita’ assoluta della cultura europea. Si dovra’ invece ammettere che la tradizione indu’ e’
una delle forme in cui si e’ espressa, per usare la definizione di A. Coomoraswamy, la philosophia
perennis dell’umanita’, nell’ambito della quale l’amore della sapienza e la conquista di verita’
universali non possono essere rivendicati da nessun popolo e da nessuna epoca come un possesso
esclusivo.

*Le scritture sacre*

Il patrimonio scritturale dell’induismo, sorgente e norma di fede, e’ complessivamente definito come
Veda. Il riconoscimento della loro sacra autorita’ e’ il principale criterio di riferimento per
decidere se una corrente religiosa delle molte determinatesi in India appartiene o meno
all’induismo. I Veda, nel loro complesso, contengono una rivelazione (shruti), e in questo senso si
definiscono ‘ispirati’, ma non si tratta della rivelazione di verita’ trascendenti, bensi’, di quali
siano i riti che esprimono e realizzano l’ordine (rta) del mondo. La fede, pertanto, consiste nella
conoscenza (veda, appunto) di tali riti. Alla testa dei Veda ci sono quattro raccolte di versi, di
cui la piu’ antica e’ costituita dai Rigveda, ovvero da inni per il sacrificio. Pare siano stati
composti in Iran e che solo in un secondo tempo siano stati adottati in India nei riti sacrificali.
La seconda e terza raccolta (Yajurveda e Samaveda) sono costituite rispettivamente da aforismi e
melodie liturgiche la cui ispirazione resta comunque connessa al sacrificio. La quarta e piu’
recente (Atharvaveda) contiene formule magiche ed esorcistiche. Il successivo blocco e’ quello dei
Brahamana, commenti in prosa dei suddetti libri rituali. L’ultima raccolta e’ quella degli Aranyaka,
o ‘testi della selva’, la cui parte finale e’ nota con il nome di Upanishad.

*Brahamanesimo e Induismo*

Da un punto di vista diacronico (accostando cioe’ il pensiero religioso dell’India per come e’
andato formandosi attraverso il tempo), il Brahamanesimo ne e’ la forma piu’ antica. Ai Veda scritti
in versi, di formazione, come si e’ detto, molto eterogenea, si aggiunsero attorno all’VIII secolo
dei commenti in prosa, i Brahamana: non sono piu’ i poeti, ma i sacerdoti della casta dominante che
rielaborano e interpretano l’antica fede e impartiscono direttive sull’organizzazione del culto.

*Le caste*

L’aspetto piu’ appariscente del primato sociale raggiunto dai sacerdoti fu il consolidamento del
sistema delle caste, che essi ebbero buon gioco, per l’ascendente che avevano sul popolo, a far
passare come una disposizione dell’Essere Supremo Brahama. All’origine le caste erano quattro: al
vertice c’erano appunto i sacerdoti, detti brahamani, che Brahama aveva tratto dalla propria testa
perche’ esercitassero un controllo ‘ispirato’ sul rito e sul culto; venivano poi i guerrieri, tratti
dalle braccia di Brahama, con compiti anche di governo; al terzo posto si situavano i contadini e
gli artigiani, provenienti dal ventre di Brahama, e infine, provenienti dai suoi piedi, c’erano i
servi. Gli individui che non avevano avuto diretta origine da Brahama erano giudicati immondi
(paria). Gli studiosi ipotizzano che il rigore con cui venne applicata questa divisione fosse dovuto
al tentativo della minoranza aria di tutelarsi rispetto alla grande massa di indigeni.

Sta di fatto che, dopo che la situazione determinatasi ebbe un suggello religioso, le caste
divennero con il passare del tempo sempre piu’ numerose, tanto che oggi se ne contano circa duemila.
Ogni casta fa risalire le proprie origini a un dio, ha compiti pubblici specifici e pratica una
morale interna. Vengono rispettati l’obbligo dell’endogamia (ci si sposa solo all’interno della
casta) e il divieto di prender cibo ed esercitare attivita’ lavorative con i membri di un’altra
casta.

*Culto e rito*

Ma se il ruolo dei brahamani fu determinante dal punto di vista sociale, con effetti che hanno
profondamente inciso sul destino storico dell’India, la loro incidenza in ambito religioso non fu
meno significativa. Essi diedero un ulteriore impulso alla tendenza aria (indoeuropea), gia’
documentabile nei Veda piu’ antichi, ad assegnare al sacrificio come forma essenziale del culto
un’importanza fondamentale nel rapporto tra l’umano e il divino. Secondo i brahamani nell’atto
cultuale, correttamente compiuto secondo le regole dettate dagli dei, assume concretezza il brahaman
(al neutro), ovvero si esplica la stessa energia che presiede a tutto l’universo. La rispondenza tra
la formula rituale e la realta’ cosmica non e’ riduttivamente simbolica, ma efficacemente attiva.
Chi esegue correttamente il rito e’ in grado, per il tramite del brahaman, di dominare il mondo e
cooperare all’ordine universale; il brahaman (e il termine e’ in questo contesto di genere maschile,
indicando l’uomo investito di brahaman) accede dunque a un potere cosmico. Si legge per esempio nei
Brahamana:

Il sacrificio e’ l’uomo. Poiche’ l’uomo lo compie quando lo compie, lo fa nell’esatta misura
dell’uomo. La barca che conducono il padre e il figlio non subisce danno. Il sacrificio e’ la barca
degli de’i. Va da se’ che nel Brahamanesimo, la realizzazione spirituale debba necessariamente
passare dalle opere (via delle opere), mentre come si vedra’, tale realizzazione puo’ ottenersi
nell’induismo vero e proprio percorrendo cammini interiori, con l’esercizio di particolari tecniche
o discipline quali lo Yoga o il Mantra.

*L’uno, la pluralita’, il tutto*

Il rito precede dunque il pensiero metafisico, che ne e’ una derivazione. Le Upanishad, nominate in
apertura di capitolo, documentano questo punto d’arrivo. Sul piano cronologico, non furono elaborate
a grande distanza dal periodo in cui nacque la filosofia greca, prima come ricerca della causa o dei
principi primi e poi, con i Sofisti e con Socrate, come scoperta della soggettivita’. Ma mentre
nella nostra cultura speculazione e religione si evolvono in linea di massima su due piani distinti,
in ambito indu’ l’evoluzione del pensiero e’ costantemente alimentata dalla volonta’ di salvezza.
Nelle Upanishad al brahaman come realta’ delle realta’, intelletto supremo e imperscrutabile, si
oppone, all’apparenza, l’atman, l’anima individuale. L’opposizione e’, tuttavia, un mero prodotto
dell’imperfezione contingente degli uomini e per conseguenza la causa della loro infelicita’.

Nella realta’ vera brahaman e atman coincidono: il mio essere profondo non e’ altro dal profondo
dell’essere. La beatitudine consiste proprio nella conquista di questa fusione.

Colui che ha trovato e destato il se’, possiede il mondo. Anzi, egli e’ il mondo.

E ancora, sempre dalle Upanishad:

In verita’ anche se un uomo compie una grande e santa opera, ma non sa che il mondo intero e’ il
Brahama o il Se’, e che io sono il Brahama o il se’, quella sua opera alla fine perisce. Solo
l’opera di colui che adora il se’ come realta’ unica non perisce. L’opera che non perisce non e’
piu’ l’atto cultuale prescritto dai brahamani come segno tangibile della propria adesione all’ordine
del mondo. E non e’ nemmeno il karman di segno positivo (l’azione buona), ovvero l’energia che si
sprigiona dall’agire umano che ha potere di interrompere la trasmigrazione dell’anima. E’ l’azione
senza alcuna partecipazione emotiva; e’, al limite, astensione dall’azione.

Per definire l’obiettivo finale nella ricerca della salvezza si sono appena dovuti introdurre il
concetto di karman e quello della trasmigrazione dell’anima, il samsara. In effetti, risolto sul
piano teologico, il problema del rapporto tra brahaman e atman, trattato e indagato all’interno dei
sei sistemi ortodossi del pensiero indu’ (Sankhya, Yoga, Nyaya, Vaisheshika, Mimansa e Vedanta), si
delineo’ successivamente la dottrina che interpreta il mondo fenomenico, nell’esperienza
individuale, come un fiume di rinascite.

L’uomo, di fatto, agisce e ciascuna delle azioni (karman) che impegnano la sua esistenza condiziona
il suo futuro. Ogni atto, a seconda della minore o maggiore consapevolezza spirituale con cui e’
compiuto, vincola piu’ o meno l’atman al mondo dei fenomeni e lo condiziona proporzionalmente a
proseguire o a interrompere il ciclo di reincarnazione.

*Le scuole ortodosse*

Per raggiungere la consapevolezza come liberazione delle catene della materia, onde recuperare una
condizione umana integrale (affine per certi aspetti all’immortalita’ edenica perduta da Adamo ed
Eva), l’induismo classico propone diversi percorsi, o punti di vista (in sanscrito: darshana).

SANKHYA Questo punto di vista entra nel merito della natura della sostanza primordiale. Essa
rappresenta lo stato di equilibrio di tre componenti (guna): la bonta’ (sattva), l’affettivita’
(rajas) e l’ignoranza o oscurita’ (tamas). Queste tre componenti sono le parti costitutive, in
proporzioni diverse, di tutte le cose evolute; la natura peculiare di ogni cosa, o di ogni
individuo, si determina in base alla predominanza dell’una o dell’altra. Esse sono comunque in se
stesse le sostanze elementari alla base della materia primitiva (prakriti), cio’ per cui essa si
distingue dallo Spirito eterno (purusha). La dottrina analizza cosi’ i diversi modi in cui si
struttura il mondo fenomenico nella sua molteplicita’.

Per quanto riguarda gli esseri viventi, sono tra l’altro ad essi attribuite delle specifiche
qualita’: la qualita’ sonora (shabda), tattile (sparsha), visiva (rupa), gustativa (rasa) e
olfattiva (gandha). Tali qualita’ si possono concepire solo idealmente, poiche’ appartengono alla
realta’ sottile, che e’ invisibile e include appunto anche gli organi sottili dei sensi. Esse si
manifestano in effetti nei cinque elementi del corpo tangibile (bhutas), ma sono riassorbite dalla
realta’ sottile al momento della morte fenomenica.

YOGA

La parola significa ‘unione’, ma anche ‘regola’. Si tratta di una tecnica ascetica che ha un punto
di partenza fisiologico nel controllo della respirazione, o meglio dell’intervallo di tempo tra
un’ispirazione e un’espirazione, che viene notevolmente allungato. L’obiettivo spirituale
sottostante e’ quello di favorire l’azione del prana (la forza vitale, che e’ esplicazione
dell’anima universale intesa come soffio divino che permea tutta la realta’). Il passo successivo
consiste nel controllo delle facolta’ legate alla sensazione e all’azione, favorito da esercizi
corporei particolari. Ci si concentra poi su un punto, esterno o interno al corpo, che puo’ essere
anche un pensiero, un’immagine, una parola o un simbolo. Il prolungarsi di questa concentrazione
arriva ad abbattere di fatto il dualismo soggetto oggetto: gli oggetti cosiddetti reali perdono di
rilievo, cosi’ come possono essere vissuti come reali degli oggetti intangibili. A questo punto
mondo interno e mondo esterno si sono integrati, realizzando quell’unione intima con il divino che
e’ lo scopo ultimo della disciplina.

NYAYA Con il significato di metodo, o logica, e’ il darshana da assumere nell’interpretazione delle
Scritture Sacre, i Veda. La logica, ovvero la facolta’ di pensare, di riconoscere e distinguere i
particolari, di valutare le cose e i loro rapporti, di giungere a cogliere le relazioni intime fra
le componenti del reale superando i limiti dei sensi, e’ lo strumento in cui l’uomo deve far uso nel
perseguire la conoscenza. Al di la’ della divisione interna in sedici parti, con dettagliate
istruzioni applicative, e’ interessante sottolineare che la logica indu’ non e’ affatto di tipo
formale. Identica attenzione e’ infatti riservata tanto agli strumenti razionali che l’uomo applica
al mondo fenomenico per acquisirne la conoscenza, quanto al mondo fenomenico in se’: non ci sarebbe
nulla di reale se la conoscenza fosse separata dal suo oggetto.

VAISHESHIKA La parola significa in sanscrito ‘cosa individuale’ ed e’ quella che definisce il punto
di vista cosmologico, onde giungere alla conoscenza dell’effettiva natura del singolo oggetto
appartenente al mondo manifesto. Si danno pertanto una definizione e un’analisi dei cinque elementi
costitutivi dei corpi (buthas), che sono l’etere (akasha), l’aria (vayu), il fuoco (tejas), l’acqua
(ap) e la terra (prithvi). Il Vaisheshika al suo interno si articola in una prima parte che tratta
della sostanza, intesa come esistenza corporea, e dei suoi rapporti con il soggetto (per esempio lo
spazio e il tempo);in una seconda parte che prende in esame le qualita’ o gli attributi degli esseri
manifesti in rapporto alla sostanza, in una terza che definisce l’azione che un soggetto deve
compiere e il modo in cui deve porsi nei confronti delle cose (karman); in una quarta che analizza
le diverse qualita’ del molteplice; in una quinta che si diffonde sulle particolarita’ delle
suddette qualita’; infine in una sesta e ultima parte che affronta il tema dell’unione tra la
sostanza e i suoi attributi.

MIMANSA E’ il quinto darshana. Significa ‘riflessione profonda’ e si applica a sua volta allo studio
dei Veda. All’interno di un approccio unico si distinguono due punti di vista: quello relativo alla
riflessione sul karman, che entra nel merito dell’atto (o azione che dir si voglia) e degli effetti
che ne derivano, e quello che si addentra nella conoscenza di Brahama. Nel trattare del modo e delle
condizioni in cui si devono eseguire i riti, si spiega anche il significato degli elementi simbolici
che in essi intervengono e ci si occupa anche dei mantra, per suggerire che uso farne a seconda
delle situazioni e classificarli secondo i loro ritmi.

VEDANTA E’ il punto di vista che si fonda essenzialmente sulle Upanishad e documenta la profonda
riforma dell’Induismo operata da Sankaracarya (788-820 d.C.). Vi sono elaborati i concetti
fondamentali di brahaman, atman, karma, samsara e cosi’ via, cui si e’ gia’ accennato, e vi e’
proposto il fine ultimo della liberazione (moksha), come risultato di una piena adesione alla
dottrina della non dualita’ (advaita).

La distinzione tra uomo e uomo, e uomo e assoluto, e’ dunque illusoria. Questo non significa
tuttavia generico panteismo, perche’ il divino resta sempre qualcosa di piu’ rispetto al mondo, e
racchiude in se’ tanto l’assoluto quanto la realta’ fenomenica. Si puo’ allora parlare piuttosto di
‘panenteismo’: tutto e’ in dio.

*Un dio, tanti dei*

Nelle scuole ortodosse cosi’ rapidamente passate in rassegna si esprime quella sostanziale identita’
tra ricerca della conoscenza e volonta’ di salvezza che abbiamo detto costituire una delle
principali differenze tra il pensiero indu’ e la speculazione occidentale. Assumendo dunque, con
questa importante precisazione, la metafisica monistica del Vedanta come un punto di arrivo, resta
da vedere come tale impostazione si sia potuta conciliare tanto con le credenze politeistiche del
popolo, quanto con quelle piu’ raffinate, ma comunque sempre politeistiche, dell’elite, incentrate
su tre divinita’: Brahama, Shiva con la sua sakti Parvati (o Kali, che e’ un aspetto di
quest’ultima) e Vishnu con la sua sposa. In effetti il pantheon indu’ e’ uno dei piu’ affollati di
tutta la storia delle religioni senza parlare delle varie categorie di ‘demoni’ di cui pullula il
mondo, da quelli che disturbano i riti per vanificarne l’efficacia a quelli che portano le malattie
e le disgrazie. Tanta varieta’ trova spiegazione, oltre che nell’originaria confluenza della
religiosita’ indigena con quella indoeuropea, nell’atteggiamento spirituale di fondo dell’indiano,
che lo induce a dare un nome e un volto alla presenza divina, avvertita e scoperta ovunque.

La pieta’ popolare puo’ ben convivere con il pensiero e il misticismo monistico perche’ gli dei sono
vissuti da una parte e dall’altra come teofanie particolari, e transitorie, dell’Assoluto. E cio’
vale sia per la spiegazione (minoritaria) del politeismo secondo la quale le varie divinita’ non
sono che nomi diversi dello stesso dio, sia per quella, piu’ diffusa, secondo cui ne sarebbero le
successive incarnazioni. All’interno di questa cornice generale si sono tuttavia sviluppate correnti
religiose particolari, che meritano qualche parola di spiegazione.

SHIVAISMO

Shiva costituisce con Brahama e Vishnu la Trimurti (Trinita’, o Triade) del pantheon indu’, ed e’ il
dio al quale sono dedicati piu’ templi che a qualsiasi altri. Di origine assai probabilmente non
aria, compare nei Rigveda con il nome di Rudra, il signore degli animali, e incarna in questo caso
la forza distruttrice. Un impulso particolare al culto di Shiva venne a seguito del movimento
religioso fondato da Lakulin nel II secolo a.C. (devoti di Pasupati) e successivamente da quello
detto shaiva, i cui seguaci sono chiamati shakta. In entrambi i sistemi si adottano pratiche yoga e
in entrambi resta ferma l’articolazione interna della Trimurti in cui Brahama, il creatore, e’
estraneo ai mutamenti del mondo, mentre Vishnu incarna il principio conservatore e Shiva quello di
trasformatore e distruttore. Ma Shiva e’ anche il prototipo e il signore degli asceti. Sdoppiato
nella propria shakti Kali che, come elemento femminile, ne assorbe e ne esprime l’energia, puo’
cosi’ essere rappresentato immotamente seduto, assorto nella meditazione yoga.

SHAKTISMO Shakti e’ dunque l’energia del dio, quel principio dinamico che spiega l’esistenza del
mondo sensibile senza compromettere l’unita’ dell’Assoluto. In questo senso ogni divinita’ della
Trimurti ha la sua shakti, anche se i nomi possono variare a seconda dei contesti. Nella coppia
Shiva Shakti, entita’ non divise, ma formanti l’uno, Shiva e’ l’aspetto statico e Shakti l’aspetto
dinamico della coscienza. L’Energia Suprema di Shiva, femminilmente gestita, e’ l’unica causa del
mondo. La principale differenza tra lo Shivaismo e lo Shaktismo consiste nel fatto che il primo
indirizza la meditazione e la concentrazione su Shiva come coscienza statica e il secondo su Shakti
come energia dinamica. Si individua poi una parentela con la dottrina della non dualita’ (advaita)
del Vedanta, per cui il mondo e’ una manifestazione illusoria, ma nel contempo tutte le
manifestazioni sono reali, come aspetti dell’ultima realta’. L’energia che Shiva esprime attraverso
la Shakti e’ un movimento che provoca le distinzioni tra il suono (shabda), l’oggetto (artha) e la
cognizione (pratyaya). Il mondo dei suoni, delle cose e dei pensieri e’ dunque la manifestazione
dello Spirito non dualistico. L’evoluzione si compie dal sottile al materiale, ma la realta’, di per
se’ trascende il piano della materia, della vita e dello spirito. Nel processo evolutivo si sono
distinte una prima creazione ‘pura’, riconducibile a cinque categorie (tattvas), e una successiva
creazione impura, distinguibile in trentuno categorie. La prima di queste e’ Maya, la potenza che
rende possibile nel suo moto costante la determinazione di una moltitudine di anime e di cose, che
noi confondiamo con la vera realta’. Per questo e’ spesso chiamata ‘velo dell’illusione’ e la sua
magnifica danza ci affascina e ci distrae al punto di impedirci di vedere che tutta la materia e’
sostanzialmente identica.

A Maya seguono le categorie degli ‘involucri’, come i limiti temporali o spaziali, l’attaccamento a
cose particolari, i saperi settoriali… l’anima, categoria successiva, e’ appunto avviluppata in
essi. Poi viene Prakriti, la sostanza universale. Il processo evolutivo si attua a questo punto con
la manifestazione dell’intelletto, quella dell’individualita’ (che si dettaglia in seguito nei
cinque organi dei sensi, in quelli dell’azione e nelle cinque essenze degli elementi) e infine nel
mentale. Dalle cinque essenze degli elementi derivano i cinque elementi fisici: etere, aria, fuoco,
acqua e terra. Tutto cio’ riguarda l’evoluzione del mondo degli oggetti (arta prapanca). E’
interessante osservare, nel contesto di un libro sui mantra, come il mondo dei suoni presenti
un’evoluzione analoga (shabda prapanca).

VISHNUISMO: LA VIA DELLA BHAKTI La base dottrina della corrente vishnuita deriva dal Vedanta, mentre
lo spirito religioso che la pervade e’ centrato sulla ‘partecipazione’ affettiva (bhakti) dei fedeli
all’amore personale del dio e sull’abbandono alla sua grazia salvifica. Vishnu, come si e’ detto, e’
nella Trimurti la divinita’ benevola, che conserva e redime il mondo. Nel Vishnuismo lo si adora
sotto quattro emblemi e gli si dedica la recitazione di un mantra particolare. La corrente prese il
via attorno al sesto secolo a.C. con i Bhaghavada, o adoratori del Signore, ma si espresse
compiutamente nel suo afflato spirituale circa tre secoli dopo nel Bhagavad Gita (cantico del
beato), che costituisce il sesto libro della lunga epopea Mahabharata.

In esso Krishna, che come il forte e virile principe Rama nell’epopea del Ramayana, e’
un’incarnazione di Vishnu, e’ un dio personale, conosce e ama le sue creature e insegna loro la via
della salvezza. Nella ricerca spirituale possono essere utili lo yoga, purche’ finalizzato
all’unione con il dio o l’azione buona (karman) purche’ compiuta per solo amore di dio. Comunque
questi salva, se e’ nei suoi disegni, con la sua grazia, indipendentemente dai meriti personali, dal
culto e dai riti. All’uomo non resta che avere una fiducia totale nella sua bonta’ e affidarglisi
totalmente: in cio’ consiste la via della bhakti o della donazione del se’. Un tardo esempio del
culto particolare dedicato a Vishnu e’ il seguente inno rivolto al dio, opera di Thukaram (XVI
secolo d.C.).

*Il patrimonio epico*

L’opera scritta piu’ voluminosa (circa centoventimila strofe) di tutta l’India, anzi, di tutto il
mondo, s’intitola Mahabharata (La grande lotta dei Bharhata), ed e’ il risultato di aggiunte
progressive attorno a un nucleo centrale (le vicende di un’antica stirpe regale indiana) che ebbero
luogo nel corso di vari secoli, per opera di autori che ci sono ignoti. Va da se’ che presenti un
carattere enciclopedico e che racchiuda praticamente tutto il patrimonio religioso e narrativo sacro
e profano dell’India antica. Il Bhagavad Gita, o Cantico del beato, fa parte del sesto libro ed e’
incentrato sul dialogo tra Krishna, il dio incarnato, e Arjuna, il guerriero simbolo di tutti gli
uomini. Carattere piu’ unitario ha il Ramayana. La tradizione lo attribuisce a Valmiki, l’Omero,
ovvero il primo poeta dell’India antica (quarto secolo a.C. circa). Come dice il titolo, l’argomento
e’ costituito dalle ‘gesta di Rama’, un eroe mortale che per le sue virtu’ e il suo coraggio, e’
considerato un’incarnazione di Vishnu.

Mi sottomettero’ ora al tuo volere, che tu mi voglia salvare o far perire, che tu mi voglia tener
vicino o scacciare, o gettare nella guerra dei sensi. Ti ho cercato nella mia ignoranza, non sapendo
nulla della vera devozione. Ben poco potevo sapere io, uno sciocco, piu’ abietto degli abietti. Non
posso tener ferma la mia mente; non so controllare i miei sensi. Ah, come ho cercato la pace!
Invano: non c’e’ sollievo per me. Ora vengo a te con una fede totale, depongo la mia vita ai tuoi
piedi. Fa’, o dio, quello che credi meglio; in te, solo in te, e’ la pace. Confido in te e, misero
essere umano, mi aggrappo alle tue vesti con tutta la forza che ho. Poca e’ la mia forza, dico io,
Tuka; la forza, da ora, e’ compito tuo.

SIKHISMO Nel passaggio tra l’antico Brahamanesimo e il piu’ moderno induismo, fallito il tentativo
dei grandi filosofi dell’ottavo secolo di estendere a tutto il territorio indiano una riforma che
recuperasse lo spirito delle origini, la figura piu’ significativa fu Kabir (1440-1518). Egli
polemizzo’ contro l’esteriorita’ del culto, l’idolatria, le caste, la stessa autorita’ dei Veda. Con
lui prese il via un movimento che, per iniziativa di Nanak (1469-1538), avrebbe poi assunto un
carattere politico.

Dal punto di vista religioso tale movimento miro’ a trasformare l’induismo in una sorta di teismo
scevro di pratiche idolatre, che potesse raccogliere, senza distinzioni di caste, i credenti in un
unico Dio. Ben presto all’impulso religioso fece seguito un’organizzazione potente e centralizzata,
che la lotta contro i sovrani mongoli e musulmani trasformo’ in una chiesa militante. Il decimo
guru, Govind Singh, ne fece una teocrazia militare, dichiarando chiusa la successione dei guru
terreni e proclamando il Granth Sahib, il libro sacro, l’unica guida dei Sikh. Nel loro tempio di
Amritsar non ci sono immagini, e il culto si esprime esclusivamente in recitazioni e canti trattati
dai testi sacri.

*Fuori dall’induismo*

Per quanto i confini dell’induismo, data l’abbondanza delle sette, a loro volta differenziate
all’interno da un’infinita’ di varianti, siano estremamente dilatati ed elastici, e’ difficile dire
se il Sikhismo ne faccia propriamente parte perche’, al di la’ di alcuni elementi comuni come certi
riti privati, l’adesione al panenteismo del Vedanta o il culto del guru (il maestro spirituale),
resta pur sempre messa in discussione l’autorita’ assoluta dei Veda. E’ invece meno problematico
considerare decisamente esterni all’induismo tanto il Kainismo quanto il Buddhismo, sorti a un
secolo di distanza l’uno dall’altro.

JAINISMO Questa forma di spiritualita’ eterodossa rispetto all’induismo nacque come reazione alla
dittatura clericale esercitata dai brahamani sulla vita religiosa degli Indu’.

Prese origine dalla predicazione di Parsva (settimo secolo a.C.), ma fu Jina (il vittorioso)
Mahavira, asceta e predicatore errante vissuto un secolo dopo, contemporaneo del Buddha, a
conferirgli una definitiva sistemazione. Anche il Jainismo come il Buddhismo rifiuta i Veda e il
sistema delle caste. Ogni uomo vale non per la sua collocazione sociale, ma per l’esistenza che
conduce. La forma di vita ideale e’ quella monastica, tanto per gli uomini quanto per le donne,
benche’ non sia esclusa la possibilita’ della condizione secolare. Non esiste una divinita’ suprema,
anzi, piu’ propriamente non esistono gli dei, ma solo santi, cioe’ individui che hanno raggiunto la
perfezione. Le anime sono eterne e sottoposte a continue reincarnazioni, fino a quando non sono
riuscite a liberarsi dal peso del karman, che in questo contesto ha il significato di impurita’
materiale. Raggiunto l’obiettivo della redenzione, possono godere della beatitudine
dell’Isatpragbhara, il paradiso che si trova al di sopra dei cieli. Il credo jainista comporta una
severa condotta ascetica. I fedeli non ricercano la sofferenza, ma mortificano comunque la carne
astenendosi dal cibo e dall’igiene. Poiche’ professano un rispetto assoluto per la vita, anche nei
suoi piu’ bassi stadi di evoluzione, badano a non recare il minimo danno ad alcun essere vivente, e
ritenendo forme di vita anche le pietre e l’acqua, non praticano l’agricoltura.

BUDDHISMO Le origini del Buddhismo sono da ricercarsi nella predicazione di Siddharta Gautama (o
Gotama), discendente di una nobile famiglia dell’India settentrionale, nato attorno al 560 a.C.

Non ancora trentenne, lascio’ la moglie e il figlio per mettersi alla ricerca della verita’,
conducendo una vita eremitica. Una notte, mentre era assorto in meditazione, ebbe un’illuminazione,
che costitui’ il punto di partenza di un’esperienza spirituale privilegiata. Da allora venne detto
Buddha, l’illuminato. Datosi alla predicazione, espose a Benares la sua dottrina, che gli fece
trovare da subito dei discepoli. La spinta alla ricerca fu, per Buddha, lo scontro con il problema
del dolore: nascita, malattia, infelicita’, morte… Questa consapevolezza, relativa alla condizione
umana, e’ anche la prima tappa della meditazione buddhista tradizionale, oltre che la prima delle
‘quattro nobili verita” predicate dal Buddha a Benares. Lo stadio successivo consiste nel
riconoscere che tutte le forme di sofferenza nascono dal desiderio; il punto d’arrivo diventa,
inevitabilmente, la necessita’ di eliminare il desiderio. E questa e’ la via di mezzo, tra i piaceri
e l’ascesi vera e propria, proposta dal dharma, la dottrina del Buddha. L’eliminazione del
desiderio, tuttavia, non passa dall’esercizio della volonta’, ma dal superamento dell’ignoranza, che
induce a fissarsi sull’io e sul mondo visibile. Il primo passo e’ il rispetto dei cinque precetti
(non uccidere, non rubare, non fornicare, non mentire, non bere bevande inebrianti), ma la spinta
all’ascesi spirituale viene dalla meditazione che, con la conquista dell’autocoscienza, rende
possibile la pace interiore e fa acquistare una capacita’ di penetrazione intuitiva della realta’.
Raggiunto questo stadio, si passa, per vari gradi, all’estasi (samadhi), che comporta una sorta di
‘svuotamento’ della coscienza dai suoi contenuti limitati per una fusione con la realta’ unica e
totale. La meta ultima e’ il nirvana, ovvero, la liberazione in cui l’io, senza per altro
annullarsi, si fonde nel tutto come la goccia d’acqua nel mare, e diviene purezza assoluta, pienezza
di liberta’, sapienza e beatitudine.

Con la protezione e l’impulso datogli dall’imperatore Asoka (272-231 a.C.) il Buddhismo da piccola
setta di asceti, si dispose a diventare un orientamento spirituale tra i piu’ importanti di tutto
l’oriente. L’elemento piu’ antico della tradizione buddhista e’ costituito dal Vinaya, nato per
disciplinare la vita monastica e indicare le condizioni ideali per la meditazione. Storicamente,
segna il passaggio dal monachesimo individuale e itinerante a quello comunitario e stabile. Sul
piano dottrinale i seguaci del buddhismo arrivarono cosi’ a disporre di tre gioielli: il Buddha, la
sua dottrina (dharma) e la vita monastica comunitaria (sangha). L’accentuazione dell’aspetto
monastico sfocio’ nello Hinayana (piccolo veicolo), una forma di buddhismo molto severa ed elitaria,
che rivendica a se’ l’ortodossia della dottrina e, pur convenendo sul fatto che lo stato di buddha
non abbia costituito una prerogativa del solo Gautama, lo ritiene raggiunto o raggiungibile da
pochissimi. D’altra parte, visto che il Buddha ha conseguito il nirvana, non ha piu’ alcun rapporto
con il mondo sensibile ed e’ pertanto inutile invocarlo. Infine la salvezza resta un fatto
individuale, frutto della disciplina e della meditazione al di fuori da qualunque contatto con
l’esterno della comunit.. L’altra importante forma che assunse il Buddhismo, a prescindere dalle
molteplici sette secondarie, e’ il Mahayana, o grande veicolo. Elemento centrale di questo
orientamento e’ la concezione del Buddha come bodhisattva, ovvero come colui che e’ destinato
all’illuminazione. Gautama ritardo’ volontariamente il suo accesso al nirvana per aiutare gli altri
a trovare il cammino della salvezza, esprimendo concretamente virtu’ della carita’ e della
compassione, non conciliabili con il proposito della sola salvezza personale.

Per questo e’ legittimo, anzi, doveroso, tributargli un culto. La pratica di queste virtu’ puo’
benissimo essere perseguita nella vita secolare; la compassione ha lo stesso valore della sapienza
contemplativa e a nessuno e’ preclusa la possibilita’ di diventare un bodhisattva.

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