La musica che ci gira intorno: cosi’ le note parlano al cervello

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La musica che ci gira intorno: cosi’ le note parlano al cervello

Scoperti i meccanismi segreti innescati nella nostra mente dalla melodia: a intervenire sono i «neuroni specchio»

di Gianluca Grossi

24/10/2016

Tanzania, Gola di Olduvai, due milioni di anni fa. Vivevano diverse specie di ominidi che comunicavano fra loro emettendo urla e gemiti. Europa, 10mila anni fa.

C’era solo l’Homo sapiens sapiens che cominciò a soffiare dentro un osso di orso delle caverne per
cercare di richiamare animali da addomesticare. Sono due esempi che illustrano l’intrinseca volontà
dell’uomo di cimentarsi con i suoni, e di conseguenza con ciò che ha a che vedere con il mondo della
musica. Che potrebbe avere definitivamente preso piede con le prime comunità, dove le mamme
canticchiavano delle ninne nanne ai piccoli, e gli uomini modificavano con spirito critico un grido
per interloquire con un proprio simile. Jaak Panksepp, neuropsicologo della Bowling Green State
University, negli Stati Uniti, e padre della neuroscienza affettiva, parla di «orgasmo della pelle»,
per indicare il calore suscitato dall’ascolto di un suono gradito e dell’importanza che ha avuto a livello antropologico.

L’uomo nasce con la musica perché con essa ha potuto evolversi e conquistare importanti traguardi
cognitivi ed emozionali. Ancora oggi, quando ascoltiamo una bella canzone, si accendono aree
cerebrali che parafrasano l’azione neuronale dei nostri avi, quando un’inaspettata successione di
note era capace di evocare un ricordo, un sentimento. Edward Large dell’University of Connecticut,
in Usa, dice che la musica parla al cervello. E presso il Music Dynamics Lab ha potuto provarlo
indagando il comportamento della mente con la risonanza magnetica. I partecipanti ai test sono stati
invitati all’ascolto dello Studio Op. 10 n. 3 Tristezza di Fryderyk Chopin, pianista polacco,
celebre per le sue opere romantiche e melodiche. Large ha visto che la musica eccita il cervello,
coinvolgendo più aree; soprattutto quelle legate alle emozioni, alle capacità motorie e ai neuroni specchio.

L’emozione non è sempre la stessa. E può dipendere dal tempo musicale. Quando i tempi sono inferiori
ai 60 battiti al minuto, la musica infonde tranquillità. Se scende a 30 o 40 può suscitare
sentimenti malinconici. L’ideale è un tempo compreso fra i 60 e gli 80 battiti al secondo, che imita
l’andamento medio del battito cardiaco; e ci riporta all’ascolto inconsapevole del cuore materno. Il
coinvolgimento delle aree motorie cerebrali può essere facilmente perscrutabile osservando
l’atteggiamento di un bambino alle prese con la musica; un’età inferiore ai tre anni e nessuna
inibizione, e muoverà di sicuro anche e bacini. A differenza dell’adulto che, limitato dal pudore e
dal timore di fare brutta figura, potrà al massimo tenere il tempo con un piede. Ma è grazie a
questo innatismo comportamentale che sono nate le danze che ancora oggi rappresentano un aspetto
preponderante della società. E la musica, infine, coinvolge i neuroni a specchio, fondamentali per
metterci in relazione con gli altri: il bimbo impara così a sbadigliare e a sorridere; e dunque a interpretare il valore di un suono o di una melodia.

Su Nature si arriva a conclusioni simili chiamando in causa l’ippocampo, zona cerebrale legata alla
memoria e al rafforzamento delle emozioni. È una sorta di hard disk cerebrale che accumula
esperienze e sensazioni; che possono essere riaccese ascoltando una determinata canzone. Esperti
della California University, in Usa, hanno evidenziato in prossimità della corteccia mediale
prefrontale, in corrispondenza della fronte, un complesso neuronale che mette in relazione
l’ippocampo alla corteccia uditiva. Qui è incisa la colonna sonora della nostra vita. È così che una
vecchia canzone che credevamo dimenticata, riascoltandola, è capace di farci rivivere grandi
emozioni, e compiere un viaggio nel tempo e nei ricordi. Come accade con i profumi che, annidandosi
in recondite aree cerebrali, possono all’improvviso riportarci in un’epoca lontana della nostra esistenza.

Le ricerche sulla relazione musica-cervello permettono infine di fronteggiare da un nuovo punto di
vista le malattie neurodegenerative. L’Alzheimer colpisce milioni di persone, provocando un declino
cognitivo progressivo, si presume dovuto all’accumulo di particolari proteine, le beta amiloidi. Ma
se è vero che alcune aree del cervello contenenti i ricordi, sono suscettibili all’ascolto della
musica, si può presumere che una melodia possa davvero rintuzzare la memoria e migliorare le
condizioni di un paziente colpito da demenza senile. E forse aiutare anche chi soffre di Parkinson,
autismo o dislessia. Del resto l’ascolto di un bel motivo musicale è indicato anche a chi non ha
grossi problemi di salute, ma ha semplicemente voglia di concedersi a uno svago che da sempre
accompagna il cammino dell’uomo. Doveva pensarla così William Shakespeare quando scrisse che «l’uomo
che non ama la musica dentro di sé e non è commosso dall’accordo di dolci suoni, è incline ai
tradimenti, agli stratagemmi e ai profitti; i moti del suo spirito sono tristi come la notte, e i suoi effetti bui come l’Erebo: non fidatevi di un uomo simile».

da ilgiornale.it

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