La coscienza – del venerabile Ajahn Sumedho

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La coscienza – del venerabile Ajahn Sumedho

< La coscienza >

(del venerabile Ajahn Sumedho)

© Ass. Santacittarama, 2007. Tutti i diritti sono riservati.
SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

(Traduzione di Letizia Baglioni)

Estratto del libro “Consapevolezza intuitiva”, su gentile concessione
dell’Editore Ubaldini.

L’argomento della coscienza è diventato molto importante in questi ultimi
tempi. Tutti ne facciamo esperienza, vogliamo comprenderla e definirla.
Secondo alcuni la coscienza si identifica con il pensiero o la memoria. Ho
sentito dire da certi scienziati e psicologi che gli animali non hanno
coscienza perché non pensano e non ricordano, il che è assurdo, a mio modo
di vedere. Ma nel momento presente, proprio adesso, la coscienza è questo.
Ci mettiamo semplicemente in ascolto… pura coscienza, prima di cominciare
a pensare. Prendete nota: la coscienza è così. Sto ascoltando, sono in
contatto con il momento presente, sono presente, sono qui e ora. Partendo
dalla parola ‘coscienza’, si prende nota interiormente: “La coscienza è
così”. È il luogo dove sorgono il pensiero, la sensazione e l’emozione.
Quando siamo incoscienti non proviamo nulla e non pensiamo. La coscienza
quindi è il campo che consente al pensiero, alla memoria, all’emozione e
alla sensazione di apparire e scomparire.

La coscienza non è personale. Per renderla tale bisogna appropriarsene: “Io
sono una persona cosciente”. Ma c’è solo consapevolezza, che è accedere
all’attenzione nel presente, e in questo momento la coscienza è così. Allora
si può notare il suono del silenzio, l’impressione di sostenere o poter
riposare in uno stato naturale di coscienza che non è personale ed è privo
di attaccamento. Notarlo è come introdursi o educarsi alla natura delle
cose. Quando nasciamo, la coscienza inerente a questa forma separata entra
in funzione. Il neonato è cosciente, ma non ha un concetto di sé in quanto
maschio o femmina, o altro. Queste sono condizioni che acquisiscono dopo la
nascita.

La nostra è una dimensione cosciente. Si può pensare in termini coscienza
universale e di coscienza sensoriale, viññana, come uno dei cinque khandha.
Ma c’è anche questa coscienza priva di attaccamento, illimitata. In due
luoghi del Tipitaka si parla di viññanam anidassanam anantam sabbato pabham
[coscienza non manifesta, illimitata, ovunque risplendente], parole un po’
difficile per alludere a questo stato di coscienza naturale, a questa
realtà. Io trovo molto utile notare chiaramente: “La coscienza è così”. Se
comincio a pensarci, sentirò il bisogno di definirla: “C’è una coscienza
immortale?”.

Oppure cercherò di farne una dottrina metafisica, o di negarla dicendo che
la coscienza è anicca, dukkha, anatta (impermanente, insoddisfacente,
impersonale). Ma a noi non interessa proclamare una dottrina metafisica o
limitarci a un’interpretazione che ci deriva dalla nostra tradizione, quanto
piuttosto esplorarla in termini di esperienza. Luang Por Chah diceva “Pen
paccattam”, è qualcosa che ognuno deve scoprire da sé. Quindi io ora sto
esplorando, non voglio convincervi o convertirvi al mio punto di vista.

La coscienza è così. In questo momento indubbiamente c’è coscienza. C’è
vigilanza e consapevolezza. Poi le condizioni sorgono e cessano. Se vi
limitate a riposare nella coscienza con continuità, senza attaccamento,
senza cercare di fare nulla, trovare qualcosa o diventare alcunché, ma
semplicemente rilassandovi e avendo fiducia, sorge qualcosa. All’improvviso
diverrete consapevoli di una sensazione fisica, un ricordo o un’emozione.
Quel ricordo o quell’emozione emergono alla coscienza, poi cessano. La
coscienza è una sorta di veicolo, è il modo in cui sono le cose.

La coscienza ha a che vedere con il cervello? La nostra tendenza è vederla
come uno stato mentale che dipende dal cervello. Gli scienziati occidentali
sostengono che la coscienza risiede nel cervello. Ma più la esplorate con
sati-sampajañña e sati-pañña (presenza mentale e comprensione-saggezza) più
vi accorgete che il cervello, il sistema nervoso, questo sistema psicofisico
nel suo insieme, sorgono nella coscienza e sono permeati di coscienza. È per
questo che possiamo essere consapevoli del corpo. Riflettiamo sulle quattro
posizioni (stare seduti, in piedi, camminare e giacere).

Quando siamo consapevoli dello star seduti così come le percepiamo adesso,
non ci limitiamo a qualcosa che è nel cervello, ma il corpo è nella
coscienza, siamo consapevoli dell’intero corpo mentre stiamo seduti.

Questa coscienza non è personale. Non è nella mia testa o nella vostra
testa. Ciascuno di noi sta avendo una propria esperienza cosciente. Ma la
coscienza è forse ciò che ci unisce? È la nostra ‘unità’? Mi limito a porre
la domanda, ci sono vari modi di vedere la questione. Quando mettiamo da
parte le differenze (io sono Ajahn Sumedho e sei il tal dei tali), quando
mettiamo da parte identità e attaccamenti, la coscienza continua a
funzionare. È pura, non ha un carattere personale, niente che la qualifichi
come maschio o femmina. Non potete attribuirle una qualità, è così. Quando
cominciamo a riconoscere che ciò che ci unisce, la nostra base comune, è la
coscienza, vediamo che questa ha un carattere universale. Quando estendiamo
la metta (gentilezza amichevole) a un miliardo di cinesi nel loro paese,
forse non è solo una bella idea sentimentale, forse è davvero efficace. Io
non lo so, me lo sto chiedendo. Non intendo limitarmi a un punto di vista
particolare che mi deriva dal mio condizionamento culturale, perché sotto
molti aspetti è comunque inadeguato. Io non trovo che il mio condizionamento
culturale sia molto affidabile.

A volte il theravada sembra una forma di annichilazionismo, con questo suo
insistere su ‘non c’è anima, non c’è Dio, non c’è sé’, questo attaccamento a
un’opinione.

O invece l’insegnamento del Buddha è qualcosa da investigare ed esplorare?
Non ci interessa confermare l’opinione di qualcuno in merito al canone pali,
ma usare il canone pali per esplorare la nostra esperienza. È un approccio
completamente diverso. Continuando a investigare, la differenza fra pura
coscienza e il momento in cui nasce il sé comincia a diventare ovvia. Niente
di vago o fumoso (“Esiste un sé oppure no?”): è conoscere chiaramente.

Ora quindi nasce il sé. Comincio a pensare a me stesso, ai miei sentimenti,
ai miei ricordi, al mio passato, alle mie paure, ai miei desideri, e con ciò
nasce tutto il mondo che ruota attorno ad ‘Ajahn Sumedho’. Ora entra in
orbita… le mie convinzioni, le mie impressioni e le mie opinioni. Potrei
farmi risucchiare da quel mondo, dalla concezione di me stesso che sorge
nella coscienza. Ma se invece lo riconosco, non prenderò più rifugio
nell’essere una persona, una personalità, o nelle mie idee e punti di vista.

Quindi posso lasciar andare, e con ciò il mondo di Ajahn Sumedho finisce.
Ciò che resta dopo la fine del mondo è l’anidassana viññana, questa
coscienza originaria, non discriminante. Questa è ancora attiva. Non
significa che Ajahn Sumedho muoia o che il mondo sparisca o che io cada in
uno stato di incoscienza. A proposito di ‘fine del mondo’, ricordo una
persona che si spaventò moltissimo e si mise a dire che i buddhisti meditano
solo per vedere la fine del mondo, che odiano il mondo, vogliono
distruggerlo e non vedono l’ora che finisca… sembrava davvero in preda al
panico.

Questo perché per noi il mondo è quello fisico, è questa pianeta coi suoi
continenti e i suoi oceani, il polo nord e il polo sud. Ma nel Buddha-Dhamma
il mondo è quello che creiamo nella coscienza. Ecco perché è possibile che
le persone vivano in mondi diversi. Il mondo di Ajahn Sumedho non sarà
identico a quello creato da voi; ma quel mondo sorge e cessa, e ciò che è
consapevole del suo sorgere e cessare trascende il mondo. È lokuttara
(trascendente) piuttosto che lokiya (mondano).

Al momento della nostra nascita fisica, in questa forma individuale c’è
coscienza. Questo punto di coscienza entra in funzione e in seguito
acquisiamo un senso di identità tramite la madre e il padre e il contesto
culturale; acquisiamo una serie di valori, il senso di noi stessi come
persone. Tutto ciò ci basa su avijja: non sul Dhamma, ma su punti di vista,
opinioni e preferenze inerenti alla cultura. Ecco perché le differenze
culturali possono dar adito a infiniti problemi. Vivendo in una comunità
multiculturale come la nostra è facile fraintenderci a vicenda, perché siamo
condizionati a vedere noi stessi e il mondo in modi diversi. Quindi
ricordate che il condizionamento culturale è un prodotto di avijja,
l’ignoranza del Dhamma. Ora noi stiamo infondendo nella coscienza pañña, che
è una saggezza di tipo universale, non una filosofia culturalmente
determinata.

Il Buddha-Dhamma, a ben vedere, non è un insegnamento culturale. Non
riguarda la cultura o la civiltà indiana ma le leggi naturali della nostra
esistenza, il sorgere e cessare dei fenomeni: riguarda il modo di essere
delle cose. Gli insegnamenti del Dhamma mettono in luce il modo di essere
delle cose, che non è legato alle limitazioni culturali. Quando parliamo di
anicca, dukkha, anatta, questa non è filosofia o cultura indiana, sono cose
di cui prendere atto. Non partiamo da un sistema di credenze culturalmente
determinato.

Il Buddha parla di risveglio, di fare attenzione, non di fissarsi su una
posizione dottrinale. Ecco perché risulta comprensibile a molti, perché non
si tratta di diventare indiani o convertirsi a una dottrina religiosa
importata dall’India. Il Buddha si risvegliò alla realtà delle cose, alla
legge naturale. Quindi, quando esploriamo la coscienza, insegnamenti come
quello sui cinque khandha sono abili mezzi per studiare ed esaminare la
nostra esperienza. Non è che dobbiamo ‘credere’ ai cinque khandha e
all’inesistenza del sé, che non possiamo più credere in Dio perché i
buddhisti credono che Dio non esiste. C’è anche la pensa così, che fa del
proprio essere buddhista una posizione dottrinale.

Per quanto mi riguarda, questo insegnamento non si basa su una dottrina, ma
sull’incoraggiamento a risvegliarsi. Si parte dal qui e ora, dall’attenzione
risvegliata, piuttosto che dal voler dimostrare che il Buddha è esistito
veramente. Si potrebbe arrivare a dire che forse non c’è mai stato un
buddha, che era soltanto un mito.

Ma non avrebbe importanza, perché non c’è alcun bisogno di dimostrare che il
Buddha Gotama sia vissuto veramente; il punto non è questo, vi pare? Non
cerchiamo di provare eventi storici, ma di riconoscere che ciò che
sperimentiamo un questo momento è così.

Quando ci concediamo di riposare nella consapevolezza cosciente, questo è
uno stato naturale, non è creato. Non ricerchiamo una forma raffinata di
condizionamento in cui si passa da condizioni più grossolane a condizioni
sempre più raffinate, dove si prova una beatitudine o una tranquillità che
derivano dal rendere più raffinata l’esperienza cosciente. Sarebbe una forma
di dipendenza, dato che questo mondo, questa dimensione cosciente di cui
facciamo parte, include il grossolano e il raffinato. Quella di cui facciamo
esperienza non è solo una dimensione raffinata. In quanto esseri umani, in
termini di vita planetaria, questo non è un devaloka o un brahmaloka (un
regno celeste o un paradiso di livello superiore).

La nostra è una dimensione grossolana dove passiamo per tutta una gamma di
stati, dal grossolano al raffinato. Dobbiamo avere a che fare con le realtà
di un corpo fisico, che è una condizione piuttosto grossolana. Nel regno dei
deva non ci sono corpi fisici, tutti hanno un corpo eterico. Piacerebbe
anche a noi, vero? Un corpo fatto di etere, invece di questa roba viscida
che ci portiamo dentro, senza contare le ossa, il pus, il sangue, tutte le
condizioni disgustose con cui dobbiamo convivere. Defecare ogni giorno… i
devata non devono fare cose del genere. A volte ci piace illuderci di essere
devata. Queste funzioni non ci piacciono, le teniamo nascoste. Non vogliamo
che gli altri le vedano, perché le condizioni fisiche con cui viviamo sono
molto grossolane. Ma la coscienza include tutte le gradazioni, dal
grossolano all’estremamente raffinato.

Un’altra cosa da notare sono i sentimenti di compulsione. La sensazione di
dover fare qualcosa, la tendenza irrefrenabile al dover fare, al dover
ottenere quello che non si ha, al dover raggiungere qualcosa o dover
eliminare le proprie impurità. Quando si ha fiducia nella propria ‘vera
casa’ si può vedere in prospettiva il condizionamento emotivo. Proveniamo da
società molto competitive e orientate al successo. Siamo fortemente
programmati a sentire sempre di dover fare qualcosa, di dover raggiungere
qualcosa. Ci manca sempre qualcosa, e sentiamo di dover scoprire cos’è.
Dobbiamo averlo, o dobbiamo eliminare le nostre debolezze, mancanze e brutte
abitudini. Notare che è solo una tendenza che sorge e cessa. È il mondo
competitivo, il mondo dell’io.

È sempre possibile vederci alla luce delle nostre carenze in quanto persone.
Sul piano personale ci sono sempre tanti difetti e inadeguatezze. Non
esistono personalità perfette a quanto mi è dato di vedere. La personalità è
scombinata. Per certi aspetti è passabile, per altri molto bizzarra. Una
personalità in cui si possa prendere rifugio non esiste. Non riuscirete mai
a diventare una personalità perfetta. Perciò, quando vi giudicate sul piano
personale, sembrano esserci tanti problemi, inadeguatezze, difetti e
debolezze. Forse vi paragonate a una persona ideale, una personalità
altruistica e superiore alla media. Ciò che è consapevole della personalità
non è personale. Si può essere consapevole della personalità in quanto
oggetto mentale.

Le condizioni che compongono la personalità sorgono e cessano. A volte
capita di sentirsi all’improvviso molto insicuri o comportarsi in modo assai
puerile, perché sono sorte le condizioni per quel tipo di personalità.

Ricordo quando i miei genitori erano ancora vivi andai a stare da loro per
circa tre settimane, perché si erano ammalati gravemente. All’epoca ero
abate del monastero di Amaravati, un Ajahn Sumedho cinquantacinquenne che
torna a vivere sotto lo stesso tetto con mamma e papà. Provai tutto una
serie di emozioni infantili, perché le condizioni erano tali da favorirle. I
genitori ci danno la vita. Madre e padre evocano ricordi e associazioni
dall’infanzia in poi. Quindi molte delle condizioni che si creano in
famiglia tendono a farci tornare bambini, anche nel caso di un monaco
buddhista di cinquantacinque anni, abate di un monastero! Per mio padre e
mia madre era naturalissimo tornare a vedermi come un bambino. Razionalmente
riconoscevano che ero un uomo di mezz’età (all’epoca ero ancora tale), ma a
volte si comportavano lo stesso come se fossi stato piccolo. Allora provavo
un senso di ribellione, una specie di risentimento adolescenziale per
l’essere trattato da bambino. Perciò, non sorprendetevi se vi capita di
provare certi stati emotivi. Nel corso della vita, invecchiando, il kamma
matura e di conseguenza emerge alla coscienza un certo tipo di condizioni.

Non disperate se a cinquant’anni scoprite di sentirvi molto infantili.
Limitatevi a esserne consapevoli così com’è. È quello che è. Poiché sono
presenti le condizioni per quella particolare emozione, questa emerge alla
coscienza. Il vostro rifugio è nella consapevolezza, piuttosto che nel
cercare di diventare l’uomo o la donna ideali… maturi, responsabili,
capaci, arrivati, ‘normali’, e via dicendo: tutti questi sono ideali.

Qui nessuno mi considera un bambino. In questo posto il più anziano sono io!
Forse mi vedete come una figura paterna, perché un uomo anziano come me
evoca l’autorità. Sono un simbolo di autorità, un patriarca, una figura
paterna, un modello maschile, per qualcuno di voi un nonno. È interessante
contemplare questo stato, quando si presentano le condizioni. Razionalmente
potete dire: “Non è mica mio padre!”, ma al livello emotivo potreste sentire
diversamente, potreste trattarmi come un padre spinti dall’abitudine
emotiva. Quando si presentano le condizioni per quella figura maschile
autorevole vi sentite in un certo modo, vi sentite così. Non c’è niente di
male, limitatevi a notare che è quello che è. Fidatevi del vostro rifugio
nella consapevolezza, non dell’idea che non dovreste proiettare figure
paterne su di me, che non dovreste sentirvi esautorati da un’autorità
maschile, e via dicendo. Se vi sentite esautorati da me, prendetene atto
come di una condizione che è sorta, invece di farmene una colpa o incolpare
voi stessi, perché così non fate che ricadere nel vecchio mondo creato da
voi, il vostro mondo personale a cui credete come se fosse realtà.

A me capitava di arrabbiarmi moltissimo di fronte alla prepotenza femminile.
Quando una donna, chiunque fosse, mostrava il minimo accenno di prepotenza,
mi infuriavo. Mi sono chiesto perché un semplice tono di voce mi desse tanto
sui nervi, perché un atteggiamento prepotente mi mandasse in collera a quel
modo. Ho capito che era un po’ come quando da bambino cercavo di averla
vinta su mia madre. Se il passato non è stato risolto completamente, quando
si presentano le condizioni emergerà quella rabbia. Esserne consapevoli
aiuta a risolverla. Comprendendola e vedendola per quella che è la si
risolve, la si lascia andare, di modo che non si resta fermi alle stesse
vecchie reazioni.

Dunque il nostro rifugio è la consapevolezza, più che prendere rifugio nel
nostro sforzo di mantenere condizioni raffinate all’interno della coscienza,
che è un’impresa impossibile. Certo, coltivando le abilità necessarie si può
imparare ad aumentare il grado di sensibilità all’esperienza di ciò che è
raffinato, ma inevitabilmente si dovrà permettere a ciò che è grossolano di
manifestarsi, di diventare parte dell’esperienza cosciente.

Riposare in questa consapevolezza cosciente è stato paragonato a un ‘tornare
a casa’, la nostra ‘vera casa’. È un luogo dove si può riposare, come a casa
propria. Legato all’idea di casa c’è anche un senso di appartenenza, vero?
Lì non siamo più stranieri, o estranei. Cominciamo a riconoscere quel luogo
dal sollievo che proviamo, il sollievo di essere finalmente a casa, di non
essere più uno straniero, un vagabondo un terre desolate. Poi può sorgere il
mondo di Ajahn Sumedho e allora si smette di essere a casa, perché Ajahn
Sumedho è un estraneo, uno straniero! Non è mai tutto a suo agio in nessuno
posto. Sono ancora un americano? Sono inglese o thailandese? Dov’è casa mia,
in quanto Ajahn Sumedho? Non so più nemmeno che nazionalità sono, o quale
paese mi sia più familiare. Qui mi sento più a casa che in America, perché è
un posto dove ho vissuto a lungo. In Thailandia mi sento a casa perché è il
paradiso dei monaci buddhisti e si ricevono tante attenzioni, ma c’è sempre
il visto da rinnovare e si rimane sempre Phra Farang (‘Venerabile
Straniere’). Qui in Inghilterra, malgrado la mia lunga permanenza, agli
occhi della gente resto per l più un americano. Quando torno in America non
so cosa sono: “Non sembri più un americano, hai uno strano accento, non
capiamo da dove vieni!” Questo è il mondo che viene creato. Quando scivola
via, quello che resta è la nostra vera casa.

(tratto da: santacittarama.altervista.org/coscienza.htm )

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