Tuccho Pothila: il venerabile “Dottrina Vuota” da Il Dhamma vivo

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Tuccho Pothila: il venerabile “Dottrina Vuota”

(del venerabile Ajahn Chah)

© Ass. Santacittarama, 2007. Tutti i diritti sono riservati.
SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Dal libro “Il Dhamma vivo”
Traduzione di Letizia Baglioni.

(Estratto del libro “Il Dhamma vivo”, su gentile concessione dell’Editore
Ubaldini)

Ci sono due modi per sostenere il Buddhismo. Il primo, chiamato amisapuja, è
il sostegno materiale attraverso offerte di cibo, abiti, riparo e medicine.
Si tratta in altre parole di contribuire alla sussistenza del Sangha
monastico, di assicurare ai monaci e alle monache quel minimo di benessere
che renda possibile la pratica del Dhamma. È un modo per incoraggiare
l’applicazione concreta dell’insegnamento del Buddha, da cui dipendono le
sorti della religione buddhista.

Il Buddhismo può essere paragonato a un albero, che ha radici, un tronco,
rami, ramoscelli e foglie. Il tronco, i rami e ogni singola foglie ricevono
nutrimenti dalle radici, che lo assorbono dalla terra e lo distribuiscono
alle varie parti della pianta. Come la vita dell’albero dipende dalle
radici, così pure le nostre azioni e le nostre parole dipendono dalla mente,
la ‘radice’ che assorbe il nutrimento e lo distribuisce al ‘tronco’, ai
‘rami’ e alle ‘foglie’ affinché producano i ‘frutti’ nella forma di parole e
di azioni. In qualunque stato si trovi, virtuoso e non virtuoso, la mente
manifesta la qualità predominante attraverso le azioni e le parole.

Ciò significa che la forma di sostegno più importante consiste nel mettere
in pratica l’insegnamento. Ad esempio, nella cerimonia della presa dei
precetti l’insegnante elenca i comportamenti dannosi da cui ci si impegna ad
astenersi. Se però ci limitiamo a recitare i precetti senza riflettere sul
loro significato sarà difficile fare progressi, e perderemo di vista il vero
spirito della pratica. Quindi il vero sostegno al Buddhismo consiste
nell”offerta’ della pratica (patipattipuja), nella coltivazione della retta
moralità, concentrazione e saggezza. Allora si capisce cos’è il Buddhismo.
Se la comprensione non passa attraverso la pratica si resta ignoranti, anche
se si conosce a menadito il Tipitaka.

Ai tempi del Buddha viveva un monaco di nome Tuccho Pothila, una persona
estremamente colta che conosceva a fondi i testi e la dottrina. La sua fama
gli aveva guadagnato ovunque estimatori, era a capo di diciotto monasteri.
Il suo nome suscitava un timore reverenziale; nessuno si azzardava a mettere
in discussione le sue parole, tanta era la stima per la sua grande
padronanza della dottrina. Fra i discepoli del Buddha, Tuccho Pothila
spiccava per erudizione.

Un giorno, Tuccho Pothila va a rendere omaggio al Buddha. Al suo inchino il
Buddha risponde: “Ah, sei qui, venerabile Dottrina Vuota!…”, né più né
meno. Dopo una breve conversazione, giunto il momento del congedo, il Buddha
lo saluta così: “Oh, te ne vai, venerabile Dottrina Vuota?”.

Nient’altro. Vedendolo arrivare: “Buongiorno, venerabile Dottrina Vuota”;
salutandolo: “Te ne vai, venerabile Dottrina Vuota?”. Nessuna spiegazione,
nessun altro insegnamento. Tuccho Pothila, il famoso maestro, è perplesso:
“Perchè il Buddha mi ha parlato così? Che avrà voluto dire?”. Pensa che ti
ripensa, dopo aver dato fondo a tutto iol suo sapere, finalmente capisce:
“Ma certo! ‘Venerabile Dottrina Vuota!’: un monaco che studia ma non
pratica” E dopo un profondo esame di coscienza, Tuccho Pothila capisce di
non essere molto diverso dalla gente comune.

Nutriva le stesse aspirazioni, godeva delle stesse gioie. Non aveva lo
spirito del samana [Samana è colui che si dona interamente alla pratica
spirituale, in particolare che raggiunge grazie a questa pratica un certo
grado di virtù. Nel linguaggio di Ajahn Chah, il termine si riferisce a
qualcuno che gode della pace interiore], né alcuna qualità che lo motivasse
sinceramente al Nobile Sentiero e gli donasse la vera pace.

La decisione di praticare era presa, ma non c’era nessuno a cui rivolgersi.
Tutti gli insegnanti disponibili erano suoi discepoli e non se la sentivano
di accettarlo. Di solito nei confronti del proprio insegnante si diventa
timidi e deferenti, e quindi nessuno si azzardava a fargli da maestro.

Alla fine Tuccho Pothila incontra un giovane novizio, che era illuminato, e
gli chiede di praticare sotto la sua guida. Il novizio accetta: “Puoi stare
con me, ma solo a patto che tu sia sincero. Altrimenti, non ti accetterò”.
Tuccho Pothila si impegna a diventare suo discepolo.

Poi il novizio gli ordina di vestirsi di tutto punto. Ora si dà il caso che
lì nei pressi ci fosse una palude; indossate con cura le sue vesti,
oltretutto piuttosto costose, Tuccho Pothila si sente dire: “Ora gettati nel
fango, e non fermarti finché non te lo dico io. Se non ti dico di uscire,
non uscire. Va’, corri!”.

Tuccho Pothila, vestito di tutto punto, si immerge nella palude e ci resta
finché non è ricoperto di fango dalla testa ai piedi. Alla fine il novizio
gli dà il permesso di uscire: “Va bene, ora basta”. Tuccho Pothila si ferma.
Ora tirati su!”… E Tuccho Pothila si tira su.

Era la prova che Tuccho Pothila aveva rinunciato al suo orgoglio. Ora era
pronto a ricevere l’insegnamento. Se non fosse stato pronto a imparare non
si sarebbe gettato nella palude, lui che era un maestro tanto famoso, ma
invece lo aveva fatto. Ciò convinse il novizio che il suo proposito era
sincero.

Una volta fuori dalla palude, Tuccho Pothila inizia il suo apprendistato. Il
novizio gli insegna a osservare gli oggetti dei sensi, a essere consapevole
della mente e degli oggetti dei sensi, ricorrendo alla parabola dell’uomo
che cerca di acchiappare una lucertola nascosta in un termitaio. Immaginan
che nel termitaio ci siano sei aperture, come farà ad acchiappare la
lucertola? Dovrà chiuderne cinque e lasciarne aperta soltanto una. Poi si
tratterà di aspettare, sorvegliando attentamente quell’unica apertura,
finché la lucertola non esce e non si lascia agguantare.

Osservare la mente è qualcosa di simile. Si chiudono gli occhi, le orecchie,
il naso, la lingua e il corpo, lasciando aperta solo la mente. ‘Chiudere i
sensi’ significa tenerli sotto controllo, raccogliersi, prendendo la mente
come unico oggetto di attenzione. Meditare è come acchiappare la lucertola.
Ci serviamo di sati per osservare il respiro. Sati è la capacità di
riportarci al presente, come quando ci chiediamo: “Cosa sto facendo?”.
Sampajañña è la consapevolezza che in questo momento sto facendo questo o
quest’altro. Osserviamo l’inspirazione e l’espirazione con sati e
sampajañña.

La capacità di ricordarsi del presente si acquisisce con la pratica, non si
può imparare sui libri. Siamo consapevoli delle sensazioni che emergono. La
mente può restare inattiva per un po’, poi sorge una sensazione. Sati si
attiva in concomitanza con le sensazioni, riportandole alla mente. Ci si
ricorda dell’intenzione di parlare, o di andare, o di sedersi e così via;
poi subentra sampajañña, la consapevolezza che in questo momento cammino, mi
sdraio, sperimento questo o quell’altro stato d’animo.

Con queste due, abbiamo un quadro esatto della nostra mente nel momento
presente. Sappiamo in che modo reagisce alle impressioni sensoriali.
Ciò che è consapevole degli oggetti dei sensi lo chiamiamo ‘mente’. Gli
oggetti ‘penetrano’ nella mente. Prendiamo un suono, come quello della
pialla elettrica qui fuori. Il suono entra attraverso le orecchie e
raggiunge la mente, che lo riconosce come il rumore di una pialla elettrica.
Ciò che riconosce il suono si definisce ‘mente’.

Ora, la mente che riconosce il suono è ancora a un livello piuttosto
elementare. Si tratta solo della mente ordinaria. Forse in questo ‘qualcuno’
che riconosce emerge una sensazione di fastidio. Dunque bisogna educarlo
perché diventi ‘colui che conosce’ secondo verità, il così detto ‘Buddho’.
Se non conosciamo chiaramente, in accordo con la verità, ci sentiremo
infastiditi dai suoni prodotti dalla gente, dalle macchine, dalle pialle
elettriche e via dicendo.

Questa è la mente ordinaria non educata, che riconosce il suono con
fastidio, che conosce sulla base delle sue preferenze, non della verità.
Bisogna educarla ulteriormente perché conosca attraverso la comprensione e
la visione profonda (ñañadassana), che è la facoltà della mente purificata
pe cui si riconosce il suono semplicemente come suono. Se non c’è
attaccamento al suono, non c’è irritazione. Il suono nasce e noi ci
limitiamo a notarlo. In questo caso possiamo dire di conoscere
effettivamente gli oggetti sensoriali nel loro emergere. Se sviluppiamo ‘il
Buddho’, prendendo coscienza del suono in quanto suono, non ci disturberà. È
qualcosa che nasce sulla base di determinate condizioni, non è un essere, un
individuo, un sé, ‘noi’ o ‘loro’. È solo un suono. La mente molla la presa.

Conoscere così si definisce ‘Buddho’, conoscenza chiara e penetrante grazie
alla quale lasciamo che il suono sia semplicemente suono. Non ci disturba
affatto se non siamo noi a disturbarlo pensando: “Non voglio ascoltarlo, è
fastidioso”. La sofferenza deriva da pensieri di questo genere. È proprio
qui l’origine della sofferenza, nel non sapere come stanno le cose, nel non
avere ancora sviluppato ‘il Buddho’. Ancora non siamo lucidi, non siamo
svegli, non siamo consapevoli. Abbiamo a che fare con la mente grezza, non
educata. E questa mente non può esserci ancora veramente utile.

Sicché il Buddha ha insegnato che la mente deve essere educata e allenata.
La mente necessita di allenamento come il corpo, ma di tipo diverso. Per
allenare il corpo lo esercitiamo, andando a correre la mattina e la sera e
via dicendo. Come risultato dell’esercizio il corpo diventa più agile, più
forte, la respirazione e il sistemo nervoso funzionano meglio. Per
esercitare la mente non occorre farla muovere ma piuttosto fermarla,
placarla.

Quando pratichiamo la meditazione, ad esempio, prendiamo come base un
oggetto, come il respiro che entra ed esce, che diventa il fulcro della
nostra attenzione e della nostra contemplazione. Osserviamo il respiro.
Osservare il respiro significa seguirlo con consapevolezza, notare il suo
ritmo, il suo andare e venire. Mettiamo consapevolezza nel respiro, seguendo
il naturale movimento di inspirazione ed espirazione e lasciando andare
tutto il resto. Come risultato della concentrazione su un solo oggetto, la
mente si rivitalizza. Se invece la lasciamo libera di pensare a questo o a
quello, la mente non si unifica, non si placa.

Dire che la mente si ferma significa avere la sensazione che si sia fermata,
che non corre più da una parte all’altra. È come avere un coltello affilato.
Se lo usiamo in maniera indiscriminata, ad esempio per tagliare pietre,
mattoni ed erba, ben presto si spunterà. Il coltello va usato sugli oggetti
appropriati. Lo stesso vale per la nostra mente. Se le permettiamo di andare
appresso a pensieri e sentimenti senza valore e senza scopo, si stanca e si
indebolisce. E quando la mente è priva di energia la saggezza non può
manifestarsi, perché una mente senza energia è una mente senza samadhi.

Se la mente non è ferma è impossibile vedere con chiarezza gli oggetti dei
sensi per quello che sono. La consapevolezza che la mente è la mente e gli
oggetti sono soltanto oggetti è il nucleo originario della dottrina
buddhista. È il cuore del Buddhismo.

Dobbiamo coltivare la mente, farla crescere, educarla alla calma e alla
visione profonda. La educhiamo alla disciplina e alla saggezza consentendole
di fermarsi e lasciando emergere la saggezza, conoscendo la mente per quella
che è.

Sapete, noi esseri umani siamo un po’ come bambini, e come tali ci
comportiamo. I bambini sono inconsapevoli. Agli occhi di un adulto, i
comportamenti, i giochi e l’esuberante attività dell’infanzia sembrano senza
senso. La mente non educata è come un bambino. Parla senza consapevolezza e
agisce senza saggezza. Possiamo distruggerci o provocare danni indicibili
senza nemmeno rendercene conto. I bambini non sanno nulla, per natura sanno
solo giocare. Anche la mente ignorante è così.

Perciò occorre educarla. Il Buddha ha insegnato a educare la mente, a
istruire la mente. Se il nostro modo di sostenere il Buddhismo si limita ai
quattro requisiti, resta un sostegno superficiale, che interessa solo ‘la
scorza’ o ‘l’alburno’ dell’albero. L’autentico sostegno passa attraverso la
pratica, attraverso lo sforzo di armonizzare all’insegnamento le nostre
azioni, le nostre parole e i nostri pensieri. Ciò è assai più fruttuoso. Se
siamo onesti e sinceri, disciplinati e saggi, la nostra pratica sarà fonte
di bene. Non darà adito a disprezzo e ostilità. La nostra religione ci
insegna così.

Se prendiamo i precetti solo per tradizione, anche se il maestro insegna la
verità la nostra pratica resterà carente. Magari sappiamo a memoria la
dottrina, ma se vogliamo capire davvero dobbiamo metterla in pratica, questo
nostro sapere ci impedirà di giungere al cuore del Buddhismo per un numero
incalcolabili di esistenze future. La sostanza della religione buddhista
continuerà a sfuggirci.

Sicché la pratica è una chiave, la chiave della meditazione. Se possediamo
la chiave giusta, anche la serratura più ermetica cederà: basta infilarla
nel lucchetto e girare. Ma senza chiave il lucchetto non si apre. E non
sapremo mai cosa c’è nel baule.

La conoscenza è di due tipi. Che conosce il Dhamma non parla solo per
abitudine, dice la verità. Di solito la gente comune parla per abitudine, e
quel che è peggio parla con presunzione. Immaginate due amici che non si
vedono da tanto tempo e che un bel giorno si incontrano per caso sul
treno… “Ma che bella sorpresa!

Pensavo proprio di venirti a trovare…”. In realtà non è vero. Lo dicono
nell’eccitazione del momento, ma la verità è che si erano completamente
dimenticati l’uno dell’altro. A conti fatti è una bugia. Proprio così,
mentono per distrazione. Mentono senza rendersene conto. È una forma sottile
di contaminazione che si incontra di frequente.

Sicché, per quanto riguarda la mente, Tuccho Pothila seguì le istruzioni del
novizio: inspirare, espirare… consapevole di ciascun respiro… finché
incontrò il mentitore dentro di sé, la mente menzognera. Vide le
contaminazioni nel loro emergere, come la lucertola che fa capolino dal
termitaio. Le vide e ne percepì la reale natura nel momento stesso in cui
emergevano. Notò come la mente ordisce di minuto in minuto trame sempre
nuove.

Il pensiero è un sankhata dhamma, una cosa che è creata o tenuta in piedi da
condizioni favorevoli. Non è l’asankhata dhamma, l’incondizionato. La mente
ben allenata, perfettamente consapevole, non ordisce stati mentali. Una
mente del genere penetra al cuore delle Nobili Verità e trascende il bisogno
di dipendere dall’esterno. Conoscere le Nobili Verità è conoscere la verità.
La mente iperattiva si difende dalla verità, dicendosi che una certa cosa è
buona o bella; ma se è presente il Buddho non può ingannarci, perché la
riconosciamo per quella che è. Non è più in grado di creare stati mentali
illusi, perché c’è la chiara consapevolezza che tutti gli stati mentali sono
instabili, imperfetti, fonte di sofferenza per chi ne fa oggetto di
attaccamento.

Ovunque andasse, Tuccho Pothila portava con sé ‘il conoscitore’. Osservava
le più diverse creazioni della mente con intelligenza. Era consapevole dei
molti modi in cui la mente sa mentire. Seppe cogliere l’essenza della
pratica, comprendendo che è questa mente menzognera quella che va osservata,
quella che ci induce agli estremi della felicità e della sofferenza e ci
costringe a girare all’infinito sulla ruota del samsara con il suo piacere o
dolore, il suo bene e il suo male, che è lei la responsabile di tutto.
Tuccho Pothila comprese la verità, afferrò il nocciolo della pratica come
l’uomo della parabola la cosa della lucertola. Scoprì le trame della mente
illusa.

Lo stesso vale per noi. Solo la mente conta. Ecco perché si dice che bisogna
educarla. Ma se la mente è la mente, con quale strumento la educhiamo?
Sostenendo sati e sampajañña con continuità, saremo in grado di conoscerla.
Il ‘conoscitore’ è un passo oltre la mente, è ciò che conosce lo stato della
mente. La mente è la mente. Ciò che la riconosce semplicemente come tale è
‘il conoscitore’, che trascende la mente. Il conoscitore trascende la mente,
ed è per questo che può sorvegliarla e insegnarle cose è bene e cosa è male.
Alla fine tutto si riconduce a questa mente iperattiva. Quando la mente
resta coinvolta nella sua stessa proliferazione, la consapevolezza è assente
e la pratica è sterile.

Dunque educhiamo la mente per udire il Dhamma, per coltivare il Buddho, la
consapevolezza chiara e luminosa, ciò che sorpassa e trascende la mente
ordinaria, che ne conosce tutte le vicissitudini. Ecco perché meditiamo
sulla parola ‘Buddho’, per conoscere la mente oltre la mente. Osservate
tutti i suoi movimenti, buoni o cattivi, finché il conoscitore comprende che
la mente è soltanto la mente, non un sé o una persona. È ciò che si
definisce cittanupassana, la contemplazione della mente. Contemplando così
scopriremo che è impermanente, imperfetta e priva di un proprietario. Che
questa mente non ci appartiene.

Riassumendo: la mente è ciò che riconosce gli oggetti dei sensi, i quali
sono distinti dalla mente; il conoscitore è ciò che conosce tanto la mente
che gli oggetti dei sensi per quelli che sono. Dobbiamo ricorrere a sati per
ripulire di continuo la mente. Tutti hanno sati; anche un gatto, quando va a
caccia di topi. Un cane la possiede quando abbaia ai passanti. Anche questa
è sati, ma non è quella del Dhamma. Benché tutti la possiedano, ne esistono
diversi livelli, come ci sono molti livelli nel modo di guardare le cose.
Come quando parlo della contemplazione del corpo; c’è che mi dice: “Ma cosa
c’è da contemplare? È sotto gli occhi di tutti. Kesa e loma li vediamo già.
E allora?

La gente è fatta così. Certo che vede il corpo, ma è una visione distorta,
non vede attraverso il Buddho, il conoscitore, il risvegliato. Vede con gli
occhi fisici, alla maniera ordinaria. Vedere il corpo non è abbastanza.
Limitarsi a questo è fonte di guai. Bisogna vedere il corpo dentro il corpo,
allora si comincia a capire. Vederlo e basta ci espone ai suoi inganni, al
fascino del suo aspetto esteriore. Quando non si vede l’impermanenza,
l’imperfezione e l’assenza di un proprietario, si produce kamachanda, il
desiderio sensoriali. Ci si lascia sedurre dalle forme, dai suoni, dagli
odori, dai sapori e dalle sensazioni. Vedere così è vedere con gli ordinari
occhi di carne, che si spingono all’amore e all’odio e a discriminare fra
piacevole e spiacevole.

Il Buddha ha insegnato che non basta. Bisogna vedere con gli occhi della
mente. Vedere il corpo nel corpo. Provate a guardarci dentro… che
disgusto! Ci sono le cose di oggi mischiate alle cose di ieri, non ci si
capisce nulla. Vedere in quest’altro modo è molto più rivelante che vedere
con gli occhi fisici. Contemplate, guardate con gli occhi della mente, con
gli occhi della saggezza.

La capacità di comprensione varia da persona a persona. Per alcuni le cinque
meditazione non hanno senso. Cosa c’è da contemplare nei peli, i capelli, le
unghie, i denti e la pelle? A sentir loro li vedono già, ma in realtà li
vedono solo con l’occhio carnale, con quest’occhio pazzo che guarda solo
quello che vuole guardare. Per vedere il corpo nel corpo c’è bisogno di una
vista molto più acuta.

Con questa pratica si può estirpare alla radice l’attaccamento ai cinque
khandha. Sradicare l’attaccamento significa sradicare la sofferenza, dal
momento che la sofferenza deriva dall’attaccarsi ai cinque khandha. Non dai
cinque khandha in quanto tali, ma dal vederli come qualcosa che ci
appartiene.

Quando se ne vede chiaramente la natura attraverso la pratica meditativa, la
sofferenza non fa più presa, come un bullone svitato. La mente fa lo stesso
movimento del bullone, allenta la presa, si tira indietro dall’ossessione
del bene e del male, del possesso, dell’approvazione sociale, della felicità
e della sofferenza.

Ignorare la verità dei khandha è come avvitare il bullone sempre più
stretto, finché a furia di stringere ci si conficca dentro e lacera,
lasciandosi esposti a ogni genere di sofferenza. Prendendo atto della
verità, svitiamo il bullone. Nel linguaggio del Dhamma questa esperienza si
definisce nibbida, disincanto. Le cose non ci attirano più, non ci seducono
più. Tirandoci indietro, conosciamo finalmente la pace.

La causa della sofferenza è l’attaccamento. Occorre quindi rimuovere la
causa, tagliarla alla radice per impedirle di generare altra sofferenza. Il
problema è uno solo: l’attaccamento.

È sufficiente questo per spingere gli uomini a uccidersi a vicenda. Tutti i
problemi, personali, familiari o sociali, nascono da quest’unica radice. Non
ci sono vincitori… si scannano fra loro, ma alla fine non c’è guadagno per
nessuno. Io non lo so perché la gente insista con questo inutile massacro.

Potere, ricchezza, prestigio, approvazione, felicità e sofferenza… questi
sono i dhamma mondani, che divorano gli esseri mondani. Gli esseri mondani
sono portati a spasso dai dhamma mondani: guadagno e perdita, plauso e
biasimo, successo e insuccesso, piacere e dolore. Questi dhamma sono fonti
di guai, e fanno soffrire che non riflette sulla loro vera natura. In nome
della ricchezza, del prestigio o del potere la gente è capace di uccidere.
Perché? Perché prende queste cose troppo sul serio. Il successo dà alla
testa. Come quel tale che era diventato capo del villaggio. Era accecato dal
potere, respingeva i vecchi amici dicendo che la situazione era cambiata,
che dovevano mantenere le distanze.

Il Buddha insegnava a investigare la natura della ricchezza, del prestigio,
dell’approvazione e della felicità. Prendetele come vengono, ma con un certo
distacco. Non montatevi la testa. Se non le capite fino in fondo, vi
lascerete raggirare dal potere, dai figli, dai parenti… da tutto! Se le
comprendete chiaramente, vi accorgerete che sono tutte condizioni
impermanenti. Diventano impure quando subentra l’attaccamento.

Tutte queste cose arrivano dopo. Quando un individuo nasce, ci sono solo
nama e rupa, tutto qui. ‘Il signor Rossi’ e ‘la signora Bianchi’ li
inventiamo noi in un secondo momento, in ossequio a determinate convenzioni.
Strada facendo si aggiungono nuovi accessori, come ‘colonnello’, ‘generale’
e via dicendo. Se non capiamo bene di che si tratta, finiamo per portarceli
appresso come se fossero fatti reali. Ci portiamo appresso ricchezze,
prestigio, nome e posizione sociale. Chi ha potere può fare il bello e il
cattivo tempo… “Quello lì, fucilatelo! Quest’altro, gettatelo in
prigione!”… Il potere è conferito dal grado. È su questo concetto di
‘grado’ che si innesta l’attaccamento. Chi arriva in alto nella scala
sociale si sente subito in diritto di dare ordini; giusto o sbagliato che
sia, agisce sull’onda dei propri impulsi del momento. Così non fa che
ripetere i soliti vecchi errori, allontanandosi sempre di più dalla verità.

Chi comprende il Dhamma non agisce così. Bene e male esistono da tempi
immemorabili… se incontrate sulla vostra strada ricchezza e prestigio,
fate che restino ciò che sono, non lasciate che diventino la vostra
identità. Servitevene semplicemente per ottemperare ai vostri doveri, nulla
di più. Voi non cambiate. Se siamo capaci di renderlo oggetto di
meditazione, non ci lasceremo ingannare da nulla di quanto incontriamo sulla
nostra strada. Resteremo sereni, impassibili, equanimi. Dopo tutto, si
tratta sempre delle solite cose.

È questo l’atteggiamento che ci chiedeva il Buddha. Qualunque cosa
riceviamo, la mente non ci aggiunge del suo. Vi eleggono consigliere
comunale? “Va bene, sono consigliere comunale… ma in realtà non lo sono”.
Vi mettono a capo della comunità? “Sì lo sono, ma non lo sono!”. Cosa siamo
noi, in fin dei conti? Alla fine, ci aspetta solo la morte. Non importa cosa
vi fanno diventare, in fin dei conti non cambia nulla. Che dire allora? Se
vedete le cose in questa luce avrete un solido rifugio e un autentico
appagamento. Nulla è cambiato.

Questo succede quando non ci lasciamo ingannare dalle cose. Tutto ciò che
incontriamo sulla nostra strada è solo una condizione relativa. Quando la
mente è in questo stato, non c’è nulla che possa istigarla a lavorare di
fantasia o a cedere alle lusinghe dell’avidità, dell’avversione e
dell’illusione.

Sicché, essere autentici sostenitori del Buddhismo significa questo. Vi
invito tutti, che siate nel gruppo di chi riceve (la comunità monastica) o
in quello di chi offre (la comunità dei laici) a riflettere bene su quanto
abbiamo detto. Coltivate voi il Sila-Dhamma. [Disciplina e Insegnamento: un
altro termine per alludere all’insegnamento buddhista. Sul piano
individuale, si riferisce alla coltivazione della virtù e della conoscenza
della verità] È il modo migliore per sostenere il Buddhismo. Anche offrire
cibo, riparo e medicine va bene, ma queste offerte si fermano solo
all”alburno’ del Buddhismo. Non dimenticatelo.

Un albero ha una corteccia, un alburno e un durame, e queste tre parti sono
interdipendenti. Il durame ha bisogno dell’alburno e della corteccia. Una
parte non può esistere indipendentemente dalle altre, proprio come le tre
parti dell’insegnamento: moralità, concentrazione e saggezza. La disciplina
morale consiste nell’improntare alla rettitudine le proprie parole e azioni.
La concentrazione, nel rendere stabile e salda la mente. La saggezza è la
comprensione profonda della natura di tutte le condizioni relative. Studiate
e praticate queste tre cose, e capirete la vera essenza del Buddhismo.

Diversamente, vi lascerete ingannare dalle ricchezze, dal ruolo sociale, da
tutto ciò con cui entrate in contatto. Essere seguaci del Buddhismo solo
esteriormente non potrà mai mettere fine ai conflitti e ai dissapori, agli
odi e ai rancori, al ferirsi e aggredirsi a vicenda. Se vogliamo che tutto
ciò finisca, dobbiamo riflettere sulla natura della ricchezza, del ruolo
sociale, del prestigio, della felicità e della sofferenza. Dobbiamo
contemplare la nostra vita e armonizzarla con l’Insegnamento, riflettere sul
fatto che tutti gli esseri che sono al mondo fanno parte di un’unica realtà.
Siamo come loro, sono come noi. Gioiscono e soffrono esattamente come noi. È
lo stesso per tutti. E dalla riflessione scaturiranno pace e saggezza. È
questa l’asse portante del Buddhismo.

° ° °

AJAHN CHAH nasce il 17 giugno 1918 da una famiglia agiata e numerosa in un
villaggio rurale della Thailandia nordorientale, è deceduto dopo una lunga
malatia il 16 gennaio 1992. E’ stato uno dei massimi esponenti della
tradizione buddhista theravada della foresta. Ha intrapreso gli studi
religiosi giovanissimo, e a vent’anni ha preso gli ordini monastici
iniziando la pratica della meditazione sotto la guida dei grandi maestri
della foresta. Per molti anni ha vissuto come asceta, dormendo in foreste e
caverne e nei luoghi di cremazione, e infine si è stabilito in un boschetto
accanto al villaggio natale, raccogliendo presto intorno a sé numerosissimi
discepoli. Grande maestro e meditante, fu l’ispiratore di un vitale comunità
monastica che si è diffusa dalla Thailandia in Inghilterra, America,
Australia, Nuova Zelanda, Svizzera e Italia.

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