Il valore della consapevolezza, nel percorso yogico 3f

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Il valore della consapevolezza, nel percorso yogico 3f

Ivan Di Piazza – Domenico Puleo

(parte terza)

3. LE QUALITÀ DELLA CONSAPEVOLEZZA

La radicata abitudine a pensare per pensare, una sorta di coazione al pensiero discorsivo, ha,

tra le altre conseguenze, quella di sopraffare ed espellere dalla mente alcune prerogative.

Tra queste, la vittima più illustre è proprio la consapevolezza. I pensieri, con una dinamica quasi

diabolica, travolgono quel fattore che permette di osservare i pensieri stessi.

La pratica della consapevolezza si ripromette di porre rimedio a questa tendenza alla

proliferazione mentale non necessaria, radice di sofferenza, e ciò in virtù della paziente coltivazione

di una attenzione diretta, profondamente non giudicante, ma al tempo stesso partecipe, ossia unita

con ciò a cui essa rivolge lo sguardo.

Si tratta dunque del recupero di una dimensione di freschezza intuitiva connessa alla vita;

ma al conseguimento di questa semplicità è dostacolo la nostra mente, che facilmente associa il

non giudicante ad un atteggiamento di fredda distanza ed il partecipe alla identificazione con ciò

che si vive.

Eopportuno sottolineare il carattere di immediatezza ed intimità che la pratica della

consapevolezza deve avere. Lessere consapevoli del corpo, del respiro, del gesto, si contrappone ad

unadesione mediata attraverso il pensiero, che la nostra cultura ci ha abituato a considerare

superiore.

Durante una seduta di pratica yoga, abbiamo una chiara opportunità, generalmente stimolata

e guidata anche dallinsegnante, di sperimentare una dimensione di pura consapevolezza, diretta,

non verbale, non giudicante, non concettuale, a stretto contatto con il respiro o con unaltra

espressione corporea.

Un sutra di Patanjali ci dice che ordinariamente i fenomeni si manifestano nella dualità,

secondo i tre guna: sono cioè piacevoli, spiacevoli o neutri; non così per lo yogi. Intrappolati nei

nostri condizionamenti, gli eventi inducono nella coscienza moti di avversione-desiderio. Sono

quindi presenti dei semi karmici (vasana e samskara) che si manifestano come tendenze reattive e

dinamiche nevrotiche. Ecco allora che una capacità di presenza immediata amplia non poco il

nostro orizzonte di libertà. Lo yoga infatti ci insegna che dove cè coscienza cè energia, e il

discernimento, nel qui ed ora, delle nostre reazioni automatiche va pian piano ad indebolire i semi

che le hanno originate.

Lindicazione preziosa che ci viene dai maestri è dunque quella di essere totalmente presenti

e a cuore aperto davanti alle situazioni sia piacevoli che, e soprattutto, spiacevoli.

Se, in virtù di una consapevolezza ben addestrata, riusciamo veramente ad aderire, a

connetterci con unonda di avversione, con immediatezza e intimamente, non è pensabile che il

nodo di avversione rimanga uguale. Esso è destinato a perdere almeno in parte il suo potere.

Riappropriarsi di questa visione non giudicante vuol dire cominciare a sostituire il potere di asmita

(identificazione) con il potere della consapevolezza, il che significa cominciare a sostituire

lignoranza (avidya) con la saggezza intuitiva (prajna).

E da sottolineare limportanza del lavoro con lo yoga come preparazione ad una

consapevolezza allargata alla vita quotidiana. Sviluppando una buona capacità di consapevolezza

del corpo e del respiro (con asana e pranayama) è possibile rivolgere fruttuosamente lattenzione

non giudicante al più complesso campo delle emozioni e dei pensieri, sia perché è naturale andare

dal semplice al complesso, sia perché non di rado lunico modo (e il modo più diretto) di connettersi

con unemozione è connettersi con le sue manifestazioni fisiche, nel tipico avvicendarsi ondulatorio

di raga-dvesa che caratterizza le emozioni.

Abitare consapevolmente le condizioni presenti significa essere unificati e vivi. Non che una

cosa accaduta nel passato non sia vera. Però, se ci identifichiamo e ci attacchiamo al ricordo di

questa cosa, restiamo inevitabilmente separati dalla vita che viviamo in questo momento. Al

contrario, se non impartiamo al ricordo uno spessore, una realtà che non ha, e riusciamo invece a

stare davanti al ricordo in uno stato di semplicità attenta, non ci divideremo dalla vita presente.

Normalmente un ricordo può essere molto più di un ricordo, al punto di sembrare più reale

della persona che abbiamo davanti, ed esercitare un forte potere di condizionamento. Si tratta di

svelare le dinamiche proiettive della mente, che ci fanno vedere le cose alla luce dei nostri vissuti o

delleredità che abbiamo ricevuto (culturale, genetica) dallintera umanità. La pratica della

consapevolezza, e quindi anche lo yoga, si ripropongono di farci superare questa distorsione

percettiva offuscata da elementi proiettivi e di radicarci in ciò che è, così comè, qui ed ora.

La consapevolezza è unattenzione indipendente e attiva, diversa rispetto allattenzione

comunemente intesa, la quale è passiva e dipendente dallinteresse che un oggetto ci suscita, o dalla

necessità di portare a termine un compito. Finito linteresse o il compito, termina anche

lattenzione. Lattenzione contiene anche un certo grado di tensione, e si risveglierà solo a

condizione che ci sia una nuova attrazione o una nuova necessità. Dunque lattenzione

comunemente intesa può essere vista e vissuta come un condizionamento al fare per ottenere, o

come un adeguamento a modelli operativi di tipo istintuale. Differentemente, la consapevolezza è

una attività evolutiva della coscienza che tende a svincolarci da ogni forma di condizionamento.

La consapevolezza ha la fondamentale caratteristica di essere non giudicante. Se infatti

cominciamo a giudicare ciò che vediamo, entriamo nel dualismo raga-dvesa che ci lega ancora più

al giudizio ed impedisce alla consapevolezza di manifestarsi. Nel caso in cui siano presenti giudizi,

ciò che gli insegnamenti consigliano è di non reprimere, ma semplicemente di includere tali giudizi

nella sfera della consapevolezza. Tecnicamente, si tratta di allargare lorizzonte della coscienza ogni

qual volta si manifesta qualcosa di apparentemente esterno ad essa.

La consapevolezza è, per sua natura, silenziosa, e, nel suo mistero, benefica. La vera

consapevolezza unisce e quindi pacifica, la mente giudicante crea divisione, genera conflitto, e

quindi si oppone alla via dello yoga.

La consapevolezza è non concettuale, e, in quanto specchio, è puro guardare. Non è

riconducibile quindi a pensare, a confrontare o concettualizzare. Lintera mente discriminante viene

relativizzata in favore di una visione più ampia e profonda delle cose.

Dunque la consapevolezza non opera attraverso parole, simboli, immagini e concetti. E

qualcosa che viene prima e sta dietro le parole ed i concetti. Vimala Thakar11 traduce in termini

moderni con energia del vedere (citi shakti) quella qualità di pura osservazione che sta alla radice

di ogni percezione, e forse della vita. Questa caratteristica non concettuale della consapevolezza

può apparire strana agli occhi di un occidentale, al quale sarà difficile comprendere come la

consapevolezza sia non egoica, non egocentrata, in quanto la nostra cultura si è strutturata proprio

su una sopravvalutazione della volontà e della coscienza dellio.

Il maestro vietnamita Thich Nhat Hahn, commentando il Sutra del Diamante18, sottolinea

come la dialettica della Prajnaparamita abbia la funzione di scoraggiare lindividualismo e

ledonismo. Chi, ad esempio, si vanta di particolari realizzazioni spirituali, proprio per questo suo

atteggiamento non si può arrogare alcuna realizzazione spirituale, essendo ancora imprigionato

nello schema dellio-mio come entità autonoma in competizione con tutto il resto. Ciò a cui bisogna

tendere è ladesione alla realtà così comè al di là di ogni schema ego-centrico e di ogni

concettualizzazione. Ricordiamo Ma Gcig: Non avere alcuna teoria è la nobile pratica.

Se pratichiamo secondo un modo sempre più impersonale, non teorico e speculativo, non

verbale, saremo sempre meno incapsulati e impacciati, e più fluidi, in contatto con la realtà viva,

che è proprio fluida ed in continuo movimento. Invece di un dualismo di concetto-soggetto (io) da

una parte e di concetti-oggetti dallaltra, abbiamo adesso qualcosa di più unitario: il campo della

consapevolezza dentro il quale accade una realtà sempre meno intrappolata da giudizi e

rappresentazioni mentali.

Voglio ora mettere laccento sulla nostra radicata propensione ad attribuire il massimo

valore possibile al pensare in sé e per sé. Non mi riferisco alla riflessione saggia o altre forme

costruttive di pensiero, bensì ad una fascinazione indiscriminata per lattività mentale. Tale

fascinazione ha forti influenze culturali, in quanti loccidente ha costruito pian piano il primato del

pensiero discorsivo sulla contemplazione, per cui noi oggi subiamo in maniera eccessiva il

mentale e i suoi movimenti. Per contro gli orientali (anche grandi personalità come Tich Nhat Hahn

o il Dalai Lama) a volte non appaiono sufficientemente vaccinati contro gli aspetti più subdoli

della modernità, verso cui avvertono una forte attrazione.

Tornando alloccidente, ordinariamente ci si attendono le soluzioni di tutto in primo luogo

dal pensare, e poi anche dal parlare e dallagire. E come se fossimo intimamente convinti soltanto

pensando abbastanza e ripetutamente ad una data questione, sia possibile risolverla. Chi riesce a

produrre una grossa quantità di pensieri è considerata persona dotata di grande intelligenza, attiva e

positiva. La compulsione al pensiero viene generalmente incoraggiata, senza sospettare

minimamente che il pensiero scoordinato e accelerato provochi sofferenza. Si tratta di una sorta di

fede culturale, di abbandono ad un presunto potere magico del pensare e della proliferazione

mentale.

In realtà siamo di fronte ad uno degli attaccamenti più forti che ogni praticante si trova ad

affrontare nel suo percorso di liberazione: lattaccamento al pensare fine a sè stesso e alla

verbalizzazione mentale. Non a caso Patanjali definisce lo yoga come cessazione delle fluttuazioni

della mente: il chiacchierio mentale rappresenta la manifestazione esteriore più evidente dei nostri

demoni, vasana e samskara.

La pratica dello yoga attenua questa agitazione della mente, e predispone un terreno

favorevole alladesione consapevole alla vita. In particolare le asana hanno a mio avviso un valore

strutturante sui buchi della personalità, e costituiscono di per sé una meditazione sulle forme e

sulla dimensione corporea e del respiro. Tecniche di concentrazione o di arresto, come la pratica dei

mantra o la meditazione sul respiro, o ekagrata (focalizzazione mentale) su qualsiasi oggetto della

percezione ri-centrano il praticante, donano benessere e fiducia.

Lattaccamento alla proliferazione dei pensieri ci impedisce di vedere e sperimentare

capacità della mente diverse dal pensare. E come questi occupassero tutto lo spazio e offuscassero

lo sfondo vuoto della consapevolezza, la capacità ed il potere di accogliere. Purtroppo, il continuo

discorrere mentale può apparire normale o addirittura appetibile, diversamente da quanto può

accadere per altre forma di dipendenza delle quali, pur continuando a coltivarle, siamo i primi a

riconoscere il carattere nocivo. Una delle ragioni di tale difficoltà sta nel fatto che citta vritti agisce

da schermo alla chiara percezione, come già indicato in precedenza, ed evidenziato da Patanjali.

Tale effetto schermo costituisce una sorta di meccanismo di difesa con cui ci illudiamo di poter

eliminare la sofferenza. Rimuginare in modo ossessivo su un esperienza dolorosa, in realtà, ci

separa dallesperienza stessa, che invece ha qualcosa da insegnarci. Al contrario, se impariamo a

collocare questa esperienza nel raggio di unosservazione attenta, entreremo finalmente in contatto

con essa, e mentre ci apriamo allesperienza si rafforzerà la nostra capacità di comprenderla e di

lasciarla andare, ampliando il nostro orizzonte di vita.

La seconda freccia

In tema di consapevolezza, è necessario citare un insegnamento fondamentale del Buddha

sulle dinamiche mentali di avversione-desiderio (raga-dvesa). Il sutra in questione è il cosiddetto

sutra delle due frecce (Sallena Sutta). Seppure in forma più ermetica, analogo insegnamento

emerge anche da unattenta lettura di Patanjali.

Allinizio del sutra, il Buddha spiega che lignorante nellincontrare i fenomeni prova

sensazioni piacevoli, spiacevoli o neutre, e in questo non si discosta dal praticante. Ma ecco la vera

differenza tra i due:

E come se un arciere, dopo aver colpito un uomo con una freccia, lo colpisse ancora con una

seconda freccia. Sicché quelluomo patirà il dolore di due ferite. Lo stesso accade allignorante, che

soffre a causa di due dolori, quello fisico e quello mentale.

Il Buddha sottolinea che il difetto mentale risiede non nella percezione della sofferenza, derivante

dallinevitabile contatto della coscienza con i fenomeni dolorosi, ma nellavversione ad essa. Ciò è

in totale consonanza con quanto afferma Patanjali nel secondo libro a proposito dei klesha,

individuando nellavversione (dvesa) una delle principali formazioni mentali negative su cui la

pratica deve lavorare. Il saggio si distingue dalluomo comune perché ha maturato una non reattività

profonda verso gli oggetti della percezione, che gli evita ulteriori sofferenze ed indebolisce i residui

attaccamenti. Infatti, indugiando nellavversione, si dà origine a disposizioni latenti (vasana) di

ulteriore avversione; inoltre vi è il simultaneo rinforzarsi dellattaccamento per il piacevole. Ciò, tra

le altre cose, oltre ad essere inutile, coltiva e rinforza i semi dellignoranza esistenziale (avidya).

Cè una evidente concordanza tra gli insegnamenti del Buddha, più espliciti, e quelli di Patanjali sui

meccanismi che sostengono ed alimentano la sofferenza. Lo stesso monito si può leggere in più

parti in Krishnamurti13, il quale sostiene che lodio diventa un enorme ostacolo se coltivato a lungo

ed innaffiato regolarmente; lasciato a sé stesso appassirà, lasciando spazio allamore accogliente.

La consapevolezza della seconda freccia viene indicata sia da Patanjali che da Buddha come

prassi da seguire per per coltivare quella non reattività profonda che ne è il frutto. Tale attitudine

della mente è ben diversa da una non reattività superficiale basata sul self-control, ovvero sulla

repressione delle proprie pulsioni e tendenze, che genera solo nevrosi. Il controllo, che pure può

rappresentare una necessaria forma di protezione, è alimentato dalle nostre aspettative su come

dovremmo essere, e dallavversione verso ciò che siamo,e non può rappresentare una forza

pacificante.

E opportuno osservare che lesempio della seconda freccia, cioè il turbamento mentale in

presenza di un dolore fisico, è deliberatamente semplice. Sappiamo come le cose nella realtà

possano essere molto più complesse: ad esempio, la prima freccia può essere uno stato danimo

sgradevole, magari apparso dimprovviso e inspiegabilmente, e la seconda freccia lalimentare

pensieri contorti attorno a quello stato danimo. Ed è anche possibile ritrovarsi immersi sordamente

nel disagio senza aver preso coscienza né della prima, né della seconda freccia.

Lo sguardo intuitivo sullinteriorità (prajna) è uno dei doni più preziosi della pratica, se si

pensa che ordinariamente si è dominati da una totale confusione sulle dinamiche personali, e si

tende ad accorpare prima e seconda freccia, facendone un tuttuno.

Con la pratica scopriamo che, se poco o nulla è in nostro potere quanto alla prima freccia (tranne

laffidarsi!), molto invece possiamo riguardo alla risposta, ovvero alla nostra relazione con la

sensazione (spiacevole, piacevole o neutra che essa sia).

Lo yoga è unione e coscienza, dunque acquisire consapevolezza di ciò che ci spinge ad agire

fa parte a pieno titolo del percorso di liberazione.

Le implicazioni positive di quanto detto sono notevoli. Giacché, se impariamo a cogliere ed

osservare il dinamismo della seconda freccia in noi, a non scagliarla, il risultato andrà ben oltre il

superamento dellavversione. Infatti, cominceranno simultaneamente ad indebolirsi lattaccamento-

desiderio (raga) e lignoranza (avidya): stiamo operando su tutti i principali klesha. Se si accosta a

tutto questo la pratica del primo yama, ahimsha, un atteggiamento profondamente non violento e

pacificante può lentamente espandersi demtro di noi. Questo richiamo a yama mette in luce la

circolarità e la saggezza del sistema di Patanjali, in cui ogni parte è necessaria e si integra con il

resto. Ahimsha va inteso anche come ladeguarsi ad una naturale legge interiore, e quindi non fare

del male e non aggredire anzitutto noi stessi, evitando di alimentare le dinamiche della sofferenza.

Consapevolezza ed emozioni

La nostra società sembra porre unenfasi particolare sulle emozioni, al punto che ad esse

viene attribuita una sorta di primato culturale.

In verità, molte emozioni hanno a che vedere con i klesha, le formazioni mentali negative,

rientrano nella dinamica raga-dvesa (avversione-desiderio), e come tali rappresentano cause attive

di dolore nel presente, aumentano il bagaglio karmico e preparano il terreno a sofferenze future.

Il

lidentificazione con le emozioni il motore del condizionamento e della sofferenza. Individuare

interiormente tale identificazione è un lavoro lungo e paziente. Rientra a pieno titolo in questo

contesto la dinamica della seconda freccia, che risulta qui più che pertinente. Lavorando con la

consapevolezza di emozioni negative, ad esempio la paura di qualcosa, possiamo ritrovare dentro di

noi un forte desiderio di liberarcene. Per poter diventare veramente consapevoli della paura ed

incontrarla diventa necessario ancor prima lavorare con il nostro desiderio di non avere paura, ed il

nostro rifiuto per questo sentimento. Non penso esistano scorciatoie per le vie interiori, ed ogni

nodo va attentamente considerato. Ciò che reattivamente sorge in noi riguardo lemozione in

questione costituisce barriera che ci separa dal contatto con lemozione stessa.

Nellambito della vita di ogni giorno ed anche di una pratica meditativa, unattenzione

sollecita alle piccole emozioni che riempiono le nostre giornate può costituire un ottimo

fondamento al lavoro interiore. Se riusciamo a progredire nella consapevolezza nel quotidiano, ci

renderemo conto, pian piano, vivremo la paura con meno paura, cercheremo con meno

attaccamento gli stati emotivi piacevoli, nutriremo meno avversione per gli spiacevoli e staremo

agevolmente con ciò che si presenta. Questo rilassamento nei confronti delle cose è uninizio di

pacificazione della mente.

Identificazione e consapevolezza non possono convivere: quando cè identificazione non

rimane spazio per nulla, siamo in preda ad un demone che ha preso il totale controllo del campo.

Alla radice dellidentificazione cè lattribuire totale credito alle emozioni stesse ed a tutti i pensieri

che sorgono intorno ad esse. Solo se questa totale fiducia nel pensiero viene graduamente

abbandonata si può manifestare una dinamica differente, non-identificata e consapevole. Quindi ,ciò

che più va indebolito è questa sorta di fede verso tutto ciò che la mente pronuncia ed immagina. Sta

al praticante, attraverso un processo intuitivo, cogliere in questa fiducia verso il mentale la radice

della sofferenza.

lavoro sulle emozioni è in primo luogo un lavoro su asmita, lidentificazione. E

Come praticanti, dobbiamo chiederci se siamo disposti a sostituire il credere nelle emozioni

e nei pensieri, con losservare le emozioni ed i pensieri. Una matura auto-accettazione di sé e del

proprio mondo interiore è un grande passo in avanti nel percorso spirituale, e non ha nulla a che

vedere col narcisismo.

Una autentica e sincera pratica non è mai una autostrada in cui si entra per sempre in una

dimensione non-identificata di pace, ma una via dinamica, in cui si alternano alti e bassi,

identificazione e consapevolezza, unoscillazione tra il credere e losservare, tra la contrazione e la

distensione. Laccettazione delle emozioni gioca, in questo processo, un ruolo fondamentale: la vera

vita è accoglienza, e solo questa attitudine di fondo può liberarci dalle nostre paludi interiori.

4. UN ESEMPIO DI PRATICA ORIENTATA

Questultimo breve capitolo sarà dedicato ad un esempio di pratica utile a intraprendere un

percorso legato allo sviluppo della consapevolezza. Non è facile indicare una precisa pratica in

questa direzione. Lesempio riportato vuole più comunicare uno stile ed un messaggio che un

insieme di tecniche. Si intende che la seduta è rivolta a praticanti che hanno già una certa

dimestichezza con lo yoga e con le dinamiche della mente.

Si comincia con il canto dellOM (da siddhasana o vajrasana), suddiviso nelle tre lettere A-

U-M, in cui la concentrazione viene portata sulla parte bassa dei polmoni (A), sulla zona toracica

(U) e sulla testa e la zona clavicolare (M). Viene ripetuto parecchie volte (6-7) al fine di centrare la

mente e predisporla allascolto del corpo e del respiro.

Al canto dellOM segue qualche minuto di interiorizzazione in cui si percepiscono e si

assimilano gli effetti del mantra sul mentale e sul corpo.

Quindi si comincia con gesti molto semplici, preparatori alle asana vere e proprie, ad

esempio: inspirando si solleva il braccio, espirando si abbassa e si riporta sul ginocchio. Il

movimento va eseguito in piena coscienza, coordinando la durata del respiro e del movimento. Si

ripete alcune volte per ogni lato, e poi si staziona in ascolto, respirando normalmente, con il braccio

sollevato. Ritornati alla posizione di riposo si ascolta il movimento pranico nel braccio e nella

spalla, affinando in tal modo la coscienza del corpo e delle sue energie.

A questo punto si stira la colonna intrecciando le dita e sollevando entrambe le braccia come

in mahamudra. Si sta un paio di minuti in questa posizione, che poi viene sciolta. Seguono altri

esercizi di scioglimento della scapolo-omerale, seguiti da mobilitazioni consapevoli del collo e del

tratto cervicale. Poi si passa al gatto, facendo partire la postura da dietro, e ascoltando e

dissociando il movimento delle vertebre della colonna. Si eseguono delle torsioni dinamiche leggere

nella regione lombare, per poi passare alla tartaruga dinamica ed al pesce dinamico. Si conclude

con lascolto e la compensazione nella foglia ripiegata.

Ci si riposiziona in siddhasana e si canta lOM per un certo numero di volte (5 minuti);

segue una meditazione di consapevolezza sul momento presente e su tutti gli oggetti della

percezione interna. Con la mente acquietata dalla pratica dei mantra e con il corpo sciolto e

stimolato dalle asana, si è nelle condizioni ideali per potere osservare i pensieri nel loro fluire. Si

rimane in questo ascolto ed in questa interiorizzazione per 20 minuti circa. La fine della

meditazione può essere segnata dal suono di una campanella.

La seduta dovrebbe svolgersi in completo silenzio, poichè mira allo sviluppo dellascolto profondo

di tutti gli oggetti della percezione, con mente non dispersa.

5. NOTA CONCLUSIVA

Questa tesi non vuole porsi come una trattazione completa ed esauriente del tema della

consapevolezza, ma come nucleo di spunti di riflessione sullargomento. Inoltre, e soprattutto,

costituisce uninvito a fare esperienza della consapevolezza, e a coltivare di essa una vera

comprensione, dove comprendere una cosa significa, come afferma Thich Nath Hanh12, penetrare

profondamente in essa, diventare uno con essa.

Da compagna di pratica, essa diverrà, inevitabilmente, compagna di vita.

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