Una base neurobiologica per la dislessia

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Una base neurobiologica per la dislessia

20 febbraio 2013

Utilizzando una sofisticata tecnica di imaging basata sull’elettroencefalogramma è possibile
evidenziare nei bambini dislessici un deficit di coerenza nel modo in cui il cervello codifica il
linguaggio parlato. Lo dimostra uno studio che indica inoltre come mitigare o risolvere i problemi
di lettura con lallenamento e lausilio di un dispositivo in grado di trasmettere la voce di un insegnante direttamente nelle orecchie (red)

lescienze.it

La dislessia la difficoltà di lettura non riconducibile a deficit dintelligenza, di udito o di
vista sarebbe fortemente correlata a un meccanismo cerebrale che collega la lettura alle capacità
di codifica dei suoni: è quanto afferma un nuovo studio apparso sulla rivista “The Journal of
Neuroscience” a firma di Nina Kraus, docente di neurobiologia, fisiologia e comunicazione della Northwestern University.

Da alcuni decenni le ricerche in campo neurobiologico hanno dimostrato che la capacità di lettura è
associata alle capacità di elaborazione dei suoni, tra cui le capacità di memoria e di attenzione,
di percepire le rime e di categorizzare rapidamente i suoni. In particolare, gli studi condotti in
passato nel laboratorio di Kraus hanno documentato che la dislessia è legata a processi sensoriali
molto più variabili del normale, ovvero a rappresentazioni del linguaggio parlato incoerenti da
parte delle regioni uditive del sistema nervoso, che portano a un deficit nella capacità di riconoscere il significato dei suoni percepiti.

In questultimo studio, Kraus e colleghi hanno misurato, mediante una sofisticata tecnica di imaging
basata sull’elettroencefalogramma, le onde cerebrali di 100 bambini di età scolare mentre
percepivano il linguaggio parlato. Dallanalisi dei dati è risultato che i soggetti che riuscivano
meglio nella lettura erano anche quelli in cui la codifica del suono raggiungeva il massimo livello
di coerenza. Al contrario, i peggiori lettori era anche quelli in cui tale coerenza era minore.
Secondo le ipotesi degli autori, si tratterebbe di un processo che si struttura col tempo, via via
che i bambini imparano a connettere in modo efficace i suoni al loro significato.

Dopo questa prima fase, lo studio è continuato con una sperimentazione sulla possibilità di recupero
dei piccoli soggetti. Per un anno, i bambini hanno seguito un percorso di allenamento in cui veniva
utilizzato un dispositivo in grado di trasmettere la voce del loro insegnante direttamente nelle
orecchie. Luso di questi dispositivi aveva lo scopo di permettere al cervello di concentrarsi sui
suoni dotati di senso dallinsegnante, diminuendo il disturbo delle distrazioni, sottolinea la
ricercatrice. Dopo un anno di allenamento, i bambini mostravano un miglioramento non solo nella
lettura, ma anche nella coerenza con cui il loro cervello codificava i suoni del linguaggio parlato, in particolare delle consonanti.

“E’ raro che si abbiano difficoltà a codificare il suono delle vocali, che sono relativamente
semplici e lunghi spiega la ri. I suoni delle consonanti sono invece più brevi e acusticamente più
complessi: per questo è più probabile che vengano categorizzati in modo scorretto dal cervello. I
nostri risultati conclude – suggeriscono che i buoni lettori traggano profitto da una
rappresentazione neurale stabile del suono, e che i bambini con risposte neurali incoerenti siano svantaggiati nellapprendimento della lettura.

http://www.jneurosci.org/

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