TECNICHE DIAGNOSTICHE 2

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TECNICHE DIAGNOSTICHE 2

da “Enciclopedia olistica”

di Nitamo Federico Montecucco ed Enrico Cheli

Il lavoro dell’occhio
di Alice A. Bailey

Da “Il trattato dei sette raggi” ed. Nuova Era 1940

Il centro tra le sopracciglia, comunemente chiamato il terzo occhio, ha un’unica peculiare funzione.
Come ho messo in evidenza altrove, gli studenti non devono confondere la ghiandola pineale con il
terzo occhio. Essi sono in relazione fra di loto, ma non sono la stessa cosa. Il terzo occhio si
manifesta come risultato della reciproca azione vibratoria tra le energie dell’Anima, che agiscono
attraverso la glandola pineale e le forze della personalità, che funzionano attraverso il corpo
pituitario. Queste due forze, l’una negativa e l’altra positiva, hanno qui un’azione reciproca e
quando sono abbastanza potenti, producono la Luce nella testa.

Come l’occhio fisico si manifesta in risposta alla luce del sole fisico, cosi l’occhio spirituale si
manifesta in risposta alla Luce. del Sole Spirituale. Quando questo occhio è sviluppato, l’aspirante
diviene cosciente della Luce interiore, In se stesso e in tutte le forme ove la coscienza esiste
anche se velata dagli involucri esteriori, ed è l’espressione della Vita Divina.

A mano a mano che la coscienza di questa Luce aumenta in lui, anche l’organo visivo interiore e il
meccanismo per mezzo del quale egli può vedere le cose nella Luce spirituale, si sviluppano nel suo
corpo eterico.

Questo è l’occhio di Shiva che è pienamente utilizzato nel lavoro magico solo quando l’aspetto
Monadico, l’aspetto Volontà, o primo aspetto, è divenuto il fattore sovrano. Per mezzo del terzo
occhio, l’Anima compie tre attività:

1. Questo terzo occhio è anche chiamato “occhio della visione” e come tale permette all’uomo
spirituale di vedere, celati in ogni forma, gli aspetti dell’espressione divina; di divenire
cosciente della Luce del mondo, di pervenire al contatto con l’Anima entro tutte le forme. Come
l’occhio fisico vede le forme esterne, cosi l’occhio spirituale percepisce “l’illuminazione” entro
quelle forme, tale “illuminazione” indica lo specifico stadio di ogni forma quale essere spirituale.
Il terzo occhio, insomma, schiude all’uomo il Regno della Luce.

2. Il terzo occhio è il fattore che dirige il lavoro interiore.

Tutto il lavoro viene infatti eseguito con un definito proposito costruttivo, reso possibile
dall’uso della Volontà intelligente. In altre parole, l’Anima conosce il Piano, e quando
l’allineamento è raggiunto e l’atteggiamento è giusto, l’aspetto Volontà dell’essere umano
spirituale può funzionare e produrre i risultati nei tre mondi della manifestazione. L’organo usato
è il terzo occhio. L’analogia si può ritrovare nel potere spesso esercitato dall’occhio fisico
nell’uomo, quando domina gli altri esseri umani e gli animali con lo sguardo, potendo agire
magneticamente col fissare intensamente persone e animali. La forza fluisce attraverso l’occhio
umano focalizzato su di un punto. Parimenti l’energia spirituale fluisce attraverso il terzo occhio
focalizzato su di un obbiettivo. ,,

3. Il terzo occhio ha anche un aspetto distruttivo, cioè l’energia che fluisce attraverso di esso
può avere effetto disintegrante, e mediante l’attenzione focalizzata, diretta dalla volontà
intelligente, può espellere energia fisica. E’ l’azione dell’Anima nell’opera di purificazione.

La corrispondenza con la percezione della Luce entro tutte le forme mediante l’azione del terzo
occhio, (di cui il risveglio si manifesta con la visione della Luce nella testa, o Luce spirituale)
trovasi nella funzione dell’occhio fisico che rivela le forme nella Luce del Sole fisico.

L’occhio spirituale, che è il fattore dominante dell’opera magica, corrisponde all’Anima. In un
senso molto misterioso, l’Anima è, a sua volta, l’occhio della Monade, e la mette in grado di
operare, prendere dei contatti, conoscere e vedere sui piani inferiori ciò che Essa, essendo puro
Essere, non potrebbe fare.

Il corpo di luce

Il grande simbolo dell’Anima, nell’essere umano, è il suo corpo eterico o vitale, per le seguenti
ragioni:

E’ la controparte fisica della Luce interiore, chiamata Anima, o corpo spirituale: chiamato anche
“coppa d’oro” (vasello) nella Bibbia e si distingue:

a) per la sua luminosità;

b) per la frequenza di vibrazioni che è sempre sincrona con lo sviluppo dell’Anima;

c) per la sua forza di coesione, che unisce e connette ogni parte della struttura fisica.

E’ la “trama o rete microcosmica della vita” perché compenetra ogni parte della struttura fisica e
ha tre scopi:

a) portare in tutto il corpo il principio vitale, l’energia che produce attività; il che avviene per
mezzo del sangue. Il punto centrale per questa distribuzione è il cuore, trasmettitore di vitalità
fisica

b) rendere possibile all’Anima, o all’essere umano-spirituale, di venire in rapporto col suo
ambiente per mezzo dell’intero sistema nervoso, il cui centro di attività è il cervello, sede della
recettività cosciente

c) produrre per mezzo della vita e della coscienza un’attività irradiante, o manifestazione, della
gloria che farà di ciascun essere umano un centro di attività per la distribuzione della Luce e
dell’energia attrattiva, ad altri esseri umani é ai regni subumani. Questo fa parte del Piano del
Logos Planetario per infondere vita alle forme dei regni subumani e per rinnovare in esse la
vibrazione.

Il simbolo microcosmico dell’Anima non solo sottostà all’intera struttura fisica, essendo così il
simbolo dell’Anima Mundi, o Anima Universale, ma è una indivisibile, coerente e unificata entità,
simboleggiante quindi l’unità e l’omogeneità di Dio. Non vi sono in esso organismi separati: è
semplicemente un corpo di forza liberamente fluente.

Questo corpo di Luce e di energia, coerentemente unificato, ha in sé sette punti o centri.

Coscienza eterica

Uno degli oggetti principali dell’opera evolutiva dell’Umanità, è stimolare, purificare, coordinare
il corpo eterico.

Tale corpo non è soltanto il trasmettitore del prana, ma è il mezzo di collegamento con tutte le
energie che noi abbiamo preso in considerazione. La sua importanza è molteplice:

a) L’acquisizione della coscienza eterica, la meta più vicina all’umanità e verso la quale essa è
rivolta. Si dimostrerà dapprima come capacità di vedere etericamente e di conoscere la materia
eterica.

b) E’ il campo di esplorazione che si aprirà agli scienziati moderni. Entro dieci anni, molti medici
lo riconosceranno come un fatto naturale.

c) L’origine di molte delle malattie che il corpo fisico soffre attualmente deve ricercarsi nel
corpo eterico. Vi sono poche, e forse nessuna malattia puramente fisica. La malattia ha la sua
sorgente nelle condizioni astrali ed eteriche.

d) Il segreto della sana e sicura chiaroveggenza e chiarudienza dipende dalla purificazione del
veicolo eterico.

e) Le emanazioni eteriche delle persone possono essere molti nocive e contaminatrici: nella
purificazione del corpo eterico sta il segreto per una umanità più sana, più serena, più armonica,
l’importanza del corpo eterico è quindi evidente.

Una scoperta scaturirà dalle ricerche ed investigazioni, già iniziate presentemente, su ciò che
riguarda la luce ed il colore. L’effetto dei colori sulle persone, sogli animali e sui vegetali,
sarà studiato, e come risultato di questi studi si avrà lo sviluppo della visione eterica o il
potere di vedere la materia fsico-eterica, con gli occhi del corpo fisico denso. Si useranno sempre
più nel nostro linguaggio termini che si riferiscono al fenomeno della luce, e l’effetto degli
sviluppi che ne derivano in questo dipartimento del pensiero umano, sarà triplice.

a) Gli uomini possederanno la visione eterica.

b) Il corpo vitale o eterico, che rappresenta, per così dire, l’impalcatura interiore della forma
esteriore sarà visto, notato e studiato in tutti i regni della natura.

c) Questo fatto abbatterà le barriere fra le razze, eliminerà le distinzioni di colore, e aiuterà lo
stabilirsi della Fratellanza essenziale. Allora ci vedremo l’un l’altro, (e vedremo tutte le forme
della divina manifestazione) come unità di luce di vario grado di luminosità, e sempre più useremo
termini che si riferiscono all’elettricità, al voltaggio, alla intensità, alla forza o potenza.

L’età e il grado di evoluzione degli uomini potranno essere riconosciuti poiché diverranno
oggettivamente apparenti, si riconosceranno le varie capacità delle anime antiche e quelle delle
anime giovani, ristabilendo così sulla terra la regola degli illuminati.

Notate bene che a tutti questi riconoscimenti si arriverà per opera degli studi e delle ricerche
degli scienziati delle due prossime generazioni. La loro opera di ricerca sull’atomo della sostanza,
le loro investigazioni nel campo dell’elettricità, della luce e della forza, inevitabilmente
condurranno alla dimostrazione della relazione fra le forme, il che e un altro modo di esprimere il
fatto della Fratellanza, e il fatto dell’esistenza dell’Anima, Luce interiore e radiosità di tutte
le forme.

Incontrare medusa
di Carlo Moiraghi

Tu puoi comprenderlo. vederlo,
toccarlo con mano e contemplare
la sua immagine.
Ma come potrà manifestarsi ai tuoi
occhi se ciò che è in te è invisibile a te stesso?

Ermete Trismegisto

Medusa, la sola mortale delle tre figlie di Forco, il Vecchio del Mare, era bella quanto è bella una
giovane per questo nei discorsi nominata. Qualcuno dice che la giovane gorgone, figlia di Ceto il
mostro marino, doveva avere sembianze mostruose. Si sbaglia.

Medusa era una bella ragazza. Una giovane donna in punta di piedi sul fiore della propria vita.

Non so dirvi come e perché, né se fu per caso, un giorno Poseidone, il dio marino dagli scuri
capelli, la guardò e la bellezza della ragazza divenne allora semplicemente inesprimibile, come
latte di luna.

Il dio d’acqua la ebbe. Si unirono nel tempio di Atena. Le colonne, i capitelli, le pietre del
recinto videro in arcobaleno. Pareva un’onda. Riunì di luci ogni antro del tempio.

Successe una notte. I capelli di Medusa distesi a ghirlanda sulle pietre sacre rilucevano più o meno
dei pianeti del cielo?

Il suo volto pallido assorbì, riflesse o emanò il latte della luna? E quando il volto arrossì
dell’intimità che soffocava il cuore, i capelli furono lampi più o meno elettrici degli squarci di
luce nel temporale? O divennero occhi rossi di serpi?

E i tuoni che si udirono erano i respiri degli amanti, o delle manguste che quella notte nel
boschetto vicino non dormirono? E chi lo riferì agli uomini? Certo non Poseidone. Né Medusa che da
quel giorno mai più parlò. Né Atena. Ma si sa. Gli uomini sempre guardano attorno e pretendono di
vedere e vedendo sapere. Forse qualcuno di loro vide, ma chissà che, e che credette.

E se chi guardò Medusa divenne da allora pietra e dunque certo non lo raccontò, chi disse che Medusa
fu per bruttezza mortale?

Perché non per bellezza?

Anche la tradizione può errare. E’ questo il caso. Furono gli uomini a confondere avvenimenti e
significati.

Attorno all’evidente costruirono il mito come con pietra squadrata costruiscono le arcate nei loro
templi, ma errarono nel porre la chiave di volta. O vollero errare.

L’alba seguente l’incontro conobbe una luce che fluiva, pulsava, vibrava.

Voglio dire che i raggi di luce davvero emanavano melodie colorate, melodie silenziose che ancora
oggi in quel luogo invadono il viandante. L’atmosfera era trasparente chiara palpabile rallentata
serena. Medusa si era destata e si avvertiva palpitare lei pure.

Proprio come la sera precedente aveva veduto respirare di luce una lucciola solitaria. Ricordi di
attimi recenti le passavano come cirri nella mente. Non li fermava, non si fermavano. Non cercava di
ricordare. Non ripensava all’evento. Mai più pensò. Camminava sul sentiero vuota assorta soave.

Incontrò un uomo. E accadde. Da allora sempre le accadde.

L’uomo fermò il passo, la guardò. Senza espressione, senza desideri o paure. Restava immobile
l’uomo, presso l’eucalipto. Medusa non badava a lui. Non badò più a nulla Medusa, dopo quella notte.
L’uomo non si mosse mai più. Dicono che divenne pietra. Non si può dire che questo sia o non sia
vero.

Fu l’immobilità stessa in alchimia con la vita dell’uomo, che pure immobile continuò a vivere, che
scelse nel tempo una materia più consona all’evento.

Le ossa, la carne, tutto il corpo restarono inalterati. E la natura, come sempre materna fece sì che
la carne restasse carne, e l’osso, ma che si addormentasse, e nel sonno fosse sì carne, ma polvere,
sì osso ma pietra.

Anche il pensiero dell’uomo, che semplicemente si fissò dove e come lo sguardo di Medusa lo
incontrò, restò inalterato, vedendo a rassomigliare ad un cristallo di quarzo, di berillio, di
tormalina.

L’istante si fece indefinito, e quell’uomo continuò a vivere e vive per sempre quell’attimo
immobile.

Gli uomini si sforzarono di trovare un nome per tradurre un tale miracolo e questo nome fu pietra.

Non so dirvi cosa Medusa provò né se almeno se ne accorse.

In realtà se ne accorse. Da tempo tutto ciò che ella guardava perdeva all’istante il moto, il
fremito di vita. Non pensò mai di esserne causa? Medusa. Come ho detto, non pensò mai più del tutto.
Pure se ne accorse. E il fatto contribuì nel tempo a renderla chiusa e schiva. Come l’unica
sopravvissuta a sé stessa.

Ella visse dilatato nel tempo senza tempo l’istante infinito di unione col dio dai capelli scuri, e
proprio questa esperienza non nominabile, involontariamente trasmessa a chi la incontrava, ne
trasformava il tempo e lo spazio, e ne rendeva immobile il moto.

Così chi la incontrava sfumava nell’istante infinito del tempo senza tempo. Diveniva pietra, terra,
polvere, nulla e pure viveva. Chiamare ciò pietra è scusabile errore umano.

La solita pretesa di dire l’indicibile. Dire Medusa mostruosa per bruttezza o bellezza è inutile
disquisizione.

La realtà era la presenza terrena corporea di questa ragazza celeste. Per lungo tempo avvennero
questi incontri infiniti e definitivi. E se quegli uomini pietrificati come è chiaro mai più
parlarono, come sapere cosa fu per loro quell’incontro inatteso.

Cosa fu per loro restare obnubilati, eretti, vuoti di pietra, pieni degli occhi di latte di lei?

E i capelli ad areola chiara che incorniciava il volto senza espressione, erano serpenti o narcisi?

Fu insomma per loro incontro fortunato o triste sorte? Benedizione o sortilegio? Insomma che è
incontrare Medusa?

Poi la vita scelse per Medusa la morte. Dicono che la uccise Perseo. Fu morte decisa da congiura di
uomini e dei.

L’esperienza divina non poteva rimanere incarnata tanto a lungo o avrebbe portato sconquasso in
tutto l’ordine creato.

Vi fu una grande riunione e se ne discusse, e questo fu il punto di vista sulla faccenda che ebbe il
sopravvento. Nei fatti, vi era chi si diceva contrario, ma alla fine abbassò gli occhi in silenzio.

E’ facile dire oggi che Medusa sarebbe stata solo una fiaccola in più in questa notte terrena. Che
le fiaccole bruciano, ma danno calore e vita. Le cose andarono diversamente. Conviene ricordare che
erano altri tempi.

Altri uomini, altri dei.

Atena donò a Perseo lo scudo di specchio. Ermete gli donò il falcetto stregato. E dalle Ninfe Stige
ebbe i calzari alati, l’elmo e la cappa che fanno invisibili, il sacco magico. Ebbe questi doni per
uccidere e andò in cerca di Medusa. Andò senza astio, rancore, rabbia. Gli eroi a quei tempi agivano
e basta, là dove le gesta e le imprese chiamavano. Semplici portatori di morte.

Si incontrarono. Eschilo dice che Perseo penetrò nella caverna come un cinghiale. Medusa procedeva
come sempre assorta nel proprio destino. Pure, senza porvi attenzione, vide Perseo. Era il primo
uomo che vedeva da tanto tempo.

Lo vide sfuocato, sfumato come gli occhi di latte di luna e la mente svuotata potevano. E gli volle
bene. Fu l’unico uomo cui Medusa volle bene. Gli ricordava il suo dio, il suo benefattore dai
capelli scuri.

Perseo fu il primo uomo che non si fece di pietra al vederla. Anche per questo ella si innamorò.
Così si avvicinò strisciando sui ciottoli. Si sentiva leggera. Conosceva bene, Medusa, il destino.
Ma non voleva ora, proprio non voleva pensare. Voleva parlare a quell’uomo. Confondeva Medusa il
corpo di eroe col corpo divino, Perseo si sentiva estraneo a quel luogo di sassi, straniero a sé
stesso.

Credeva un sortilegio. L’ombra di Medusa si avvicinava.

Perseo pensò a ciò che Atena gli aveva insegnato; “Non guardare la Gorgone ma solamente il riflesso
di lei nello scudo di specchio. E fidando in quello, colpire”. Non lo fece. Perseo guardò e vide.

Medusa non era più pietrificante visione. Stava ritrovando sé stessa.

La ragazza già desiderava. Desiderava parlare a Perseo, l’eroe dai capelli scuri. Fu un attimo.
Perseo non sapeva, non poteva, non voleva. La ragazza si avvicinava. L’eroe non fece nulla. Fu un
attimo. Il magico falcetto dorato, il dono di Ermete, da sé scattò.

Perseo giurò poi di non averlo affatto manovrato. Di aver temuto anzi proprio ciò che successe. Era
questo dunque il sortilegio. Fu un attimo.

Fu un taglio deciso, imponente.

Una virgola dorata di fulgido rosso. Le tante teste di serpe, o erano fiordalisi nei capelli, si
fecero dritte e rigide come raggiere di ruota di carro. E la bocca carnosa della ragazza, le sottili
labbra squamose della medusa, gli occhi di latte di luna, i mille serpenti emisero un suono, un
sibilo. I fiordalisi caddero a terra. Cos’era questa nuova esperienza, quest’altro essere posseduta
e penetrata, così differente da quella mai dimenticata donata dal dio, ma anche questa tanto
profonda? Chi era quest’uomo? Medusa languiva. Vi fu uno squittio che si protrasse ad eco, e si
espanse infinito come i cerchi concentrici che nello stagno fa il sasso gettato. Perseo raccontò,
una sola volta ne parlò e solo alle sacerdotesse di Atena, che fu come un assenso. Udì un sì.

Come un consenso nuziale che durò il tempo, fu lungo tempo, in cui il sangue miracoloso sgorgò dalla
testa, dal ventre, dalla carne smembrata. E più il falcetto stregato da sé vorticoso colpiva, più
Medusa docile e sanguinante si portava sotto i colpi e sibilava il suo assenso.

Alfine attraverso il collo reciso Medusa, ormai forma informe che sfiatava in quel teatro di sassi,
carne impolverata e terra insanguinata, partorì Crisaore, l’eroe dalla spada dorata e Pegaso il
cavallo alato, i due figlioli che la ragazza e Poseidone avevano nell’amore concepito. Poi più
nulla. Aria ferma. Trascorsero giorni, mesi, anni, durante i quali nessuno ebbe notizie. E nessuno
si permise illazioni. Semplicemente non se ne parlò, Perseo attonito respirava la terra
dell’altipiano. Determinato solo a non domandarsi cosa fosse stato per lui incontrare Medusa. Cosa
ucciderla. Ancora ne sentiva la voce.

Gli occhi dell’eroe, nessuno li vide, ma qualcuno lo riferì, parevano latte di luna. La tradizione
non riferisce che Perseo restò a lungo in tale stato come pietrificato lui pure. La testa di medusa
decapitata, lì in terra fianco a lui, pareva pietra anch’essa. Perseo la guardava, ma non poteva
comprendere: erano serpi o fiordalisi nei capelli? Per -lungo tempo Perseo non fu Perseo. Fu
semplicemente un uomo senza storia. Avvertiva le giornate trascorrere in sé e se stesso trascorrere
in esse. Si purificava nel fiume, respirava, dormiva. Guardava senza sguardo il tempo senza tempo Il
mito non dice che quando gli uomini ne andarono in cerca, lo trovarono su un colle con uno stelo
d’erba nelle mani. Fra l’indice e il pollice zufolava, Perseo. Soffiava dolcemente e zufolava.

Avrebbe detto più tardi che solo il fremito del filo d’erba fra le dita, quello zufolo vibrante che
i bimbi conoscono nel prato, gli ricordava quel sibilo di visceri, quel raglio di ringraziamento,
quella voce stentata ma lunga, interminabile assenso di morte, che medusa cantò, così Perseo disse,
cantò, mentre veniva decapitata.

Nel tempo Perseo ritrovò sé stesso e fu di nuovo l’eroe.

E la testa di Medusa divenne in seguito il centro di molte vicende di innumerevoli eventi rari.

Da riferire v’è solo che Perseo seppellì medusa, la ragazza gorgone bella, nella piazza del mercato
di Argo, la sua città, fianco alla tomba della propria figlia Gorgofone, colei che ha voce di
gorgone.

E la domanda rimane. Che era? Che è incontrare Medusa?

Chi la guardava restava sul passo, per sempre. Li dov’era, così com’era. Cosa vedeva?

Dicono che Medusa non fosse che specchio, un corpo formato di lucida madreperla, una forma tanto
chiara da riflettere l’immagine.

Così chi la osservava si trovava di fronte inaspettata la propria persona, amplificata attraverso il
mito e il mistero. Vedeva se stesso e il mistero coincidere. Vedeva la vita risolversi. L’affanno
cessare.

Vedeva il problema coincidere con la soluzione. Il fine coincidere con la fine. E restava cosi, nel
luogo e nel tempo ove tutto appare, tutto coincide, tutto cessa. Vicino all’eucalipto.

Non so se questo sia vero. Non credo. Mi pare il solito bisogno umano di trovare spiegazioni e
soluzioni là dove non ve n’è bisogno.

L’enigma e il mistero non cercano soluzioni. Soluzione hanno già, in sé. Quello che so è che per
nulla guardando Medusa gli uomini si trasformavano in pietra. Non vi era incantesimo, sortilegio,
maledizione.

Semplicemente restavano immobili. Immemori. Innati. Insieme dimentichi del vivere, e dimentichi del
nulla. Respiravano un tempo cosi familiare, così denso di lento tepore, da fare apparire tutto il
resto, il mondo delle cose e degli avvenimenti, già veduto, già vissuto, usurato, lontano, vano.
Finalmente partecipi della luce oltre le nubi.

Inutile insistere, vano è anche tentare di descrivere un tale stato. Forse mi intendete se lo chiamo
pace.

E’ esperienza che ci attente tutti, inaspettata e chiara. E in ognuno di noi vive delicata come la
nostra ombra. Amabile compagnia. Già la conosciamo bene, l’amica segreta.

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