Problemi senza soluzione?

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Problemi senza soluzione?

Quando ci troviamo di fronte a un problema, di solito adottiamo sempre le stesse soluzioni, anche se i risultati non sono efficaci. Perché lo facciamo? E, soprattutto, come possiamo smettere di farlo?

I problemi sono una delle nostre maggiori preoccupazioni. Vivere non è un’esperienza semplice, ancor meno quando entrano in gioco le difficoltà naturali che si presentano nella vita di tutti i giorni. Ma cosa succede quando le difficoltà si trasformano in problemi senza soluzione?

I problemi rallentano e bloccano l’evoluzione e impediscono la crescita, soprattutto quando restano irrisolti; finiamo per vivere con essi e tutto inizia a ruotare attorno al dispotismo che esercitano.

La trasformazione delle difficoltà in problemi e la loro perpetuazione è il risultato di tentativi di soluzione privi di successo. A ciò dobbiamo aggiungere l’aggravante che anche questi tentativi diventano un problema.

Più si tenta di risolvere un problema, più si ottiene lo stesso risultato e più il problema originale si radica nel sistema. Ci troviamo di fronte, in apparenza, a problemi senza soluzione.

Problemi senza soluzione o semplicemente soluzioni poco creative?

I tentativi di risoluzione sono una serie di azioni e interazioni che mirano a risolvere la difficoltà. Queste azioni sono i meccanismi tipici a cui ricorre la persona di fronte a un ostacolo.

In generale, gli esseri umani non sfruttano la propria creatività e non la mettono al servizio di questi tentativi di soluzione. I nostri quadri concettuali governati dalla logica razionale (e numerose sono le opportunità in cui la logica è inefficace) hanno un repertorio molto ristretto, che non favorisce la variazione in termini qualitativi.

Viceversa, ci muoviamo meglio nel campo quantitativo: tendiamo a ripetere più volte la stessa strategia, anche se i risultati non puntano nella direzione prevista e si ottiene, inevitabilmente, un fallimento. I seguenti esempi ne sono la prova.

Nonostante il bambino continui ad avere difficoltà con lo studio, i genitori continuano a rivolgersi a insegnanti privati, ​​ottenendo risultati scarsi o nulli.

La figlia non vuole mangiare e la madre insiste offrendole piatti pieni di cibo, generando così maggiore avversione per il cibo.

Il capo usa il rimprovero per sottolineare l’inefficienza di un dipendente. Questo produce più tensione e nervosismo, il che aumenta la sua scarsa produttività al lavoro.

I genitori ordinano al figlio di non urlare, urlandogli contro.

Come vediamo, queste strategie per risolvere i problemi generano profezie che si autoadempiono: ci sforziamo tanto per evitare un problema che finiamo per causarlo con le nostre azioni.

Perché ripetiamo sempre le stesse strategie davanti ai problemi senza soluzione?

Quali sono i motivi per cui continuiamo ad applicare la stessa formula nonostante la sua inefficacia? Perché i tentativi di risoluzione vengono ripetuti e aumentati anche se si ottiene il risultato opposto?

Le risposte sono nella nostra mente, nel modo in cui elaboriamo le informazioni. I processi e i meccanismi che utilizziamo si basano su:

La ricerca di cause: il nostro pensiero si basa sulla logica del perché lineare, causa-effetto; in altre parole, ogni volta che vediamo un risultato, proviamo a spiegare il motivo per cui accade.

Il principio esplicativo: la tendenza a spiegarci in modo unidirezionale e semplicistico.

Il metodo analitico: decomponiamo le parti, analizziamo ognuna e le sommiamo, nell’illusione di coglierne l’essenza e comprendere il tutto.

Pensiero binario: oscilla linearmente tra le polarità (bianco/nero, alto/basso, chiuso/aperto).

Logica matematica: applichiamo la logica deduttiva alla risoluzione dei problemi emotivi.

Realtà oggettiva: sostenere a oltranza la ricerca e la convinzione di una realtà unica, esterna all’occhio, e credere che possa essere osservata in modo obiettivo.

La ricerca della verità unica: capire che esiste una sola verità e che deve essere rivelata, nell’illusione di risolvere il problema.

Insight: credere che scoprire quella realtà esterna, quell’unica verità, spiegarla e comprenderla sia l’unica possibilità di risolvere problemi senza soluzione.

Inerzia cognitiva: tendenza ad applicare schemi di pensiero ripetitivi e ripetere processi cognitivi del tipo “effetto domino”.

Tutti questi aspetti sono alla base de nostro modo di affrontare i problemi, analizzarli e applicare formule per risolverli. Finiamo tutti per applicare soluzioni memorizzate e le reiteriamo.

Questa rigidità degli schemi mentali costituisce il nostro modello cognitivo, di cui siamo prigionieri se non riusciamo a esercitare la nostra creatività, spingendoci oltre i limiti dei nostri confini mentali.

L’emisfero sinistro, razionale e logico, predomina nell’analisi della situazione per trovare una probabile soluzione. L’emisfero destro, creativo e più emotivo, viene relegato in seconda fila, quando invece, dovrebbe essere attivato al massimo.

Problemi senza soluzione? Pensare fuori dagli schemi

Il problema dei nove punti

È un chiaro esempio di tentativi di soluzione falliti. Vengono posizionati nove punti (come indicato nella figura successiva) e il compito è quello di incrociarli senza sollevare la matita con quattro linee rette.

Problema dei nove punti

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Quando analizziamo la figura, dopo aver letto il compito e osservando i nove punti, è impossibile non vedere il quadrato. Ciò è dovuto a la legge della percezione gestaltica della prossimità: una successione di punti costituisce una linea retta.

Adesso, siamo intrappolati all’interno della griglia, per cui i tentativi di risoluzione saranno circoscritti al perimetro del quadrato.

Tuttavia, l’illusione di quel perimetro deve essere superata al fine di risolvere il problema. Perché alla fine di questo si tratta: un’illusione. Le linee che tracceremo per la soluzione della proposta devono oltrepassare i limiti del quadrato immaginario.

Soluzione del problema dei nove punti

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Il quadrato che vediamo non è solo concreto, ma è una metafora del nostro inquadramento concettuale, i rigidi schemi che non ci consentono di uscire dal nostro modello di elaborazione delle informazioni.

Dalla creatività arriva la soluzione ai nostri problemi

Per superare il perimetro del nostro modello, bisogna ricorrere ala creatività. Se facciamo un’associazione con la teoria dei due emisferi, l’inquadramento è il nostro emisfero sinistro, razionale, di calcolo matematico; mentre il destro (le linee che superano il perimetro) è più emotiva ed è quella che indica il percorso della creatività.

Il nostro cervello sistematizza non solo i contenuti, ma anche i processi, in particolare le modalità di elaborazione delle informazioni. D’altra parte, siamo così intrisi di logica razionale che applichiamo formule basate su di essa e dimentichiamo che i problemi umani sono governati principalmente dalle emozioni.

Con questa base e onorando la frase “L’uomo è un animale che vive di abitudini”, applichiamo la stessa formula più e più volte nonostante otteniamo il risultato opposto a quello desiderato. Nel frattempo mettiamo in dubbio i risultati e non le premesse che ci conducono a essi.

Quando si studia la ragione alla base della reiterazione dei tentativi di soluzione, oltre alla sistematizzazione delle operazioni mentali, si osserva che alcuni tentativi offrono un sollievo momentaneo.

Per esempio, una persona si sente angosciata e cerca naturalmente il significato della sua tristezza. Guarda la giornata piovoso e grigia, dunque attribuisce al tempo la causa del suo disagio. Chiaramente, questa conclusione non trasforma il suo stato, ma quella momentanea giustificazione le dona un po’ di tranquillità.

Molti sistemi falliscono ripetutamente

I tentativi di risoluzione non si riferiscono solo a iniziative personali. Una persona è impregnata di una serie di tentativi personali falliti e dopo aver trascorso anni a sistematizzare lo stesso processo, è diventata più vulnerabile e più dipendente dal suo ambiente e ricorre a ciò nella ricerca di risposte che la avvicinino al miglioramento.

Questo significa che fra i tentativi falliti in linea di principio, ci sono anche tentativi personali. Tra questi tentativi si trovano quelli che possiamo chiamare mantra. Ad esempio: “Non succederà a me, non succederà a me!”, “Fai che vada bene, fai che vada bene!”

Esistono anche tentativi professionali, nei quali ci si rivolge a diverse persone esperte affinché ci aiutino a risolvere i problemi senza soluzione.

Infine, ci sono tentativi di persone emotivamente vicine (vicini, amici, famiglia, ecc.) che danno consigli che a volte sono inutili; cioè, motivano e spingono ad andare avanti, ma danno risposte inefficaci o ci compatiscono per i nostri problemi senza soluzione.

Molti di loro ci arringano, come fossero preti: «Puoi farcela», ma oltre a non trovare una soluzione, restiamo intrappolati tra l’esigenza interna che tutto vada bene e quella esterna che ci obbliga al successo. E questa situazione genera tanta ansia da non favorire la risoluzione.

Conclusione

Se persistiamo con tale inerzia, saranno pochi i problemi ai quali troveremo una soluzione. Forse questa metafora aiuta a chiarire il concetto: se siamo nel mezzo di una partita di calcio, sentiamo che stiamo perdendo, abbassiamo la testa e guardiamo la palla rotolare disperatamente, questa è una formula negativa. Cosa fare allora?

La raccomandazione è la seguente: tenere la palla sotto i piedi, calpestarla, dominarla, frenarla e alzare la testa per capire quale direzione prendere, se continuare a correre, se passarla a giocatori più esperti o se tirare in porta… Qualsiasi opzione è valida, meno quella di insistere con la soluzione meno efficace.

core.ac.uk/reader/38827720

da lista mente

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