Obiettivo Siria e manipolazione

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Obiettivo Siria

Come la CIA, le bande criminali e le ONG realizzano stragi di massa e distorcono le informazioni per manipolare l’opinione pubblica

di Tony Cartalucci, Nile Bowie

>> http://goo.gl/kszwsF

Un libro per colpire i bombardamenti, svelare la Grande Bugia in tempo, per fermare lennesima
guerra umanitaria. La situazione della Siria è drammatica. Il paese si dibatte in una cruenta
guerra civile, oggetto di spietati attacchi da parte di nemici interni ed esterni. La cosiddetta
rivolta siriana fa in realtà parte di una cinica strategia statunitense che si serve di provocatori, mercenari, fanatici fondamentalisti e ONG corrotte.

Essi sono decisi a colpire uno stato arabo indipendente, dove la ricchezza generata dal petrolio
viene impiegata per finanziare lo stato sociale, proprio come avveniva in Libia prima che questa
fosse annientata con analoghe modalità. I paesi vicini partecipano al massacro, come sciacalli e iene che strisciano ai piedi del leone americano.

Obiettivo Siria è un ammonimento sul modo di operare dellonnipotente Impero del Dollaro. La
trama americana, finanziata dai petrodollari delle monarchie del Golfo, attiva la tattica delle
counter-gang: terroristi mercenari e irregolari, la legione straniera della CIA che fanno
saltare in aria edifici e massacrano gli innocenti, per poi addossare le responsabilità della carneficina al governo preso di mira.

ONG come NED National Endowment for Democracy incoraggiano gli attivisti, i cui leader sono
ambiziosi sociopatici, intenti ad aggiudicarsi avidamente una parte delle spoglie dello Stato
abbattuto. I mezzi dinformazione credono alla Grande Bugia e la celebrano propagandisticamente,
creando una realtà falsificata attraverso cui non è possibile farsi una opinione critica, libera e indipendente.

Obiettivo Siria mostra come queste guerre siano architettate attraverso la strumentalizzazione
degli istinti più nobili dellanimo umano, tramite linganno di coloro che altrimenti tenderebbero a
contrastare lintervento armato, manipolandoli al servizio dellassassinio di massa e della dittatura globale del potere economico.

Anteprima – Obiettivo Siria – Libro di Tony Cartalucci, Nile Bowie

Credo che le incaute speranze e gli ancor più incauti entusiasmi per le cosiddette “primavere arabe”
si siano ormai volatilizzati, soprattutto in seguito alla vicenda che ha coinvolto Gheddafi in
Libia. Gheddafi è stato un tiranno a lungo tollerato e perfino adulato dagli occidentali, finché
questi non hanno cominciato ad accorgersi che il decisivo intervento della NATO contro di lui si era
concretizzato dal momento in cui egli aveva cominciato a intralciare gli interessi francesi e
britannici in Libia, opponendosi contemporaneamente alle speculazioni di alcune multinazionali nei lucrosi campi dell’acqua e della telefonia nel continente africano.

Quelle “primavere” erano state tacitamente e brutalmente soffocate nei Paesi della penisola arabica,
alcuni governi dei quali – e gli organismi mediatici che essi finanziano – sostengono invece
decisamente i gruppi fondamentalisti, che hanno animato, se non addirittura egemonizzato, altrove la rivolta.

Infine – a parte l’iniziale “caso” tunisino, che aveva forse preso in contropiede sia i governi che
gli imprenditori occidentali – la rivolta si è invariabilmente indirizzata contro i Paesi musulmani
retti da quei regimi che noi, impropriamente, definivamo “laici”. Nemmeno uno dei ricchi e feroci
tirannelli degli emirati, che il petrolio e il turismo hanno ormai reso arci-opulenti e che sono
interlocutori preziosi delle banche e delle lobby occidentali, è stato rovesciato, mentre, fra i
regimi arabi “laici”, quello dei militari algerini e rimasto indisturbato nonostante il responso negativo delle urne’.

Quanto alla Libia, i tragici fatti di Bengasi del 12 settembre scorso sono piuttosto eloquenti e
gettano un’ombra inquietante sia sulla leggerezza con la quale in passato, pur di rovesciare
Gheddafi, si sono sostenuti i gruppi fondamentalisti, sia sul trend statunitense degli ultimi mesi
di ricreare l’atmosfera da luna di miele tra gli USA e i fondamentalisti sunniti dell’Iraq, dell’Iran, del Pakistan e dell’Afghanistan.

Il puzzle siriano

Questa premessa è indispensabile, per aiutarci a osservare in modo più obiettivo e ragionevole ciò che sta accadendo proprio ora in un Paese-chiave del vicino Oriente: la Siria.
Già, la Siria: un grande Paese, con una grande civiltà. Storicamente, l’area, che già nell’antichità
era una delle più civili e popolose al mondo – con “culture di villaggio” fin dal VII millennio a.C.
e fiorenti centri urbani, come Ugarit e Mari, dal III a.C. – corrispondeva al territorio oggi
occupato dalla Siria, da Israele, dalla Giordania e dal Libano. Si trattava di un’immensa area di
più di 310.000 km, in gran parte desertica, ma resa rigogliosa dai corsi dell’Eufrate, dell’Oronte e
del Giordano. L’area coincideva, pertanto, con gran parte della cosiddetta “mezzaluna fertile”, la fascia ubertosa e popolata attigua a quei grandi fiumi.

La Siria di oggi è il risultato della provincia dipendente dal governatorato di Adana creata
dall’Impero ottomano, che fu occupata dalle Truppe francesi nel 1919 in seguito alla violazione
degli accordi presi con le popolazioni arabe locali. Dopo oltre un quarto di secolo di dure lotte,
nel 1946 fu conquistata l’indipendenza e nacque così la Repubblica Araba di Siria: 185.180 km in
gran parte desertici, abitati da una popolazione di oltre 22 milioni di abitanti in buona parte concentrata nelle grandi città di Damasco, Aleppo e Homs.

Dopo l’effimera unione con l’Egitto nella Repubblica Araba Unita, dal 1963 lo Stato siriano è
dominato dal regime monopartitico del partito Baalh (“rinascita”), originariamente a tendenza
nazionalista e socialista nasseriana. Dal 1970, il potere è prima nelle mani della famiglia del
generale Hafezel-Assad, e poi del figlio Bashar, il cui ruolo presidenziale è stato confermato nel 2007 da un referendum.

Hafezel-Assad era un uomo duro (tristemente celebre la repressione dei ribelli sunniti a Homs) e le
accuse, che da parte internazionale pesano sul governo siriano, riguardano la violazione dei diritti
umani in politica interna, il costante atteggiamento favorevole all’Iran in politica estera,
l’atteggiamento egemonico in Libano – culminato nel 2007 nell’assassinio del presidente libanese, il sunnita Hariri – e l’appoggio al partito Hizbollab.

Sotto altri aspetti, tuttavia, gli osservatori internazionali sono finora stati concordi nel
sottolineare alcuni caratteri positivi del governo di Bashar, che non ha ereditato la spietatezza
paterna. Lo Stato sociale siriano si è distinto per il buon funzionamento, per le istituzioni e le
strutture pubbliche e per il sistema di uvifere, nettamente migliore rispetto a quello della maggior parte dei Paesi del vicino Oriente.

Giochi di potere

Le sanzioni, imposte dal 2004 alla Siria sulla base di presunte e mai ben precisate connivenze con
il “terrorismo islamico”, finora erano state applicate con mano leggera e il clima diplomatico,
anche rispetto agli USA, nel 2009 era nettamente migliorato. Le cose sono andate diversamente con
Israele, su cui pesano il contenzioso per il Golan (la regione siriana in parte occupala da Israele,
nel 1967, come conseguenza della crisi arabo-israeliana) e i postumi del raid aereo israeliano del
2007 contro alcune presunte installazioni nucleari siriane (la cui esistenza non è mai stata comprovata).

Per una più corretta comprensione della situazione della Siria di oggi, bisogna valutare anzitutto quattro cose:

dagli anni Sessanta, la Siria è stata lo più costante, sicuro e valida interlocutrice-alleata, nei vicino Oriente, prima dell’URSS e poi della Russia;
il governo di Assad, di famiglia alowita, controlla un Paese, che è alt’80% di osservanza sunnita
(gli alawiti, non più dell’ 11%, costituiscono piuttosto un gruppo “sciita-ereticale”);
dal 1979 è sempre stato in buoni rapporti con il governo della repubblica islamica dell’Iran, Paese sciita;
infine, permane l’occupazione israeliana del Golan, con relativo sfruttamento delle sue risorse idriche, nonostante le risoluzioni dell’ONU al riguardo.
A margine di questo, va tenuta in conto anche l’annosa tensione tra la Siria e la Turchia, dovuta a
questioni sia etno-religiose che confinarie e idriche – le sorgenti dell’Eufrate sono in territorio
turco – e alla recente scoperta di giacimenti sottomarini di gas nelle acque territoriali turche, cipriote, libanesi e siriane.

Inoltre, soprattutto in questo momento, bisogna considerare che, visti anche i “venti di guerra” che
sembrano soffiare tanto dai Paesi arabi e sunniti del Golfo quanto da Israele contro l’Iran,
l’eliminazione del governo baathista siriano isolerebbe ulteriormente il governo iraniano e
indebolirebbe l’influenza della Russia nel Vicino Oriente. Da qui, l’appoggio dei Paesi arabi
sunniti (alcuni dei quali – come per esempio il Bahrein, il Qatar e l’Oman – hanno al loro interno
delle minoranze sciite, nei confronti delle quali seguono una linea politica ferocemente repressiva)
al cosiddetto “esercito di liberazione” siriano, che è in realtà una complessa galassia di gruppi comprendente anche molli volontari non siriani, impegnati nella jihnd sunnita.

Uno degli aspetti più importanti da tenere presente, infine, è che gli alawiti, nella cui dottrina
musulmana sono presenti anche elementi di origine cristiana e mazdaica, hanno sempre avuto tutto
l’interesse a mantenere in Siria un clima costituzionale, che noi definiremmo “laico”. Temendo
l’egemonia sunnita, gli alawiti hanno fraternizzato con i cristiani siriani – i quali, mettendo
insieme le tre principali Chiese, rappresentano il 9% della popolazione, cioè circa due milioni di
persone – e con le minoranze maronite, armene, e “caldee” che, pur avendo ormai aderito alla Chiesa cattolica, hanno mantenuto i loro riti liturgici.

Il patriarca cristiano melkita Gregorio III Laham è più volte intervenuto – in modo autorevole, ma
restando inascoltato dai medio – sull’attuale situazione, per sottolineare che, pur non essendo i
cristiani favorevoli al regime di Assad, fino ad oggi la costituzione e il governo di Damasco
abbiano garantito libertà e tutela alle Chiese cristiane e che, invece, le Chiese cattoliche hanno
motivo di temere che, nel fronte ribelle, possano prevalere i sunniti fondamentalisti, i quali hanno
aumentato le rappresaglie anticristiane; il patriarca ha inoltre denunciato le forti presenze e
ingerenze straniere e occidentali all’interno del fronte sunnita. Insomma, una Siria 2012 che comincia stranamente a somigliare, per certi versi, alla Spagna 1936.

Le Chiese cristiane si sono in genere dette favorevoli al piano di pace, proposto da Kofi Annan a
nome dell’ONU e dalla lega Araba e appoggiato dai movimenti siriani non-violenti come
l’interreligioso Mussatoli. Analoghe posizioni sono, nella sostanza, sostenute da uno dei più seri e
intelligenti conoscitori italiani della questione siriana, il gesuita Paolo DalI’Oglio, che pure è
stato espulso dalla Siria, nel giugno del 2012, dopo esservi vissuto per trent’anni e avervi fondato
la bella comunità di Deir Mar Musa. DalI’Oglio è stato espulso perché, fin dall’inizio del movimento
che noi chiamiamo “Primavera Araba”, ha parlato apertamente sia della spontaneità e della sincerità
dei tanti cittadini (soprattutto giovani), che chiedono libertà e un futuro migliore, sia delle
menzogne e delle violenze del governo; egli ha anche sottolineato che, messi alle strette, gli
alawiti ancora al governo (che rappresentano un paio di milioni di persone) potrebbero puntare sulla
resurrezione dello Stato autonomo alawita – insediatosi nella zona attorno a Lattakya, nel sud-ovest
del Paese-che era stato prima riconosciuto dalla Francia nel 1922 e poi eliminato nel 1946, alla
fine del mandato francese. Dall’Oglio, inoltre, sostiene che Assad, dopo avere visto fallire il suo
primitivo progetto di semplice repressione del movimento ribelle, ormai, messo alle strette, ha
tutto l’interesse a prolungare la resistenza, andando però a rafforzare, sul fronte ribelle, la pericolosa componente sunnita fondamentalista.

La posizione di DalI’Oglio, tuttavia, sembra sottovalutare due dati effettivi: primo, la forza e
l’intensità con cui i Paesi arabi sunniti si sono impegnati per “islamizzare” la rivolta contro
Assad; secondo, il fatto che, per accelerare al massimo la soluzione del conflitto, occorrerebbe un
accordo internazionale e non l’invio di una Forza ONU a sostegno dei ribelli – come è stato fatto in
Libia, con le conseguenze che tutti conosciamo – al quale, per il momento, si oppone la Russia
(appoggiata da Cina, ma anche da Brasile, India e Sudafrica) con il suo veto al Consiglio di
Sicurezza. La Russia chiede che si conducano le trattative, tenendo presenti anche le posizioni del
governo di Damasco e non facendo di esso un pregiudiziale capro espiatorio; però le posizioni russe
vengono presentate dai media come ispirate da una diplomazia che, per ragioni legale alla geopolitica e al petrolio, è considerata “unilateralmente” filoiraniana.

In modo analogo, è passata sotto silenzio la lettera con la quale Kofi Annan, l’inviato speciale
delle Nazioni Unite, ha denunciato il fatto che «si è insediata in Siria una forza terroristica,
ostile a ogni mediazione” e ha smascherato la speculazione mediatica sul famoso massacro di Bilia,
precipitosamente – e, a quel che pare, ingiustamente – attribuito alle forze governative.

Ora, sono proprio queste continue forzature interpretative a scoprire una parte importante della
realtà. Qui non si tratta di isterico complottismo antiamericano, si tratta della più che
ragionevole ipotesi che, alla base dell’impegno teso a eliminare il governo baathista, ci sia la
volontà, da parte di alcuni ambienti statunitensi e israeliani, di portare un attacco militare
diretto contro le vere o supposte installazioni nucleari iraniane. E anche questo è un tipo di
isterismo complottista, uguale e contrario al complottismo antiamericano, ma molto più forte
politicamente e militarmente, e potrebbe anche prevalere, se i repubblicani vincessero le elezioni statunitensi del prossimo novembre.

Che le cose stiano così, risulta chiaro facendo una pacata analisi di quanto è accaduto da un anno a
questa parte: non a caso, il n. 1 del 2012 di Limes, “Protocollo Iran”, già mesi fa collegava
correttamente il problema dell’atomica iraniana (“minaccia o pretesto”?) alla questione
dell’estrazione e del commercio del petrolio – quindi alle tensioni arabo-iraniane nel Golfo di
Hormuz, minacciato dal blocco e alla crisi siriana, nonché alla situazione irakena, afghana e pakistana.

“Primavera” o disgregazione del mondo arabo?

L’evidenza, però, è sotto il naso di tutti: mentre, da un lato, dalla primavera del 2011 si
diradavano o cessavano del tutto le notizie sulle manifestazioni – e sulle repressioni –
dall’Algeria al Marocco e alla penisola arabica, dall’altro prendeva corpo il “caso” egiziano e si
addomesticavano le rivolte, mettendo in evidenza quelle che servivano e facendo sparire le altre.

In questo modo, le folle che chiedevano la democrazia in Siria, così come in Libia, diventavano un
argomento dell’informazione quotidiana, anche se Assad, già dai primi di novembre del 2011, aveva
accettato il piano di pacificazione con l'”esercito di liberazione”, proposto dalla Lega Araba.
Invece che all’avvio di detto piano, si assistè a un’escalation di notizie unilaterali – garantite
dalla sola autorità del Consiglio Nazionale Siriano in esilio a Istanbul, organizzazione
dell’opposizione – sulle violenze governative e sulle pretese basi nucleari, nonché al successivo
ritiro, alla fine del gennaio 2012, degli osservatori della Lega Araba dalla missione internazionale
in Siria, in attesa delle decisioni degli altri membri. La lega Araba, ritirandosi, non trovava niente di meglio che auspicare l’invio in Siria dei “caschi blu” del ONU.

Tra gennaio e febbraio, vista l’opposizione russa e cinese alla prospettiva di un intervento armato
in Siria, caldeggialo soprattutto dai francesi e dai britannici, da parte dei Paesi occidentali
veniva intensificata l’attività di sostegno diplomatico e finanziario alle opposizioni’, mentre al
governo siriano venivano regolarmente imputale azioni -come quella di Homs, durante la quale perse
la vita il giornalista francese Jacque Jacquier – che erano piuttosto frutto di attività
“patriottiche” (o “terroristiche”, come indubbiamente sarebbero definite in differenti contesti).
Sempre ai primi di febbraio, il “portale” Debkaftle, vicino a Israele, annunciava l’invasione della
Siria da parte di truppe britanniche e qatariote, mentre dalla Libia “liberata” giungeva l’auspicio
che i reggimenti turchi arrivassero per primi: essendo formali da musulmani sunniti, sarebbero stati accolti meglio dei “caschi blu”.

In seguito al clima internazionale così instauratosi, alla fine di gennaio la Russia annunciava il
suo rifiuto di partecipare al “gruppo di contatto” sulla Siria, previsto per il febbraio successivo.
Si profilava, infatti, l’eventualità che il “gruppo di contatto” appoggiasse il progetto di
Hisamuddin al-Awk, un ufficiale siriano disertore in Egitto, che mirava a mettere insieme un corpo
di mercenari, per spedirlo a combattere nel suo Paese. In tale situazione, il referendum indetto dal
governo siriano per il 26 gennaio 2012, che prevedeva una riforma costituzionale in senso
pluralistico, non solo non veniva tenuto in alcun conto, ma veniva immediatamente derubricato con
noncuranza come demagogico, senza alcuna considerazione per il suo significato distensivo.

Intanto, i media occidentali davano rilievo alle noli-zie sulle “fughe all’estero” dei capitali
dell’elite di governo e sulle defezioni di alcuni collaboratori di Assad, e trascuravano, come del
tutto irrilevanti, le denunce alI’ONU dell’ambasciatore russo Vitaly Churkin sull’ingerenza libica nella crisi siriana e sui volontari di al-Qaida addestrali in Libia.

Il piano di pace dell’ONU venne presentato tra l’11 e il 12 aprile 2012; secondo l’Osservatorio
Siriano sui Diritti Umani, organizzazione dell’opposizione con sede a Istanbul, il governo siriano
vi si è subilo opposto. In realtà, una delle ultime scelte del francese Sarkozy, prima di andarsene
dall’Eliseo, fu tesa a vanificare il piano di pace dell’ONU per favorire invece i “corridoi
umanitari, in modo da tenere in vita l’opposizione” ad Assad. La posizione francese è stata portala
poi avanti dal governo Hollande, con l’appoggio concreto di fondi ed equipaggiamenti attraverso l’associazione “Amis du Peuple Syrien”.

Alla fine di maggio, al suo arrivo a Damasco, Kofi Annan ha parlato di un cessate il fuoco e di una
concreta disponibilità governativa, ma le diplomazie occidentali replicavano che ormai in Siria si
era alla guerra civile e si formulavano ipotesi unilaterali sulla nofly zone in territorio siriano,
garantita dal Qatar e dalla Turchia. Nonostante la grande abbondanza di informazioni attingibili, i
principali media dell’Europa occidentale si affidavano solo alle notizie diffuse dal network «Al
Jazeera» e ad alcuni commenti diffusi da Twitter, come ha fatto correttamente notare Eduardo Za rei li in un articolo comparso sul numero di luglio-agosto 2012 di Diorama.

Tutto il resto non contava. Per esempio, il 17 maggio 2012 in Siria si sono tenute le elezioni
amministrative, che hanno visto un’affluenza alle urne del 51,26%, una percentuale molto alta,
tenendo conto del contesto; tuttavia, i commenti al riguardo sono stati a priori: si è parlato,
infatti, di “manipolazione”, di “intimidazione”e di “propaganda governativa”. Il 29 maggio, il
Corriere della Sera – con un linguaggio, che il Minculpop (il Ministero della Cultura Popolare
italiano di epoca fascista) avrebbe trovato massimalista – diffondeva la notizia che il giornalista
e filosofo Bernard Henri Lévy, da Parigi, definiva «disfattismo» l’atteggiamento di tutti coloro
che, a proposito della situazione siriana, esigevano prudenza e maggiori informazioni. Lévy, quindi,
considerava dei disfattisti «che si sono sempre sbagliati» coloro che «la vigilia della caduta di
Tripoli, prevedevano ancora un pantano». I fatti di Bengasi dell’ 11-12 settembre – con l’assassinio
dell’ambasciatore americano in Libia – confermano che, anche nel caso di Lévy, i cattivi profeti e i profeti cattivi coincidono sempre.

Kofi Annan ha affermato chiaramente che è impossibile invitare le parti contrapposte a un confronto
costruttivo, in quanto una di esse – le “forze di liberazione” – non ha una leadership riconoscibile
ed è fortemente inquinata da istanze fondamentaliste; le stesse, che si rivelano sempre più
importanti in quella “nuova Libia democratica”, che piace tanto a Bernard Henri Levi. Ma il sangue
di un diplomatico statunitense, in seguito a una sconsiderata provocazione e a una feroce reazione,
è stato sparso, in una Bengasi “liberata”, dai democratici fondamentalisti libici, di nuovo alleati
dell’Occidente (come lo erano in Afghanistan nei primi Anni Novanta del Novecento), non dai servi del “tiranno” di Damasco.

Si tratta di quegli stessi democratici che, appena qualche mese prima, erano stati aiutati dalla
NATO a “liberarsi” di un altro tiranno… E allora, Monsieur Levi, davanti all’ipotesi che i “Caschi
Blu” domani possano fare in Siria quello che ha fatto ieri la NATO in Libia, con il Suo permesso, sono un disfattista anch’io: anch’io chiedo prudenza e maggiori informazioni.

Introduzione – Obiettivo Siria – Libro di Tony Cartalucci, Nile Bowie

Questi avvenimenti sono stati censurati dai media appartenenti al mainstream, i quali proseguono
senza tregua il loro sforzo, finalizzato a indurre lopinione pubblica di tutto il mondo a credere
che gli eventi siriani siano una nuova rivoluzione del popolo, mentre i fatti dimostrano
chiaramente che si tratta di un altro sanguinoso cambio di regime incentivato dal Governo americano.

Questa non dovrebbe essere una sorpresa. La storia ricorda che la CIA ha orchestrato innumerevoli
insurrezioni violente in diversi Paesi del mondo, armando bande di mercenari e squadroni della
morte, con lobiettivo di rovesciare i governi nazionali ed espandere la dominazione americana in ogni angolo del globo.

Nel 1988, lallora comandante del locale distaccamento John Stockwell, che portò avanti la guerra
segreta in Angola, valutò che la CIA avesse organizzato approssimativamente 3000 operazioni maggiori
e 10.000 operazioni minori di questa tipologia, che provocarono la morte di più di 6 milioni di persone. Citato anche nel libro Assuefatto alla guerra, egli scrisse:

Ora abbiamo una massiccia documentazione su quella che viene chiamata la guerra segreta della CIA.
Non abbiamo bisogno di immaginare, né di supporre. È stata oggetto dindagine da parte della
Commissione investigativa Church, nel 1975, e questo ci ha permesso di effettuare una prima, vera
analisi in profondità di questa struttura. Il senatore Church disse anche di avere scoperto che, nei
14 anni precedenti la sua indagine, erano state svolte 900 operazioni maggiori e 3000 minori. Se
moltiplichiamo questo dato per i 40 anni in cui è stata operativa la CIA, possiamo concludere che il
computo totale ammonta a circa 3000 operazioni maggiori e 10.000 minori. Ciascuna di esse illegale;
ciascuna di esse con effetti devastanti sulle vite e sulla società di altre persone e molte di esse più cruente e sanguinose di quanto si possa immaginare.

Ogni guerra occulta costituisce una violazione della Costituzione americana, la quale esige che le
azioni militari vengano dichiarate dal Congresso e non attuate da un corpo segreto e non eletto. Per
finanziare un business su così vasta scala, bisogna avere il controllo del traffico globale di droga, che è presumibilmente la causa reale della guerra in Afghanistan.

La stima di Stockwell non include le operazioni NATO-Gladio in Europa; inoltre, aggiungendo altri 15
anni che hanno visto la CIA al lavoro, probabilmente con un ritmo crescente e con obiettivi sempre
più globali, le operazioni segrete saranno oramai più di 20.000, un numero sbalorditivo. Questo
dato, in fondo, non dovrebbe destare grande sorpresa nei lettori se, come gli indizi fanno pensare, si identifica la crisi siriana come unaltra operazione della CIA.

Nel corso di unintervista, rilasciata il 2 marzo del 2007 a Amy Goodman, il generale americano
Wesley Clark ha spiegato che lamministrazione Bush aveva programmato di far fuori sette Paesi in
cinque anni: Iraq, Siria, Libano, Somalia, Sudan, Iran e Libia. La Siria è sempre stata sulla lista
delle faccende da sbrigare di Israele, proprio perché è lultimo Stato arabo indipendente,
secolarizzato e multietnico in Medio Oriente, fedele alleato dellIran e, in quanto tale, un ostacolo per legemonia israeliana sulla regione.

Ma quella siriana non è una dittatura? Anche questo fa parte del grande gioco del NIGYSOB (Now Ive
Got You you Son Of a Bitch, ovvero Ora ti ho in pugno, figlio di puttana), in virtù del quale i
governi arabi che rifiutano di sottomettersi al dominio occidentale e israeliano vengono tormentati
e destabilizzati di continuo, fino a essere costretti, se vogliono sopravvivere, a sviluppare un
apparato di sicurezza che, per un verso o per laltro, risulta totalitario. A questo punto, quando
fa loro più comodo, le potenze occidentali e Israele possono evidenziare, con toni accusatori, la
mancanza di libertà allinterno delle nazioni prese di mira e avviare il processo di rovesciamento
del Governo. Basti pensare a come viene additato il presidente venezuelano Hugo Chavez, per avere un esempio di come venga praticato questo gioco dalle forze occidentali.

Sino a oggi, la rivoluzione siriana è stata una copia carbone della maggior parte dei cambi di
regime incoraggiati dalla CIA negli ultimi sessantanni: mercenari e squadroni della morte
importati nel Paese per accendere la miccia, seguiti da una campagna di bombardamenti al momento
opportuno. Questo è esattamente ciò che è accaduto in Libia, con britannici, americani e israeliani
che hanno coordinato le loro risorse e condiviso le dotazioni costituite dai gruppi di combattenti
di Al Qaeda reclutati nel corso degli anni. Diversi leader della ribellione contro la Libia sono ora
attivi in Siria, come testimoniato dal giornalista spagnolo Daniel Iriarte. Questi ex terroristi
islamici, convertiti in combattenti per la libertà sotto legida della NATO, non sono altro che
sicari senza scrupoli, pronti a combattere per qualsiasi causa fintanto che ci sarà qualcuno disposto a pagare loro centinaia di migliaia di dollari.

Nellaprile del 2011, la televisione di Stato siriana ha trasmesso le testimonianze di tre uomini,
arrestati perché sospettati di avere attaccato dei civili e le Forze di sicurezza siriane. Nel corso
di un programma registrato, Anas al Kanj, che si è presentato come capo del gruppo armato
terrorista, avrebbe ammesso di avere ricevuto «armi e denaro » da un membro della bandita Fratellanza Musulmana della Siria.

Kanj ha riferito che gli era stato dato il compito di «incitare la popolazione a protestare, in
particolare allesterno della moschea Umayyad di Damasco» e nelle città chiave della ribellione
Daraa, Latakia e Banias allo scopo di «fomentare il malcontento per rovesciare il regime e portare
a termine atti di sabotaggio». Lagenzia France Presse, citando il quotidiano siriano Ath-Thawra, ha
riportato che Kanj, in base alle istruzioni ricevute, doveva «aprire il fuoco sui manifestanti per
seminare il panico e indurre la popolazione a credere che fossero le Forze di sicurezza a sparare sulla gente».

Il piano era quello di spingere il popolo e le autorità a farsi la guerra, sbandierando nel
frattempo, grazie ai media globali, la brutale repressione delle proteste da parte del regime.
Questa testimonianza è molto interessante, perché coglie un paio di passaggi fondamentali della
dottrina di guerra non convenzionale del Pentagono, che esamineremo dettagliatamente nel terzo capitolo.

A seguire, una panoramica sulla strategia di gioco attuata in Siria:

viene fondata una ONG, per creare un clima di protesta nel Paese preso di mira;
alcuni provocatori organizzano delle manifestazioni, per poi sparare sui dimostranti e sulle Forze di sicurezza, allo scopo di alimentare le violenze;
dei video artefatti e manipolati creano lillusione della repressione da parte del regime;
i mass media ripetono senza sosta la Grande Bugia che il leader del Paese è un brutale dittatore;
si procede quindi allinvasione delle città di confine con forze speciali e squadre della morte
(gli psicopatici di Al Qaeda, la legione straniera della CIA), fanatici e mercenari;
si fomenta la guerra civile sulla base delle divisioni etniche e si fabbricano i pretesti per un intervento militare da parte delle Nazioni Unite o della NATO;
il Paese subisce una regressione alletà della pietra, per poter essere conquistato e comandato dai terroristi islamici, i pupazzi della NATO;
il socialismo arabo e il governo popolare vengono sradicati e rimpiazzati da una cricca assoggettata a Wall Street e ai banchieri di Londra;
le multinazionali americane firmano contratti miliardari per la ricostruzione e la sicurezza, conseguendo guadagni astronomici grazie alla rovina portata dalla guerra;
il Libano, la Palestina, lIraq e lIran vengono isolati e viene data carta bianca a Israele per il controllo del Medio Oriente.
Nel dicembre del 2011, in un post comparso sul suo sito internet, la turco-americana Sidel Edmonds, già traduttrice e informatrice dellFBI, ha dichiarato:

Gruppi militari stranieri, sembra diverse centinaia di individui, hanno cominciato a distribuirsi
nella Giordania settentrionale, nei pressi dei villaggi della città di Al-Mafraq, prossima al
confine giordano-siriano. Stando alle dichiarazioni di un ufficiale militare giordano, il quale ha
chiesto di rimanere anonimo, nei due giorni passati centinaia di soldati che parlano lingue diverse
dallarabo sono stati visti fare la spola, su veicoli militari, fra la base aerea Re Hussein di
Al-Mafraq che dista 10 km dal confine siriano e i dintorni dei villaggi giordani adiacenti al confine.

Nel gennaio del 2012, il sito britannico Elite UK Forces ha scritto che «ci sono voci di corridoio
sempre più insistenti, secondo cui le Forze speciali britanniche stanno in qualche modo assistendo i gruppi allineati contro il regime siriano».

Lambasciatore americano in Siria, in carica dal 2010 fino alla chiusura dellambasciata di Damasco,
era Robert Stephen Ford. Prima di essere inviato in Siria, Ford era consigliere politico presso
lambasciata americana di Baghdad sotto John Negroponte, ai tempi collegato in maniera infamante
alle squadre della morte in Iraq. Secondo quanto riporta Wikipedia, «lex funzionario della CIA
Michael Sheuer ha dichiarato che Ford, prima di essere rimosso, ha viaggiato per il Paese [la Siria; N.d.A.] incitando la gente a rovesciare il governo».

La rivoluzione siriana vera e propria ha preso il via nel marzo del 2011, quando sono scoppiati
degli scontri nella città relativamente piccola di Daraa, sul confine giordano, e non in grossi
centri come Damasco o Homs. Da allora, i media del mainstream hanno sistematicamente alterato le
proporzioni delle manifestazioni antigovernative, basandosi su resoconti di parte per il conteggio
delle vittime. Per esempio, quasi tutti i primi rapporti sugli scontri di marzo a Daraa facevano
riferimento ad attacchi della polizia a dimostranti antigovernativi; eppure, altri dati stabilivano
che vi erano stati più morti tra i poliziotti che tra i contestatori. Allora chi, esattamente, in
una presunta manifestazione pacifica, è stato capace di sparare a sette agenti, uccidendoli? E
cosa, esattamente, ci si aspettava che facesse, in risposta, il governo siriano? Dopo avere visto in
quale modo la polizia statunitense tratta i manifestanti realmente pacifici per esempio, quelli
appartenenti al movimento Occupy Wall Street possiamo solo immaginare come reagirebbe il governo americano, se le sue Forze dellordine venissero bersagliate dai manifestanti.

Nel giugno del 2011, i mezzi dinformazione statali siriani hanno comunicato che almeno 120 membri
delle Forze di sicurezza del Paese sono stati uccisi, in un conflitto con quelle che vengono
chiamate organizzazioni armate. Secondo quanto riportato da Deborah Amos, della NPR, «la
televisione di Stato siriana ha descritto una cruenta battaglia nella città settentrionale di Jisr
al-Shughour, vicino al confine turco. Sempre secondo la stessa fonte, gruppi dotati di armi
automatiche hanno attaccato le Forze di sicurezza e aperto il fuoco contro degli edifici
governativi. Durante la trasmissione del telegiornale della sera, un cittadino disperato ha telefonato chiedendo al Governo di salvare la città».

Si noti che le notizie riguardanti gli scontri più seri provengono dalle città di confine e questo è
indicativo delle incursioni, nel nord del Paese, da parte di gruppi armati provenienti dalla Turchia
e, nel sud, da parte di altri gruppi armati provenienti dalla Giordania, oltre che, naturalmente,
dallIraq, sotto controllo americano, nella zona orientale. In effetti, i principali centri di
instabilità, come vengono chiamati, sono Daraa, vicino alla Giordania, Talkalakh, Homs, Talbiseh e
Al-Rastan, vicino al Libano, e Jisr ash-Shugur, vicino alla Turchia; sono tutti collocati lungo i
confini della Siria. Nel novembre del 2011, Albawaba ha riportato la notizia che 600 combattenti
erano già arrivati in Siria, dalla Libia, per supportare il nascente Esercito di liberazione siriano.

Poche settimane dopo linizio della sollevazione in Siria incoraggiata dalla CIA, il governo siriano
ha espulso dal Paese la maggior parte dei giornalisti stranieri e ha cominciato a controllare
rigidamente le attività di quelli rimasti. Secondo il metro di giudizio dei media occidentali
larma di propaganda dei neocolonialisti questa è stata una reazione incomprensibile.
Sfortunatamente, il governo siriano sembra avere sottovalutato il grado di infiltrazione della CIA nel Paese.

Essendo le possibilità di accesso diretto agli eventi che hanno luogo in Siria limitate o nulle, la
maggior parte dei resoconti dei media occidentali si basa sulle dichiarazioni di anonimi attivisti
dellopposizione che, francamente, potrebbero essere chiunque e di unorganizzazione, che si fa
chiamare LCC, Comitato Coordinatore Locale della Siria, e asserisce di rappresentare i «comitati
locali dei villaggi e delle città di tutta la Siria, che si incontrano, pianificano e organizzano
eventi sul territorio». Abbastanza stranamente, i siti web associati al Comitato sono localizzati in
Germania e sono di proprietà di una persona chiamata Andreas Bertsch. È stato il Comitato
Coordinatore Locale della Siria a diffondere per primo la storia fasulla che il personaggio
inventato di Amina, la ragazza omosessuale proveniente da Damasco, era stato arrestato dalla polizia siriana.

Un video report pubblicato da RT.com mostra in che modo possono essere fabbricate di sana pianta delle notizie riguardanti la severa repressione attuata dal governo siriano:

Uomini armati sono venuti ad avvisare che avrebbe avuto luogo un attacco da parte dellesercito e
della marina contro la città di Latakia. Duemila persone hanno abbandonato la zona, e sono ritornate
un paio di giorni dopo, arrabbiate per la bugia che era stata raccontata loro: non cera stato,
infatti, alcun attacco. Questa intimidazione è avvenuta il giorno dopo una grande manifestazione pro Assad*.

Lattacco non è mai avvenuto, ma questo i media non lhanno detto. Più e più volte gli organi di
informazione e il Segretario di Stato americano Hillary Clinton sono intervenuti per condannare il
massacro perpetrato dal governo siriano, prima che il polverone si placasse e dai fatti emergesse
che lazione criminale era stata commessa dalle squadre di mercenari salafiti al soldo della NATO o che si era trattato di un acceso scontro fra fazioni rivali.

In entrambi i casi, risulta che lesercito siriano abbia fatto il proprio dovere, proteggendo la
popolazione, ma naturalmente la rettifica non è stata comunicata dai media e mai lo sarà. La Siria
si è resa conto che lallontanamento dei giornalisti occidentali è stato un grosso errore e ha
revocato il provvedimento, ma, con il campo di battaglia già preparato per il conflitto, questo non sarà di grande aiuto nella guerra dei media.

Ciò con cui abbiamo a che fare, qui, è una tecnica, nota nei circoli militari come guerra
psicologica: una strategia mirata a influenzare le emozioni, il modo di ragionare e i comportamenti
dellopinione pubblica, generalmente servendosi di cose inventate e presentate come verità.

In cima alla lista delle priorità della CIA per il cambio di regime in Siria così comera
avvenuto in occasione delle invasioni criminali di Afghanistan, Iraq e Libia cè la creazione di
un embrionale governo in esilio siriano, costituito da conservatori e/o truffatori pregiudicati.
Nella prima parte del 2012, è stato creato il Consiglio Nazionale Siriano, con quartier generale in
Turchia. Per avere unidea dellorientamento politico di questo organo, basta leggere le
dichiarazioni del suo responsabile Burhan Ghalioun, un professore francese di sociologia politica e
potenziale futuro presidente siriano. Il 2 dicembre del 2011, Ghalioun ha annunciato che, qualora
dovesse assumere il governo della Siria, il suo regime «interromperebbe le relazioni militari con
lIran, taglierebbe i rifornimenti di armi a Hezbollah e Hamas e allaccerebbe un legame con
Israele».Questa dichiarazione dintenti ha lobiettivo di far sì che Israele sia più motivato e
intensifichi il proprio sostegno alle operazioni volte a spodestare Assad. Con un governo
filoisraeliano e filoamericano in Siria, lapporto decisivo dellIran a Hezbollah e ai Palestinesi
verrebbe meno, lasciando Israele libero di attuare la propria soluzione finale per la questione araba.

George Galloway ha fatto notare che fra i leader dellopposizione supportati dagli Stati Uniti e
dallArabia Saudita vi sono dei personaggi, i quali, durante il periodo in cui ricoprivano
importanti cariche in Siria, sotto Hafez al-Assad, si sono resi responsabili di crimini contro
lumanità e dellappropriazione indebita di ingenti quantità di denaro: si tratta degli espatriati
Rifaat al-Assad e Abdul Halim Khaddam. Ancora una volta si può notare il collegamento fra
loperazione Iraqi Freedom e questa corrotta creatura della CIA, Ahmed Chalabi. I casi dellIraq e
della Libia rappresentano gli esempi più lampanti della crudeltà dellimperialismo americano che,
nascosto dietro al paravento della costruzione della nazione, devasta e saccheggia dei Paesi già altamente progrediti, mandandoli in rovina.

Indice del libro

Indice
Nota sull’opera
Prefazione
di Franco Cardini
Il puzzle siriano
Giochi di potere
“Primavera” o disgregazione del mondo arabo?
Introduzione
Le premesse
La cosiddetta “Primavera Araba”
La cronologia: 2008-2010, preparazione del campo di battaglia 2011: l’anno dell’inganno
Rivolta e insurrezione in Siria
L’architettura dell’insorgenza
Gestione della percezione nella guerra psicologica attraverso bugie, disinformazione, montature e travisamenti
La prospettiva di una guerra regionale
Fasi della guerra non convenzionale
Struttura di un movimento di insorgenza o di resistenza
Giustizia poetica nel Golfo Persico
La Turchia e la questione curda
Israele e la strada verso la Persia
Sanzioni
Invasione
Un fronte unito contro l’Iran
La costruzione delle provocazioni
Rivoluzione colorata finanziata dall’estero
Assistere le rivoluzioni popolari con le forze armate
Terrorismo sponsorizzato dagli Stati Uniti
Mujahedin-e Khalq e l’insorgenza armata
Potenziali alleati etnici
Fomentare un colpo di stato militare
La posizione cino-russa
Conclusioni
Appendice 1 – Siria: la testimonianza di un sacerdote
Appendice 2 – Cos’è Amnesty International?
Il finanziamento di Amnesty International
La leadership di Amnesty International
Amnesty International tradisce la reale promozione dei diritti umani Appendice 3 La cronaca occidentale sulla Siria sta andando in pezzi Appendice 4 La Turchia tenta di provocare la guerra alla Siria

Tony Cartalucci, Nile Bowie
Obiettivo Siria – Libro >> http://goo.gl/kszwsF
Come la CIA, le bande criminali e le ONG realizzano stragi di massa e distorcono le informazioni per manipolare l’opinione pubblica
Editore: Arianna Editrice
Data pubblicazione: Ottobre 2012
Formato: Libro – Pag 261 – 15×21
http://www.macrolibrarsi.it/libri/__obiettivo-siria-libro.php?pn=1567

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