L’ESSERE QUANTICO ABITUDINARIO (PARTE SECONDA).

pubblicato in: AltreViste 0

L’ESSERE QUANTICO ABITUDINARIO (PARTE SECONDA)

Tratto dalla Lezione del Corso di Counseling tenuta in data 21/03/2009 e da lezioni di Marco Ferrini
tenute sul tema Psiche e Coscienza.

A cura di Andrea Boni

E’ interessante studiare i meccanismi che partendo dalla coscienza arrivano a strutturare una realtà
psico-fisica individuale. L’individuo nella sua generalità può essere definito come un “Essere
Quantico”(1), perché come vedremo nel seguito di questo capitolo, secondo alcune recenti scoperte
che provengono da uno studio congiunto tra Neuroscienza e Fisica Quantistica, a partire dalla
presenza di una coscienza (che definiremo “condizionata”), si genera un collasso quantico al livello
del neurone, in particolare nella sinapsi, ovvero quel collegamento che consente di rafforzare le
connessioni tra neuroni, che oltre a strutturare e consolidare una rete neurale, sembra essere
l’artefice del rilascio di tutte quelle sostanze chimiche associate al funzionamento psichico del
corpo (neurotrasmettitori, neuropeptidi, ecc), che sono alla base della manifestazione corporea
delle emozioni, del comportamento, dell’umore, della reazione personale agli eventi, ecc. In
particolare tali studi hanno evidenziato come un’azione ripetuta, consolida una rete neurale
associata a quella determinata azione e quindi, come conseguenza, genera un’abitudine o un
automatismo mentale che opera di per se. L’Essere Quantico, in effetti, può allora essere definito
più propriamente un “Essere Quantico Abitudinario”. Qui nel seguito cercheremo di spiegare nel
dettaglio questo concetto, ma per fare ciò occorre approfondire meglio il rapporto tra psiche e
coscienza.

Psiche e Coscienza(2)

Per modificare gli automatismi mentali occorre intervenire sui contenuti psichici; per intervenire
sui contenuti psichici è indispensabile modificare le abitudini, cominciando dal cibo che forniamo
alla mente. La mente si nutre di tre tipi di cibo: il primo è quello che nutre anche il corpo
fisico, il secondo è costituito da impressioni, emozioni e pensieri, nutrimento quantomai importante
e delicato, da cui dipende la salute della sostanza psichica; il terzo e più importante sono i
guna(3), gli elementi strutturanti dell’universo, i fondamenti sottili della materia i quali, pur
essendo indistruttibili ed ineliminabili, possono essere trasformati nei loro reciproci rapporti di
forza. La struttura psichica, infatti, attraverso il cibo fisico, le impressioni e la progressiva
trasformazione dei guna, può gradualmente migliorare la propria caratteristica dominante passando da
tamas a rajas e da rajas a sattva. Secondo la tradizione Vedica, la più sicura ed efficace via per
la trasformazione migliorativa del carattere è costituita dalla compagnia di persone sante(4) le
quali, in forza del loro personale esempio, ispirano modelli di vita puramente sattvica. Fino a
tempi recentissimi gli esperti delle neuroscienze affermavano che ogni giorno nell’organismo umano
muoiono circa cento milioni di neuroni destinati a non rigenerarsi più. Oggi quest’affermazione è
messa in dubbio dalle nuove teorie sulla neuroplasticità; un fatto è comunque certo: che tale
processo viene accelerato da abitudini scorrette, purtroppo assai diffuse, come ad esempio l’uso di
intossicanti.

In Italia muoiono 80mila persone all’anno per i danni provocati dal fumo e 40mila a causa
dell’alcool. Anche senza voler considerare i casi limite, l’assunzione di eccitanti di qualsiasi
tipo, da quelli apparentemente innocui, come la caffeina, ai più dannosi, come gli oppiacei, non può
che turbare l’equilibrio psicofisico della persona che, dopo un’iniziale eccitazione, piomba in uno
stato di profonda depressione, malattia oggi non a caso largamente diffusa (quattrocento milioni nel
mondo solamente i casi diagnosticati). Ciò porta di conseguenza all’insorgere di gravi disturbi del
fisico e della personalità: nevrosi, psicosi e demenza senile, oggi tutti in continua crescita.
L’Ayurveda(5) spiega in maniera accurata e scientifica come ogni scorretta abitudine di vita
comprometta la salute del corpo e della mente. La sovralimentazione, ad esempio, è una delle cause
principali dell’invecchiamento precoce e di tante altre malattie: tutto quel che mangiamo in più
rispetto al nostro fabbisogno, si trasforma in veleno. Altrettanto deleteria è la tendenza opposta,
quella che porta ad assumere una quantità di cibo al di sotto delle nostre necessità. Ad uno sguardo
superficiale le conseguenze di questo e di numerosi altri comportamenti passano pressoché
inosservate, ma queste azioni, ripetute nel tempo, si trasformano in abitudini (a causa del
consolidarsi delle connessioni sinaptiche nelle reti neurali corrispondenti), che finiscono per
determinare la struttura psicofisica di un individuo, il suo carattere, il suo umore e quindi la
qualità della sua vita, presente e futura. L’insoddisfazione, l’avidità, l’invidia, la collera, la
paura ed altri sentimenti negativi sono tutti prodotti dell’ego, riflessi di ahamkara(6), la
percezione distorta di sé. Quando la coscienza di un individuo è integralmente proiettata
all’esterno, percezioni ed emozioni si modificano di continuo, a seconda degli eventi e delle
circostanze; ciò provoca un alternarsi estenuante e penoso di eccitazione e depressione, esse stesse
malattie e a loro volta causa di molti altri mali. Quando invece la coscienza è rivolta
interiormente e il fulcro è il sé spirituale, qualsiasi cosa accada all’esterno non turba più: la
concentrazione sulla realtà, quella immutabile, trascendente, consente di sperimentare un profondo
benessere, fino alla beatitudine che scaturisce dalla piena consapevolezza della nostra natura
profonda e di quella del fenomenico(7).

I Veda spiegano che esistono tre livelli di mente: manas, la mente esteriore, sensoriale, lo
strumento del pensare superficiale, con funzione totalmente estrovertita; buddhi, la mente
intermedia o intelligenza e cittah, la mente profonda e inconscia, talvolta definita coscienza
condizionata. Quest’ultima è sicuramente molto più vicina al sé spirituale di quanto non lo siano le
prime due ma non per questo rappresenta il più alto livello di consapevolezza: quando si parla di
mente profonda siamo infatti ancora nell’ambito di ahamkara, la coscienza riflessa o, appunto,
condizionata; la pura coscienza (cit) è situata oltre, al di là di spazio e tempo e quindi al di là
di ogni pur sottile identificazione con il fenomenico, in quanto attributo del sé spirituale. La
mente sensoriale è estremamente mutevole e fallibile, in quanto sempre soggetta all’interazione dei
sensi con i loro oggetti. I sensi riversano all’interno della mente superficiale fiumi di
informazioni e di sensazioni, generando un susseguirsi incessante di impressioni e di desideri
legati al mondo del divenire e perciò estranei alla vera natura e felicità dell’essere. L’individuo
che non percepisce la realtà situata oltre manas, rimane irretito, travolto da questo flusso di
impressioni (vritti) e di desideri e tenta di appagarli sottoponendosi a fatiche, privazioni,
sofferenze; ma la sua disperata ricerca di felicità è destinata a rimanere frustrata. Quando la
persona prende nuovamente coscienza della sua identità profonda, quella spirituale, diventa capace
di discriminare tra sat e asat(8), tra realtà e illusione (tattva-viveka); la sua intelligenza
(buddhi) si illumina e non lascia filtrare nella coscienza profonda ciò che la mente esteriore senza
sosta propone, causa certa di inquinamento(9) e sofferenza. Come già affermato, così come per il
corpo, esiste un cibo anche per la mente ed entrambi vanno scelti con cura. Per il corpo, ad
esempio, sono da evitare gli alimenti conservati poiché hanno esaurito o fortemente ridotto il loro
contenuto pranico, vitale, e ancor più quelli che trasformati in cibo con atti di violenza; si
dovrebbe egualmente evitare di mangiare con ingordigia, con avidità, in quantità eccessive o in
orari poco adatti poiché gli effetti del cibo su corpo e psiche dipendono in buona parte dal modo e
dallo stato mentale con cui esso viene assunto.

E’ parimenti importante nutrire la mente di pensieri, desideri ed emozioni in armonia con l’ordine
cosmico e divino (ritam, dharma), tenendo accuratamente a distanza quei contenuti psichici che
inquinano sia la mente superficiale che quella profonda. Questi oggetti psichici contaminati e
contaminanti lasciano nell’inconscio delle tracce, delle impressioni profonde, ‘solchi’ (samskara) e
tendenze (vasana), che in seguito determineranno i cosiddetti automatismi mentali. Attraverso la
ricerca costante di purezza, di situazioni, compagnie, visioni e suoni sattvici, l’individuo si
libera gradualmente dei fardelli karmici(10) più pesanti, riacquistando visione spirituale e fede
nella Realtà superiore, favorendo con ciò il benessere e la crescita propri ed altrui. Va
sottolineato infatti che ogni squilibrio psichico, come la depressione ed altre malattie mentali,
dalle più lievi nevrosi alle più gravi psicosi, per quanto apparentemente legato a situazioni
esteriori e non dipendenti dal soggetto che ne soffre, secondo i Veda, trova invece le sue profonde
radici in un utilizzo scorretto dell’intelligenza, in una volontaria o involontaria infrazione al
dharma, all’ordine cosmico che tutto sostiene e che costituisce il fondamento di ogni equilibrio.
Quando la persona anziché muoversi in armonia con il dharma, lo infrange, il suo apparato psichico è
il primo a risultarne danneggiato, più o meno gravemente a seconda dell’errore commesso. In ultima
analisi quindi, le malattie sono causate dalla distorta percezione di sé, che costringe corpo e
mente a comportamenti dannosi ed artificiali. Quando si riprende consapevolezza della nostra natura
spirituale e non ci si identifica più con il corpo e con la mente, quando il soggetto si riappropria
dei suoi preziosi strumenti senza venirne più condizionato e dominato, è allora che si impara ad
utilizzarli nel modo corretto. Così facendo è anche possibile riguadagnare la salute psicofisica. La
guida di una persona illuminata che educhi alla discriminazione (viveka) tra ciò che è reale e ciò
che non lo è, aiutando l’individuo a ristabilirsi nella mente profonda perché acceda alla visione
spirituale e alla consapevolezza della sua vera natura, è indispensabile per potersi guardare
dentro, diventare consapevoli dei propri comportamenti e delle loro conseguenze ed uscire dai propri
condizionamenti mentali.

Nella tradizione vedica tale persona è il Guru, il Maestro spirituale, grazie al quale è possibile
cambiare le proprie abitudini ed invertire la rotta esistenziale. Il Guru è dunque per il discepolo
molto più di uno psicologo, in quanto non indica solamente come sanare gli squilibri della psiche
per riportarla ad un cosiddetto livello di ‘normalità’ ma insegna anche a come trascenderla, a come
andare oltre questo strumento costituito di materia (prakriti) che, per quanto correttamente
funzionante, rimane pur sempre limitato ed incapace di cogliere ciò che è oltre la materia stessa:
il mondo dello Spirito. Esistono infatti, fortunatamente, anche comportamenti che esercitano
un’influenza assai benefica sul nostro complesso psico-fisico, e che il guru rafforza con i suoi
insegnamenti e soprattutto con il proprio esempio. Lo sviluppo della consapevolezza di sé attraverso
la devozione a Dio e al Maestro spirituale, seguendo alcune regole comportamentali come la
compassione, la non violenza, la continenza sessuale, sono un rimedio efficacissimo contro tutta una
serie di disturbi psicofisici. In generale, strutturare la propria vita secondo abitudini sane e
regolate, come andare a riposare presto, alzarsi di buon mattino e meditare sui Nomi Divini(11),
mangiare cibo fresco, fare le cose giuste ad orari regolari, curare la pulizia del corpo e della
mente, aiuta a prevenire e a curare numerose malattie. Enorme è il beneficio apportato dallo
sviluppo della devozione a Dio, perché induce a pensare in maniera positiva, intrattenendo
sentimenti di empatia, amicizia e solidarietà verso tutte le creature, non soltanto quelle umane, ed
evitando pulsioni distruttive come la collera, la concupiscenza, l’avidità, l’invidia o il rancore.
La positività non va certo scambiata col sentimentalismo di stampo fatalistico. Non si deve essere
astrattamente positivi, bensì impegnarsi, agire concretamente secondo un progetto ben strutturato in
vista di un progresso spirituale, altrimenti sarà solo una farsa di breve durata. Pensare
positivamente significa vedere i problemi ed elaborare prontamente le soluzioni secondo regole
dharmya(12). Le lamentele sono sintomo di scarsa intelligenza e di scarsa visione: privano di
energia, spossano, deprimono ed impediscono di reagire, di studiare il problema in tutte le sue
componenti, di analizzarlo alla luce del ragionamento (vitarka) e della conoscenza (jnana), in modo
da poterlo affrontare e risolvere(13).

In caso di bisogno, quando, dopo aver tentato, da soli non riusciamo a trovare una soluzione ai
nostri problemi cruciali, i Veda consigliano di rivolgersi al guru o ad altre persone sagge, per
consigli. Ma beninteso, la responsabilità delle decisioni non è delegabile in alcun modo. Riuscire a
sviluppare una mentalità positiva non è scontato né gratuito. Occorre predisporsi al meglio e
coltivare quelle abitudini che favoriscono il perfetto controllo e la corretta gestione del
complesso psico-fisico. Quel che c’è da fare è aggiustare i gusti, a tutti i livelli. E’
indispensabile, ad esempio, nutrirsi di un cibo sattvico: alimenti vegetariani, che provocano la
minor sofferenza possibile ad altri esseri viventi, ingredienti semplici, freschi, puliti, cucinati
ed offerti a Dio con gratitudine e amore. Il cibo sattvico influenza il corpo e la mente in maniera
sattvica. Il cibo tamasico o rajasico scarica invece sulla struttura psicofisica tutta una serie di
vritti(14) anch’esse tamasiche o rajasiche, di ostacolo allo sviluppo di una mentalità positiva. La
qualità dei nostri pensieri è quindi conseguenza del nostro comportamento: il cibo, le compagnie,
l’ambiente sociale, le azioni, determinano i contenuti mentali e questi, a loro volta, determinano
l’agire, influendo notevolmente sulla salute psico-fisica della persona, sul suo carattere e sul suo
destino. Attraverso il sistema nervoso gli stati emotivi e psichici vengono infatti trasmessi alle
cellule dell’organismo. La salute quindi non può essere ristabilita soltanto attraverso accorgimenti
di tipo chimico-farmaceutico. La stanchezza, la mancanza di memoria, l’impotenza, ad esempio, spesso
non sono causati da disfunzioni organiche ma piuttosto da potenti automatismi mentali. Naturalmente
anche attraverso la chimica è possibile trasformare gli stati psicofisici, sia in positivo che in
negativo; basti pensare a certi farmaci che riducono l’azione rajasica sedando nell’individuo quelle
sovra eccitazioni che potrebbero danneggiare lui stesso e gli altri, oppure ai tremori e alla
perdita di memoria provocati dall’assunzione di alcool o agli effetti devastanti dell’acido
lisergico (LSD). Simili droghe fanno straripare il fiume magmatico dell’inconscio sul piano
cosciente, in un momento in cui il soggetto non è in grado di gestirlo sottoponendolo alla luce
discriminante dell’intelligenza, ad una coscienza sufficientemente lucida; i danni è facile
immaginarli.

L’influenza psichica riveste un ruolo decisivo nella gestione di tutto il corpo fisico. Il sistema
nervoso funziona come quadro di comando per tutte le funzioni del complesso psico-fisico. Gli oltre
cinquanta trilioni di cellule del nostro corpo vengono in ogni momento informate e regolate dal
sistema nervoso il quale determina, direttamente o indirettamente, tutte le funzioni, dagli scambi
elettrochimici delle sinapsi tra neuroni, alle importanti decisioni cruciali della vita: se un
individuo comincia a coltivare pensieri positivi, elevati, le cellule neuronali ricevono questi
stimoli positivi e inviano ‘messaggeri’ in tutto il corpo, aumentando il numero e la qualità delle
loro prestazioni, inoltre, gruppi di cellule precedentemente inattive possono rientrare egregiamente
in funzione. Le ‘cellule soldato’, quelle che individuano gli elementi nocivi presenti nel corpo ed
intervengono per combatterli, si rafforzano se sostenute da una mentalità positiva generata da una
consapevolezza profonda. La psiche infatti non è localizzata in un solo punto, nel cervello: ogni
cellula, ogni organo, ha la propria intelligenza, grazie alla quale esplica le proprie funzioni in
quella che negli antichi testi vedici viene definita la città dalle nove porte(15), ovvero il corpo:
un universo animato regolato con perfezione da sottilissimi equilibri, del tutto simile al più
grande universo cosmico. Secondo i Veda, come il microcosmo del corpo umano ha la sua controparte
nel macrocosmo universo, così la psiche umana ce l’ha nella psiche cosmica e l’anima umana
nell’anima cosmica. I Veda e in particolare le Upanishad, rimandano continuamente al rapporto tra
micro e macrocosmo per far comprendere l’unitarietà che collega tutti gli esseri tra loro, con il
creato e con il Creatore, Dio. Quando invece i contenuti psichici sono negativi si esplicitano in
collera, concupiscenza, odio, malumore, invidia, delusione, depressione, e le cellule soldato
ricevono dalle messaggere cattive e scoraggianti notizie, per cui si confondono, si indeboliscono e
vengono facilmente sconfitte dagli agenti patogeni esterni, dagli ‘invasori’, lasciando libero corso
alla malattia. Tutto ciò avviene attraverso canali esterni all’io cosciente. Anche se pensiamo che
certe impressioni, emozioni e pensieri siano diretti ad altri, a quelli che magari consideriamo i
nostri rivali, in realtà essi si volgono prima di tutto contro noi stessi, compromettendo gravemente
le nostre funzioni psicofisiche.

Se un individuo è sotto l’effetto di tamoguna, che corrisponde all’indolenza psichica, al
tramortimento della coscienza(16), o se è in preda a eccitazione provocata da sentimenti rajasici
come il desiderio, l’ira o il rancore, le sue cellule e i suoi organi non possono che risentirne,
talvolta in maniera devastante. Come il corpo produce varie sostanze di scarto, così il rifiuto
fisiologico della psiche è costituito da pensieri negativi, ottenebrati che, in un corpo sano,
devono venire espulsi. A differenza però dei rifiuti organici, le tossine mentali possono venire
neutralizzate non con la rimozione, bensì riorganizzando l’ambiente e in primo luogo selezionando le
impressioni, le compagnie, il cibo, il comportamento; in altri termini curando, sanando, sublimando
l’individuo su tutti i piani antropologici. Per poterlo fare è indispensabile individuare in
profondità le cause che hanno prodotto quei pensieri e l’opera da compiere ricorda in qualche modo
quella dell’archeologo impegnato a riportare in superficie oggetti che giacciono sul fondo. In
questo caso si tratta di oggetti di natura psichica che ristagnano nei meandri oscuri dell’inconscio
dove, per le cause suddette, si origina tutta una serie di complessi e di disturbi della personalità
che sono causa del condizionamento della coscienza.

L’Essere Quantico: la connessione tra coscienza e neuroscienza.
Attraverso quali meccanismi la coscienza pura dell’atman (cit) diventa “condizionata” e si manifesta
per divenire pensiero, percezione, sentimento e apparire come attività elettrica o chimica del
cervello? I testi Vedici non rispondono in modo esplicito a questa domanda, ma le recenti scoperte
della fisica quantistica forniscono interessanti strumenti per studiare questo fenomeno. Negli anni
’80 e ’90 numerosi importanti scienziati hanno pubblicato libri e teorie che sostenevano tanto che
il cervello fosse un perfetto neurocomputer, quanto la visione secondo la quale “la coscienza aveva
qualcosa a che fare con i misteri della meccanica quantistica”, secondo le parole di Stuart
Hameroff, uno degli scienziati che più sostiene questo tipo di visione(17). Personalmente studiando
i lavori di Hameroff, ho trovato in lui una sintesi accettabile dei meccanismi che sottendono al
fenomeno della coscienza e della sua manifestazione nel modo dei nomi e delle forme. In particolare
è molto interessante il lavoro che ha svolto insieme al famoso fisico Penrose, sfociato nella teoria
“OR” della coscienza di Penrose-Hameroff, che costituisce un buon punto di partenza per spiegare
come sia la coscienza a manifestare la realtà, e quindi i nostri pensieri, i sentimenti e le
emozioni. Questi studi sono ancora allo stato embrionale, e sono concentrati sullo studio del
neurone e dei microtubuli in particolare, strutture cave simili a cannucce contenute all’interno di
ogni cellula.

Come è spiegato nel libro “What the bleep…”(18), essi hanno evidenziato una notevole capacità
autorganizzativa e fungono da sistema nervoso e circolatorio della cellula; non solo, ma comunicano
e interagiscono con loro vicini per scambiare informazioni. Un aspetto importante che è stato
scoperto è che nei neuroni i microtubuli formano e regolano le connessioni sinaptiche e entrano in
gioco nella trasmissione dei neurotrasmettitori, sostanze che veicolano le informazioni fra le
cellule componenti il sistema nervoso, i neuroni, attraverso la trasmissione sinaptica. Le sinapsi
sono peraltro responsabili del rafforzamento delle connessioni tra i neuroni che strutturano una
determinata rete neurale. Secondo il lavoro di Hameroff sembra che i microtubuli sono influenzati da
un fenomeno quantistico: le proteine di cui sono fatti rispondono ai segnali provenienti da un
computer quantico interno costituiti di singoli elettroni. Sembra quindi che siano queste forze
meccaniche quantistiche a controllare la conformazione della proteina, e quindi come conseguenza
l’azione dei neuroni, dei muscoli, in generale del nostro comportamento e delle emozioni (si veda il
testo “Ma che …bip..sappiamo veramente” per un ulteriore approfondimento). Hameroff dice che “le
proteine, mutando la propria forma, costituiscono il punto di amplificazione tra il mondo quantico e
l’influenza da noi esercitata sul mondo fenomenico in tutto ciò che l’umanità fa, per buono o
cattivo che sia”.

Questi interessantissimi studi potrebbero essere l’inizio per una sintesi tra Scienza e
Spiritualità, per cambiare il paradigma classico-meccanicistico su cui la nostra società ancora si
basa, e sviluppare così un nuovo paradigma quantico-spirituale, olistico, in cui ci sia spazio per
un’armonizzazione tra fede e scienza, con l’obiettivo di fornire dei presupposti concreti per
interpretare il mondo fenomenico come un immenso laboratorio in cui noi ci muoviamo, dove è la
nostra coscienza a creare forme, percezioni, emozioni, e tutto ha un significato, nulla accade per
caso, bensì qualsiasi esperienza ha un senso se pensata per un fine evolutivo, l’evoluzione della
nostra coscienza stessa. Quando ciò avviene, quando la coscienza ritrova la sua condizione di
purezza, il mondo non appare più in quella forma, e l’essere può sperimentare la sua propria natura
fatta di beatitudine ed eternità:

Janma karma ca me divyam
Evam yo vetti tattvataha
Tyktva deham punar janma
Naiti mam eti so ‘rjuna

“Colui che conosce la natura trascendente della Mia apparizione e delle Mie attività [avendo
raggiunto la purezza della mente], o Arjuna, non dovrà più nascere in questo mondo materiale quando
avrà lasciato il corpo, ma raggiungerà la Mia eterna dimora”(19).

Il processo da seguire, dunque, per controllare i pensieri, le emozioni i sentimenti, e in generale
per eseguire un lavoro a fondo sulla personalità, è quello di purificare la coscienza, armonizzando
e trasformando i contenuti psichici inconsci.

La Sadhana Bhakti: mezzo di purificazione della coscienza(20).
Il ricercatore spirituale che opera attraverso la bhakti(21) vive una trasfigurazione antropologica
che potenzia tutte le sue qualità e caratteristiche individuali, depotenziando contestualmente gli
interessi egoico-mondani e le pulsioni distruttive inconsce. La bhakti guarisce la mentalità
turbolenta ed unilateralmente rivolta all’esterno, in quanto consente di sganciare la mente dalla
dittatura dei sensi e i sensi dagli attaccamenti verso i loro oggetti (vishaya) nel mondo esteriore,
permettendo così di intraprendere il viaggio verso l’interiorità e di riscoprire che la beatitudine
e l’immortalità non si trovano fuori ma dentro, nella consapevolezza del sé, in quella dimensione
spirituale ben descritta nella Bhagavad-gita, nelle Upanishad e in altri testi vedici. La bhakti è
l’insegnamento conclusivo delle Sacre Scritture vedico-vaishnava. In quanto religione dell’amore
essa troneggia sulle contrastanti forze titaniche della natura e le armonizza, permettendo di
conseguire con prodigiosa naturalezza la coniunctio oppositorum che in occidente fu tanto ricercata
anche dagli alchimisti. Per questo viene considerata la via maestra per giungere allo stato di
nirdvandva, la libertà dai condizionamenti degli opposti. Chi è sempre incline a pensieri negativi e
non riesce a vedere la soluzione ai propri problemi va considerato malato a tutti gli effetti,
esattamente come chi soffre di fegato o di cuore, e quindi va trattato con compassione. I problemi
più gravi sono costituiti dai blocchi affettivi e dall’incapacità di esprimere le emozioni. Tra
coloro che non riescono ad aprirsi, a parlare delle proprie difficoltà, tra i più gravi notiamo gli
autistici. Anche l’atteggiamento opposto: la logorrea e l’autoesaltazione, è però anch’esso sintomo
di grave malessere psichico. Nevrotici e psicotici sono veri e propri divoratori di energie, proprie
ed altrui perciò, nonostante abbiano un ruolo sociale, finiscono spesso per venire evitati da tutti
sul piano umano e vivono in un deserto affettivo. La compagnia di persone sobrie, equilibrate,
mature, spiritualmente elevate, in grado di dispensare affetto e conoscenza, risulta la migliore
cura per loro, e più in genere, per qualsiasi disturbo della personalità. Per una riarmonizzazione
dei vari strati della personalità, gli antichi testi ayurvedici consigliano terapie particolari, non
costose, ecologiche e soprattutto molto efficaci. In primo luogo sottolineano l’importanza di
condurre una vita onesta (arjavam), nel senso più ampio del termine, rispettosa delle leggi di Dio e
degli uomini; è fondamentale inoltre che ognuno crei nella propria dimora uno spazio dedicato al
sacro, una stanza con immagini della Divinità e del Guru dove poter attuare pratiche che permettono
di rigenerarsi, di ricaricarsi di energie positive, di riarmonizzarsi continuamente con l’ordine che
sostiene l’intero universo.

Queste pratiche immensamente benefiche, sperimentate con successo per millenni, possono essere
raggruppate in quattro categorie principali: arcanam, ovvero l’adorazione del Divino in una forma
particolare detta Murti, japa o samkirtana, l’invocazione e la meditazione individuale o collettiva
sui Nomi divini, svadhyaya, lo studio dei testi sacri attraverso cui approfondire l’introspezione e
satsanga, la compagnia di persone profondamente religiose. Gradualmente, assieme ad un retto
comportamento(22), le suddette pratiche sgombrano il campo psichico da ogni infiltrazione negativa,
consentendo un completo ripristino delle facoltà mentali ed intellettuali, e in generale della
salute dell’individuo su tutti i piani. Il saggio non si lascia coinvolgere in pensieri negativi,
neanche in situazioni comunemente considerate drammatiche; ci riesce grazie ad una devozione
ininterrotta che lo connette stabilmente al Supremo. Per ottenere il controllo emotivo di fronte
agli eventi è essenziale lo sviluppo di due qualità fondamentali: abhyasa, la pratica spirituale
costante, e vairagya, il distacco emotivo dal fenomenico(23). Ciò ovviamente non significa diventare
emotivamente insensibili, simili a pietre, ma non lasciarsi più suggestionare dai fenomeni esterni,
rimanendo continuamente collegati alla sfera della Realtà. Significa passare dal sentimentalismo al
vero sentimento. Questo livello di coscienza non è facile da raggiungere, è tuttavia possibile
attraverso la devozione a Dio; sono indispensabili onestà, tempo e impegno. Proprio come uno
scienziato, il sadhaka(24) può sperimentare su sé stesso, nel laboratorio della vita quotidiana,
quanto sia diversa l’influenza esercitata da uno stato mentale piuttosto che da un altro. Secondo i
Veda, occorre però che un Maestro realizzato nella scienza del Sé lo guidi nei suoi ‘esperimenti’,
che gli indichi quali strumenti utilizzare e quali metodologie applicare, altrimenti le prove
risulteranno inconcludenti, dolorose, talvolta costellate di amare sorprese. Occorre un Guru che sia
presente con il suo esempio e i suoi insegnamenti e che orienti il discepolo verso la devozione a
Dio, verso un pensiero di luce, verso la comprensione più elevata, quella di natura spirituale. Lo
studente applica la conoscenza spirituale ricevuta dal Maestro e a lui si rivolge ogni volta che
incontra serie difficoltà, in modo da capire dove ha sbagliato e come potersi correggere. Affinché
ciò sia possibile, Guru e discepolo devono conoscersi a fondo, devono aver sviluppato una profonda,
autentica relazione personale, basata su reciproci stima, affetto, lealtà. Ciò solitamente non può
avvenire senza una iniziale frequentazione assidua infatti, nella società vedica, il discepolo
viveva un consistente periodo della sua vita nella casa-scuola del Guru (Gurukula). Come ad un
medico risulterebbe difficile curare un paziente vivendo a migliaia di chilometri di distanza, così
il Maestro spirituale, almeno in una fase preliminare, deve stare in contatto con il discepolo,
stimolarlo ad applicare la cura e somministrare di volta in volta la ‘medicina’ di cui più
necessita.

In un secondo momento, quando la relazione spirituale è diventata solida, quando si è stabilita una
forte empatia, la distanza fisica non rappresenta più un ostacolo: il discepolo ricorda e si accorda
agli insegnamenti del guru; inoltre, in quello stadio, i messaggi arrivano anche per via telepatica.
Il rapporto Guru-discepolo non deve quindi essere né virtuale né rigidamente gerarchico. Il Maestro
corregge lo studente per il suo bene, per autentico affetto nei suoi confronti; non opera per
ottenere una qualche ricompensa; la cura che offre è totalmente gratuita, ecologica ed olistica,
volta interamente allo sviluppo della personalità del discepolo secondo le sue tendenze naturali. La
salute spirituale ovvero, la consapevolezza del rapporto con Dio, genera tutte le altre: quella
intellettuale, quella mentale, quella fisica, quella sociale, quella economica, illuminando ogni
angolo buio della mente e sviluppando appieno la personalità. Nei Veda la luce è sempre sinonimo di
illuminazione interiore, di intuizione, di conoscenza, e la suprema sorgente di luce è Dio. La
fiaccola della fede e dei pensieri elevati, fondati su sat, dovrebbe essere protetta e alimentata
ogni giorno. Perché ciò sia possibile è indispensabile l’aderenza ai principi del dharma, essenziali
sia per la prevenzione che per la cura delle tante malattie mentali contratte a causa di avidya, la
mancanza di consapevolezza spirituale. La salute del complesso mente-corpo non può venire altro che
dalla presa di coscienza del paziente della propria natura spirituale, consapevolezza che conduce
l’individuo ad un pronto recupero di armonia con sé stesso e con l’universo nel quale è inserito.
Secondo la medicina moderna, molto difficilmente si può guarire da certe gravi malattie fisiche e
mentali; il modello bio-medico dominante purtroppo prende in scarsa considerazione le interattive
dinamiche corpo-mente e spirito, per cui tende a minimizzarle, se non addirittura a negare
l’importanza della consapevolezza spirituale nel processo di guarigione.

Da molte malattie, anche gravi, secondo l’Ayurveda si può guarire ma occorre che il paziente lavori
con onestà, costanza e profondo impegno sotto la guida di un esperto terapista, sottoponendosi con
fiducia ad un sadhana rigoroso, e sempre ricercando Krishna prasadam(25). Così come per entrare in
possesso di denaro occorre lavorare, allo stesso modo, per avere una mente sana, che produca
pensieri positivi, benefici, occorre coltivare la purezza: nel pensiero, nella parola e nell’azione,
giungendo a stabilire una relazione armonica con il Cosmo e a vivere nel rispetto delle leggi
divine. Il ‘pensiero elevato’ non fiorisce in maniera artificiale; i contenuti psichici sono
autenticamente elevati quando la persona vive con coerenza i principi che governano l’universo, in
armonia con essi. Quest’armonia, come una sorgente che sgorga senza sosta, è capace di rigenerare in
continuazione pensieri, impressioni ed emozioni, togliendo quella polvere dell’illusione (maya)(26)
che nell’universo fenomenico tende a ricoprire ogni cosa. La saggezza orientale insegna, qual è
l’utilità di cercare la luna nel pozzo, anziché ammirarla direttamente in cielo, in tutto il suo
splendore? Similmente: qual è l’utilità di andare a cercare il fascino e la gioia nel mondo, se
neanche conosciamo noi stessi e non siamo collegati a Dio, Sorgente di questo fascino? Per godere
stabilmente di buona salute, nessuna delle nostre attività dovrebbe prescindere dal bene degli
altri, dall’armonia con l’universo, dal contatto con l’Origine del tutto. L’autentica coscienza di
Dio, la coscienza del supremo Creatore e Reggitore dei mondi, dell’infinitamente Affascinante(27), è
garanzia di benessere in senso globale. In tale stato di coscienza tutte le cellule del corpo
vengono nutrite non solo fisicamente ma anche psichicamente e spiritualmente, con pensieri nobili,
puri, elevati. I Veda spiegano che è possibile gestire il proprio corpo, l’economia, il lavoro, la
vita familiare e religiosa senza sviluppare nevrosi, senza diventare depressi o eccitati,
irresponsabili o quant’altro. Le richieste del complesso psicofisico non vanno negate o rimosse ma
soddisfatte sublimandole, in maniera che non diventino di ostacolo alla realizzazione spirituale. In
questo modo il corpo e la mente diventano strumenti estremamente preziosi, funzionali alla nostra
crescita globale. Dovremmo vivere con la consapevolezza che dal nostro attuale livello di coscienza
dipenderà la nostra condizione esistenziale futura(28). Lo scopo dell’esistenza è la realizzazione
spirituale, il porsi nuovamente in contatto (yoga) con la Realtà, con l’origine, e con il sostegno
supremo di tutto ciò che esiste: Dio. Realizzare Dio significa riscoprire anche noi stessi e la
nostra ontologica natura di immortalità, conoscenza e beatitudine (sat, cit, ananda); significa
trascendere l’ego illusorio ed entrare nuovamente in armonia con noi stessi, con Dio, con il creato
e con le creature tutte.

(1) J. Satinover, “Il Cervello Quantico”, Macro Edizioni, 2002.

(2) Questo paragrafo è tratto interamente da una lezione di Marco Ferrini.

(3) L’energia materiale “esprime” tre influenze che con il loro condizionamento caratterizzano i
jivabhuta, gli esseri incarnati. Esse sono: tamoguna, corrispondente ad ignoranza, stolidità,
letargia; rajoguna, corrispondente ad agitazione, ansietà, eccitazione e sattvaguna, corrispondente
ad equilibrio, bontà, luminosità, armonia. Il termine guna ha più significati, ma i due più
importanti sono quelli di ‘qualità’ e di ‘corda’; quest’ultimo sta a significare che queste
influenze legano l’essere vivente al mondo empirico.

(4) Charaka Samhita: sharirasthanam I. 142-147. Bhagavad-gita: IV. 34.

(5) Lett. ‘Scienza della vita’. Antica scienza medica olistica, contenuta nell’Atharva Veda, che
considera la salute fisica inevitabilmente connessa a quella psichica e a quella spirituale. Come
molte medicine orientali, si basa soprattutto sulla prevenzione.

(6) Corrispondente ai contenuti psichici dell’individuo, con cui questi si identifica, letteralmente
significa ‘io, colui che fa’.

(7) “Per qualunque motivo la mente irrequieta e instabile cerchi di proiettarsi all’esterno, ogni
volta egli [lo yogin] deve fermarla e sottometterla soltanto al Sé. […] Così soggiogando
costantemente sé stesso, lo yogin, scomparsa ogni impurità, facilmente attinge la felicità infinita
che consiste nell’unione col Brahman” (B.g. VI.26; 28).

(8) Lett. ‘ciò che è’ e ‘ciò che non è’.

(9) Per contaminazione s’intende ciò che va contro il dharma, l’ordine cosmico.

(10) Karma, lett. ‘azione’, in senso più ampio sta ad indicare non solo l’atto in sé, ma anche le
sue conseguenze.

(11) Mantra terapia: Mahamantra Hare-Krishna o il divino suono primordiale Om.

(12) In armonia con il dharma, l’ordine cosmico.

(13) Cfr. Ramayana, Sundarakanda, shloka 17-18: “Colui che nella difficoltà sopraggiunta domina il
proprio sgomento, grazie al proprio vigore riesce a raggiungere lo scopo. Non si deve cedere alla
disperazione; essa è il peggior veleno che, come un serpente incollerito, uccide l’ignorante e lo
sciocco”.

(14) Onde, vortici mentali, ben descritte da Patanjali nei suoi Yogasutra.

(15) Cfr. B.g. XIV. 11.

(16) In vari testi vedici e in particolare nella Mandukya Upanishad, vengono descritti i differenti
stati dell’essere (veglia, sonno, sonno con sogni…); ciò conferma le elevate ed approfondite
conoscenze dei saggi vedici in materia di psicologia del profondo.

(17) S. Hameroff, Consciousness, neurobiology and Quantum Mechanics: The Case for a Connection. In
J. Tuszynski (ed.), The Emerging Physics of Consciousness. Springer-Verlag, 2006.

(18) W. Arntz, B. Chasse, M. Vicente, Ma che …bip… sappiamo veramente?,Macro Edizioni (libro e
DVD).

(19) Bhagavad Gita IV.9

(20) Questo paragrafo è tratto da una lezione di Marco Ferrini.

(21) Amore e devozione reciprocati per Dio e per il Maestro, come attestato in
Shvetashvatara-upanishad VI.23.

(22) Cfr. yama e niyama nel Sadhana-pada degli Yogasutra di Patanjali, e Bhagavad-gita XIII.8-12.

(23) Cfr. B.g. VI. 35.

(24) Chi pratica il sadhana, la disciplina spirituale, lett. ‘ciò che guida dritto allo scopo’.

(25) Lett. ‘misericordia’.

(26) Lett. ‘non questo’.

(27) In sanscrito: Krishna.

(28) Cfr. Bhagavad-gita XIII.22.

da scienzaespiritualita.blogspot.com/

Sottoscrivi Notifiche
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments