La reincarnazione – 4° CAPITOLO

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La reincarnazione – 4° CAPITOLO

La scienza eterna della vita

di sdg A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada
Fondatore-acarya dell’Associazione Internazionale per la Coscienza di Krishna

4° CAPITOLO

Tre episodi di reincarnazione

Per migliaia di anni i più grandi maestri spirituali dell’ India si sono serviti dei racconti
estratti dallo Srimad Bhagavatam, come i tre che presentiamo qui, alfine di illustrare ai loro
discepoli i principi della reincarnazione. Lo Srimad Bhagavatam, opera epica, filosofica e classica
della letteratura, occupa una posizione di prim’ordine nella vasta mole di Scritti che contengono la
saggezza dell’India. L’eterna conoscenza di questo grande Paese è espressa nelle pagine dei Veda,
antichi Testi sanscriti che abbracciano tutti i campi dell’umano sapere. Considerato come “il frutto
maturo delle Scritture vediche”, lo Srimad Bhagavatam costituisce la presentazione più completa e
più autentica della conoscenza vedica.
I principi scientifici della reincarnazione non si alterano col passare del tempo, ma rimangono
immutati; perciò questi antichi racconti saranno apprezzati anche dai ricercatori moderni, così come
lo furono da coloro che aspiravano a essere illuminati nel corso dei secoli passati.

-I-

Il principe che aveva un milione di madri

“Alcuni vedono l’anima come una meraviglia, altri la descrivono come una meraviglia e altri ancora
ne sentono parlare come di una meraviglia, ma c’è chi non riesce a concepirla neanche dopo averne
sentito parlare.” (Bhagavad-gita 2.29)

“La nostra nascita non è che sonno e oblio” scriveva il poeta britannico William Wordsworth nella
sua celebre opera “Intimations of immortality” (“Segni d’immortalità”). In un altro poema egli si
rivolge a un neonato con queste parole:

“Oh, dolce nuovo arrivato
Su questa mutevole Terra,
Se è vero,
Come i grandi veggenti arditamente presagirono,
Che altre volte tu fosti un essere umano,
Benedetto dalla presenza di genitori umani,
Allora, molte volte
Nel passato
La tua madre presente
Ti strinse sul suo seno fecondo
O piccolo straniero ridotto all’impotenza.”

Nel seguente racconto, tratto dallo Srimad Bhagavatam, il figlio del re Citraketu rivela le sue vite
passate e istruisce il re e la regina sull’immortalità dell’anima e sulla scienza della
reincarnazione.

Il re Citraketu aveva molte mogli; sebbene egli fosse in grado di generare dei figli, non ne aveva
nessuno poiché le sue belle mogli erano tutte sterili. Un giorno, il grande saggio Migira giunse al
palazzo di Citraketu. Il re si alzò immediatamente dal suo trono e, secondo l’usanza vedica, gli
offri i suoi omaggi.
Il saggio disse: “O re Citraketu, posso vedere che la tua mente è turbata. Il tuo viso pallido
rivela una profonda ansia. Non sei forse riuscito a ottenere ciò che desideravi?” Poiché possedeva
poteri soprannaturali, Angira conosceva la causa della sofferenza del re, ma aveva le sue ragioni
per interrogare Citraketu, come se non fosse al corrente di nulla.
Il re Citraketu rispose: “O Angira, le tue grandi austerità e penitenze ti hanno permesso di
raggiungere la conoscenza perfetta. Tu sei in grado di capire ogni cosa, sia interna sia esterna,
che riguardi le anime incarnate come noi. O grande anima, tu sei cosciente di ogni cosa, tuttavia mi
chiedi perché mi trovo in una tale angoscia… Così; per esaudire la tua richiesta, ti rivelerò la
causa del mio dolore.

Come una ghirlanda di fiori non può saziare un uomo affamato, così, il mio vasto impero e il mio
incommensurabile tesoro non sono nulla per me, poiché sono privo di ciò che fa la vera ricchezza
dell’uomo: non ho figli. Non potresti venirmi in aiuto e farmi veramente felice? Puoi fare in modo
che io abbia un figlio?”
Angira, che era molto misericordioso, accettò di aiutare il re. Egli compì un sacrificio speciale in
onore degli esseri celesti, e quindi offri i resti del cibo sacrificale a Kritadyuti, la più
perfetta tra le regine di Citraketu. Angira allora disse: “O grande re, presto avrai un figlio che
sarà per te fonte di grande gioia ma anche di dispiacere.” Poi il saggio scomparve, senza attendere
la risposta del re.
Appena seppe che avrebbe finalmente avuto un figlio, Citraketu manifestò una gioia senza limiti; si
domandò tuttavia che cosa significassero le ultime parole del saggio.
“Angira avrà voluto sicuramente dire che sarò molto felice alla nascita di mio figlio, il che è
certamente vero. Ma cosa avrà voluto dire aggiungendo che il bambino sarà per me fonte di
dispiacere? Siccome sarà il mio unico figlio, automaticamente sarà l’erede del trono. Forse, per
questa ragione diventerà orgoglioso e disobbediente, causandomi dispiacere. Ma è comunque meglio
avere un figlio disobbediente che non averne alcuno.”

Col tempo Kritadyuti rimase incinta, e diede alla luce un bambino. Tutti gli abitanti del regno si
rallegrarono alla notizia, e il re Citraketu non poteva contenere la sua gioia.
Poiché il re si occupava di allevare con cura il suo piccolo figlio, l’affetto che provava per
Kritadyuti crebbe giorno dopo giorno, ed egli giunse a trascurare le sue mogli sterili. Le altre
regine si lamentavano continuamente della loro sorte, poiché una donna che non ha figli viene
trascurata dal marito, e le altre mogli la considerano come la loro serva. Le regine sterili
bruciavano di collera e d’invidia. Più diventavano invidiose, e più perdevano l’intelligenza, tanto
che il loro cuore divenne duro come una pietra. Esse si riunirono segretamente e decisero che c’era
una sola soluzione al loro dilemma, un solo modo per ritrovare l’amore del marito: avvelenare il
bambino.

Un giorno, mentre la regina Kritadyuti passeggiava nel cortile del palazzo, pensò al figlio che
riposava tranquillamente nella sua stanza. Poiché amava teneramente il bambino e non poteva
sopportare di essere separata da lui nemmeno per un istante, chiese alla nutrice di svegliarlo e di
portare il figlio nel giardino.
Ma quando la serva si fu avvicinata al bambino, vide che i suoi occhi erano rivolti all’indietro e
non davano segno di vita. Inorridita, mise un tampone d’ovatta sotto le narici del bambino, e vide
che le delicate fibre del cotone non si muovevano. Sconvolta, gridò: “Ora sono maledetta!” e cadde
al suolo. In preda alla più grande agitazione, ella si batteva il petto con entrambe le mani e
piangeva rumorosamente.

Dopo pochi istanti la regina si avvicinò inquieta alla stanza da letto del bambino. Sentendo i
lamenti della nutrice, entrò all’improvviso nella stanza e vide che suo figlio aveva lasciato questo
mondo. Profondamente afflitta, coi capelli e gli abiti in disordine, la regina cadde svenuta.
Quando il re venne a sapere della morte improvvisa di suo figlio, diventò quasi cieco per il dolore.
I suoi pianti si levarono violenti e mentre correva per vedere il bambino morto, incespicò e cadde
ripetutamente. Attorniato dai suoi ministri e dignitari, il re entrò nella stanza del suo erede e
cadde ai suoi piedi, coi capelli e i vestiti in disordine. Quando ritornò in sé, respirava a fatica;
aveva gli occhi colmi di lacrime ed era incapace di parlare.

Non appena la regina vide il re immerso in un dolore così profondo e scorse di nuovo il cadavere di
suo figlio, cominciò a maledire il Signore Supremo, e ciò accrebbe il dolore di tutti coloro che
vivevano nel palazzo.
La regina perse la sua ghirlanda di fiori, i suoi capelli corvini si arruffarono; e le lacrime,
cadendo, sciolsero il cosmetico dei i suoi occhi.
Ella gridò: “O provvidenza! Tu hai causato la morte del figlio mentre il padre vive ancora. Sei
sicuramente la nemica degli esseri viventi e non possiedi la minima misericordia.” Volgendosi poi
verso il suo adorato figlio, esclamò: “O mio caro figlio, sono ridotta all’impotenza e molto
afflitta; non avresti dovuto lasciarmi. Come puoi abbandonarmi così? Guarda tuo padre in preda alla
disperazione! Hai dormito abbastanza. Alzati ora, ti prego.
I tuoi compagni ti chiamano per giocare con loro. Devi avere molta fame; ti prego, vieni subito a
prendere il tuo pasto.

Ah, figlio mio, sono estremamente sfortunata perché non posso più vedere il tuo dolce sorriso. Hai
chiuso gli occhi per sempre. Sei stato rapito da questo pianeta e portato in un altro luogo, dal
quale non tornerai mai più. Mio caro bambino, se non potrò più ascoltare la tua dolce voce, non
potrò rimanere in vita.”
Il re cominciò a piangere rumorosamente, la bocca spalancata. Tutta la corte piangeva con i genitori
del bambino, deplorando la sua morte precoce. Giunta la notizia dell’improvviso incidente, tutti i
cittadini del regno furono prostrati dal dolore.

Quando il grande saggio Angira seppe che il re stava per essere sopraffatto dal dolore, si presentò
al palazzo col suo amico, il santo Narada.
I due saggi trovarono il re prostrato dal dolore, disteso, come fosse morto, di fianco al cadavere
di suo figlio.
Atigira allora si rivolse a lui con parole taglienti: “Svegliati dalle tenebre dell’ignoranza! O re,
quali sono i legami di parentela che ti uniscono a questo cadavere, e quali sono i legami che egli
ha con te? Potrai dire che si tratta di una relazione di padre e figlio, ma credi che questi legami
esistessero prima della sua nascita? Credi che esistano ancora oggi? Continueranno adesso che è
morto? O re, come granelli di sabbia che si incontrano a volte per poi essere di nuovo separati
dalla forza delle onde oceaniche, così, gli esseri viventi che hanno ricevuto corpi materiali
talvolta si incontrano, ma saranno poi separati dalla forza del tempo.” Angira voleva che il re
capisse la natura temporanea di tutti i legami basati sul corpo.
Il saggio continuò: “Caro re, fin dal nostro primo incontro in questo palazzo avrei potuto
concederti il più grande dei doni, la conoscenza trascendentale, ma vedendo che la tua mente era
assorta in cose materiali, ti detti questo figlio, che è stato per te causa sia di felicità sia
d’afflizione. Tu provi ora il dolore di coloro che hanno figli e figlie.
Moglie, figli e beni non sono che sogni. O re Citraketu, cerca di capire chi sei veramente.
Considera da dove sei venuto, dove andrai dopo aver lasciato il corpo, e perché devi sottostare al
giogo dell’afflizione materiale.”

Narada Muni compì allora un vero e proprio prodigio. Grazie ai suoi poteri soprannaturali richiamò
l’anima del bambino morto, e questa divenne visibile agli occhi di tutti coloro che si trovavano
nella stanza. Subito la stanza si rischiarò di una luce accecante e il bambino riprese a muoversi.
Narada disse: “O essere vivente, possa tu godere di ogni buona fortuna! Ecco tuo padre e tua madre.
Tutti i tuoi amici e parenti sono prostrati dal dolore che la tua morte ha suscitato.
Poiché sei morto prematuramente ti restano ancora molti giorni da vivere. Puoi quindi rientrare nel
tuo corpo e approfittare di questi anni che ti restano da vivere, insieme ai tuoi amici e parenti;
in seguito potrai salire al trono e beneficiare di tutte le ricchezze di tuo padre.”
Grazie ai poteri soprannaturali di Narada Muni, l’essere vivente rientrò nel cadavere. Il bambino
che era morto si sedette e si mise a parlare, non con l’intelligenza di un giovane ragazzo, ma con
la conoscenza perfetta di un’anima liberata: “Secondo i frutti delle mie attività materiali, io,
l’essere vivente, trasmigro da un corpo all’altro, a volte tra gli esseri celesti, a volte anche tra
le specie animali inferiori, perfino tra le specie vegetali, e a volte nella specie umana.
A quale reincarnazione appartengono questo padre e questa madre di cui mi stai parlando? Nessuno è
in verità mio padre e mia madre. Ho avuto milioni di cosiddetti genitori. Come posso quindi
considerare queste due persone come mio padre e mia madre? ”

I Veda insegnano che l’essere vivente eterno assume un corpo composto di elementi materiali.
Leggiamo qui che un’anima entrò nel corpo generato dall’unione del re Citraketu con sua moglie. A
dire il vero non era il loro figlio.
L’essere vivente è il figlio eterno di Dio, la Persona Suprema, ma poiché desidera conoscere il
piacere in questo mondo materiale, Dio gli dà la possibilità di assumere differenti corpi. Tuttavia,
l’essere puro non ha alcun legame reale col corpo materiale che riceve dai suoi genitori. Ecco
perché l’anima, che era ritornata nel corpo del figlio di Citraketu, rifiutava freddamente di
riconoscere che il re e la regina erano i suoi genitori.
L’anima continuò: “In questo mondo materiale, paragonabile a un fiume dal corso impetuoso, col
passare del tempo tutti gli uomini diventano amici, parenti e nemici. Essi agiscono anche nella
neutralità e in altre relazioni di vario genere. Tuttavia, malgrado questi rapporti, nessuno è
legato a qualcun altro per sempre.”

Citraketu si affliggeva per la morte di suo figlio, ma avrebbe potuto vedere la cosa da un’ altra
angolazione: “Questo essere vivente potrebbe essere stato mio nemico nella mia vita precedente, e
ora che è diventato mio figlio mi lascia prematuramente al solo scopo di farmi soffrire.” Infatti,
non potrebbe il re considerare il figlio morto come un vecchio nemico e, anziché piangere,
rallegrarsi della morte di un nemico?
L’essere vivente nel corpo del bambino continuò: “Come l’oro e altre monete di scambio circolano
costantemente da un luogo all’altro a causa delle diverse transazioni commerciali, così l’essere
vivente, a causa del suo karma, erra per l’universo intero; trasportato nel seme di un padre dopo
l’altro, egli viene immesso nei vari corpi, in differenti specie di vita.”
Come spiega la Bhagavad-gita, l’essere vivente non nasce da un padre e da una madre; la sua vera
identità è completamente distinta da quella dei suoi cosiddetti genitori. Per le leggi della natura,
l’anima è costretta a entrare nel liquido seminale di un padre e ad essere introdotta nel grembo di
una madre. Essa non può direttamente scegliere suo padre; il suo destino è automaticamente
determinato dalle attività svolte nelle vite anteriori. La legge del karma la obbliga quindi ad
accettare diversi genitori, proprio come una merce è comprata e venduta.

Talvolta l’essere vivente trova rifugio presso genitori che appartengono alla specie animale,
talvolta presso un padre e una madre nella specie umana. A volte accetta un padre e una madre tra i
volatili, e a volte accetta un padre e una madre tra gli esseri celesti sui pianeti superiori.
Nel suo trasmigrare attraverso differenti corpi, siano essi umani, animali, vegetali o di esseri
celesti, l’anima deve avere un padre e una madre. Questo fatto non presenta alcuna difficoltà; ma
sarà molto più difficile ottenere un padre spirituale, un maestro spirituale autentico.
Il dovere di ogni essere umano è dunque quello di cercare un maestro spirituale, poiché sotto la sua
direzione ci si può liberare dal ciclo della reincarnazione e tornare alla nostra dimora originale
nel mondo spirituale.
L’anima pura continuò: “L’essere vivente è eterno e non ha alcun legame con i suoi cosiddetti
genitori. Si crede erroneamente loro figlio e si comporta affettuosamente con loro, tuttavia, con la
morte questo legame è spezzato.
Sapendo ciò, nessuno dovrebbe essere coinvolto in false gioie e in falsi dolori. L’essere
individuale è eterno e indistruttibile; non ha né inizio né fine, e nemmeno nasce o muore.
Qualitativamente, l’essere vivente è uguale al Signore Supremo: entrambi possiedono una natura
spirituale. Tuttavia, a causa della sua dimensione infinitesimale, l’essere vivente è incline a
essere vittima dell’illusione esercitata dall’energia materiale. Egli si crea così dei corpi che
dovrà assumere in funzione dei suoi diversi desideri e delle sue diverse attività”.

I Veda ci insegnano che l’anima è responsabile delle sue vite in questo mondo materiale dove,
prigioniera del ciclo delle reincarnazioni, passa da un corpo materiale a un altro. Se lo desidera
l’anima può continuare a soffrire nella prigione dell’esistenza materiale, oppure può ritornare alla
sua dimora originale nel mondo spirituale.
Sebbene Dio, servendoSi dell’energia materiale, faccia in modo di assegnare agli esseri viventi i
corpi che desiderano, il Signore desidera in realtà che le anime condizionate sfuggano alla giostra
punitiva di questo mondo materiale e facciano ritorno alla loro dimora originale, accanto a Sé.
Improvvisamente il bambino tacque. L’anima pura lasciò il suo corpo ed esso ricadde inanimato.
Citraketu e gli altri parenti erano sbalorditi. Essi spezzarono le catene del loro affetto e
cessarono ogni lamento. Compirono poi i riti funebri e cremarono i corpo.
Le altre regine, compagne di Kritadyuti, quelle che avevano avvelenato il bambino, provarono grande
vergogna. Desolate esse ricordarono le istruzioni di Angira e rinunciarono al loro desiderio di
avere figli. Seguendo le direttive dei sacerdoti brahmana esse si recarono sulle rive della Yamuna,
il fiume sacro, dove si bagnarono e pregarono quotidianamente per espiare il loro peccato.
Poiché il re Citraketu e la sua regina possedevano ora un conoscenza spirituale perfetta, che
comprende la scienza della reincarnazione, dimenticarono facilmente l’affetto che li aveva condotti
al dolore, alla paura, al dispiacere e all’illusione. Sebbene l’attaccamento al corpo materiale sia
molto difficile da superare, fu facile per loro perché poterono spezzare questo legame con la spada
della conoscenza trascendentale.

-II-

Una vittima dell’affetto

“Come una persona indossa vestiti nuovi e lascia quelli usati, così l’anima si riveste di nuovi
corpi materiali abbandonando quelli vecchi e inutili.” (Bhagavad-gita, 2.22)

Nel primo secolo avanti Cristo, il poeta romano Ovidio compose dei versi che evocano il destino di
un essere sfortunato che, a causa delle sue azioni e dei suoi desideri, scese di qualche gradino
nella scala evolutiva.

“Mi vergogno di dirlo, ma voglio dirlo,
setole crebbero sul mio corpo.
Non potevo parlare, dalla mia bocca
solo grugniti
uscivano invece che parole.
Sentivo la mia bocca ingrossare…
invece del naso un grugno
e la mia faccia s’inclinò
per osservare il terreno.
Il mio collo s’inturgidì di muscoli possenti
e la mano che porta alle labbra la coppa
lasciò impronta di zampa sul terreno.”

Metamorphoses

Lo Srimad Bhagavatam, composto circa tremila anni prima dell’epoca di Ovidio, contiene lo
straordinario racconto che stiamo per presentarvi; esso rivela in modo drammatico i princìpi della
reincarnazione. Il profondo attaccamento per un piccolo cervo costrinse il re Bharata, un grande e
pio monarca dell’India antica, a restare nel corpo di un cervo per tutta una vita prima di poter
ottenere di nuovo una forma umana.
Il re Bharata era un maharaja di grande saggezza ed esperienza che avrebbe potuto governare il suo
regno per un centinaio di anni. Ma nel fiore della sua giovinezza rinunciò a ogni cosa, alla regina,
alla famiglia e al suo vasto impero per ritirarsi nella foresta. Seguì in questo modo l’insegnamento
dei grandi saggi dell’antica India, che raccomandano all’uomo di dedicare l’ultima parte della
propria esistenza alla realizzazione spirituale.
Il re Bharata sapeva che non sarebbe rimasto per sempre un grande re e per questa ragione non cercò
di conservare la corona fino alla morte. Infatti, anche il corpo di un re diventa polvere, cenere o
cibo per i vermi e altri animali.

Ma poiché nel corpo si trova l’anima eterna, il vero sé, è possibile risvegliare questo sé alla sua
vera identità spirituale con il metodo dello yoga. Una volta risvegliata, l’anima non deve più
trascorrere altro tempo nella prigione del corpo materiale.
Sapendo che il vero scopo dell’esistenza è quello di liberarsi dal ciclo delle reincarnazioni, il re
Bharata si recò in un luogo di pellegrinaggio chiamato Pulaha-asrama, sulle colline ai piedi
dell’Himalaya. Là, l’ex re visse, in solitudine, nella foresta che costeggiava il fiume Gandaki.
Invece delle vesti regali, egli indossava ora un semplice vestito di pelle di daino. I suoi capelli
e la sua barba, che crescevano in lunghe ciocche arruffate, erano sempre umidi poiché egli si
bagnava tre volte al giorno nel fiume.
Ogni mattina Bharata adorava il Signore Supremo cantando gli inni del Rig-veda, e quando il sole si
levava, recitava il seguente mantra: “Il Signore Supremo è situato nella pura virtù. Egli illumina
l’universo intero; con le Sue differenti energie Egli sostiene tutti gli esseri viventi che
desiderano gustare i piaceri di questo mondo, e accorda ogni benedizione ai Suoi devoti.” Più tardi,
durante il giorno, egli andava a cogliere frutti e radici di vario genere e, come raccomandano le
Scritture vediche, offriva questi semplici alimenti a Krishna, Dio, la Persona Suprema, indi
prendeva il suo pasto.

Sebbene egli fosse stato un grande re, e fosse vissuto nell’opulenza mondana, con la forza delle sue
pratiche austere poté spegnere tutti i suoi desideri materiali. Si liberò così di tutto ciò che
causa l’incatenamento al ciclo di morti e rinascite.
Poiché meditava costantemente sulla Persona Divina, Bharata cominciò a sperimentare l’estasi
spirituale. Il suo cuore, simile a un lago, traboccava di amore estatico, e quando la sua mente si
bagnava in quell’acqua pura, egli versava lacrime di gioia.

Un giorno, mentre Bharata meditava vicino alla riva del fiume, una cerva si avvicinò per bere.
Mentre la cerva si abbeverava, un leone ruggì nella giungla non lontano di là. La cerva era in
procinto di partorire, e mentre, balzando spaventata, si allontanava correndo dal fiume, perse il
cerbiatto che portava in sé ed esso cadde nei flutti impetuosi del fiume. Tremante per lo spavento,
indebolita da questo evento prematuro, la cerva si rifugiò in una grotta e in breve tempo spirò.
Alla vista di questo piccolo animale trascinato dai flutti, il saggio provò una grande compassione,
afferrò il cerbiatto per salvarlo dalle acque e sapendolo senza madre, lo portò con sé al suo
asrama.
Per lo spiritualista erudito le differenze fisiche hanno poca importanza. Poiché Bharata aveva piena
coscienza della propria identità spirituale, considerava tutti gli esseri con equanimità sapendo che
l’anima e l’Anima Suprema (il Signore) abitano entrambe nel corpo di tutti gli esseri.
Egli cominciò a nutrire quotidianamente il piccolo cervo con erba verde e si sforzò di provvedere al
suo benessere. Presto maturò in lui un profondo attaccamento per questo piccolo animale; gli si
sdraiava accanto, passeggiava, si bagnava in sua compagnia e mangiava con lui. Quando voleva recarsi
nelle foresta per cogliere frutti, fiori e radici, egli portava con sé il cerbiatto, temendo che se
l’avesse lasciato solo sarebbe stato ucciso da cani, sciacalli o tigri.
Bharata provava grande piacere nel vedere il piccolo cervo che saltava allegramente nella foresta
come un bambino. A volte lo portava sulle spalle. Il suo cuore era tanto colmo d’amore per il
cerbiatto che egli lo teneva sulle sue ginocchia per tutto il giorno, e, quando dormiva, il piccolo
cervo posava la testa sul suo petto.

Egli lo carezzava continuamente e, talvolta, addirittura lo baciava. Fu così che il cuore del re fu
preso da un grande affetto per il cerbiatto. Impegnato com’era nelle cure che prodigava al piccolo
cervo Bharata trascurò di meditare sul Signore Supremo.
Egli si allontanò così dal sentiero della realizzazione spirituale, che è il vero scopo della vita
umana. I Veda ci ricordano che l’anima ottiene una forma umana soltanto dopo aver vissuto milioni di
esistenze tra le specie di vita più basse. Questo mondo materiale viene a volte paragonato a un
oceano di morti e di nascite; quanto al corpo umano, lo si paragona a un solido vascello destinato a
traversare l’oceano. Le Scritture vediche e i santi maestri, cioè i maestri spirituali, sono
paragonati al capitano di questo vascello, e i vantaggi che il corpo umano offre corrispondono ai
venti favorevoli che aiutano il vascello ad arrivare in porto senza incidenti. Se, nonostante tutte
queste agevolazioni, un uomo non approfitta pienamente della sua vita per diventare cosciente del
suo vero sé, commette allora un suicidio spirituale e rischia, nella sua esistenza successiva, di
rinascere tra le specie animali. Tuttavia, sebbene Bharata fosse cosciente di queste verità, pensava
tra sé: “Poiché questo piccolo cervo ha trovato rifugio presso di me, come posso trascurarlo? Anche
se disturba la mia vita spirituale non posso comportarmi come se non esistesse; sarebbe un grande
errore trascurare un essere senza risorse che è venuto a rifugiarsi da me.”

Un giorno, mentre meditava, Bharata cominciò come il solito a pensare al cerbiatto invece che al
Signore. Interrompendo la sua concentrazione, volgeva intorno lo sguardo per vedere dove il piccolo
cervo si trovasse; non vedendolo, i suoi pensieri si turbarono come quelli di un avaro che ha perso
il suo denaro. Egli si alzò e si mise a cercare per tutto l’asrama, ma l’animale sembrava scomparso.
Bharata pensò: “Quando tornerà il mio cervo? Sfuggirà alle tigri e agli altri animali? Quando potrò
vederlo di nuovo gironzolare nel giardino mentre bruca l’erba tenera?”
Al cadere della notte il piccolo cervo non era ancora tornato e Bharata era in preda all’ansia:
“Sarà stato divorato da un lupo o da un cane? Oppure sarà rimasto vittima di un branco di cinghiali
selvaggi, o massacrato da una tigre solitaria? Il sole sta tramontando, e il povero piccolo animale
che dopo la morte di sua madre aveva riposto in me la sua fiducia, non è ancora tornato.”
Si ricordò di come il piccolo cervo giocava con lui, sfiorandolo con le estremità dei suoi soffici
corni appena formati. Bharata si ricordò come a volte fingesse di respingerlo, come se il cervo lo
disturbasse nella sua adorazione o nella sua meditazione; ricordò come l’animale immediatamente si
ritraesse, tutto timoroso e andasse ad adagiarsi poco lontano senza più muoversi. “Il mio caro cervo
è proprio come un piccolo principe. O quando tornerà a placare il dolore del mio cuore straziato?”
Incapace di frenarsi, Bharata partì alla ricerca del cerbiatto seguendo, al chiaro di luna, le sue
minuscole tracce.

Nel suo smarrimento cominciò a parlare tra sé: “Questo piccolo animale mi era talmente caro che mi
sembra di aver perso un figlio. Provo un tale febbre nell’essere separato da lui che mi sento come
in mezzo una foresta in fiamme. Il mio cuore si consuma di dolore.”
Mentre cercava disperatamente sui sentieri scoscesi della foresta, Bharata all’improvviso cadde e si
ferì mortalmente. Agonizzante, egli vide che il suo cerbiatto era tornato egli stava accanto
vegliando su di lui come un figlio affettuoso. Così, all’istante della morte, i pensieri del re
erano pienamente concentrati sul piccolo cervo. La Bhagavad-gita c’insegna: “Senza dubbio, sono i
ricordi che si hanno all’istante di lasciare il corpo che determinano la condizione futura
dell’essere.”

Il re Bharata diventa un cervo

Nella sua vita seguente, il re Bharata si reincarnò nel corpo un cervo. La maggior parte degli
esseri viventi non è in grado ricordare la propria vita anteriore, ma il progresso spirituale nella
sua precedente vita permise al re, che pure si trovava nel corpo di un cervo, di comprendere la
causa della sua nascita in quel nuovo corpo.
Egli cominciò a lamentarsi: “Ah, che sciocco sono stato! Ho lasciato il sentiero della realizzazione
spirituale. Avevo rinunciato alla mia famiglia e al mio regno, e mi ero recato nella foresta in un
luogo santo per meditare; là, contemplavo costantemente Signore dell’universo. Ma a causa della mia
grande stupidità, ho permesso alla mente di affezionarsi a un piccolo cervo, è proprio il colmo. Ed
eccomi qui ora nel corpo di un cervo; questo è ciò che ho meritato. Sono il solo a dover essere
incolpato per questo.”

Ciononostante, sebbene si trovasse nel corpo di un cervo, poiché aveva ricevuto una preziosa
lezione, Bharata poté progredire nella realizzazione spirituale.
Il re si distaccò da ogni desiderio materiale. I deliziosi germogli verdi lo lasciavano indifferente
e non si preoccupava minimamente della crescita dei suoi corni. Per di più rinunciò alla compagnia
di ogni suo simile, maschio o femmina che fosse, dopo aver lasciato sua madre sulle montagne
Kalanjara, dove era nato. Fece quindi ritorno a Pulaha-asrama, lo stesso luogo nel quale aveva
praticato la meditazione nella sua vita precedente.
Questa volta, però, fu molto attento a non dimenticarsi mai di Dio, la Persona Suprema. Rimanendo
presso gli eremi di grandi saggi e di persone sante, evitando ogni contatto coi materialisti, egli
visse in grande semplicità, nutrendosi soltanto di foglie secche. Quando giunse per lui l’ora di
morire, mentre stava abban­donando il suo corpo di cervo, pronunciò ad alta voce la seguente
preghiera: “Dio, la Persona Suprema, è la fonte di tutta la conoscenza, il maestro dell’intera
creazione e l’Anima Suprema nel cuore di tutti gli esseri viventi. Egli è meraviglioso e attraente.
Lascio il mio corpo offrendoGli i miei omaggi, nella speranza di poterLo servire eternamente col
trascendentale servizio d’amore.

La vita di Jada Bharata

Nella sua vita successiva, il re Bharata nacque nella famiglia di un puro e santo sacerdote
brahmana, e fu conosciuto col nome di Jada Bharata. Grazie alla misericordia del Signore, egli
ancora una volta fu in grado di ricordare le sue vite passate. Nella Bhagavad-gita Krishna dice: “Da
Me proviene il ricordo, la conoscenza e l’oblio.” Crescendo, Jada Bharata diventò sempre più
timoroso verso i suoi amici e parenti, poiché essi erano molto materialisti e non provavano il
minimo interesse per il progresso spirituale. Il ragazzo viveva in costante ansietà, temendo che la
loro influenza l’avrebbe portato a rinascere tra gli animali. Così, sebbene fosse molto
intelligente, si comportava come un pazzo. Per evitare che le persone materialiste gli rivolgessero
la parola, egli fingeva di essere demente, cieco e sordo. Tuttavia, dentro di sé egli pensava sempre
al Signore e cantava le Sue glorie, poiché soltanto Lui può salvare le anime dal ciclo senza fine di
nascite e morti. Il padre di Jada Bharata nutriva un grande affetto per suo figlio, e, in cuor suo,
sperava che egli sarebbe diventato un giorno un grande erudito; tentò quindi di insegnargli le
sottigliezze della conoscenza vedica. Ma Jada Bharata si comportava volutamente come uno sciocco
affinché suo padre rinunciasse a istruirlo.

Quando il padre gli chiedeva di fare qualcosa, egli faceva esattamente il contrario. Ciononostante,
fino alla sua morte, il padre di Jada Bharata tentò sempre di istruire il ragazzo. I nove
fratellastri di Jada Bharata lo consideravano uno stupido senza cervello, perciò alla morte del
padre rinunciarono a ogni tentativo di educarlo. Non potevano essere consapevoli dell’interiore
avanzamento spirituale di Jada Bharata. Da parte sua, quest’ ultimo non si lamentava mai dei
tormenti che essi gli infliggevano poiché era perfettamente libero dal concetto dell’esistenza
basata sul corpo. Qualunque cibo gli venisse presentato, che fosse abbondante o scarso, gradevole o
immangiabile, egli lo accettava e se ne cibava. Poiché la sua coscienza era perfettamente
spiritualizzata, le dualità materiali come il caldo e il freddo non lo disturbavano. Il suo corpo
era forte come quello di un toro, e le sue membra erano molto muscolose. Egli non si curava dei
rigori dell’inverno, del caldo torrido dell’estate, del vento o della pioggia. Poiché il suo corpo
era sempre sporco, la sua conoscenza spirituale e la sua radiosità erano coperte, come una pietra
preziosa coperta di sudiciume e di fango. Tutti i giorni la gente ordinaria lo insultava o lo
ignorava, considerandolo uno sciocco e un buono a nulla.

I fratelli di Jada Bharata l’obbligavano, a lavorare nei campi come uno schiavo e come salario gli
davano solo un po’ di cibo dal sapore sgradevole. Ma egli non era in grado di portare a termine in
modo soddisfacente nemmeno attività molto semplici, poiché ignorava il modo di spargere il concime o
di livellare il terreno. Per nutrirlo i suoi fratelli gli davano riso spezzato, bucce di riso, torte
all’olio, grani deteriorati dai vermi e i cereali bruciati che rimanevano attaccati sul fondo delle
pentole. Jada Bharata accettava volentieri questi alimenti come se si trattasse di un nettare, e non
provò mai alcun rancore. Egli manifestava i sintomi di un’anima che ha raggiunto la perfetta
coscienza della sua identità spirituale. Un giorno, il capo di una banda di briganti e assassini si
recò al tempio della dea Bhadrakali per sacrificare a questa dea un uomo privo d’intelligenza, la
cui stoltezza fosse tale da renderlo simile a un animale.

I Veda non parlano mai di questo genere di sacrifici, che erano architettati dai briganti allo scopo
di ottenere ricchezze materiali. Tuttavia, i piani dei briganti rischiavano di fallire perché l’uomo
che doveva essere sacrificato era fuggito. Il capo dei briganti inviò allora i suoi compagni alla
ricerca di quest’uomo. Perlustrando i campi e le foreste nelle tenebre della notte, i briganti
giunsero a un campo di riso e là scorsero Jada Bharata che, seduto su una collinetta, custodiva il
campo dagli attacchi dei cinghiali. I briganti pensarono che Jada Bharata sarebbe stato un
eccellente sacrificio. Felici, lo legarono con spesse corde e lo portarono al tempio della dea Kali.
Jada Bharata non protestò in alcun modo, poiché aveva una fede assoluta nella protezione del Signore
Supremo. A questo proposito c’è un canto composto da un famoso maestro spirituale: “O Signore, mi
abbandono ora a Te. Sono il Tuo eterno servitore; se lo desideri, puoi uccidermi o proteggermi, come
vuoi Tu. Qualsiasi cosa Tu decida di fare, mi abbandono totalmente a Te.”

I briganti lavarono Jada Bharata, gli fecero indossare degli abiti di seta nuovi e lo adornarono con
ghirlande e altri ornamenti. Gli offrirono un ultimo pasto sontuoso e lo portarono davanti alla dea,
che essi adoravano con canti e preghiere.
I briganti costrinsero Jada Bharata a sedersi davanti alla murti poi uno di loro, nella parte
dell’officiante, estrasse una spada dalla lama affilata come un rasoio con l’intento di sgozzare
Jada Bharata e offrire così alla dea Kali il suo sangue caldo come bevanda. Ma poiché la dea aveva
compreso che quei peccatori stavano per immolare un grande devoto del Signore, non poté sopportare
questo spettacolo. Improvvisamente la murti si squarciò e il corpo della dea, raggiante di una luce
intensa e accecante, apparve. Adirata, la dea, i cui occhi lanciavano bagliori, scoprì i suoi denti
terribili e ricurvi. I suoi occhi, orbite rossastre, ardevano e sembrava che fosse pronta a
distruggere l’intero cosmo. Balzando agilmente dall’altare, decapitò all’istante i briganti con la
stessa spada che essi intendevano usare per Jada Bharata.

Jada Bharata istruisce il re Rahugana

Dopo queste peripezie, Jada Bharata continuò a vagabondare, tenendosi lontano dai materialisti
ordinari. Un giorno, il re Rahugana di Sauvira veniva trasportato per il distretto su di un
palanchino poggiato sulle spalle di numerosi servitori; a un certo punto i portatori, affaticati,
cominciarono a barcollare. Rendendosi conto che avrebbe avuto bisogno di un altro uomo che li
aiutasse ad attraversare il fiume Iksumati, i servitori del re cominciarono a cercare qualcuno.
Presto incontrarono Jada Bharata, e poiché questi era giovane e forte come un bue, credettero di
aver fatto una buona scelta. Ma Jada Bharata, che considerava tutti gli esseri viventi come suoi
fratelli, non fu in grado di adempiere molto bene questo compito; mentre camminava si fermava a ogni
istante per assicurarsi di non stare calpestando nessuna formica. Secondo le leggi sottili e precise
della reincarnazione, ogni essere vivente deve vivere per un determinato periodo di tempo in un
certo corpo prima di essere promosso a una forma di vita più elevata.

Quando un animale viene ucciso prima che il tempo a lui destinato sia trascorso, l’anima deve
tornare nella stessa forma di vita per completare il periodo di imprigionamento in quel tipo di
corpo. I Veda ingiungono quindi di evitare di uccidere per capriccio altri esseri viventi. Ignorando
la causa di quelle soste, il re Rahugana gridò: “Cosa succede? Non siete capaci di portare il
palanchino come si deve?” Sentendo la voce minacciosa del re, i servitori terrorizzati risposero che
le scosse erano causate da Jada Bharata. Il re incollerito lo rimproverò, accusando sarcasticamente
Jada Bharata di portare il palanchino come un vecchio magro e debole. Ma Jada Bharata, che conosceva
la propria vera identità spirituale, sapeva di non essere il corpo. Egli non era né grasso né magro;
insomma, non aveva niente a che fare con la massa di carne e ossa che costituiva il suo corpo.
Sapeva di essere un’anima eterna situata all’interno del corpo, come il conducente che si trova in
una macchina. Jada Bharata non fu quindi minimamente toccato dalla critica che il re incollerito gli
aveva rivolto. Anche se l’avesse condannato a morte, egli non sarebbe rimasto turbato, poiché sapeva
che l’anima è eterna e non può essere uccisa. Come Krishna insegna nella Bhagavad-gita: “L’anima non
muore con il corpo.” Ma Bharata rimase silenzioso e continuò a portare il palanchino come prima; il
re, incapace di dominare la sua collera, urlò: “Furfante! Cosa stai facendo? Non sai che io sono il
tuo padrone? Poiché mi hai disobbedito, ora ti punirò!”

“Caro re, disse Jada Bharata, tutto quello che hai detto su di me è vero. Hai l’aria di pensare che
non ho fatto del mio meglio nel portare il tuo palanchino. Ebbene, è vero, perché in realtà non lo
sto portando affatto. È il mio corpo che lo porta, ma io non sono il corpo. Mi accusi di non essere
molto forte e robusto, ma con queste parole riveli la tua ignoranza riguardo all’anima spirituale.
Il corpo può essere grasso o magro, debole o forte, ma nessun uomo che possieda la conoscenza farà
mai simili affermazioni riferendosi al sé spirituale. Per quanto riguarda la mia anima, essa non è
né grassa né magra; hai ragione quindi quando dici che non sono molto forte.”
Jada Bharata cominciò allora a istruire il re dicendogli: “Tu credi di essere signore e padrone, ed
è per questo che stai cercando di darmi degli ordini, ma anche questo è un errore, poiché queste
posizioni sono temporanee. Oggi tu sei il re e io il servitore, ma nella nostra prossima vita le
nostre posizioni potrebbero essere capovolte; tu allora diventeresti il servitore e io il padrone.”

Proprio come le onde dell’oceano possono ammassare dei fili di paglia per poi separarli di nuovo,
così la forza del tempo eterno unisce gli esseri viventi in legami temporanei, come quello di
padrone e servitore, per poi separarli e creare nuove situazioni. “Ma in ogni caso, Jada Bharata
proseguì, chi è il padrone e chi il servitore? Le leggi della natura materiale costringono tutti gli
esseri all’azione; perciò nessuno è padrone e nessuno è servitore. I Veda spiegano che gli esseri
umani in questo mondo materiale sono come attori su un palcoscenico, che recitano sotto la direzione
di un superiore. In scena un attore può interpretare la parte del padrone, e un altro quella del
servitore, ma in realtà entrambi sono subordinati al direttore. Similmente tutti gli esseri viventi
sono i servitori di Sri Krishna, il Signore Supremo. I ruoli di maestro e servitore nel mondo
materiale sono soltanto immaginari e temporanei. Dopo aver spiegato tutte queste cose al re
Rahugana, Jada Bharata disse: “Se tuttavia credi ancora di essere il padrone e credi che io sia il
servitore, accetterò la tua decisione. Dammi ordini. Cosa posso fare per te?”

Il re Rahugana, che aveva studiato la scienza spirituale, rimase stupito nell’ascoltare gli
insegnamenti di Jada Bharata. Riconoscendo in lui una persona santa, il re scese rapidamente dal suo
palanchino. La concezione materiale che egli aveva di sé stesso come grande monarca era crollata;
egli si gettò umilmente sul terreno col corpo disteso e la testa ai piedi dell’uomo santo in segno
di omaggio. “O persona santa, perché erri per il mondo ignorato da tutti? Chi sei? Dove abiti?
Perché sei venuto in questo luogo? O maestro spirituale, sono come un cieco in materia di scienza
spirituale. Ti prego, dimmi come posso progredire nella spiritualità.” Il comportamento del re
Rahugana è esemplare. I Veda dichiarano che è dovere di tutti, anche dei re, consultare un maestro
spirituale per acquisire la conoscenza dell’anima e del meccanismo della reincarnazione. Jada
Bharata rispose: “Poiché gli esseri viventi sono in preda a innumerevoli desideri materiali, devono
assumere diversi corpi in questo mondo e sperimentare le gioie e i dolori che le attività materiali
procurano.”

Quando la notte noi dormiamo, la mente crea in sogno numerose situazioni di piacere e di sofferenza.
Un uomo può sognare di essere accanto a una donna molto bella, ma questo piacere è illusorio, oppure
può sognare di essere inseguito da una tigre, ma anche quest’ansia è irreale. Similmente le gioie e
i dolori materiali sono solo creazioni della nostra mente, originate dalla nostra identificazione
con il corpo materiale e coi possessi materiali. Quando l’essere si risveglia alla sua coscienza
spirituale originale, si accorge di non avere niente in comune con queste cose, e questo risveglio
si completa concentrando la mente nella meditazione sul Signore Supremo. Chi non riesce a fissare
costantemente la propria mente sul Signore Supremo e a servirLo, viene travolto dal ciclo di morti e
rinascite che Jada Bharata descrive. “È lo stato della mente che determina le diverse nascite in
differenti tipi di corpi”, proseguì Jada Bharata. “I corpi così ottenuti potranno appartenere a
differenti specie, perché chi utilizza la mente al fine di comprendere la conoscenza spirituale
ottiene uni corpo superiore; chi, invece, l’utilizza soltanto per il piacere materiale riceve un
corpo inferiore.”
Jada Bharata paragonò la mente alla fiamma di una lampada. “Quando lo stoppino è mal regolato, il
vetro della lampada si ricopre di fuliggine, ma se la lampada è piena di burro chiarificato e lo
stoppino brucia bene, la lampada produrrà una luce viva. Una mente assorta in preoccupazioni di tipo
materiale provoca interminabili sofferenze durante il ciclo delle reincarnazioni, ma se la mente è
utilizzata per coltivare la conoscenza spirituale produce l’originale splendore della vita
spirituale.”

Jada Bharata mise poi in guardia il re con queste parole: “Finché l’essere si identifica col corpo
materiale, deve viaggiare attraverso illimitati universi sotto diverse forme di vita. Una mente
incontrollata è quindi il più grande nemico dell’essere vivente.”
“Mio caro re, finché l’anima condizionata accetta il corpo materiale e non è libera dalla
contaminazione del piacere materiale, finché non controlla i sensi e la mente e risvegliando la sua
conoscenza spirituale non raggiunge il livello della realizzazione del sé, sarà costretta a errare
in differenti luoghi e in differenti forme di vita in questo mondo materiale.”
Jada Bharata rivelò poi al re le sue esistenze anteriori: “In una vita precedente ero il re Bharata.
Raggiunsi la perfezione distaccandomi completamente da ogni attività materiale. Ero pienamente
assorto nel servizio al Signore, ma il controllo della mia mente si indebolì e mi affezionai a un
giovane cervo fino al punto di trascurare i miei doveri spirituali. Quando giunse la morte non fui
in grado di pensare ad altro che a questo animale e dovetti perciò assumere il corpo di un cervo
nella mia vita successiva.

Jada Bharata concluse i suoi insegnamenti informando il re che coloro che desiderano essere liberati
dal ciclo della reincarnazione devono avvantaggiarsi sempre della compagnia dei devoti del Signore
che hanno raggiunto la realizzazione spirituale. Solo con la presenza di devoti elevati è possibile
raggiungere la perfezione della conoscenza e annullare il desiderio per le compagnie illusorie di
questo mondo materiale.
Senza avere l’opportunità di entrare in contatto con i devoti, è impossibile capire qualcosa della
vita spirituale. La Verità Assoluta è rivelata solo a coloro che hanno ottenuto la misericordia di
un grande devoto, poiché dovunque i puri devoti del Signore si riuniscano non si discute mai di
soggetti materiali come la politica e la sociologia.
Dovunque i puri devoti si riuniscono si parla soltanto delle qualità, delle forme e dei divertimenti
di Dio, il Signore Supremo, che è lodato e adorato con attenzione piena. Questo è il. semplice
segreto grazie al quale l’essere può ravvivare la sua coscienza spirituale assopita e porre fine per
sempre al circolo vizioso delle reincarnazioni per ritrovare una vita di piacere eterno, nel mondo
spirituale.
Dopo aver ricevuto l’insegnamento del grande devoto Jada Bharata, il re Rahugana diventò
perfettamente cosciente della posizione costituzionale dell’anima e rinunciò completamente alla
concezione materiale dell’esistenza, perché è questa concezione che incatena le anime pure al ciclo
senza fine delle morti e delle rinascite in questo mondo materiale.

-III-

Visitatori dall’al di là

“Senza dubbio, sono i ricordi che si hanno all’istante di lasciare il corpo che determinano la
condizione futura dell’essere, o figlio di Kunti.” (Bhagavad-gita, 8.6)

Secondo le tradizioni delle grandi religioni del mondo, l’anima che intraprende il suo misterioso
viaggio dopo la morte può incontrare diversi esseri, appartenenti ad altri livelli di realtà, ad
altre dimensioni, angeli che l’aiutano, o giudici che valutano le sue cattive azioni sulla bilancia
della giustizia cosmica. Fin dalla più remota antichità, numerose opere d’arte religiosa evocano
queste scene. Il frammento di un dipinto su un’urna etrusca rappresenta un angelo che cura un
guerriero ferito. Un mosaico cristiano del Medio Evo ci mostra un San Michele severo che tiene tra
le mani la bilancia della giustizia. Molte persone che hanno sperimentato la morte clinica o hanno
sfiorato la morte hanno dichiarato di aver incontrato esseri simili a questi… Le Scritture vediche
dell’India ci rivelano l’esistenza dei servitori di Visnu; essi arrivano all’istante della morte per
accompagnare le anime pie fino al mondo spirituale. I Veda ci informano anche dell’esistenza degli
orribili servitori di Yamaraja, il signore della morte; essi s’impadroniscono con la forza
dell’anima del peccatore e lo preparano alla sua prossima reincarnazione nella prigione di un corpo
materiale. In questo racconto storico i servitori di Visnu e quelli di Yamaraja, discutono il
destino dell’anima di Visnu al fine di determinare se deve essere liberata o deve reincarnarsi.

Nella città di Kanyakubja viveva un giovane e saggio sacerdote brahmana di nome Ajamila che,
essendosi innamorato di una prostituta, si era allontanato dal sentiero della vita spirituale e
aveva perso tutte le sue qualità. Abbandonando i suoi doveri di sacerdote, Ajamila viveva ora di
furti e di gioco d’azzardo; la sua vita non era altro che vizio. All’età di ottantotto anni, Ajamila
aveva dieci figli che questa prostituta gli aveva dato. L’ultimo, un piccolo bambino, si chiamava
Narayana, uno dei nomi di Sri Visnu, il Signore Supremo Ajamila era molto affezionato al suo giovane
figlio, e provava un grande gioia nell’osservare i tentativi del suo bambino che cercava di
camminare e di parlare. Un giorno, la morte giunse inaspettata a cercare l’insensato Ajamila. Il
vecchio, terrorizzato, vide apparire davanti a sé tre personaggi sinistri dall’espressione
minacciosa e il volto deformato. Questi esseri eterei erano venuti armati di corde per trascinarlo
con forza alla corte di Yamaraja, il signore della morte. Vedendo queste creature orribili, Ajamila
perse la testa, e in uno slancio d’affetto per il suo adorato figlio che giocava non lontano di là,
si mise chiamarlo ad alta voce: “Narayana! Narayana!” Piangendo al pensiero di suo figlio, il grande
peccatore Ajamila aveva pronunciato inconsciamente il santo nome del Signore. Quando sentirono
Ajamila pronunciare il nome del loro Signore con tanto sentimento, i servitori di Visnu, i
Visnuduta, accorsero subito sul luogo. Essi erano del tutto simili a Sri Visnu. I loro occhi erano
proprio come petali di loto; portavano caschi d’oro levigato e i loro vestiti, di seta scintillante,
erano del colore del topazio. Ghirlande di zaffiri e di fiori di loto bianchi come il latte ornavano
i loro corpi dalle forme armoniose.

Essi apparivano giovani e vigorosi, e il loro splendore accecante dissipava le tenebre della camera
mortuaria. Le loro mani reggevano archi e frecce spade, conchiglie, mazze, dischi e fiori di loto. I
Visnuduta videro i servitori di Yamaraja, gli Yamaduta, che cercavano di strappare l’anima di
Ajamila dal suo cuore, e con voce tonante intimarono loro di fermarsi. Gli Yamaduta, che non avevano
mai incontrato alcuna opposizione, tremarono sentendo la voce forte e autoritaria dei Visnuduta.
Essi chiesero: “Chi siete voi? Perché cercate di fermarci? Noi siamo i servitori di Yamaraja, il
signore della morte.” I servitori di Visnu sorrisero e dissero con voce tonante: “Se siete realmente
i servitori di Yamaraja dovete rivelarci il significato del ciclo di morti e rinascite. Diteci chi
sono coloro che devono entrare nel ciclo della reincarnazione e coloro che sfuggono a questo ciclo.”
Gli Yamaduta risposero: “Il sole, il fuoco, lo spazio, l’aria, gli esseri celesti, la luna, la sera,
il giorno, la notte, le direzioni, l’acqua, la Terra e l’Anima Suprema, cioè il Signore nel cuore di
ogni essere, sono tutti testimoni delle attività di ogni essere vivente in questo mondo. I candidati
al castigo del ciclo di nascite o morti sono coloro che vengono giudicati negligenti nei loro doveri
religiosi dai testimoni che abbiamo appena nominato. L’essere deve quindi raccogliere nella sua
esistenza successiva i frutti, buoni o cattivi, del suo karma, in proporzione all’entità delle sue
attività religiose o empie compiute nel corso della sua vita.”

In origine, gli esseri esistono nel mondo spirituale come servitori eterni di Dio. Ma se lasciano il
servizio del Signore, devono entrare nell’universo materiale, che include le tre influenze
materiali, virtù, passione e ignoranza. Gli Yamaduta spiegarono che gli esseri viventi desiderosi di
trarre profitto da questo mondo materiale si pongono sotto il giogo delle influenze materiali e
assumono corpi materiali adeguati concordemente alla relazione che essi stabiliscono con queste
influenze. Rinascendo, l’uomo dotato delle qualità della virtù otterrà il corpo di un essere
celeste; l’uomo dotato delle qualità della passione riceverà un corpo umano, ma chi possiede le
qualità dell’ignoranza si vedrà assegnare un corpo tra le specie inferiori. Tutti questi corpi sono
paragonabili ai corpi di cui facciamo esperienza nei nostri sogni. Quando un uomo dorme, dimentica
la sua vera identità e può sognare di essere diventato un re. Non può ricordarsi quello che ha fatto
prima di addormentarsi, né quello che farà quando si sveglierà. Similmente, quando l’anima si
identifica con un corpo materiale temporaneo, dimentica la sua vera identità spirituale, e anche
tutte le sue precedenti vite in questo mondo materiale, benché la maggior parte delle anime che
hanno ricevuto un corpo umano abbiano già sperimentato tutte le otto milioni e quattrocentomila
forme di vita.

Gli Yamaduta dissero: “L’essere vivente trasmigra così da un corpo materiale a un altro nella forma
di uomo, di animale o di essere celeste. Quando l’essere vivente riceve la forma di un essere
celeste è felice. Quando riceve un corpo umano, a volte è felice e a volte non lo è. E, quando deve
assumere il corpo di un animale, vive in un continuo stato di paura. Tuttavia, qualunque sia la
condizione della sua esistenza, egli soffre terribilmente per il fatto di dover affrontare la
nascita, la malattia, la vecchiaia e la morte. La sua sfortuna porta il nome di samsara, cioè
“trasmigrazione a dell’anima attraverso le diverse specie di vita materiale.” Gli Yamaduta
continuarono: “Nella sua insensatezza, l’essere incarnato, incapace di dominare i propri sensi e la
mente, è costretto ad agire anche contro la propria volontà, sotto le influenze della natura
materiale. Come il baco da seta, che con la sua secrezione forma un bozzolo in cui si troverà
rinchiuso, l’essere vivente si invischia nelle sue attività interessate e non trova più via
d’uscita. Perciò è sempre disorientato, e muore e rinasce senza tregua. “Intensi desideri materiali
costringono l’essere vivente a nascere in una certa famiglia e a ricevere un corpo che somiglierà a
quello del padre o a quello della madre. Questo corpo è in una certa misura l’indizio dei suoi corpi
anteriori e futuri, proprio come ogni primavera è l’indizio delle primavere passate e future.” Il
corpo umano è particolarmente prezioso, perché solo un essere umano può accedere alla conoscenza
spirituale che lo libererà dal ciclo di morti e rinascite. Ma Ajamila aveva sprecato la sua vita
umana. Gli Yamaduta dissero: “All’inizio Ajamila aveva studiato tutte le Scritture vediche.

Era una vera miniera di buone qualità e di buon comportamento. Dolce e modesto, dominava la sua
mente e i suoi sensi. Diceva sempre la verità, era incline a cantare i mantra vedici ed era molto
puro. Ajamila mostrava sempre il dovuto rispetto al suo maestro spirituale, ai suoi ospiti e ai
membri più anziani della famiglia, era infatti privo di vanità. Si mostrava benevolo verso tutti gli
esseri e non invidiava nessuno. “Ma un giorno, Ajamila, ligio all’ordine di suo padre, si recò nella
foresta per cogliere dei frutti e dei fiori. Sulla strada del ritorno incontrò un uomo basso e
spregevole che abbracciava e baciava una prostituta, senza il minimo ritegno. Quest’uomo sorrideva,
cantava e sembrava trarre grande piacere dal suo comportamento, come se stesse agendo correttamente.
L’uomo e la prostituta erano in stato di ubriachezza. L’ebbrezza faceva strabuzzare gli occhi della
donna e i suoi vestiti discinti esponevano agli sguardi parte del suo corpo. Quando Ajamila vide
questa prostituta, senti risvegliarsi in sé i desideri lussuriosi che dormivano nel suo cuore, e
divenne prigioniero dell’illusione. Cercando di ricordare le istruzioni delle Scritture, egli tentò
di dominare la sua bramosia con l’aiuto della conoscenza e della sua intelligenza, ma Cupido aveva
conquistato il suo cuore a tal punto che egli fu incapace di controllare la mente. Dopodiché i suoi
pensieri furono costantemente rivolti alla prostituta ed egli non tardò a prenderla come serva nella
sua casa. “Ajamila trascurò in seguito tutte le sue pratiche spirituali. Egli spese il denaro
ereditato da suo padre in regali destinati alla prostituta e giunse a rifiutare la sua bella e casta
moglie, che apparteneva a una rispettabile famiglia brahmana.

“Questo mascalzone di Ajamila si procurava il denaro con ogni mezzo, legale o illegale, e lo usava
per provvedere ai bisogni dei figli e della prostituta. Non si curò di espiare i suoi peccati prima
della sua morte, e per questa ragione, a causa della sua vita di peccato, dobbiamo condurlo alla
corte di Yamaraja. Là, egli dovrà subire una punizione adeguata alla gravità dei suoi atti
riprovevoli, finché potrà ritornare in questo mondo materiale in un corpo adatto.
Dopo aver ascoltato le parole degli Yamaduta, i servitori di Visnu, che sono sempre esperti
nell’argomentazione logica, replicarono: “Com’è doloroso constatare che coloro che sono incaricati
di preservare i princìpi religiosi puniscono senza ragione un essere innocente! Ajamila ha già
espiato tutti i suoi peccati. A dire il vero, ha anche espiato quelli commessi nel corso di milioni
di vite precedenti, perché all’istante della morte, sentendosi impotente, ha cantato il santo nome
di Narayana. Quindi ora è puro e degno di essere liberato dal ciclo della reincarnazione.”
I Visnuduta proseguirono: “Il canto del santo nome di Visnu costituisce il migliore metodo di
espiazione per un ladro o per un ubriaco, per chi tradisce un amico o un parente, per l’uomo che ha
ucciso un sacerdote o che ha avuto rapporti sessuali con la moglie del suo guru o di un altro
superiore. È anche il miglior metodo di espiazione per chi assassina le donne, il re o suo padre,
per chi si dedica all’abbattimento delle mucche e per ogni altro peccatore. Il semplice fatto di
cantare il santo nome di Sri Visnu permette a tali peccatori di attirare l’attenzione del Signore
Supremo. Il Signore considera quindi Suo dovere accordare protezione all’uomo che ha cantato il Suo
santo nome.”

Nell’era di discordia e ipocrisia in cui viviamo, chiunque desideri liberarsi dal ciclo delle
reincarnazioni deve cantare il maha-mantra Hare Krishna, il grande mantra della liberazione; esso
infatti purifica perfettamente il cuore da tutti i desideri materiali che tengono prigionieri gli
uomini nel ciclo di nascite e morti.
I Visnuduta aggiunsero: “Colui che canta il santo nome del Signore è subito liberato dalle
conseguenze di un numero illimitato di peccati, anche se lo canta per scherzo o per il piacere di
fare della musica. Questo è ciò che dicono le Scritture e tutti i dotti eruditi confermano. “Chi
canta il santo nome di Sri Krishna e poi muore in seguito a un incidente o a una malattia, o viene
divorato da un animale feroce o ucciso da un’arma, è immediatamente dispensato dal rinascere. Come
il fuoco riduce l’erba secca in cenere, il santo nome di Krishna riduce in cenere tutte le reazioni
dovute al karma. “Se una persona prende, di buon grado o contro voglia, una medicina senza
conoscerne l’effetto, la medicina agirà, indipendentemente da questa ignoranza. Similmente, anche se
si ignora l’efficacia del canto del santo nome del Signore, questo canto porterà ugualmente i suoi
frutti e libererà l’essere dalla reincarnazione. “All’istante della morte Ajamila ha cantato ad alta
voce il santo nome del Signore, Narayana, mentre era in preda a un sentimento d’impotenza. In virtù
di questo canto egli è già dispensato dal dover rinascere a causa dei suoi peccati. Non cercate
perciò di portarlo dal vostro sovrano per sottoporlo a un’altra punizione imprigionandolo in un
corpo materiale.” I Visnuduta sciolsero allora le corde con cui i servitori del signore della morte
avevano legato Ajamila.

Quest’ultimo ritornò in sé; libero da ogni paura, offri un omaggio sincero ai Visnuduta inchinandosi
davanti a loro. Ma quando i Visnuduta videro che Ajamila voleva dire loro qualcosa, scomparvero.
Ajamila si domandò: “Ho forse sognato o era proprio la realtà? Ho visto degli uomini spaventosi, con
delle corde nelle mani, che volevano portarmi via. Dove sono andati? E dove sono questi quattro
personaggi luminosi che mi hanno salvato?” Ajamila cominciò allora a riflettere sulla sua vita: “Per
essere stato schiavo dei miei sensi sono caduto così in basso! Sono caduto dalla mia posizione di
santo brahmana e ho avuto dei figli da una prostituta. Ho perfino ripudiato la mia giovane moglie,
che era bella e casta. Inoltre, mio padre e mia madre erano anziani; non avevano nessun amico,
nessun altro figlio che provvedesse alle loro necessità. A causa della mia negligenza essi sono
vissuti nell’afflizione e hanno avuto grandi difficoltà. È evidente ora che un essere vile come me
avrebbe dovuto essere costretto a patire sofferenze infernali nella prossima vita. Sono molto
sfortunato, ma oggi che mi viene offerta un’altra possibilità devo tentare di liberarmi dal circolo
vizioso di nascite e morti.” Ajamila ripudiò immediatamente la sua moglie prostituta e si recò ad
Hardwar, il luogo santo di pellegrinaggio sull’Himalaya. Là egli trovò rifugio in un tempio di
Visnu, dove si dedicò alla pratica del bhakti-yoga, lo yoga del servizio di devozione offerto al
Signore Supremo. Quando la sua mente e la sua intelligenza furono perfettamente fisse nella
meditazione sulla forma del Signore, Ajamila vide di nuovo i quattro personaggi celesti.
Riconoscendo in loro gli stessi Visnuduta che l’avevano salvato dagli agenti della morte, egli si
prosternò.
Fu ad Hardwar, sulle rive del Gange, che Ajamila lasciò il suo corpo materiale temporaneo e ritrovò
la sua forma spirituale ed eterna. Accompagnato dai Visnuduta, egli salì a bordo di un aureo
vascello spaziale e, attraverso l’etere, si recò direttamente alla dimora di Sri Visnu, per non
reincarnarsi mai più in questo mondo materiale.

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