LA CIVILTÀ INDOVEDICA

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LA CIVILTÀ INDOVEDICA

di Leonella Cardarelli 

I libri di storia ci raccontano che la culla della civiltà è la Mesopotamia. In realtà il dinamismo
delle sempre nuove scoperte ci porta a confutare questa annosa teoria e a spostare la culla della
civiltà un po’ più ad est.

Il problema fondamentale è che il paradigma dominante impiega molto tempo ad adattarsi alle nuove
scoperte, quando ci si vuole adattare.

Si suole dividere la storia dell’India in sette periodi:

Dal 3000 a.C. al 1.500 a.C. (periodo Harappa) nella valle dell’Indo, al confine con il Pakistan, si
sviluppano le prime comunità indiane che daranno vita alle città di Harappa e Mohenjo-Daro, centri
urbani altamente organizzati e specializzati in misurazione. La scrittura di Harappa è tuttora
sconosciuta, non si può decifrare.

Dal 1.500 a.C. al 500 a.C. vi è stata la presunta invasione degli Ariani. È stato il linguista
tedesco Muller a congetturare nel diciannovesimo secolo, tramite comparazioni delle lingue
indoeuropee, l’esistenza di una civiltà denominata civiltà ariana. In seguito vedremo, però, che
questa ipotesi non ha in realtà alcun fondamento scientifico né tanto meno archeologico.
Secondo i libri di storia che hanno dato credito alla teoria di Muller il popolo ariano era un
popolo che veniva dal nord ed era un popolo avanzato scientificamente. La civiltà ariana sarebbe
stata una civiltà di pastori, che parlava il sanscrito per gli argomenti scientifici. Questa civiltà
avrebbe distrutto la cultura di Harappa dopo averne assorbito le caratteristiche e avrebbe portato
la sua civiltà in India.

Dal 500 a.C. al 200 a.C. nacquero e si diffusero il buddismo e il giainismo. Quest’ultima filosofia
influì molto sulla matematica infatti quando morì la matematica vedica nacque la matematica giaina,
che era al servizio della religione (gli Indiani erano molto precisi sia nei riti che nei calcoli,
sia nella costruzione di templi sacri).

Dal 200 a.C. al 400 d.C. gli Indiani ebbero i primi contatti con i Persiani e il mondo greco e
subirono invasioni straniere. Fiorirono abbondantemente la cultura e la matematica e in quest’ultima
disciplina, alla fine di questo periodo, si iniziò ad usare lo zero (la matematica indiana si
contraddistingue per l’uso dello zero).

Dal 400 al 1200 la civiltà indiana fiorisce nella scienza, nella filosofia, nella medicina e nella
letteratura. Nell’anno 1000 iniziano le invasioni musulmane.

Dal 1200 al 1700 nascono le prime dinastie musulmane e la comunità sikh.
L’invasione musulmana durò fino al 1700 e cagionò la perdita definitiva di templi, monasteri,
documenti e biblioteche.

Nel 1700 iniziò l’altrettanto devastante dominio britannico, chiamato Raj. Gli inglesi avevano
intenzione di cristianizzare e modernizzare la civiltà hindu, creando una stirpe di “angloindiani”,
cioè un popolo indiano di pelle e sangue ma inglese di mentalità. Il Raj britannico durò fino al
1947, anno della Dichiarazione d’indipendenza dell’India e del Pakistan.

In realtà tutte queste distinzioni (ognuno poi si crea le proprie) hanno semplice valore didattico;
servono semplicemente a studiare ed inquadrare l’India in griglie concettuali che appartengono più a
noi occidentali che agli Indiani nello specifico.

L’India è portatrice di una conoscenza eterna definita “sanathana dharma”, una conoscenza contenuta
e codificata nei libri sacri indiani che non possono essere catalogati storicamente in quanto essi
non hanno uno svolgimento lineare.

Nei testi sacri indiani ritroviamo i concetti e gli insegnamenti più antichi ma ugualmente le
filosofie più attuali.
C’è da porre anche in evidenza che la trasmissione del sapere in India avveniva solo per via orale e
solo in tempi storici essa è stata trasferita in supporti scritti.
C’è infine da aggiungere che, storicamente, la civiltà indiana è anteriore al sopracitato 3000 a.C.
in quanto i siti di Harappa e Mohenjo-daro rappresentano la fioritura finale di una civiltà molto
più antica, iniziata con la città di Mehrgarh.

CONFUTAZIONE DELLA TEORIA DI MULLER

La teoria della razza ariana fu creata dal linguista tedesco Max Muller nel diciannovesimo secolo.
Muller morì all’alba del ventesimo secolo e, nonostante le sue radici cristiane, amava molto
l’Oriente. Egli ha anche steso un’edizione critica del Rig-Veda (uno dei principali testi sacri
indiani) e fu il fondatore della mitologia comparata.
La razza ariana, però, così come la intendevano Muller e i suoi fautori, non è mai esistita o
meglio: è esistita solo nella loro mente. Muller infatti, per elaborare la sua teoria di una razza
ariana proveniente dal nord si è basato esclusivamente su comparazioni linguistiche.
Possiamo osservare, infatti, che alcune parole sono linguisticamente simili in tutti i luoghi
europei. Facciamo l’esempio di “madre”, esempio che ci fu proposto nel 1786 da Sir William Jones,
studioso di sanscrito: questa parola è molto simile sia in latino (mater), sia in sanscrito (mata),
in persiano (mathir), in francese (mère), in russo (matj), in armeno (mair), in olandese e fiammingo
(moeder). E questi sono solo alcuni esempi.

Di fronte a queste palesi somiglianze, da cui derivò la nascita della linguistica comparata, Muller
è stato portato a congetturare la remota esistenza di un popolo comune diffuso in Europa.
Gli studiosi ricostruirono non solo la lingua di questo presunto popolo ma anche la cultura. Questo
popolo esisteva anche nella mente di Hitler e dei suoi fautori. Ma questo popolo inteso in tal modo
è davvero esistito? O le cose stanno diversamente?
Secondo alcuni studiosi, gnostici ad esempio, è possibile ricollegare la razza aria direttamente al
mito di Atlandide.

Facciamo un po’ di chiarezza per esulare da inutili fraintendimenti.

Il popolo ariano che esisteva nella mente di questi studiosi non c’è mai stato, ma in realtà è
esistito molto tempo prima.
Se accettiamo l’idea che sia esistito il popolo atlantideo possiamo comprendere come mai ogni popolo
abbia parole etimologicamente e linguisticamente simili, possiamo comprendere come mai ogni popolo
abbia sviluppato l’agricoltura e l’allevamento.
Se accettiamo che i sopravvissuti di Atlantide (forse quelli che Bennet definisce “Maestri di
saggezza”) abbiano cercato di adattarsi al nuovo scenario mondiale, non solo, ma di ricostituire le
basi della conoscenza perduta, possiamo dire che il popolo che esisteva nella mente di Muller e dei
suoi sostenitori è esistito, sì, ma non era il popolo ariano proveniente dal nord quanto invece la
civiltà atlantidea antidiluviana.

Questo mito del popolo ariano attirò l’attenzione di Hitler in senso razzista e lui volle
ricostruire questa razza ‘pura’ attraverso ciò che tutti noi tristemente conosciamo come nazismo.
La parola ariano deriva da “arya” che in sanscrito vuol dire nobile spiritualmente. La razza aria è
la nostra razza: occidentale: africani, amerindiani, polari, orientali… siamo tutti ariani. La
razza ariana (o aria) è la nostra razza, nata dopo quella atlantidea.

Alcune fonti sostengono invece che la nostra razza si chiami razza aria in quanto è la prima a
respirare l’aria, visto che in Atlantide vi era un’atmosfera acquosa.
Vediamo ora per quali ragioni l’invasione ariana non si è mai verificata.
In “Antica India la culla della civiltà” gli studiosi G. Feuerstein, S. Kak e D. Frawley ci
forniscono ben diciotto argomentazioni che confutano la teoria di Muller.

In questa sede esporrò solo le più significative:

i discendenti degli ariani (gli attuali indù) non hanno memoria di un’invasione ariana. A riguardo
non vi è alcuna documentazione nei loro testi sacri;
i reperti archeologici ritrovati ad Harappa non fanno assolutamente pensare all’invasione;
sembra piuttosto che gli abitanti di Harappa si siano spostati a causa di cattive condizioni
climatiche;
nessun testo sanscrito a noi pervenuto parla di un’invasione;
i documenti, i resti e la scrittura indiana presentano una forte continuità tra civiltà harappana e
induismo post-vedico, senza interruzioni né invasioni; connessioni esistono addirittura con la
precedente civiltà legata alla città di Mehrgarh.

LA SPIRITUALITÀ DELL’INDIA E I TESTI SACRI

I testi sacri indiani sono i Veda che si suddividono in quattro raccolte, dette “Samhita”, di inni e
preghiere:

Rig-Veda, che contiene inni e preghiere da recitare durante riti e sacrifici;
Sama-Veda, che contiene melodie da cantare in specifiche occasioni;
Yajur-Veda, che contiene formule sacrificali per cerimonie;
Atharva-Veda, che contiene formule magiche ed incantesimi.

La parola Veda deriva dalla radice sanscrita “vid” che significa conoscenza.
I Veda sono incarnazione di ogni saggezza ed insegnano il modo di ottenere la purezza del cuore e di
abbandonare le impurità. La loro rivelazione è ininterrotta ed infinita.

L’importanza rivestita dai Veda è ufficialmente riconosciuta ma questi testi sono stati
sottovalutati a lungo. Questa svalutazione è legata anche al fatto che il contenuto dei testi stessi
è talmente profondo che per noi Occidentali è difficile comprenderlo ed è ancor più difficile
tradurlo.

Anche la datazione rappresenta un problema infatti essa è tuttora approssimativa e molto incerta.
Possiamo dire che i Veda sono stati svalutati dal mondo occidentale anche perché a differenza della
Bibbia non contengono molte nozioni storiche (è possibile ricostruire un’archeologia della Bibbia ma
non un’archeologia vedica) tuttavia, in compenso, i Veda abbondano di profonde conoscenze religiose
filosofiche e culturali che non possono passare inosservate. Non solo, ad una lettura più attenta si
vanno scoprendo conoscenze scientifiche che solo oggi, alla luce delle più recenti scoperte, ci
appaiono chiaramente.

Leggendo i Veda si scopre che la manifestazione religiosa per eccellenza dei popoli vedici era il
sacrificio.
La religione ha sempre rivestito un ruolo preponderante all’interno della società indiana. I testi
sacri sono scritti in sanscrito. Il sanscrito è una lingua che restò immutata a lungo, fino alla
fine del 500 a. C.

In realtà i Veda non nascono con il sanscrito, sono anzi anteriori allo stesso sanscrito, poiché
essi sono il rifacimento di inni molto più antichi che si perdono nella notte dei tempi.
Abbiamo poi dei poemi epici quali il Mahabharata ed il Ramayana, i Purana e i Vedanga che spiegano i
Veda e che ne sono una sorta di appendice.

I Vedanga sono divisi in sei parti (a seconda dell’argomento: fonetica, grammatica, astronomia ecc.)
e sono sotto forma di “sutra”, cioè un modo di scrivere breve e poetico, con nomi lunghi e quasi
senza l’uso dei verbi (tipo aforismi). Lo scopo dei sutra era di rendere il sapere più facilmente
memorizzabile.
Le parti principali dei Vedanga sono i Sulbasutra e i Kulpasutra. Mentre i Kulpasutra riguardano la
matematica vedica, i Sulbasutra, che si dividono a loro volta in tre capitoli, sono più specifici
poiché contengono le conoscenze volte alla misurazione e alla costruzione delle figure geometriche
degli altari per sacrifici. La precisione era assolutamente importante in quanto un’inesattezza
avrebbe invalidato il rituale.

Nei Sulbasutra viene enunciato il famoso Teorema di Pitagora, che gli Indiani conoscevano dall’800
a.C. I Sulbasutra forniscono spiegazioni per due tipi di rituale: quello familiare (che richiedeva
altari quadrati e circolari) e quello di comunità (i cui altari erano più complessi). Troviamo anche
testi sulle leggi, sulla politica e sulla medicina, ad esempio Il codice di Manu è uno dei più
importanti trattati riguardante le leggi. Di rilevante importanza è il Vedanta, cioè la parte finale
dei Veda, e le Upanishad che sono dei testi esoterici. Il Vedanta si enuclea nei sei sistemi
filosofici indiani (dharshan), dove la speculazione raggiunge livelli elevatissimi.

INDIA, CULLA DELLA MATEMATICA

Noi crediamo che il nostro sistema di numerazione derivi dal mondo arabo. Invero deriva dal mondo
indiano; gli arabi lo hanno diffuso e portato sino a noi.
Il mondo occidentale, con il suo eurocentrismo e grecocentrismo ha fatto molta fatica a riconoscere
il valore culturale e scientifico dell’India. A tutt’oggi c’è chi vuole ostinarsi a cercare di
dimostrare che gli Indiani abbiano acquisito il loro sapere matematico dai Greci (visto che sia i
Greci che gli Indiani conoscevano la funzione di seno e il teorema di Pitagora). Tuttavia dobbiamo
ammettere che è stato il contrario, vale a dire che molte forme culturali greche sono state prese in
prestito dall’India.

Il popolo indiano era in grado di denominare numeri altissimi ed utilizzava il sistema decimale per
qualsiasi cosa: per contare, per misurare le lunghezze e i pesi.

I numeri indiani hanno conosciuto varie fasi:

numeri kharosthi (utilizzati prima del 300 a.C) erano numeri da 1 a 10 ma senza il 9;
numeri brahmi (dal 300 a.C. circa al 500 d.C) era presente il 9 e c’erano anche dei segni per le
potenze di 10;
numeri gwalior (dal 500 d.C. circa) sono un’evoluzione del sistema numerico brahmi e comprendono
anche il numero 0. Lo 0 veniva chiamato “sunya” e faceva pensare agli Indiani ad uno spazio celeste
infinito e vuoto. La parola “sunya” vuol dire “vuoto” ma il concetto di vuoto per gli Indiani è
diverso da come lo intendiamo noi. Per gli Indiani il vuoto è divino, è l’incontro tra cielo e
terra, tra mondo materiale e mondo spirituale. Si tratta di un sistema decimale posizionale ed i
numeri sono molto simili ai nostri.
Il sistema gwalior lo troviamo sugli scritti e sugli oggetti.
Quest’ultimo sistema numerico venne poi preso in prestito dagli arabi, che lo affinarono e lo
portarono in Europa dove si sono successivamente sviluppati i numeri come li conosciamo noi.
Gli Indiani sono molto famosi anche per i loro mattoni, cotti in fornaci e costruiti con una
tecnologia molto avanzata già dall’antichissima epoca harappana. Essi utilizzavano i mattoni per
costruire gli altari. Questi mattoni avevano un rapporto perfetto tra altezza (4), larghezza (2) e
spessore (1). I nostri mattoni hanno ereditato lo stesso rapporto. C’è da dire che nel modo in cui
gli altari venivano assemblati, gli Indiani celavano conoscenze scientifiche e spirituali.

LA SOCIETÀ INDIANA

La società indiana è conosciuta per la divisione in caste. Negli antichi testi dei Veda (e dunque
nel progetto originario della società indiana), la divisione in caste era intesa come un mezzo che
consentiva all’uomo di esplicare al meglio le proprie qualità e tendenze. Si nasceva in una casta,
poi si veniva valutati ed inseriti in un’altra casta, rispondente al proprio carattere.
Le cose cambiarono a causa dei sacerdoti (“brahamani”, cioè gli intellettuali santi) i quali
volevano preservare la purezza della loro casta. Così i criteri di passaggio da una casta all’altra
divennero molto rigidi e già all’epoca di Buddha (500 a.C.) si doveva restare nella casta in cui si
era nati.
C’erano inoltre persone che non appartenevano ad alcuna casta in quanto svolgevano dei lavori
ritenuti ignobili come ad esempio i macellai, i cacciatori, i pescatori, i boia, i becchini ecc.
Essi, che per mezzo del loro mestiere attentavano alla vita umana ed animale, venivano disprezzati
in quanto la filosofia indù è rispettosa di ogni forma di vita. Queste persone erano appunto i
fuori-casta e si dividevano in paria, chandala, mleccha e asceti.
I paria erano quelli che attentavano alla vita umana e animale; i chandala erano una sotto-parte dei
paria ed erano precisamente i boia e i becchini; i mleccha erano gli stranieri ma se si integravano
venivano ben accettati (perché gli Indiani non sono razzisti); gli asceti sono coloro che
rinunciavano ai beni materiali e quindi per forza maggiore non appartenevano ad alcuna casta.

I chandala erano i più “emarginati”: vivevano in villaggi a parte e dovevano andare in giro facendo
risuonare delle nacchere per avvertire del loro avvicinarsi; dovevano stare lontano dagli altri
poiché si pensava che potessero contaminare il resto della popolazione. Addirittura gli uomini di
casta non potevano neanche guardarli per paura di essere contaminati e se per caso accadeva si
facevano dei riti purificatori: ci si voltava in fretta, si bagnavano gli occhi con acqua profumata
per difendersi dal malocchio, ci si asteneva dal cibo e dai liquori per tutto il giorno.
L’uomo di casta poteva avere persino paura di essere sfiorato dal vento che prima sarebbe potuto
passare sul corpo di un chandala.

Naturalmente se veniva ucciso un chandala non succedeva nulla al suo assassino, come oggi non accade
nulla a chi uccide o maltratta un individuo senza cittadinanza.
Gandhi (1869-1948), oltre a desiderare un’organizzazione delle caste così com’era in origine, voleva
che anche i fuori-casta occupassero un posto degno nella società e che non fossero considerati
inferiori agli altri.

Nella società indiana l’amministrazione della giustizia era affidata ai brahamana. La divisione in
caste è ancora attuale in India.

Oggi la società indiana risente forse delle invasioni che hanno tentato di cambiarne un po’
l’aspetto, ma questo solo all’apparenza. L’India è una terra forte, prende il meglio dagli altri, ma
non rinnega le proprie radici. Gli Indiani seguono una doppia legislazione: una interiore (regole
divine, dharma) ed una esteriore (regole date dagli uomini per gli uomini). La spiritualità non è
vista in India come una cosa a sé stante bensì è parte integrante di ogni fattore culturale.
Da noi Occidentali l’India è vista oggi come una terra povera, in realtà la vera ricchezza di questo
paese è culturale, interiore e filosofica ed è dimostrata dall’aver difeso la loro antica tradizione
nonostante i disagi climatici e le invasioni musulmane ed inglesi.

Bibliografia:

Daniélou A. – “Histoire de l’Inde, Librairie Arthème Fayard”; trad. it. “Storia dell’India”,
Ubaldini editore, Roma.
Sublash K, Frawley D, Feurstein G – “In search of the cradle of civilization”; trad. it. “Antica
India la culla della civiltà”, Sperling & Kupfer editori, Milano.

Altre fonti:
Ferrini, M. – “Contesto e fonti della letteratura vedica”, Centro studi Bhaktivedanta, Dipartimento
di Scienze tradizionali dell’India, Perignano (PI).
Ferrini, M. – “Introduzione alla psicologia dell’India. L’India e l’Occidente”, Centro studi
Bhaktivedanta, Dipartimento di Scienze tradizionali dell’India, Perignano (PI).
“Storia e teoria dei sistemi di calcolo e comunicazione” (materiale didattico del corso Storia e
teoria dei sistemi di calcolo e comunicazione, prof. Di Gregorio M., A.A. 2004/2005, Facoltà di
Lettere e filosofia, Università degli studi di L’Aquila).

leonellacardarelli@virgilio.it

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