LA BHAGAVAD-GITA DI PARAMAHANSA YOGANANDA 1

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LA BHAGAVAD-GITA DI PARAMAHANSA YOGANANDA 1

Con il commento originale di Yoganandaji – Parte prima

LA BHAGAVAD-GITA

(CON IL COMMENTO DI PARAMAHANSA YOGANANDA)

PREFAZIONE EDITORIALE

Ed. Vidyananda

(Parte prima)

Paramhansa Yogananda nacque in India il 5 gennaio 1893. Fin dall’inizio la sua vita fu benedetta
da santi genitori e precettori, discepoli del grande Yogavatar di Benares Lahiri Mahasaya. Infine,
l’ardente desiderio di conoscere Dio gli fece incontrare il suo Guru, Swami Sri Yukteswarji, un
grande discepoli di Lahiri Mahasaya. Sotto la sua guida Yogananda raggiunse la realizzazione di Dio,
e la sua sete spirituale si placò per sempre alla fonte di vita eterna dell’Infinito.

Nel 1920 Paramhansa Yogananda andò in America, in obbedienza al comando del suo Guru e del Divino
Babaji Maharaj. La sua missione fu quella di far conoscere in occidente l’antica scienza spirituale
dello Yoga (Kriya Yoga), e mostrare la perfetta unità esistente tra il vero insegnamento di Gesù
contenuto nel Vangelo e il vero insegnamento della Bhagavad Gita, il Vangelo indù.

Per potere svolgere meglio la sua missione in America, Yogananda fondò un’organizzazione
religiosa, chiamata prima Yogoda Satsanga e quindi Self-Realization Fellowship. Dopo la metà degli
anni venti, stabilito il suo quartier generale a Los Angeles, Yogananda diede vita alla
pubblicazione di una rivista spirituale che nel corso degli anni ebbe vari nomi: East-West, Inner
Culture, Self-Realization.

A partire dal 1932 cominciarono ad apparire regolarmente sulla rivista le interpretazioni e i
commenti di Yoganandaji sul vangelo di Gesù Cristo e la Bhagavad Gita di Sri Krishna. In ogni numero
c’era un articolo sul Vangelo e uno sulla Gita. Il commento al Vangelo apparve regolarmente per
vent’anni, dal 1932 al 1952. Il commento alla Gita, molto più esteso rispetto a quello sul vangelo,
continuò ad essere pubblicato regolarmente anche dopo la morte del grande Yogi.

Negli ultimi anni della sua vita, trascorsi ininterrottamente in nirvikalpa samadhi (il più alto
stato di estasi o coscienza divina), Paramhansaji passò moltissimo tempo in ritiro (spesso nel
deserto della ‘Valle della Morte’, in California), lavorando giorno e notte per completare i suoi
scritti, e principalmente i commenti alla Bibbia (Genesi e Apocalisse) e alla Bhagavad Gita.

Paramhansa Yogananda entrò in mahasamadhi (la cosciente uscita finale dal corpo da parte di uno
yogi) il 7 marzo 1952. Un avvincente resoconto di prima mano della sua vita si può trovare nella sua
‘Autobiografia di uno Yogi’ (Ed. Astrolabio).

Esistono molte interpretazioni della Bhagavad Gita, scritte nel corso dei vari secoli da grandi
santi, filosofi e studiosi. Ogni interpretazione rispecchia il punto di vista e l’approccio
spirituale del commentatore; così abbiamo interpretazioni secondo il punto di vista della Saggezza
(Jnana), dell’Azione (Karma Yoga) e dei differenti approcci devozionali (Bhakti). Tra tutte,
l’interpretazione di Sri Shankaracharya secondo gli insegnamenti dell’Advaita Vedanta è la più
famosa e universalmente accettata.

Si sapeva di una profonda interpretazione esoterica, puramente yogica, conosciuta da pochi e
trasmessa oralmente da guru a discepolo, ma il primo a sollevare il velo ‘misterico’ e a fare
conoscere a tutti il vero significato yogico della Gita fu Yogiraj Lahiri Mahasaya. Sri Sri Lahiri
Baba sedeva spesso con i suoi discepoli, spiegando il vero significato della sacre Scritture e
ponendolo sempre in relazione con le pratiche spirituali. L’enfasi maggiore era posta sulla Gita, i
cui ideali il Maestro voleva propagare con ogni mezzo; fece perfino stampare alcune migliaia di
copie della Gita (solo l’originale, senza alcun commento) a sue spese, e le fece distribuire
gratuitamente tra la gente.

Un grande discepolo dello Yogiraj, Srimat Panchanon Bhattacharya, prese nota dei commenti orali
del Maestro e in seguito li fece pubblicare a Calcutta. Altri discepoli dello Yogavatar che
scrissero un commento alla Gita seguendo l’interpretazione del Maestro furono Swami Pranabananda,
che scrisse la ‘Pranava Gita’, e Srimat Bhupendranath Sanyal.

Anche Sri Yukteswar – discepoli di Lahiri Baba e guru di Yogananda – stimolato dal suo Maestro a
leggere e a meditare le sacre Scritture, e soprattutto la Gita, stabilì un ‘Gita Sabha’ a Serampore
con alcune persone entusiaste già iniziate al Kriya Yoga. Sri Yukteswar prendeva nota delle
discussioni condotte nel ‘Sabha’ (circolo), e ogniqualvolta si presentavano dei punti complicati
scriveva al suo Gurudeva. Gradualmente cominciò a pubblicare la Gita con le sue dettagliate
spiegazioni, basate sull’interpretazione spirituale dello Yogiraj. In questo modo pubblicò fino al
nono capitolo della Gita. Dopo la pubblicazione di ogni singola parte, egli andava a Benares, da
Lahiri Mahasaya, che rivedeva lo scritto e dava le sue benedizioni all’opera.

Il primo capitolo della Bhagavad Gita è stato spesso considerato solo un’introduzione corollaria
all’insegnamento che viene dopo, e come tale è stato sorvolato velocemente dai vari commentatori. Lo
stesso Adi Shankaracharya non scrisse alcun commento al primo capitolo. Nella profonda
interpretazione yogica di Lahiri Mahasaya, il primo capitolo è la base e la chiave dell’insegnamento
ulteriore. Egli disse che ciascuno di noi è come un regno in lotta con se stesso: “duryodhana e i
suoi seguaci sono simboli di grandi ostacoli nel sentiero dell’autorealizzazione attraverso il Kriya
Yoga; sono incarnazioni di nemici lungo il sentiero dello Yoga, sia nel mondo esterno che dentro la
mente dell’uomo. Queste forze antidivine sono molto forti nelle loro inutili dispute e devono essere
vinte o distrutte prima che il sadhaka possa raggiungere il Paramatman… Il Kriya è la battaglia
contro le cattive tendenze nella nostra natura, lungo il nostro cammino verso la realizzazione
suprema…. Nella battaglia spirituale, Bhima (vayu-tattva) e Arjuna (tejas-tattva) sono i
condottieri. Il Kriya è il sadhana del prana-vayu (respiro vitale) simbolizzato da Bhima.. Se il
devoto pratica il Kriya con devozione, e come Bhima combatte sinceramente contro le difficoltà e si
concentra sul pranayama nel sadhana del prana-vayu, infine supererà tutti gli ostacoli lungo il
sentiero dello Yoga e conseguirà l’Autorealizzazione”.

Da questo punto di vista, ogni parola di Sri Krishna si riferisce principalmente alla sacra
ricerca interiore, alla nostra intima vita spirituale; così la Gita rappresenta l’aspirazione del
nostro essere verso il Divino, dicendoci come vincere la battaglia contro la nostra natura inferiore
e ristabilire il Regno di Dio in noi.

L’interpretazione di Paramhansa Yogananda, pur seguendo le linee di quella di Lahiri Baba e dei
suoi discepoli, ha un respiro più vasto e universale in quanto non è esclusivamente yogica, ma si
rivolge all’uomo in una visione più integrale. Pare che Yogananda abbia detto:

“Questo libro viene interamente da Dio. Non è filosofica, il puro amore della saggezza: E’
Saggezza. Per esser certo di non scriverlo in alcun modo da un qualche punto di vista, prima di
cominciare la dettatura mi sintonizzavo con la coscienza di Vyasa. tutto ciò che ho detto era quello
che lui intendeva dire. Ci sono stati molti altri commentari sulla Gita, ma nessuno è stato così
integrale nell’approccio come questo… le sacre Scritture devono occuparsi della Realtà ad ogni
livello; devono essere utili fisicamente e mentalmente, non solo spiritualmente, poiché con questi
livelli le persone devono combattere; ed è per la gente comune, non per i santi, che sono state
compilate le Scritture”.

La presente traduzione del commento di Yoganandaji ai primi due capitoli della Bhagavad Gita è
fedelmente basata sul testo originale apparso a puntate sulle sue riviste dall’aprile del 1932
all’aprile del 1942. La disposizione del testo ricalca la successione cronologica degli articoli,
così come venivano pubblicati nelle riviste. abbiamo preferito seguire di proposito una traduzione
il più letterale possibile, a volte anche a scapito della bella forma italiana, proprio per cercare
di mantenere al massimo il senso, lo stile, il tono e il linguaggio dell’originale inglese.

In conclusione, questa interpretazione spirituale della Bhagavad Gita non è un libro da leggere
velocemente, ma è piuttosto una Scrittura da meditare e assorbire ogni giorno, per imparare a
combattere e a vincere la battaglia contro le forze asuriche della nostra natura animale, per poi
ritornare a risplendere gloriosi come effulgenti anime immortali, piene della Luce e della Gioia di
Dio.

Ed. Vidyananda

INTRODUZIONE

Interpretazione Spirituale delle Sacre Scritture

Tutte le sacre Scritture, come la Bhagavad Gita (la Bibbia indù) e la Bibbia cristiana, hanno un
triplice significato. In altre parole, le sacre Scritture si occupano dei tre fattori che
costituiscono l’essere umano, cioè, il materiale, il mentale e lo spirituale. Perciò, tutte le vere
Scritture sacre sono state scritte per essere di beneficio al corpo, alla mente e all’anima
dell’uomo. Le vere Scritture sacre sono come pozzi d’acqua Divina, che possono placare la triplice
sete materiale, mentale e spirituale dell’uomo. Inoltre, le vere Scritture devono aiutare realmente
l’uomo d’affari, l’intellettuale e l’uomo spirituale. Sebbene siano necessarie, sia
l’interpretazione materiale che quella psicologica delle sacre Scritture, bisogna ricordare che i
loro autori s’impegnarono con grande cura per mostrare all’uomo che l’interpretazione spirituale è
della massima importanza.

Un uomo materialmente, o intellettualmente, di successo può non essere l’uomo veramente e
scientificamente di successo che fa della vita una perfetta vittoria; mentre l’uomo spirituale è il
felice uomo ‘completo’, pieno di salute, intellettuale, sempre contento e veramente prospero, in
possesso della saggezza che tutto soddisfa. Poiché, con l’intuizione, gli autori spirituali
cercarono prima di tutto di rendere l’uomo spirituale, io do l’interpretazione spirituale inserendo
nel mezzo anche l’interpretazione psicologica e materiale. Queste interpretazioni aiuteranno
ugualmente l’aspirante spirituale, l’intellettuale e l’uomo che lavora.

INTERPRETAZIONE SPIRITUALE
DELLA BHAGAVAD GITA

La Bhagavad Gita dice: “Combatti la battaglia della vita, altrimenti farai peccato”. (Capitolo
2:33).

L’interpretazione psicologica di questo passo è che l’uomo deve sforzarsi duramente e
sinceramente fino a quando non conquisterà la vittoria. Nè la lotta, nè le sconfitte devono
scoraggiarlo. Egli deve continuare a combattere malgrado gli insuccessi perché arrendersi vuol dire
morte, mentre morire lottando per la vittoria gli dà soddisfazione anche nella morte. Se non
moriremmo combattendo prima di raggiungere la fine del sentiero saremmo destinati ad avere successo,
ma se non lottiamo non possiamo usare i poteri datici da Dio e siamo destinati a peccare o soffrire.
Saremmo peccatori anche perché non saremmo riusciti a dimostrare che siamo fatti ad immagine di Dio,
e perché per vincere non avremmo esercitato tutta la nostra eredità Divina, la nostra potente
volontà.

L’interpretazione psicologica del suddetto passo è che i poteri mentali dell’uomo diventano più
forti quando combattono continuamente e consecutivamente contro le prove, contro le tentazioni che
tempestano la vita. La legge della vita dà all’uomo il potere di resistere, affinché possa
dimostrare la sua figliolanza Divina tirando fuori i suoi poteri immortali nascosti. Perciò,
psicologicamente, è un peccato contro le leggi del progresso dell’anima ammettere la sconfitta senza
lottare energicamente contro tutti i tipi di prove. Abbandonare la lotta continua contro l’avidità
dei sensi vuol dire diventare loro schiavo e vittima della sofferenza, poiché solo chi è padrone dei
sensi può essere veramente felice, mentre l’uomo dominato dai sensi è molto infelice.

L’interpretazione spirituale di questo passo è che finché un’anima non combatte continuamente per
sopraffare la coscienza della carne, facendo l’esperienza della coscienza dell’anima in meditazione,
quell’anima fa peccato. Se il Figlio di Dio – o l’immagine di Dio che dimora nella carne – non lotta
contro le limitazioni della carne, ma s’identifica con esse, allora invita il dolore.

Essere nella coscienza dell’anima vuol dire ricordare lo Spirito, ma essere nella coscienza del
corpo vuol dire dimenticare il potere dell’anima di percepire l’Onnipresenza. L’anima identificata
con le esperienze corporee e le limitazioni della coscienza entro i confini del corpo fisico ha
conoscenza della solidità, della fragilità delle ossa, ha paura degli incidenti, ha paura della vita
e della morte, dipende dalle esperienze per accrescere la sua conoscenza, e ha paura della malattia,
della povertà e dell’ignoranza. Ogni anima deve combattere continuamente contro limitazioni corporee
come queste.

Attraverso la meditazione l’anima ricorda la sua dimora nell’onnipresente, assoluto e beato
Spirito, ma dopo una breve meditazione l’anima torna nuovamente a ricordare le dolorose limitazioni
del corpo. Perciò l’anima, attraverso il fuoco ardente della meditazione, deve combattere
continuamente contro l’ignoranza e la coscienza corporea per distruggere l’intossicante influenza
dell’illusione cosmica e del peccato. Questa peccaminosa illusione cosmica, che produce la coscienza
corporea, è la causa basilare che sottostà al triplice dolore fisico, mentale e spirituale
dell’uomo.

La ‘Bhagavad Gita’ si trova in una delle Epiche degli Indo-Ariani, il ‘Mahabharata’. Uno dei più
grandi saggi dell’India, Vyasa, scrisse la ‘Bhagavad Gita’ o ‘canto dello Spirito’ sotto forma di
un dialogo tra il re guerriero-profeta, Sri Krishna, e il suo discepolo Arjuna. Il dialogo ebbe
luogo sul campo di Kurukshetra, in India, alla vigilia di una battaglia. Questo Sacro Testamento
degli Indù (la Bhagavad Gita) si compone di settecento versi ed è incluso nel sesto parva o
‘Bhishma Parva’ dell’Epica ‘Mahabharata’ dal venticinquesimo al quarantaduesimo verso. La Bhagavad
Gita è uno dei più grandi libri sull’arte del supervivere e i suoi lettori possono applicare le sue
verità con grande vantaggio pratico.

Le più grandi sacre Scritture indù sono i quattro Veda. Quindi furono scritte centootto
Upanishad, che contengono l’essenza dei quattro Veda. I sei sistemi filosofici indiani, Smkhya,
Yoga, Vedanta, Mimansa, ecc., contengono l’essenza dei Veda e delle Upanishad; e la Bhagavad Gita è
l’essenza dei sei sistemi filosofici, delle centootto Upanishad e dei quattro Veda. Attraverso lo
studio intuitivo dei Veda, delle Upanishad e dei sei sistemi filosofici indù, oppure contattando la
Coscienza Cosmica, uno può spiegare la Bhagavad Gita.

Qui viene data per la prima volta l’interpretazione della Bhagavad Gita ricevuta dal di dentro. La
Bhagavad Gita fu scritta molto intelligentemente dal saggio Vyasa, che intrecciò verità storiche e
psicologiche. Così la Gita è vera storicamente, ma nello stesso tempo è una descrizione psicologica
della tumultuosa vita interiore dell’uomo. L’obiettivo principale del saggio Vyasa nell’intrecciare
verità storiche e psicologiche era quello di celare profonde verità spirituali dentro il guscio dei
fatti storici, affinché solo le persone veramente sagge potessero aprirsi un varco attraverso il
guscio e trovare dentro il cibo spirituale. Il guscio dei fatti storici serviva anche a proteggere i
significati interiori (profonde verità spirituali interiori) dallo sguardo di occhi ignoranti. Lo
scopo di Vyasa è chiaramente visibile in quanto egli menziona l’effettiva battaglia sul campo di
Kurukshetra soltanto un poco, qua e là, nel primo e nel secondo capitolo, e quindi s’immerge
profondamente nelle discussioni spirituali.

da lista Sadhana >> it.groups.yahoo.com/group/lista_sadhana

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