Il Maha Kumbha Mela

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Il Maha Kumbha Mela

(di Malcolm Coolidge)

(Il più grande raduno mondiale di saggi e sadhu viandanti è un’esperienza
forte e selvaggia, traboccante di vita, colore e politica come solo in India
è possibile)

Il Maha Kumbha Mela del 2001. Il più grande raduno di famiglia al mondo

Intorno al 1570, l’imperatore Gran Mogol Akbar cominciò la costruzione di
un’imponente
fortezza ad Allahabad, alla confluenza dei fiumi Yamuna e Gange, un sito che
gli asceti e i pellegrini veneravano da molto tempo come luogo per le
abluzioni sacre. Akbar, quando negli ultimi decenni del sedicesimo secolo
cercò di estendere e consolidare il potere mongolo verso il sud, arruolò
spie in tutta la popolazione, in particolare tra gli asceti noti per la loro
combattività e rudezza. Più di quattrocento anni dopo, nazionalisti hindu,
politici fondamentalisti e agitatori vari hanno forse pensato che il Maha
Kumbha Mela, il grande festival di sei settimane cominciato nel gennaio 2001
ad Allahabad, in India, era una buona occasione per fare proseliti.

Il forte di Akbar resta una presenza imponente sopra i caotici accampamenti
del Mela, dove circa cinquanta milioni di saggi, mistici e pellegrini sono
passati per una visita e per la rituale abluzione quotidiana. In tempi
recenti la politica è diventata sempre più importante al Mela, ma la grande
maggioranza di pellegrini al raduno di questo anno era semplicemente gente
di fede, e l’atmosfera era per lo più di celebrazione e gioia.

Prima dell’alba sul Gange, l’aria è fredda e appesantita dal fumo di decine
di migliaia di fuochi di legna e sterco di vacca. In questo giorno del
“grande bagno”, gruppi di scalzi sadhu (santi in tuniche color zafferano),
alla luce della luna crescente, si muovono in gruppi verso la “Sangham”, la
grande spiaggia che scende bruscamente nell’acqua alla convergenza dei due
fiumi.

Si dice che il mitico Saraswati scorra sotto la corrente. I sadhu intonano a
bassa voce dei mantra, facendo tintinnare le brocche d’acqua e i bastoni.
Agli stranieri rispondono con entusiasmo “Hari Om!”, un saluto al dio
Krishna. Dai lontani accampamenti del Mela, e a monte della Sangham,
migliaia di altoparlanti (da alcuni dei quali escono infuocate arringhe, da
altri languide voci in trance meditativa) si fondono in un ronzio
indistinto. Un incenso dolce si mischia al fumo onnipresente. In uno degli
accampamenti sul promontorio a picco, la puja dell’alba, una cerimonia
devozionale hindu, è in pieno svolgimento. Squilli ritmici di corni e di
conchiglie evocano i suoni della creazione; a essi si accompagna una
cacofonia di campane e di canti ad alta voce in sanscrito, l’antica lingua
dei Veda.

Gli astrologi hanno individuato in questo giorno il più propizio per
un’immersione
nelle acque sacre, soprattutto all’alba e al centro della Sangham. L’accesso
all’area è rigidamente controllato: nei Mela passati ci sono stati scontri
violenti tra certe sette di asceti riguardo la precedenza di immersione. Ben
prima dell’alba, negli accampamenti principali gli “akhara” (così vengono
chiamati i vari gruppi) si radunano per la loro elaborata processione verso
la Sangham.

Alla testa di ogni processione il leader spirituale dell’akhara, il
“mahamandaleshwar”, con “mala” di calendule al collo, siede su un trono
dalle decorazioni dorate, coperto da parasoli sfrangiati e issato sul
rimorchio di un trattore (questo è un passo indietro rispetto ai tempi
antichi: gli “howda”, o troni, sono concepiti per essere posti sugli
elefanti, ma questi ultimi sono stati “ufficialmente” banditi dopo che nel
Mela del 1954 molti pellegrini sono morti schiacciati da essi).

Tra i primi a immergersi vi sono i Juna, il più grande e antico akhara,
oltre che i più feroci tra i sadhu nudi, o “Naga”. Devoti di Shiva, gli Juna
sono la grande attrazione, gli Hell’s Angels del Mela. All’esterno
dell’ingresso
al loro accampamento la folla si accalca, trattenuta da poliziotti armati di
lunghe canne. Ben presto appaiono Naga di tutte le età, con il corpo
ricoperto di cenere.

Gli anziani e gli infermi sono sostenuti, mentre gli altri si tengono per
mano e camminano impettiti urlando come bambini verso la Sangham. Al
passaggio della processione, i pellegrini si accalcano intorno al recinto di
bambù. Quando i Naga raggiungono la scalinata verso il fiume, si lanciano in
una folle corsa verso il fiume, le lunghe trecce al vento e le braccia
ondeggianti (alcuni brandiscono spade o tridenti), danzando e urlando in un
caos di spruzzi.

Il bagno in sé è breve, ma i salti proseguono sulla sabbia, dove corni,
cornamusa e conchiglie accrescono la baraonda. Un fotografo riesce a
infilarsi nel gruppo, ma viene rapidamente allontanato da un Naga
dall’aspetto
feroce. Indietro, lungo il percorso della processione, semplici pellegrini
(uomini avvolti in un corto “dhoti” per proteggersi dal freddo della mattina
e donne in sari di cotone) attraversano il recinto per toccare, prostrarsi e
rotolarsi sulla sabbia dove i santi uomini hanno camminato. Alcuni si
cospargono la fronte e la testa di sabbia, gettandola sopra il capo come se
si stessero immergendo nell’acqua sacra stessa. Senza dubbio, oggi alcuni si
sono svegliati presto per fare le abluzioni, e adesso stanno raddoppiando la
dose con l’energia dei Naga. Alle otto del mattino, le rive del Gange sono
ricoperte per chilometri di bagnanti, mentre ai recinti sventolano vivaci
sari di ogni colore stesi ad asciugare. La sensazione di riverenza è
palpabile, la gioia diretta e libera.

La mitologia hindu dà molte versioni delle origini del festival. Secondo una
di queste, quando Brahma ha creato il mondo, doni miracolosi affiorarono
dalle acque agitate dell’oceano, compresa un’urna (“kumbh”) di nettare.
Krishna, il venerato giovane dio custode delle vacche, disputò con altri dei
e demoni il possesso dell’urna, e quattro gocce della sua preziosa “amrita”
caddero sulla Terra, a Ujjain, Nasik, Hardwar e Allahabad, facendo di queste
città luoghi di raduni sacri. La fantasmagoria dei miti hindu dà a questa
religione il suo potere universale tra le masse, ma la versione pura e
sintetica delle origini del Mela potrebbe farci capire più cose. Il dr. D.
C. Rao (presente al Kumbha Mela di questo anno), membro del Consiglio
Interreligioso di Washington, dice che gli antichi saggi volevano sapere
perché le persone, per quanto ricche, non fossero felici.

Quindi, cominciarono a studiare le motivazioni umane nella società e nella
vita spirituale. Da questa contemplazione nacque un insieme di testi e
tradizioni che affrontavano questioni sociali come la famiglia, la condotta
etica e i rituali. Essi venivano spesso rivisti secondo i costumi e la
pratica dell’epoca, spiega Rao. Dipendendo dal tempo e dal luogo, queste
tradizioni non avevano la sacralità degli inni e dell’epica vedici, che
erano considerati “sruti”, rivelati, e quindi universali e al di là delle
preoccupazioni mondane. I Veda riguardavano le leggi naturali della
creazione, i suoi significati più elevati e lo scopo supremo della vita.
Il Kumbha Mela, a quel punto, divenne un raduno cui i saggi partecipavano
per dibattere e offrire consiglio su questioni spirituali,
sull’interpretazione
dei testi sacri e sulla condotta etica e personale.

Inevitabilmente, venivano affrontati anche i temi sociali e politici del
giorno. Il raduno è la dimostrazione di quanto fosse onorato il ruolo del
saggio e del mistico che aveva rinunciato al mondo in quella che divenne la
tradizione induista. Il raduno facilitava questa straordinaria interazione,
perché gli eremiti abbandonavano per pochi giorni i loro nascondigli sparsi
nelle foreste e nelle caverne delle colline ai piedi dell’Himalaya, unendosi
al resto della società e compiendo le abluzioni pubbliche nelle acque
purificatrici. Ogni tre anni ha luogo un festival in una delle città sante;
ogni dodici anni, il Maha Kumbha Mela si svolge ad Allahbad: il Grande
Festival dell’Urna.

Stime plausibili sul numero di persone presenti nel giorno del “grande
bagno” sono difficili da reperire. Ma l’evento è stato annunciato come il
più grande della storia, un’affermazione che le autorità non esitano a
ripetere in occasione di ogni Maha Kumbha Mela. Il governo prende misure
eccezionali affinché tutto proceda senza intoppi; a tale scopo, esistono
squadre appositamente addestrate di amministratori e di poliziotti. Dal
punto più alto di Allahabad, vicino alla fortezza di Akbar, si possono
scorgere vaste aree del letto sabbioso del fiume trasformate in una
tendopoli i cui padiglioni sono affittati ai grandi swami e alle varie
sette, ognuno contraddistinto da una bandiera.

Le file ordinate di tende dalla forma a punta si perdono nella foschia e in
entrambe le direzioni, lungo le rive e i promontori del fiume. Larghi viali
di lastre di acciaio sono messi in opera sulla sabbia per i pochi veicoli
ammessi nel Kumbhnagar, l’area più importante. Più in basso, balle di paglia
servono in molti punti a trattenere la sabbia e impedire la formazione di
pozze d’acqua.

Opere tecnologicamente primitive come questa si scorgono ovunque.
Chilometri di fili elettrici posati tra i viali azionano gli altoparlanti e,
al crepuscolo, trasformano la scena in un carnevale. Luci colorate
illuminano gli elaborati ingressi e gli accampamenti dei vari saggi,
costruiti con canne di bambù e dipinti di rosso, mentre gli svolazzi e i
riccioli della calligrafia hindi proclamano la gloria e la saggezza dello
swami residente, invitando i pellegrini a entrare. Molti grandi accampamenti
degli swami più famosi offrono cibo e riparo a centinaia di pellegrini, in
cambio di offerte modeste.

Sono stati scavati almeno una ventina di pozzi artesiani per la fornitura
dell’acqua potabile, centinaia di chilometri di tubature sono stati messi in
opera e molti chilometri di canali di scolo sono stati scavati. Ogni giorno
i furgoni hanno portato via da Kumbhnagar circa 200 tonnellate di rifiuti.
Semplici latrine a fossa, sparse in tutto il Mela, sono state regolarmente
cosparse di calce e polvere da sbianco. Verso la fine del Mela stavano
diventando, beh. sature. In ogni caso, la maggior parte degli indiani è
perfettamente abituata ad alleggerirsi in pubblico. Vige una semplice
regola: rispetta lo spazio altrui e guarda da un’altra parte. Circa 6000
spazzini e membri delle squadre di pulizia lavorano praticamente 24 ore al
giorno per tenere li luogo pulito.

Tra gli asceti del Mela, si incontrano persone dedite a pratiche più o meno
appariscenti. Per un certo periodo della loro vita, la maggior parte degli
asceti ha praticato una “tapas”, un’«austerità» o disciplina, che si dice
purifichi e focalizzi la mente, portandola all’illuminazione. Camminando per
gli accampamenti, abbiamo visto molti baba che sono rimasti in piedi per
anni, poggiandosi al massimo su un ripiano oscillante.

Abbiamo trovato un baba che tiene un braccio sempre alzato, ormai
completamente fuori uso, le cui unghie lunghissime si sono attorcigliate
intorno alla mano. Un altro, nudo e dipinto di un arancio intenso, sta in
mezzo a una strada affollata e tiene sollevato un braccio nel cui polso è
piantato un pugnale. Scorgiamo gruppi di sadhu che praticano la “dhuni tap”,
l’austerità del fuoco, una delle più antiche pratiche ascetiche. Il sadhu
siede in un cerchio di piccoli fuochi, aumentandone il numero in un periodo
di diciotto anni, e culmina la pratica portando in testa un vaso di fuoco.
Alcuni sadhu si siedono solo per pochi minuti, altri fanno durare più di
un’ora
ogni sessione.

Ci sono baba sdraiati su letti di spine e altri intenti a una lunga e
spossante tapas con i tamburi, come Mahat Saraswati Giri. Quando gli
facciamo visita, egli non sta praticando, ma è accovacciato dinanzi al suo
fuoco con indosso niente altro che i mala di “rudraksha”, i lunghi capelli
fermati di lato in una crocchia impeccabile, modello Naga. Fuma hashish
tagliato con tabacco in un semplice “chillum” di argilla, tossisce molto e i
suoi occhi sono rossi per il fumo onnipresente di incenso, tabacco e
hashish. Vediamo alcuni sadhu in compagnia di donne, uno spettacolo
insolito, ma non senza precedenti storici. Facciamo visita a una sadhu che
sta dando consigli a un giornalista, il quale si illude di essere lui a
stare intervistando lei.

Ci sono anche dei bambini di cui i sadhu si prendono cura. Mahant Bahiri
Baba è accompagnato da un ragazzo, una donna e un uomo anziano:
costituiscono una famiglia, spiega lei, anche se non in senso tradizionale;
hanno formato un “lignaggio” con il loro baba. Egli prescrive rimedi ai
visitatori. Faccio un’offerta, Mahant Bahiri mi benedice, fuma il suo
chillum e va a dormire. Qualcuno chiede a un uomo che ha vissuto con i Naga
se l’hashish aiuta l’asceta a conseguire l’illuminazione. “Beh, sì.
temporaneamente”, è la risposta.

I politici sono sempre stati presenti al Mela. Tutti i principali partiti e
attivisti politici hanno i loro padiglioni, inclusi il Partito del Congresso
e i nazionalisti hindu del Bhariya Janata Party (BJP), il principale membro
dell’attuale coalizione del governo di Delhi. Sono presenti altri gruppi
hindu, come il Vishwa Hindu Parishad (VHP, il Consiglio Mondiale degli
Hindu), che si definisce un gruppo sociale, ma che è chiaramente la
principale organizzazione dietro il BJP. Questi gruppi e moltissimi altri
sono attivi al Mela, distribuiscono volantini, forniscono servizi e sono
gentilissimi verso i pellegrini, nel tentativo di convincerli a iscriversi.
Al raduno di questo anno, gli attivisti avevano un palco da cui chiedevano
che Allahabad cambiasse nome in “Prayag”, che vuol dire confluenza. Cambiare
il nome delle città è diventata un’abitudine negli ultimi anni, in quanto
molti nomi sono legati al passato coloniale.

Ma il grande evento al Kumbha Mela è stato un congresso del VHP di tre
giorni, per spingere l’alleanza di governo del primo ministro Atal Bihari
Vajpyee a permettere la costruzione di un nuovo tempio di Ram sul sito della
distrutta moschea di Babri. L’antico edificio moghul di Ayodhya, risalente a
600 anni fa, è stato raso al suolo nel 1992 da una folla di fanatici hindu,
provocando scontri tra induisti e musulmani nel corso dei quali sono morte
centinaia di persone. Le dispute sulla proprietà, che covavano da oltre
cinquanta anni, nascono dal fatto che secondo gli hindu questo è il luogo di
nascita del dio-eroe Ram. Hindu e musulmani hanno a lungo condiviso
pacificamente il sito, che include un tempio a Ram, fino a quando i
fondamentalisti hanno fatto di Ram la bandiera del nazionalismo. Nonostante
la pressione del VHP e di altri gruppi, l’alleanza di governo non si è
finora impegnata a costruire il nuovo, articolato complesso templare. Ma la
mano del governo può essere forzata se quest’ultimo dà l’idea di avere un
atteggiamento passivo, anche perché l’anno prossimo ci saranno le elezioni.

Al congresso, il VHP ha lanciato un ultimatum al governo: eliminare tutti
gli ostacoli al progetto entro il marzo del 2002, o la costruzione comincerà
senza l’approvazione del governo. Durante il congresso, dalla tenda del VHP
si odono rabbiose urla di sfida e affermazioni retoriche che fanno balenare
lo spettro di ulteriori scontri inter-religiosi. “Nessun minareto
sopravvivrà”, dichiara uno swami. E Ashok Singhal, il presidente del VHP,
urla alla folla che il nuovo tempio verrà costruito “immediatamente”, così
come la moschea di Babri è stata rasa al suolo in pochi minuti. Pochi giorni
dopo, davanti a un pubblico parzialmente occidentale e su un palco sul quale
era presente anche il Dalai Lama, Singhal sarebbe stato tutto amore fraterno
e tolleranza.

C’è una grande varietà di opinioni sull’argomento, dice D. C. Rao, mettendo
in guardia contro le conclusioni affrettate. In India, ogni cosa è politica
e tutti sono dei politici in potenza. A una società così vasta, tumultuosa e
diversa, la democrazia si addice, forse meglio che in altri casi. L’India
crea il suo straordinario dinamismo attraverso una cacofonia di voci,
tendenze, atteggiamenti ed eredità dal passato, in un circo infinito,
implacabile, spesso crudele e talvolta comico. Rao ammette che “tutte le
parti fanno così tanta disinformazione” che è difficile capire cosa sta
succedendo veramente. Forse i politici fondamentalisti sono diventati
insensibili agli scandali, alle truffe e all’opportunismo dilagante. Forse,
inconsciamente, hanno già rinunciato ai risultati, ma continuano a spararle
grosse per il gusto di creare scompiglio.

Il Kumbha Mela di questo anno è stato oggetto di molta attenzione in tutto
il mondo, soprattutto grazie a Internet. Ciononostante, in mezzo alla grande
folla si vedono pochi occidentali, i quali cercano vanamente di passare
inosservati: una squadra raccogliticcia di registi, sedicenti artisti,
cercatori del nirvana che si stanno imbevendo di esotismo e patiti dello
shopping che porteranno a casa vestiti economici e nuovi mantra. Una donna
latinoamericana pregava al sole con indosso niente altro che fango;
un’altra,
giapponese, si dice che si sia sepolta sotto la sabbia per alcuni giorni. E
una coppia di giovani australiane è corsa nuda dentro l’acqua per
rivendicare il diritto di fare il bagno senza costume, come i baba Naga
(sono state afferrate da poliziotte e avvolte in coperte di lana
dell’esercito).

Tra gli indiani venuti a compiere le abluzioni c’è molta varietà. Alcuni
sono laici, altri accompagnano i parenti più anziani, altri ancora sono
venuti per onorare gli antenati o perché un membro della famiglia è morto
recentemente. Interpretando i Veda in modo, per così dire, popolare, un
giovane dice che compirà le abluzioni per la “moksha” (la libertà dal ciclo
infinito delle rinascite) al fine di superare gli imminenti esami civili.
Alcuni vivono negli ashram, ad altri i sadhu non piacciono e preferiscono
vivere per conto proprio. A parte lo spettacolo esotico e vistoso dei Naga,
le processioni piene di orpelli e i venditori ambulanti, ci sono le masse
comuni di contadini pii e tranquilli, con le loro famiglie, i compaesani e i
loro vari gruppi devozionali. Essi si immergono nel fiume per distaccarsi da
questa vita e prepararsi alla prossima.

Lontano dalle folle polverose, barche di pellegrini si dirigono verso il
punto in cui il Gange fangoso lascia spazio al verde e chiaro Yamuna. Là, le
barche si allineano a una lunga zattera serpeggiante e la gente si immerge
da una piccola isola di sabbia. Al mite sole del pomeriggio, il ritmo delle
immersioni rallenta, e i bambini, dopo essersi divertiti nell’acqua,
schiamazzano avvolti negli asciugamani. Le madri e le zie li mettono a
reggere i sari, arcobaleni di seta stesi al vento caldo per asciugarsi.
Rappresentanti di un numero infinito di villaggi sono qui, accalcati con i
loro fagotti e accampati ovunque ci sia uno spazio libero sulla sabbia. Nel
mare di pellegrini e di altoparlanti strombazzanti, le donne cucinano patate
con dal e roti su fuochi di sterco di vacca: esse sono come piccole isole
tranquille, abituate ai flutti che le circondano.

Swami Rama diceva spesso che l’India è socialmente arretrata e
spiritualmente libera, mentre l’occidente è socialmente libero e
spiritualmente arretrato. Quando il sole tramonta attraverso la foschia e
scende il freddo, affittiamo una barca per tornare dalla Sangham
all’accampamento
dell’ashram, più a valle. Lasciandoci indietro il baccano furtivo del
festival, rientriamo nel placido santuario del fiume, l’arteria spirituale
di una cultura. L’antico canto del Gange intonato dal timoniere, tramandato
di generazione in generazione, si leva nella sera, malinconico e senza
tempo.

Nelle epoche queste rive hanno visto ogni sorta di cambiamento, dalle gelide
colline ai mari tranquilli; impersonali, vuote e primordiali, sono state lo
sfondo estremamente duro e allo stesso tempo bello e meraviglioso della
vita. Tra pochi mesi, le inondazioni dei monsoni sommergeranno un’altra
volta le rive, cancellando la grande distesa sabbiosa degli accampamenti del
Mela. Man mano che ci avviciniamo al nostro accampamento, l’argenteo suono
di un sitar accompagnato dai colpi bruschi e delicati di una tabla si
diffonde sopra le acque scure e limpide.

Ben presto saltiamo sulla riva fangosa e cominciamo a camminare verso i
nostri fuochi. Lungo il percorso incontriamo giovani che tornano al loro
villaggio. Scambiamo il saluto universale del loro mondo, alzando le mani
giunte: “Namaste!”.

Il loro sorriso luminoso scoppia di energia e apertura, come se venisse da
un’altra dimensione: il divino che è in me si inchina al divino che è in te

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