I GRANDI MISTICI E LE GRANDI VIE SPIRITUALI 7

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I GRANDI MISTICI E LE GRANDI VIE SPIRITUALI 7

da “Enciclopedia olistica”

di Nitamo Federico Montecucco ed Enrico Cheli

Tai Ji Quan nel bosco
di Carlo Moiraghi

Né suono né forma. tutto il corpo è trasparente. La reazione alle cose è spontanea. La montagna ad
ovest è simile ad una pietra musicale sospesa. La tigre ruggisce. La scimmia urla. La sorgente è
pura. Il fiume è tranquillo. Capovolgere il fiume e rovesciare il mare. Sviluppare completamente la
propria natura ed essere padrone del proprio destino.

Canto della Vera Significazione di Song Shu Ming.

L’uomo è nel bosco. Il bosco è nell’uomo. Il bosco si muove. L’uomo si muove.

O è il movimento stesso che li muove entrambi?

Il movimento del bosco è sonoro verde casuale. Il movimento dell’uomo è silenzioso e fluente.

Tai Ji Quan è un percorso. La vita pure. Il bosco e l’uomo pure.

Tai Ji Quan è una chiave. Apro la porta, entro.

Il corridoio interiore sinuoso nel rotondo fluire del corpo permane ben retto nell’intenzione.

Il corridoio esteriore è un sentiero fra querce.

Dentro e fuori e dentro e fuori e dentro e fuori così da sempre. Tai Ji Quan fluisce attraverso me.
Tai Ji Quan fluisce attraverso il bosco.

Il mio corpo è vivo vitale stanco pronto. Il bosco anche. Apro e chiudo e apro e chiudo e apro e
chiudo. Vuoto e pieno e vuoto e pieno e vuoto e pieno. Alternanza e continuità.

Tai Ji Quan è connessione tra estremi. Connessione che ora struttura il mio io.

Carico e scarico e carico e scarico e carico e scarico. Tai Ji Quan è strada che si percorre da sé.
Io ne sono il percorso, il soggetto, l’oggetto. Anche il bosco lo è. Nel bosco che tace l’uomo
pratica Tai Ji e riscopre nel dentro e nel fuori il coincidere naturale. Il bosco gli sorride.

Poi d’improvviso una gru bianca apre le ali vicino allo stagno.

E quell’io faticoso, memore di tradizioni lontane, gru bianca diventa.

Il mio io distende e sbatte lieve le ali. Finalmente alato.

E’ attimo di speranza. Forse sto per volare. Il bosco mi osserva.

La gru bianca che sono forse ora volerà via, via dalla stereotipata impossibile ricerca di una
naturalezza che esiste comunque, non è questo il problema. L’uomo moderno, per quanto inconsapevole,
è pur sempre naturale.

Non si preoccupi più di tanto. E’ l’attimo. Le ali palpano l’aria.

Ma la gru bianca non vola. Richiude le ali e in un respiro smette di esistere. Si ritrasforma in me
stesso e spazzo il ginocchio a sinistra.

La forma procede. Il percorso continua incessante. Anche il bosco continua. Riporterò la tigre sul
montagna, respingerò la scimmia, sarò nuvola, dividerò precisa la criniera del cavallo selvaggio,
sarò dama di giada che tesse al telaio, sarò bianco serpente che saetta la lingua, striscerò
immobile su una zampa, sarò fagiano dorato, cavalcherò la tigre, attento la mirerò con l’arco e
scoccherò la freccia, andrò incontro alle sette stelle, lievemente saprò sfiorare il fiore del loto.
Centootto movimenti in una forma, centootto forme in un movimento. Quante forme e figure sarò e
sono, prima di accorgermi, che io già sono, comunque? Che ricercarmi è illusione. Che ritrovarmi è
illusione.

Mai ci siamo perduti. Mai ci siamo scordati chi siamo.

O non saremmo qui a scrivere e leggere. Invece siamo qui e siamo noi.

L’uomo del bosco si muove secondo antico copione.

E respira. Anche questo secondo le regole. Antiche millenarie leggi.

Il suo corpo diventa rituale. E vive, i momenti troppo belli per essere suoi, troppo perfetti per
essere veri, dai nomi troppo altisonanti per essere la sua semplice vita.

In un bosco troppo bosco, la testa di cielo, i piedi di terra, lo sguardo e l’intenzione vuoti
fluisce. Centrato e vuoto respira e danza la danza non danza, la danza interiore del vivere, del
trasformare.

Ecco là nel fondo la sua ombra chiara si muove. Che sta facendo quell’uomo? Si domanda il bosco.
Davvero, che sta facendo? E’ questo l’unico modo che quest’uomo conosce per viversi? E’ così. Da
tempo la semplicità è lontana.

L’uomo l’ha allontanata. Da migliaia di anni, da tanto l’uomo si è emarginato a sé stesso, esistono
sistemi per ritrovarla. Sentieri nel bosco. Sentieri nel cuore. Sentieri tutt’altro che semplici in
cui attraverso l’impegno un’infinità di uomini si è riconosciuta.

Uno di questi sentieri, antico sentiero cinese, da molti uomini anche oggi praticato, si chiama Tai
Ji Quan. Sdraiato nell’erba, sprofondato nella terra verde, qualcosa sta pulsando: io. Sarebbe così
semplice se fosse sempre così. Ma solo alle volte avviene questo pulsare che non è del respiro, che
non è del cuore. Altre volte una scorza trasparente si frappone costante e resti separato vigile
alieno.

Non fosse così, forse non mescolerei ogni giorno l’aria di cerchi e spirali, dei calci leggeri, dei
lenti pugni, delle giravolte del Tai Ji. Oggi Tai Ji Quan per me è maestro, compagno, chiave per
aprire una porta che tende a richiudersi dentro o davanti a me.

Forse un giorno vedrò chiaro come questa porta, chiusa o aperta che sia, semplicemente non c’è, non
esiste.

Forse allora sarà inutile in camminarsi in sentieri antichi o nuovi, tesi a raggiungere ritrovare
ricordare ritornare.

Forse vedrò chiaro allora come non vi siano sentieri, né luoghi né mete. Come non vi sia dove andare
né da dove venire.

Come non vi sia neppure io, neppure tu. E come allo stesso tempo tutto, tu ed io compresi, esista.
Forse vedrò chiaro allora come essere e non essere già coincidano. Già qui ed ora.

Pure anche allora senza alcun fine, semplicemente sarà bello e spontaneo e naturale sciogliere
anelli di piume nei movimenti del sogno. O forse sarà inutile dare forma alla trasformazione. La
trasformazione già è, è noi, è tutto ciò che esiste. La sua forma è la nostra. Basterà respirare,
banalmente respirare. Basterà camminare, banalmente camminare. Basterà fare tutto ciò che si vorrà.
Il bosco già lo fa.

Ritmi dei tamburi e onde cerebrali nelle esperienze sciamaniche
di Piergiorgio Pietrobon

Oltre alle guarigioni individuali e “sociali”, per lo sciamano, svolgono un ruolo importante le
ascensioni in mondi non accessibili alle persone comuni.

Per fare ciò egli utilizza degli oggetti e dei simboli di potere che fungono da agganci, ponti o
intermediari, con il mondo dell’aldilà. Nel tempo lo sciamano si costruisce o si procura un
materiale di potere, come per un medico lo sono i suoi strumenti e questo materiale sarà
strettamente personale, procurato o fabbricato da lui, ricevuto dalle mani di un sant’uomo, o da un
altro sciamano.

Oggetti come il tamburo, il costume, la pipa, sono conosciuti unanimemente in tutto il mondo
sciamanico, come oggetti di potere che stimolano a penetrare nel mondo sovrannaturale. Simboli
invece come l’albero, la scala, il ponte, anch’essi universalmente riconosciuti, molto spesso, ma
non sempre, presenti, rappresentano nell’inconscio archetipico degli sciamani rispettivamente l’asse
del mondo, l’oggetto di ascensione e il passaggio che permette di comunicare con ognuna delle tre
zone cosmiche. Essi determinano in sé lo spazio sacro e centrale, a partire dal quale l’uomo apre
una finestra sull’infinito.

L’ascensione o la discesa sciamanica per eccellenza, consiste nel passaggio da una regione cosmica
all’altra: dalla Terra al Cielo e dalla Terra agli Inferni. Lo sciamano conosce il mistero delle
rotture di livello perché esse sono collegate da un asse centrale che passa per una “apertura” o per
un “foro”.

Simboli del passaggio

L’Albero: simbolo di vita in continua evoluzione, l’albero esprime l’ascensione e la crescita; è la
vita. L’albero mette in comunicazione i tre livelli del cosmo: quello sotterraneo con le radici che
scavano le profondità, la superficie della terra con il tronco e i primi rami, e i cieli, con i rami
superiori e la cima attirata dalla luce del sole. Esso in questo senso ha un carattere centrale, al
punto che l’albero del mondo è sinonimo dell’asse del mondo.

La Scala: anch’essa si ricollega alla simbologia della verticalità; tuttavia essa indica
un’ascensione graduale, per gradi, in cui lo spirito dello sciamano deve riequilibrarsi per poi
procedere verso nuove “salite”. La scala appare nell’arte come il supporto immaginario
dell’ascensione spirituale. Lo stesso Dante nel “Paradiso” (XXI, 28-34), scrive:

“…di color d’oro in che raggio traluce
vid’io uno scaleo eretto in suso
tanto che nol seguiva la mia luce
Vidi anche per li gradi scender giuso
tali splendor, ch’io pensai ch’ogni lume
che par nel ciel quindi fosse diffuso”.

Il Ponte: anch’esso viene vissuto simbolicamente come mezzo che unisce il mondo ai Piani Infernali e
Celesti. Al pari della morte, l’estasi implica un passaggio, un “mutamento” dato figurativamente dal
mito, nella forma di un attraversamento pericoloso.

Mircea Eliade spiega: “Si tratta di un complesso mitologico, i principali elementi costitutivi del
quale sarebbero i seguenti:

a) in illo tempore, nell’era paradisiaca dell’umanità, un ponte collegava la Terra e il Cielo e si
posava dall’una all’altra regione senza ostacoli perché non esisteva la morte

b) una volta interrottisi le comunicazioni facili tra Cielo e Terra, il ponte lo si attraversa solo
“in ispirito”, cioè come morti o in estasi. Da un certo punto di vista, tutti i riti iniziatici
tendono alla ricostruzione di un passaggio verso l’aldilà e, pertanto, all’abolizione della rottura
di livello che caratterizza la condizione umana dopo la caduta. Nei miti questo passaggio
“paradossale” va appunto a sottolineare il fatto che chi riesce a realizzarlo ha superato la
condizione umana: è uno sciamano, un mistico o un eroe”.

Il potere del tamburo

Al pari dei simboli precedenti, gli oggetti di potere figurano nella realtà sciamanica come agganci
energetici a trance ascensionali. Il tamburo, per esempio, oltre a possedere un potere generazionale
se trasmesso ereditariamente, emette delle onde vibratorie che influiscono a livello cerebro –
corporeo, stimolando particolari aree del sistema nervoso centrale.

Infatti sembra che le basse frequenze emesse dal rullio del tamburo trasmettano al cervello
un’energia massima, perché possono essere sopportate per lungo tempo e a grande amplitudine. Non è
così per le alte frequenze che “saziano” rapidamente.

Inoltre si ritiene che la zona di frequenza d’onda su cui vibra il tamburo sia particolarmente
efficace per far scattare una modificazione dello stato di coscienza. Stessa “suggestione di
frequenza” assumono i canti sacri per gli Orientali e il mantra “OM” dei Tibetani, il quale deve
vibrare a livello addominale.

Con un semplice parallelismo, si configura nel quadro vibrazionale una tendenza delle basse
frequenze a stimolare campi fisico – emotivi, che si avvicinano sempre a esperienze meditative, di
trance o di estasi.

E’ come se le onde emoto-somatiche dello sciamano o del mistico vibrassero, per raggiungere un
livello di conoscenza profondo, a frequenze più basse del normale. Tutto ciò accade similmente nel
cervello umano, in cui si é riscontrato che, negli stati meditativi, le onde cerebrali scendono da
45-13 cicli/sec. delle onde beta, ai 12-8 cicli/sec. delle onde alfa, toccando la soglia delle onde
theta 8-4 cicli/sec. ed a volte anche a livelli inferiori delle onde delta 4-0,5 cicli/sec.
Sconcertante allora è pensare che il livello theta, posseduto da un soggetto dormiente, viene
raggiunto consciamente dal meditativo in esercizio. Si potrebbe affermare cioè: “Sta sognando con
coscienza!”.

Esistono infatti numerosi casi di persone che, durante il sogno, si rendono consapevoli di essere
stesi sul proprio letto, e vivono la “favola onirica” percettivamente con tutti cinque i sensi: essi
odono, toccano, annusano, vedono il sogno e sanno nello stesso tempo, di essere sdraiati nel letto.

L’Io integrato e fluido

Si può chiamare effettivamente allucinazione, ma la differenza sostanziale di queste persone dagli
psicotici o schizofrenici è che i primi possiedono degli Io integri, i secondi no.

Per quanto perplessi possano risvegliarsi e, successivamente, approfondire o accantonare
l’esperienza casuale, essi continueranno a vivere una propria vita normale.

Gli psicotici invece, possiedono purtroppo un Io diviso, meglio definirlo disintegrato e,
rappresentandolo come un cerchio spezzettato, non possono impedire al contenuto (cioè l’inconscio),
di fuoriuscire.

Il concetto fondamentale a cui sono giunto nel mio studio è che il lavoro degli sciamani dei monaci,
su sé stessi agisca assottigliando la struttura psichica dell’Io, e rendendola fluida. La volontà,
ossia la “presenza energetica”, cardine e caratteristica primaria per l’applicazione e la
continuazione di queste tecniche, si sovrapporrà come una patina o alone trasparente, a quelle
solidificazioni egoiche che mantenevano in vita inutili difese dell’Io, strutturate in seguito a
shock infantili o ad esperienze sociali negative.

Con la prima legge di termodinamica la scienza giunse alla conclusione che “Nulla si crea, nulla si
distrugge, ma tutto si trasforma”; effettivamente l’apprendistato sciamanico consiste in una
trasformazione personale in cui le difese e gli inutili desideri vengono sostituiti da qualità
potenziali, poche volte sviluppate.

“Un guerriero” disse una volta Don Juan a Castaneda, “deve usare la volontà e la sua pazienza per
dimenticare. Di fatto un guerriero ha solo la sua volontà e la sua pazienza e con esse costruisce
tutto quello che vuole. La volontà è qualcosa di molto speciale, che capita misteriosamente.

Non c’è un vero modo per dire come la si usa, tranne che i risultati della volontà sono
stupefacenti. Forse per prima cosa si dovrebbe sapere che si può sviluppare la volontà; il guerriero
lo sa e aspetta. La volontà è qualcosa che l’uomo usa, per esempio, per vincere una battaglia che,
secondo ogni calcolo, dovrebbe perdere. Quella che tu chiami volontà è carattere e temperamento
forte, quello che uno stregone chiama volontà è una forza che viene dall’interno e che si attacca al
mondo esterno. La volontà è come una forza, il vero legame tra gli uomini e il mondo”.

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