Decifrato suono delle parole in cervello

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Decifrato suono delle parole in cervello

A ogni parola udita corrispondono ‘onde neurali’

01 febbraio, 12:21

(ANSA) – ROMA, 1 FEB – Registrando le onde neurali potremo origliare le parole che una persona
pensa. Sono state, infatti, decodificate le onde cerebrali collegate a certe parole. Lo studio
condotto dalla University of California e pubblicato su PLoS Biology, in pratica associa i suoni di un discorso vero alle onde cerebrali ingenerate nel cervello di chi ascolta.

Ipoteticamente un computer che legga le onde cerebrali di un paziente che non puo’ parlare potrebbe tradurre in suoni cio’ che vuole dire.

Decifrato il suono delle parole nel cervello

Decodificata la «lingua interiore»: quello che si pensa ma non si dice. Primo passo per dare voce a chi non può parlare

Registrando le onde neurali, potremo origliare le parole che una persona ha nella mente ma non dice,
insomma le parole solo pensate: infatti è stata decodificata la nostra «lingua interiore», ovvero le
onde cerebrali collegate a certe parole. Lo studio è stato condotto alla University of California,
Berkeley da Robert Knight e pubblicato sulla rivista PLoS Biology. In pratica gli esperti hanno
associato i suoni di un discorso vero alle onde cerebrali ingenerate nel cervello dell’uditore del
discorso. Ogni parola è stata associata a uno ‘scrosciò preciso di onde cerebrali, così che i
ricercatori hanno acquisito la capacità di predire quel che un uditore sente solo misurando le onde prodotte nel suo cervello all’ascolto.

IMMAGINARE IL SUONO – Ci sono svariate prove che ascoltare il suono di una parola o immaginare
quello stesso suono (pronunciando mentalmente la parola ma senza aprir bocca) sono azioni che
attivano le medesime aree nel cervello, in particolare nel lobo temporale. Per cui è chiaro che se
riusciamo a decodificare l’informazione neurale di parole udite, abbiamo così anche l’informazione
neurale delle parole pensate. Quindi ipoteticamente con un computer che legga le onde cerebrali di
un paziente che non può parlare (malati di sclerosi o con traumi del midollo spinale) e un
sintetizzatore vocale, si potrebbe tradurre in suoni (o anche solo in parole scritte) ciò che il paziente sta immaginando di dire o vuole dire.

PAZIENTI EPILETTICI – Gli esperti hanno registrato le onde neurali prodotte, in risposta all’ascolto
di una conversazione di dieci minuti, nel cervello di pazienti epilettici volontari (sul loro
cervello erano stati disposti elettrodi). Poi hanno accoppiato in modo certosino le singole parole a
un certo pattern di onde neurali prodotte al loro ascolto. Così hanno scritto la lingua cerebrale
delle «parole pensate». Gli scienziati pensano che una parola udita produca nel cervello le stesse
onde di una parola immaginata, quindi questo esperimento potrebbe un giorno dar voce a persone che per varie malattie non possono comunicare. (Ansa)

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Non sarà certo questa la scoperta che ci permetterà di leggere i pensieri degli altri esseri umani,
ma di sicuro è un grande passo in avanti verso la comprensione del linguaggio. Il merito va al team
di ricerca guidato da Brian Pasley,neurologo dell’ Helen Wills Neuroscience Institute di Berkeley,
che ha decodificato alcuni stimoli cerebrali alla base dell’ascolto. In questo modo, un giorno forse
sarà possibile riprodurre in modo artificiale le parole percepite nella testa delle persone.

Tuttavia, come spiega Scientific American, questo non significa che saremo in grado di leggere anche
i pensieri elaborati dal cervello stesso. Per l’esattezza, lo studio pubblicato su PLoS Biology
dall’equipe di Pasley riguarda un algoritmo capace di tradurre in suoni gli stimoli cerebrali
innescati dalle parole percepite da 15 volontari. Il test prevedeva di sottoporli all’ascolto di
brevi parole a volte inventate come jazz, cause e fook e vedere quali parti del loro cervello si attivassero.

Per registrare l’attività cerebrale, Pasley ha sfruttato elettrodi connessi direttamente alla
superficie della corteccia uditiva. Si tratta di una procedura molto sofisticata resa possibile dal
fatto che tutti i partecipanti dovevano comunque sottoporsi a interventi neurochirurgici per il
trattamento di epilessia o tumori. Ogni volta che un volontario percepiva una parola, il computer
registrava i segnali percepiti dal cervello e li elaborava nel tentativo di convertirli in un suono simile.

Ebbene, dai ripetuti esperimenti è emerso che esistono zone cerebrali deputate all’ascolto esclusivo
di alcune frequenze sonore. Una sorta di mosaico neurale sensibile a uno spettro sonoro che va da
200 a 7.000 Hertz. Inoltre, sembra che per adesso l’algoritmo del team di Pasley sia in grado di
riprodurre con più facilità suoni vocalici molto semplici. Così, prima di arrivare a sviluppare uno
strumento di ascolto più sofisticato, i ricercatori dovranno valutare quali sono i contributi di
altre aree che entrano in gioco nel momento in cui il cervello percepisce le parole.

Infatti, nonostante i volontari fossero perfettamente in grado di comprendere i suoni uditi durante
i test, i dati estrapolati dalla corteccia uditiva non sono stati sufficienti a crearne una copia
perfetta. Dopo tutto, come hanno dimostrato diversi studi condotti durante il coma farmacologico
indotto dall’ anestesia, le zone del cervello che percepiscono e codificano il significato delle
parole agiscono in modo indipendente tra loro. In una prospettiva futura, studi simili a quelli di
Pasley potrebbero riuscire a completare il mosaico e stabilire qual è la soglia di coscienza nelle persone che hanno subito danni cerebrali.

http://neuroscience.berkeley.edu/

http://www.scientificamerican.com/article.cfm?id=word-of-mind-researchers-decode

http://www.plosbiology.org/article/info:doi/10.1371/journal.pbio.1001251

http://www.plosbiology.org/home.action

http://bcove.me/yl49s70s

http://daily.wired.it/news/scienza/2011/12/02/anestesia-privazione-coscienza-gas-xeno-14225.html

da wired.it

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